Le Voyage à Nantes

PAESI DELLA LOIRA, FRANCIA Uno zoo di macchine monumentali in movimento, ispirato ai mondi immaginari di Jules Verne, misura la sua originalità con architetture d’avanguardia e opere d’arte diffuse, tra palazzi decorati da maschere che evocano il mare e i naviganti, il commercio e l’Africa. Nantes attirò i surrealisti e i registi del Novecento con la luce mutevole del suo estuario, dove oggi si stagliano i Titan, le due grandi gru degli antichi cantieri navali. La città più creativa di Francia è in continua evoluzione attraverso la sua cultura, che poggia su secoli di storia. E i suoi abitanti sono fieri di essere “diversi”, un po’ “à l’ouest”, come si dice a Nantes. All’ovest. Di fatto e di spirito. “Pensate che la cultura costi troppo?” è il motto della città. Porta della Bretagna e antica capitale dei suoi duchi, capoluogo amministrativo dei Paesi della Loira, Nantes è una metropoli effervescente e creativa, che ha sempre stimolato l’immaginazione di artisti e scrittori. “È l’unica città in Francia, assieme a Parigi, dove sento che può accadermi qualcosa di utile”, scriveva il poeta francese André Breton. Nantes ispirò Jules Verne, trasmettendogli i suoi profumi di iodio, attirò i surrealisti e i registi del Novecento, ammaliati dalla sua luce mutevole, data dalla posizione tra il mare e l’estuario e dalla presenza dei venti. Una determinazione artistica costante plasma tuttora la vita dei suoi abitanti e ha portato, nel 2012, alla creazione de Le Voyage à Nantes, una società pubblica locale che promuove il turismo attraverso le attività culturali. Segui la linea verde! In città senza bussola Oltre alle collezioni del Musée d’arts, tra le più ricche di Francia, la città ha un museo a cielo aperto, con più di 120 opere che si accostano ai monumenti storici. La dolce follia degli artisti reinterpreta le piazze, i quartieri, le insegne, le camere d’albergo, lungo un percorso di 22 km, tracciato sul terreno con una linea verde, che unisce i siti di interesse in oltre 70 tappe, dal centro all’oceano, sull’estuario e nei vigneti nantesi: una sorta di filo di Arianna che guida il visitatore per la città, lasciando spazio all’imprevisto…! L’arte del passo di fianco Essere un po’ à l’ouest Al centro di piazza del Bouffay, nome di famiglia più antico di Nantes, una statua si fa notare per la sua originalità. È l’Elogio del passo di fianco in cui Philippe Ramette si ritrae in bilico su un basamento, nell’atto di fare un passo laterale nel vuoto. Un gesto inaspettato, alternativo e controcorrente che per i Nantesi è diventato il simbolo della loro creatività. “Gli abitanti si sentono un po’ à l’ouest (all’ovest)” mi dice la guida Gianni Cudazzo. “Non solo per la posizione della città, nel lato occidentale della Francia, ma soprattutto in senso allegorico: sono fieri di essere “diversi”: à l’ouest, come si dice qui”. Nantes è infatti la città francese più estrosa, ma poggia la sua cultura su secoli di storia. Durante la Rivoluzione Francese, al centro di quella piazza, dove ora si distingue la statua di Ramette, con la scarpa ormai lucida a furia degli sfregamenti da parte dei turisti, c’era una ghigliottina. Sotto la piazza si trovavano le prigioni e i rivoluzionari giustiziati pubblicamente erano talmente numerosi che i Nantesi avevano fatto pitturare di rosso i san pietrini, non sopportando la vista di tanto sangue. “I Nantesi non dimenticano i momenti bui della loro storia, ma hanno voluto moralmente riscattarsi dai secoli infami” continua Gianni. “Per molti tempo, Nantes infatti è stata considerata una città negriera, a causa della tratta degli schiavi”. Antica città portuale Il commercio triangolare L’affaccio sull’estuario del fiume, alla confluenza di Erdre e Sèvre, fu in passato determinante per lo sviluppo della città che, tra Settecento e Ottocento, divenne il primo porto di Francia e il prima porto negriero d’Europa. “Nettuno favoreggia i viaggiatori” era il motto dei Nantesi di quell’epoca, in cui l’economia era legata alla tratta degli schiavi. Potenti famiglie di armatori, soprattutto olandesi, e di mercanti avevano fatto di Nantes un ricco centro del commercio cosiddetto “triangolare”. Nei cantieri navali cittadini venivano costruite le imbarcazioni dirette in Africa, dove gli armatori compravano i prigionieri dei re africani, barattandoli con tessuti stampati, vetro, gioielli e armi. Gli schiavi venivano portati nelle Antille e ceduti in cambio di spezie, zucchero, cacao e caffè, poi rivenduti a Nantes con elevati guadagni. Il Memoriale per l’abolizione della schiavitù, che occupa parte del lungofiume, ripercorre la storia di un passato che non deve ripetersi. Il percorso meditativo si conclude in un passaggio sotterraneo, in cui rumore dell’acqua ricorda quello percepito dagli schiavi, trasportati nelle chiglie delle navi. Duemila targhe commemorative riportano i nomi dei vascelli costruiti a Nantes per il traffico negriero e riprendono delle citazioni di chi ha contribuito all’abolizione della schiavitù. Zona dei ex cantieri navali dove venivano disegnate le chiglie delle imbarcazioni Città natale di Jules Verne Jules Verne è nato a Nantes nel 1828, in una casa affacciata sul Corso dei Cinquanta Ostaggi, nell’Île Feydeau. In città segue gli studi in modo molto svogliato, poiché la sua vocazione era quella dei fare il marinaio. Pare che, durante la sua adolescenza, fosse scappato più volte a Saint Nazaire, cercando di imbarcarsi sui galeoni, tentativi vanificati dalla prontezza del padre, che sapeva dove andarlo a cercare per riportarlo “sulla retta via”. Jules Verne intraprende quindi la carriera paterna, diventando avvocato. Si trasferisce a Parigi, ma lì incontra diversi scrittori che stimolano la sua vocazione per la scrittura. La famille Raton Proprio da Nantes prese ispirazione per il suo primo racconto, del 1887: Le avventure della famiglia Raton. A due passi dalla casa di famiglia, sulle rive dell’Erdre, c’era una merceria il cui nome e motto erano: «nonostante gli invidiosi, il topo gottoso vivrà». All’angolo tra il corso dei Cinquanta Ostaggi e la via de la Barillerie si può ancora vedere l’insegna della bottega Au Rat Goutteux:un topo con la gotta, appoggiato a una stampella mentre spinge un carretto pieno di tessuti.Jules Verne ne ha fatto un
Marocco off road. Attraverso le vastità

Un sole onnipotente di fine estate infuoca la groppa del Medio Atlante e la sua roccia nuda, esposta. Una palette di dorsi montani, plateaux mesozoici e dolci colline si sussegue tra i tornanti, dando vita a un paesaggio ancestrale. Un enigma di rocce e vertigini. Lì i colori hanno la tempra del ferro, dalle tonalità più intense a quelle pallide, dimesse, che evaporano nei bagliori dell’orizzonte, ammantate dal blu nelle varie sfumature di devozione. Dorsali calcaree si impennano pettinando l’aria, per poi ricadere a strapiombo, negli squarci dei canyon dove, tra veli di ombre d’ebano, migrano rivoli di fiumi ambrati. Wadi, come si dice in arabo: quelle anguste e profonde voragini in cui la yucca si annida, in nicchie e fenditure, coprendo le cicatrici della Terra con giardini in miniatura. Marocco off road – Fly & drive – AF TRAVEL FIRENZE e SAHARA DESERT TRAVEL Ci mettiamo alla guida dei fuoristrada. Tra colori e sguardi nomadi. Tra montagne, città e deserti. Attraverso le vastità. “Certi luoghi vogliono dirci qualcosa […] o stanno per dire qualcosa”, scrive il poeta argentino Jorge Luis Borges. Uno di questi luoghi è senza dubbio il Marocco. Marrakech – Cascate di Ouzoud – Azilal – Bin El Ouidane – Imilchil È una mattina senza nuvole, di piena luce. La strada è costeggiata da secchi grembiuli di terra, dove piccoli palmeti e radi alberi di ulivi sono gli unici antidoti alla monotonia di un paesaggio color ocra, salmone, ruggine, terracotta, fino alle fulve pareti del Medio Atlante, che man mano si avvicinano. Il Medio Atlante è la parte centrale della grande catena montuosa che attraversa il Marocco, superando i quattromila. È la terra dei canyon, delle foreste di cedri e di cascate spettacolari, come quelle di Ouzoud, a 150 km da Marrakech. Le cascate di Ouzoud, il cui nome significa ulivo in lingua berbera, sono le più alte del Marocco e precipitano nel canyon di Oued-el-Abid in tre salti, da oltre 100 metri di altezza. Si raggiungono percorrendo un sentiero tra gli uliveti, dove è immancabile la sosta a uno dei chioschi per dissetarsi con un delizioso succo di melograno. Dopo una gita in barca sotto gli spruzzi delle cascate, ci rilassiamo sulla terrazza del ristorante, gustandoci una buonissima tajine con vista! Nel parco non è raro incontrare gruppi di bertucce (Macacus sylvanus) che si arrampicano e si spulciano sui rami di alberi centenari. La bertuccia è l’unico primate autoctono del Marocco, oggi considerata specie a rischio. Nonostante sia chiamata anche “macaco”, è solo un lontano parente della famiglia di macachi che vive nel Sud Est asiatico. CURIOSITÀ – Un gruppo di bertucce simili a quelle del Marocco si trova nel territorio inglese di Gibilterra, custodite da un vero e proprio “ufficiale addetto alle scimmie”. Una leggenda locale narra che il dominio inglese durerà fino a quando sulla rocca ci sarà una scimmia. Oltrepassiamo la cittadina di Azilal – famosa per la produzione dei tappeti berberi – e le rive del lago Bin El Ouidane. Arriviamo a Imilchil all’ora del tramonto, quando gli ultimi raggi tingono di rosa un bucolico paesaggio montano. Imilchil – Lac Tislit – Lac Isli – M’Semrir – Gorges du Dadès Il paesino di Imilchil, nella provincia meridionale di Er Rachidia, è famoso per il suo Festival del matrimonio che si tiene a fine settembre. Secondo la tradizione, il festival commemora la sfortunata vicenda di due innamorati, appartenenti a tribù diverse che ne proibirono il matrimonio. La leggenda narra che i due giovani piansero e si disperarono fino a lasciarsi morire e le loro lacrime formarono due laghi: Tislit che significa “di lei”, e Isli, “di lui”. Raggiungiamo i due laghi, di un colore turchese accecante. Lac Tislit Lac Isli Attraversiamo un paesaggio di ampi spazi e colline color pastello, sotto un cielo pulito dal vento. Gli incontri e gli sguardi lungo la strada raccontano la fierezza dei popoli dell’Atlante e la loro vita semplice nei villaggi abbarbicati ai pendii delle montagne. M’Semrir La zona del Medio Atlante è la più piovosa del Marocco. L’abbondanza di acqua proveniente dai monti permette all’agricoltura di prosperare nella stagione estiva. Sahara Challenge 2024 Sui tornanti del Medio Atlante, hanno sfrecciato davanti a noi alcuni equipaggi del Sahara Challenge 2024, tra cui i secondi sul podio dei vincitori assoluti: Tony Sutton (AU) e Andrew Lawson (AU) sulla Chevrolet Master Coupe 3500 cc, in gara con il numero 7. Il rally di 4500 km ad anello sulle strade del Marocco si è svolto dal 25 settembre al 5 ottobre 2024 e si concluso a Estepona, in Spagna (Equipaggi e classifiche nelle didascalie). Gorges du Dadès Ci inoltriamo attraverso le Gorges du Dadès, le gole scavate dall’omonimo fiume nell’arenaria e nel calcare. Le diverse sfumature che presentano gli strati rocciosi sono determinati dai minerali di cui sono composti. Le gole sono formate da rocce sedimentarie depositate in ambiente marino a partire dal periodo Giurassico. CURIOSITÀ – Il record di Barone Il 5 Ottobre 2018 alle ore 10.30 del mattino (ora locale) il pilota Ferrari, Fabio Barone già detentore di due World Guinness Record, stabilisce il nuovo primato mondiale di velocità sul tracciato dei 7 km e 600 metri nella Valle del Dades in Marocco. Con il tempo di 4 minuti e 42 secondi, l’italiano entra per la terza volta nel World Guinness Record. Barone ha corso rappresentando ufficialmente l’Italia. Gorges du Dadès – Todra Gorges – Tinjdad – Erfoud – Merzouga La valle scavata dal fiume Dadès è chiamata anche valle delle kasbah, per le diverse cittadelle fortificate che si sono conservate e si incontrano lungo la strada. Raggiungiamo le Gorges du Todra, nella zona orientale dell’Alto Atlante. Nella parte finale, le due pareti rocciose si avvicinano l’una all’altra fino a una distanza di 10 metri, con rocce a strapiombo che sfiorano i 160 metri di altezza. Grazie alle robuste pareti rocciose, con molte superfici irregolari, le gole di Todra sono molto apprezzate dagli alpinisti. Più di 150 itinerari, classificati tra il grado + 5 e 8 sono
Magici fiordi

NORVEGIA – BERGEN, HARDANGERFJORD E SOGNEFJORD Il tramonto che finisce con l’alba e il lungo buio artico. Labirinti di fiordi che dividono gli altipiani, ghiacciai e cascate che si uniscono al mare e distese di frutteti che coprono le colline dove riposano gli eroi vichinghi. La musica dell’Hardanger fiddle e quella di Edvard Grieg “che ha il sapore del merluzzo”. In viaggio sulle strade panoramiche, in treno tra le renne selvatiche e a pelo d’acqua nelle gole degli stretti bracci di mare, in mezzo a uno spettacolo di riflessi e di villaggi naïf. La strada si inerpica lenta lungo i tornanti di Vikafjell, risalendo il brullo entroterra macchiato dall’ultima neve, mentre un ruscello si dirige verso valle dopo una limpida e solenne cascata. Il canto melodioso di un uccello si fa trasportare dal vento che scuote il risveglio dei cespugli e i teneri germogli alla ricerca della luce, che sovrasta il ricordo del buio inverno artico. Il sole splende alto e illumina la baia di Vik, davanti alla cappa innevata del ghiacciaio Jostedalsbreen che imbianca l’orizzonte, incorniciato dal verde brillante delle praterie e dal profondo blu del Sognefjord. Un ultimo breve tratto e arriveremo al mare. La radio trasmette una musica country che fa immaginare mondi remoti, come quelli che si stagliano oltre il nastro d’asfalto. Modeste casette di legno dipinte di rosso amarena si annidano solitarie tra i mucchi di neve. Si chiamano hytte: vivaci segni di una cultura nordica dall’anima outdoor, in cui lo stretto legame con la natura prende il nome di friluftsliv che significa “vita all’aria aperta”. Le case più vecchie hanno ancora il bagno all’esterno e sono arredate da semplici sedili di legno coperti da stoffe di lana e un jøtul, una stufa di ghisa alimentata con corteccia di betulla. “Ciò che mi sbalordisce di questa piccola e periferica società” scrive il tedesco Hans Magnus Enzensberger nel suo libro Ah, Europa! “è un inconscio gioco di prestigio che le è sempre riuscito negli ultimi 170 anni: rimanere indietro nel tempo e allo stesso tempo precederlo”. La Norvegia è infatti una delle più moderne nazioni del mondo, in cui le tradizioni rimangono ancorate al suo forte spirito green. Bergen, capitale dei fiordi Secondo un’antica leggenda nordica, il merluzzo guidava nelle reti interi branchi di pesci e si usava appendere al soffitto di casa il pesce essiccato, in auspicio di abbondanti forniture di stoccafisso a Bergen e di un ricco guadagno per la Lega Anseatica, che aveva la sua sede nel quartiere di Bryggen, oggi patrimonio dell’Unesco. I commercianti tedeschi, che gestirono gli affari norvegesi per 400 anni, raggiunsero un potere incontrastato proprio grazie all’esportazione dello stoccafisso: il vero tesoro dei locali. “La mia musica ha il sapore del merluzzo”, affermava Edvard Grieg, celebre compositore e figlio di un mercante di pesce di Bergen. Anche la scrittrice Lilian Leland, autrice di Traveling Alone. A Woman’s Journey Around the World, descrisse la città come un luogo in cui “Tutto sa di pesce. Si mangia pesce, si beve pesce, si annusa pesce e si respira pesce”. Capitale Europea della Cultura nel 2000, Bergen è oggi una località all’avanguardia e accogliente al tempo stesso, che conserva, nella fila di coloratissime case di legno lungo il Vågen, il ricordo del suo passato come porto anseatico, ma attira altresì un gran numero nei giovani grazie alla sua università e ospita collezioni d’arte, festival e concerti, tra cui particolarmente suggestivi sono quelli che si tengono nell’auditorium accanto alla casa museo di Edvard Grieg, sulle rive del lago Nordåsvannet. Dopo una visita al mercato del pesce, al quartiere di Bryggen e al centro storico, per un’impagabile vista dall’alto si può scegliere tra la storica funicolare Fløibanen che conduce in cima al Monte Fløyen o la funivia Ulriksbanen, che raggiunge la vetta del Monte Ulrik, il più alto delle sette montagne che incastonano la città. Bergen è anche il punto di partenza per visitare i fiordi, attraversandoli in treno, o in un viaggio on the road, su una delle 18 strade strade panoramiche, contrassegnate dal simbolo del nodo nordico, nelle cui aree di sosta architettura e design si inseriscono nel paesaggio attraverso particolari installazioni artistiche. Tra Hardangerfjord e Sognefjord Chiunque si metta in viaggio lungo le strade panoramiche che collegano gli stretti bracci di mare, rimarrà incantato dal susseguirsi delle vaste distese di silenziosa serenità che si percorrono seguendo l’andamento dei fiordi o valicando gli impervi passi montani, tra coste solitarie e vivaci cittadine, specchi d’acqua dolce e laghi ghiacciati fino a estate inoltrata. A soli 80 km da Bergen, la regione dell’Hardanger è una terra di forti contrasti e scenari idilliaci, ai piedi delle cime innevate del ghiacciaio Folgefonna. L’altopiano dell’Hardangervidda, il più grande altopiano d’Europa e regno delle renne selvatiche, attrae ogni anno escursionisti, scalatori, appassionati di trekking e di mountain bike e amanti della natura, che qui si fa ammirare in fragorose cascate, come Vøringsfossen, una delle principali attrazioni della Norvegia, con un’altezza di 182 metri di cui 145 metri in caduta libera. A Steindalsfossen si può camminare tranquillamente dietro la cascata senza bagnarsi, mentre l’adrenalina sale alle stelle sporgendosi dalla Trolltunga (Lingua del Troll), una stretta lingua di roccia che si protende per 700 metri nel vuoto, davanti al lago Ringedalsvatnet. La località di Voss, mecca degli sport estremi, fa da snodo verso il bellissimo Sognefjord, il fiordo più lungo e più profondo della Norvegia, che si estende per 204 km dalla costa a nord di Bergen. Incantevoli villaggi, come Vikøyri e Balestrad si affacciano sulle sue rive accanto alle sepolture vichinghe, testimonianze degli antichi insediamenti dei gloriosi guerrieri. Nelle piccole aziende agricole a conduzione familiare si coltivano fragole, lamponi, mirtilli rossi e alberi da frutto, con cui vengono prodotti deliziosi succhi di frutta, da sorseggiare insieme a un saporito pezzo di gamalost, il formaggio prodotto a Vik, le cui origini risalgono all’epoca vichinga. Gli appassionati della lettura si sentiranno cullati a Fjærland, il villaggio del libri. Chi è alla ricerca del brivido potrà invece “volare” appeso una zip line
Chiudi gli occhi e soffia

VALLE D’AOSTA, VAL D’AYAS Un trionfo di foreste e amabili vedute. Chilometri di tracciati per sciare su discese selvagge, camminare nel silenzio tra boschi e antichi rascard o accompagnati dal grido delle aquile sul manto delle nevi perenni. Storie di sabotier, di contadini e artigiani, di campani e di fiori, “di chi vuole essere nuvola per respirare il cielo”. “Ricordo un grande campo e distese di erbe selvatiche e mia nonna che si chinava a raccoglierle, scegliendole con attenzione. Mia nonna si chiamava Giovanna, come me. Era una curatrice: le persone venivano anche da lontano per farsi curare con le erbe e io ero orgogliosa di lei. Mi spiegava i rimedi che conosceva e mi raccontava le storie dei fiori. Oggi sono io a raccontarle e a raccontarmi attraverso di loro nelle mie Tisane d’Autore”. Giovanna Barbato, 61 anni, titolare dell’erboristeria “Le Village” nel cuore di Champoluc, inizia a parlami della sua vita, in particolare di un periodo davvero buio che l’ha segnata profondamente, durante il quale, per ritrovare la serenità, ha scelto di isolarsi, cercando rifugio nella natura, intraprendendo“un cammino fatto di emozioni, verso l’ignoto”. Doveva tacere. E ha iniziato a parlare attraverso le tisane. Così sono nate Tisane d’Autore®. “Ho dovuto salvare i miei figli”, riprende Giovanna, “come il cardellino raffigurato sulla scatola della tisana Il gioco del vento. È un infuso energizzante, a base di zenzero e curcuma, ma anche di zucca e carota, di cui va ghiotto il piccolo uccello, ritratto mentre cerca di mettere in salvo il suo nido dal vento e ha bisogno di energia. Le erbe mi riportano a quando, da piccola, andavo con mia nonna a cercare qualche foglia per una medicazione o per preparare un infuso. Col tempo le ho studiate e ho imparato a raccoglierle. Ho scoperto le loro storie e ho trasformato questa mia passione in un’esperienza emotiva per il benessere dell’anima. Desidero che il profumo e il gusto delle mie tisane trasportino chi le beve in un mondo magico dove rifugiarsi, coccolarsi e amarsi”. Giovanna ha racchiuso natura e storie, realtà e sogni in una scatola, disegnata da giovani artisti. Al suo interno, accanto alla tisana, una poesia: parla di fiori, di emozioni, di lei. “Ora sono leggera. Sono aria nuova. Ti racconto di chi vuole essere nuvola per respirare il cielo. Chiudi gli occhi e soffia”. (Tratto dalla Tisana d’Autore Il respiro del cielo di Giovanna Barbato). Il costruttore di suoni “Scrive Claude Lévi-Strauss che il mito non è una storiella che si racconta […] ma è per l’uomo la stoffa stessa dello stare al mondo, un orizzonte di riferimento così tanto presente nella vita di tutti, che alla fine non lo si riconosce più. E infatti Lévi-Strauss diceva ai suoi studenti: andate proprio dove non vi aspettate di trovare nulla. Là troverete il mito”. Nel suo libro Campanacci d’Italia Giovanni Mocchi spiega che è forse questo il motivo per cui, nella nostra cultura, in pochi hanno saputo cogliere il valore materiale e morale della campana che, coi suoi rintocchi, accompagna la vita di tutti i giorni, i momenti di festa e di pericolo, fino all’ultimo saluto. Esiste un legame profondo tra l’uomo e questo strumento e per i pastori scegliere i campani è quasi un rito: significa comporre la sinfonia che li accompagnerà nella solitudine dei giorni e delle notti al pascolo. È la ricerca del suono che hanno nel cuore, udito fin dall’infanzia, come la voce dei familiari. “Se regali una campana a una persona, è come se regalassi un pezzo di te, perché ognuno sceglie quella che emette un suono in armonia con se stesso”. Sono nella frazione Isollaz di Challand-Saint-Victor, nel laboratorio di Mauro Savin, fabbro, artista, concertista, compositore, annoverato tra i migliori organettisti italiani. L’unico costruttore di campani in tutta la Val d’Aosta. “Penso che il fabbro sia il capostipite di una vallata, perché ognuna ha un timbro di suono legato a chi ha costruito i campani”. È stato il padre a insegnargli l’arte di lavorare il ferro, mentre il nonno, primo fisarmonicista professionista della Valle d’Aosta, gli ha trasmesso una grande eredità musicale: molti dei suoi brani sono entrati, infatti, a far parte del patrimonio tradizionale della regione. Già i suoi avi erano forgiatori di campani, ma quelli di Mauro Savin hanno una caratteristica unica: il loro suono non è casuale, ma è il frutto di una affinata ricerca sonora eseguita con i diapason. I modelli che realizza riproducono i progressivi quarti di tono della scala musicale: i capi al pascolo diventano così interpreti di singolari armonie. “Quando i pastori vengono ad acquistare i campani, ne propongo alcuni con timbri calibrati tra loro: sentirli suonare insieme è per me qualcosa di magico. A volte impiegano ore per sceglierli e ne ascoltano anche 500: sono come musicisti che ben conoscono la sonorità della loro mandria, proprio perché l’hanno scelta e la distinguono da quella delle altre.” Mauro mi spiega che i campani, utili per allontanare le vipere grazie alle loro vibrazioni, consentono ai pastori non solo di rintracciare i capi a distanza, ma anche di capire come stanno o cosa stanno facendo. Ogni bovino ha infatti un proprio modo di battere il campano che il pastore conosce bene. Anche gli animali lo usano per attirare la sua attenzione e addirittura per comunicare tra loro stessi: se viene cambiato il campanaccio a una mucca, questa non è più riconosciuta dalla mandria e cominciano le battaglie per ristabilire la gerarchia. Mauro mi fa ascoltare i diversi timbri delle note: alcuni, ovattati e afoni, sono detti “maschili” e vengono scelti per gli animali con una forte personalità; agli individui con un carattere più mite vengono invece abbinati i timbri “femminili”, più morbidi e cristallini. I suoi campani sono numerati e il codice viene riportato su un registro assieme al nome dell’acquirente e alla sua destinazione. Sono montati su collari da lui realizzati, decorati con intrecci di cuoio e impreziositi con borchie e sculture di ottone, secondo la tradizione valdostana. “Impiego circa 12 ore per
La terra degli aironi

PIEMONTE, NOVARESE Campi lunghissimi, cinematografici, dove il riso cresce rigoglioso tra il verde delle risaie mature. Geometrie di grano color giallo oro accanto ad aie assolate di antiche cascine. E sagome di bianchissimi aironi che si alzano nel cielo all’improvviso, davanti alla cerchia della Alpi con la sua base d’azzurro intenso e al massiccio del Monte Rosa che sembra così vicino da poterlo toccare. “La risaia è piena di silenzio. Ma nel silenzio la pianura parla con la sua voce che viene da lontano. Oratori antichi e cappellette votive appaiono agli incroci, fra prati verdeggianti e distese di grano. Dentro, fra muri di mattoni beccati dai passeri v’è l’arte campagnola di secoli, con la storia di miracoli raccontata in affresco, dove la povera gente veniva a pregare.” (Dante Graziosi. La terra degli aironi). Una carrellata in punta di penna che raccoglie i ricordi di Dante Graziosi, scrittore novarese, ma prima di tutto veterinario, il “medico degli animali”, come amava definirsi, in un territorio di risaie e cascinali durante gli anni della Guerra, quando gli uomini potevano anche ammalarsi, ma gli animali no. Graziosi ci invita a riscoprire un paesaggio novarese inedito. È appena fuori porta e ha un’anima. Basta uscire dal capoluogo, girovagando lenti per le piccole strade, dove la città prende le forme della campagna e l’asfalto si fa sterrato senza che ce n’accorgiamo, tra piccoli borghi di collina e pianura, stalle e piazze, cielo e boschi, tra i casseri di fieno e le aie assolate delle grandi cascine quadrate, che ripetono le forme delle abbadie del sistema curtense, con vasti cortili racchiusi sui quattro lati da vari edifici, dove il cotto prende i riflessi del rame quando il sole batte senza dar tregua. Accanto, la terra accoglie ogni primavera un mare di acqua dolce, confinato dalle strade ponderali che uniscono una miriade di case sparse, bianche con le tegole rosse, come un intrico di ragnatela. Poi, per chilometri solo cielo, prati, argini e sagome di aironi, fermi come soprammobili in attesa di una buona rana. Si può seguire il profilo del Monte Rosa, costeggiando campi e rogge tra Sesia, Agogna e Ticino, o percorrendo acciottolati erbosi ombreggiati dai filari dei pioppi e delle vigne da cui nascono saporosi vini, in una prospettiva che si perde tra il ritmo perfetto di luci e ombre. Ci si può addentrare tra gli argini che trattengono l’acqua o in mezzo ai campi di granturco, dove le spighe piegano il collo sotto il peso dei loro chicchi, mentre antichi castelli degli Sforza, che qui coltivavano il riso e il gelso per il baco da seta, si fanno notare sui colli, incuranti degli acciacchi del tempo e del degrado per l’abbandono. Silenziosi percorsi rurali seguono antichi tracciati ove, nei vecchi casolari, oggi dimenticati dal mondo e talvolta rimasti senza tetto, viandanti e pellegrini cercavano ristoro, fermandosi a pregare in piccole cappelle, esternamente modeste, ma vestite, nelle loro pareti interne, di affreschi dai colori brillanti che raccontano in modo semplice le storie sacre, poiché l’immagine era la scrittura degli analfabeti, secondo quanto predicava San Gregorio Magno ai tempi dell’Alto Medioevo. Popoli di origine celtica hanno abitato questo territorio, cuore di un antico mondo contadino, perduto ma non del tutto, che sopravvive grazie al lavoro di tutti coloro che, con l’aiuto di macchinari nuovi, ma con l’orgoglio e la passione di un tempo, lavorano i prodotti della tradizione ai giorni nostri, ma che sanno di buono come allora, diventando testimoni di una civiltà che rischia di perdere i segni della sua storia ma non la sua anima. STORIE DI PROVINCIA IN UN NOVARESE INSOLITO Una camera da letto nuova Agli inizi del Novecento dalla stazione di Cureggio partivano le cipolle bionde nelle casse e nei sacchi di cotone, rigorosamente timbrati con il marchio della stazione del paese, simbolo di garanzia, per arrivare sulle tavole della buona borghesia che si poteva permettere un ortaggio più caro ma certamente più buono. I produttori di oggi riportano ancora le parole della signora Gilda, abitante negli anni Venti della Cascina Enea di Cureggio, la quale raccontava con orgoglio di quando si era comprata “una camera da letto nuova” coi proventi delle vendite delle sue cipolle. Oggi la stazione di Cureggio è vuota e abbandonata e i treni sono stati sostituiti da un servizio di pullman. Anche la coltivazione della cipolla era andata scomparendo con l’abbandono dei campi e il diffondersi delle industrie, rimanendo solo negli orti degli anziani. Nel 2013 però, una studentessa americana, laureanda all’università di Slowfood a Pollenzo, la scelse come tema della sua tesi di laurea, ottenendo un inatteso riscontro mediatico, grazie al quale ritornò in auge la cipolla bionda di Cureggio e Fontaneto – unici due paesi dove è consentito coltivarla – diventando il primo Presidio Slowfood della provincia di Novara, con ventisei piccoli produttori ufficiali e un limite di produzione stabilito. Ticino pane e vino In quel di Oleggio si dice così, anche se il paese mantiene il primato nel territorio italiano in quanto a produttori di miele e certo non vuole mollare il titolo, incentivando la produzione locale attraverso la piantumazione di fiori e alberi melliferi. Ma gli oleggesi non possono rinnegare che i loro avi si fregavano le mani facendo affari d’oro non certo grazie all’operato delle api. Il paese, infatti, sorto sulle sponde del Ticino, gode di una posizione strategica ed era un punto di passaggio obbligato già in epoca medievale, quando transitavano i blocchi di marmo di Candoglia diretti alla fabbrica del Duomo di Milano, poiché proprio dal ponte di ferro di Oleggio inizia il naviglio grande che giunge fino al capoluogo lombardo. A Oleggio a quei tempi si pagava il dazio e ciò grazie a una Permissione Viscontea datata 1447, di cui resta la pergamena, nella quale i Visconti di Milano concedevano agli oleggesi anche il permesso di ridar vita al tradizionale mercato del lunedì e a quello del bestiame, il più fervido del Piemonte fino agli Anni Novanta. Oleggio, infatti, era terra ricca e non a caso la
Là dove tornano le cicogne

FRANCIA, ALSAZIA Filari di vigneti a perdita d’occhio che seguono dolcemente le curve delle colline, castelli arroccati con torri in vedetta su incantevoli villaggi dove tutto sembra uscito da un libro di favole, e coppie di cicogne con le piume al vento su enormi nidi in cima a campanili di un antico Medioevo. Toglie il fiato la vista dell’immensa cattedrale. Il sole picchia sulla pietra arenaria dei Vosgi che colora di rosso l’imponente facciata di Notre Dame. Figure scolpite affondano le radici in storie di fede e mitologia, e un cane seduto su uno dei contrafforti fa la guardia da più di mille anni sulla piazza principale di Strasburgo. Mentre osservo i riflessi sugli spicchi dei vetri piombati che compongono il rosone al di sopra del portale di ingresso, vengo incuriosita dalla voce di un anziano cantastorie che racconta, con quell’affascinante cadenza francese, un’antica leggenda alsaziana. “I bambini arrivano con le cicogne…Trasportati in un fagotto nel becco. Questi grandi uccelli depositano i neonati nelle culle attraverso i camini, prendendo sui davanzali delle finestre gli zuccherini lasciati per loro dai futuri genitori …” Questa nota leggenda si basa, in realtà, su un piccolo equivoco. Infatti, in passato, quando in Alsazia nasceva un bambino, si accendeva il camino per più ore durante la giornata, e gli eleganti volatili, che in primavera tornavano in Europa dai paesi africani, approfittavano del tepore in uscita dal comignolo per fare il nido. Non erano quindi le cicogne a portare i bambini, ma al contrario erano questi ad attirarle con il calore che regnava nella loro casa. Gli alsaziani hanno sempre considerato la cicogna portatrice di fortuna; l’hanno scelta come simbolo della loro regione: ovunque i prodotti caratteristici, in particolare le ceramiche, i pizzi, le tovaglie, le stoffe e i peluche che ritraggono questi grandi uccelli. TERRA DI CONFINE E DI DIVERSITÀ Incantevoli paesaggi e rilassanti vedute, coloratissimi borghi di case a graticcio, ma anche raffinate cittadine con eleganti palazzi art nouveau e preziosi angoli di cultura dove sono custodite veri e propri tesori dell’arte attraggono visitatori con interessi molto diversi in questa terra ai confini tra la Svizzera e la Germania della Foresta Nera, lungamente contesa nei secoli e ufficialmente francese solo con il trattato di Versailles (1919). LA ROUTE DES VINS Decidiamo di percorrere questo incantevole angolo francese attraverso la Strada dei vini: la più antica via alsaziana che collega Strasburgo a Colmar, i due capoluoghi della regione, attraverso suggestivi paesi di poche anime e tante casette colorate, tra chilometri di nobili vitigniche si perdono in dolci orizzonti, mentre il fascino della luce in certe ore della giornata fa quasi brillare quei grappoli d’uva da cui si producono vini pregiati. Qualche ciclista si inoltra nelle vie sterrate che si inerpicano tra i vigneti, vere e proprie piste ciclabili che congiungono le varie località, dove gli unici incontri sono gli agricoltori al lavoro sui loro trattori e grandi crocifissi di legno, messi in segno di devozione ai lati dei filari e forse in auspicio di un buon raccolto. Ovunque cantine vinicole accolgono i visitatori per la degustazione e la vendita dei vini tipici. Nuvole di fiori compaiono all’ingresso di ogni borgo: i villaggi fioriti, come è scritto sui cartelli stradali, anch’essi, sommersi, assieme a lampioni e guardrail, da una stupefacente abbondanza floreale. STRASBURGO, MODERNITÀ E TRADIZIONE “A Strasburgo l’occhio non si annoia mai”, ripete la guida che ci fa da cicerone durante la navigazione sul Batorama, una sorta di chiatta piena di turisti che si aggira nei canali della città, attraversando antiche chiuse che ne compensano i vari dislivelli. Raggiungiamo la Petite France, il pittoresco quartiere un tempo sede dei conciatori di pelli con le caratteristiche case a graticcio, gli antichi mulini e i Ponts Couverts (ponti coperti), dominati da quattro torri del sec. XIII e originariamente dotati di coperture, continuando lungo sponde su cui eleganti palazzi, dimore di personaggi influenti, ci rimandano ad antichi splendori, ma anche alla storia non poco travagliata di questa regione, ambita e colonizzata più volte nei secoli. Accanto a questa atmosfera legata alla tradizione, la città ci rivela il suo aspetto cosmopolita nel modernissimo quartiere sede del Parlamento Europeo, del Consiglio d’Europa e della Corte Europea dei Diritti dell’uomo, organizzazioni che ospita in strutture futuristiche di vetro. Continuiamo a piedi sulla Grande Ile, l’isola che delimita il cuore della città antica, circoscritta dal fiume Ill, e dichiarata patrimonio mondiale dell’Unesco, formata da un reticolo di piccole strade (il nome Strasburgo infatti significa “incrocio di vie”) e romantici canali su cui si affacciano le pittoresche case coi tetti a spiovente e dalla caratteristica architettura à colombages, le tipiche pareti a graticcio, con il telaio in legno a vista. In passato queste abitazioni avevano le boutiques al piano terra e venivano dipinte seguendo il tipo di negozio che ospitavano, così da poter essere facilmente distinte. LA CATTEDRALE DI NOTRE DAME: “PRODIGIO DI GRANDEZZA E LEGGIADRIA” Non aveva esagerato Victor Ugo definendola così. Questo gioiello di pizzi di pietra che culminano a 142 metri di altezza, ha mantenuto, infatti, il primato di edificio più elevato della cristianità fino al secolo XIX. Alla sua sommità, raggiungibile attraverso una stretta scala a chiocciola, una terrazza panoramica, con al centro un’enorme rosa dei venti che indica la posizione dei monti Vosgi, offre uno straordinario skyline della città. Le case appaiono piccole e in file ordinate, come in un grande gioco del Monopoli. Accanto a quel reticolo di tetti nordici, la cattedrale si mostra dall’alto in tutta la sua imponenza, alleggerita dallo slancio degli archi che ne reggono la severa architettura, impreziosita dalle strane figure scolpite che la adornano, curiose sentinelle nascoste da secoli. SI DICE CHE: – porti fortuna mettere una monetina sulla corona di un re a cavallo raffigurato in una statua visibile scendendo le scale (ma attenzione a non sporgersi troppo!); – la Madonna, alla quale è dedicata la cattedrale, abbia fatto un patto coi fulmini, perché l’altissima guglia non è mai stata danneggiata da una saetta; – il diavolo sia imprigionato in
Purtroppo, fortunatamente

ABRUZZO, PARCO NAZIONALE DELLA MAIELLA La prima colonna d’Ercole trovata dagli antichi Greci arrivati per mare da sud. Inospitale, impervia, talvolta inaccessibile, eppure abitata da sempre. Luogo della fatica e dello spirito, la Montagna Madre degli abruzzesi restituisce, compensa con la ricchezza della sua natura, attrae con la sua sacralità e crea con l’uomo un rapporto di osmosi, raccontato nelle semplici poesie di un pastore di Decontra, che in quella dura terra ha vissuto, sognato e gioito “di una cosa così meravigliosa”. Storie dalla Maiella La strada per Decontra sale placida, stretta e tortuosa, sul ciglio della Valle dell’Orfento, contorta come i fusti dei pini mughi che ricamano le alte quote del Blockhaus. I botanici li chiamano “krummholz”, legno contorto. Questi origami vegetali forgiati dal vento, dalla neve e dal gelo, che sembrano ricordare il “legno storto” a cui Kant assimilava l’umanità, contesa e alla ricerca di un delicato equilibrio tra il bene e il male, sono testimoni di quel tenace spirito di adattamento che, secondo lo scrittore di Pescina, Ignazio Silone, avrebbe determinato il carattere e deciso il destino delle persone in questa fascia dell’Appennino centrale, nel cuore dell’Abruzzo dei Parchi. Qui abita l’orso, il lupo, il cervo, il camoscio, il capriolo e l’uomo già dai tempi del Paleolitico, trasformando a sua volta il territorio in un paesaggio agropastorale che si confonde con quello della natura, ma di cui la natura si sta riappropriando, a seguito dell’esodo degli abitanti dalla montagna. Morre di pecore avanzano silenziose verso gli stazzi, sui versanti assolati della piana di San Nicolao, sotto la guida serena e abituale di Malic, il loro pastore, e di qualche cane bianco assonnato, suonando con le loro campane rugginose l’epopea non scritta di ciò che per lunghissimi anni è stata la colonna portante della sussistenza di quelle genti: la piccola pastorizia. Terrazzamenti, capanne e muri in pietra a secco, frutto di faticose bonifiche e spietramenti, rimangono i segni di una civiltà contadina e pastorale che sembra essere finita. Eppure esistono ancora luoghi immobili, dove qualcosa di antico e genuino è silenziosamente sopravvissuto. Come nel borgo di Decontra. MARISA, NONNO PAOLINO E IL CANE VIAGGIATORE “Questa la devi assaggiare, è una croccantella di pane di solina, facilissima da preparare: erbette, un pizzico di curcuma e dei pomodorini; il piano b per fare un buon aperitivo!”. Marisa, sembra di conoscerla da sempre. Il suo sorriso, il suo calore e la sua energia fanno sentire a casa chiunque entri nell’Agriturismo Pietrantica che gestisce col marito Camillo. A suo dire, però, non è un posto per tutti. “Una volta è arrivato un signore con la tv portatile per vedere la partita, ma qui non c’è l’antenna! Un’altra, vedo scendere dalla macchina una ragazza con i pantaloni stretti e i tacchi a spillo: “Siamo in una landa desolata!”, diceva al marito. Ma chi me li ha mandati questi? Tocca fare le dieci spigolature (suggerimenti)! Così una sera, dopo un bicchiere di vino, abbiamo scritto i dieci buoni motivi per NON andare da Marisa!”. Intanto, tra una risata e l’altra, assaggio la prima croccantella, ancora calda. “La solina è un grano antico che cresce fino a 1500 metri nei terreni aridi e ghiaiosi della Majella; non vuole coltivarla più nessuno, perché ha una resa bassissima, ma ha un sacco di proprietà ed è diventato presidio slow food. I terreni qui a Decontra sono piccoli e impervi e la seminiamo a spaglio, lanciando i semi con un gesto che ci ha insegnato Nonno Paolino, il papà di Camillo”. Per un attimo il sorriso di Marisa si smorza. “Mi sembra di vederlo seduto qui o sotto quell’albero. Da quando ci ha lasciati mi manca tantissimo e mi devo ancora abituare. Lui non era mai arrabbiato e io, invece, ero spesso nervosa e, quando cercava di rasserenarmi, iniziava la frase sempre così: “Purtroppo, fortunatamente…”. Era il suo modo per farmi capire di stare tranquilla e andare avanti, nonostante tutto, perché, in fondo, eravamo fortunati per tante cose”. Nonno Paolino aveva una serenità che dipendeva dal suo stato mentale, dall’arte del fare, del fare con le sue mani e dalla capacità di sentirsi in un posto soltanto e di esserci completamente. “Se fai il pane” diceva “fai solo il pane, non pensare ad altro!”. Il contrario della nostra quotidianità, dove tutti corrono e vogliono essere sempre da qualche altra parte. “Tieni questo libro”, mi dice “ parla di Nonno Paolino e raccoglie le sue poesie” (I miei sogni sono stati tutti sulla Majella. Paolo Sanelli. Edizioni Menabò). Marisa mi spiega che tanti anni fa la montagna era vista come una grossa sofferenza ed è odiata dagli anziani del paese, perché vi hanno passato la gioventù, quindi l’età più bella, trasportando la legna con l’asino e svolgendo lavori pesanti. Nonno Paolino, invece, raccontava la sua vita come una susseguirsi di sorprese che lui chiamava “gioielli” e che arrivavano a ogni stagione: le rondini che tornavano nei vecchi nidi all’interno della sua casa, i canti degli asini, il richiamo delle quaglie, le aquile che volavano basse sulle sue greggi. L’alba che gli diceva di alzarsi per mungere le mucche. Il tramonto che arrivava per potersi riposare. “Un’estate sono venuti da noi degli amici” riprende Marisa, “e lui ha voluto portarli a dormire in montagna. Quindi li abbiamo ospitati, o meglio, li abbiamo ospitati a dormire in montagna, sotto le stelle. E, una volta tornati, hanno detto ai loro genitori che era stata l’esperienza più bella della loro vita. Nonno Paolino diceva che quando dormi in montagna, nel silenzio, apri gli occhi e vedi le stelle, è una cosa meravigliosa. Aveva vissuto tre mesi in Inghilterra per lavorare, ma lì, a suo dire, pioveva tutti i giorni e si mangiava malissimo. Così era tornato a Decontra, con il suo gregge di pecore. E, proprio dall’Inghilterra, dopo che uscì il libro su di lui, arrivò un giornalista che lo voleva intervistare, ma Nonno Paolino non parlava inglese e il giornalista non capiva l’italiano. “Vedi”, mi disse il nonno, “gli animali tra
L’ultimo accampamento del nomade

LAZIO, TIVOLI E VALLE DELL’ANIENE Gli imperatori la scelsero per le ville dell’otium, in cui ritrovare la pace dell’anima. Fu la culla delle prime comunità monastiche, dei primi giardini all’italiana, meta del famoso “Grand Tour”. Gli artisti si rifugiavano a dipingere nei suoi borghi di cresta e uno di loro fece tremare il mondo dell’arte. C’era chi abbandonava la valle per cercare fortuna a Montmartre, diventando protagonista di opere oggi nei più importanti musei del mondo. La città di Ercole, che con la sua centrale elettrica ha illuminato Roma, fu l’ultimo approdo di un uomo che aveva girato per tutto il suo impero. Vi costruì il suo sogno. Fatto di pietra. I suoi anni più belli erano trascorsi in viaggio, negli accampamenti o agli avamposti, e quella villa che aveva fatto costruire ai piedi delle colline di Tivoli era“l’ultimo accampamento del nomade, l’equivalente, in marmo, delle tende da campo e dei padiglioni dei principi asiatici […] Ogni pietra rappresentava il singolare conglomerato d’una volontà, d’una memoria, a volte di una sfida. Ogni edificio sorgeva sulla pianta di un sogno”. È Marguerite Yourcenar a dar voce a uno straordinario imperatore nel suo capolavoro Memorie di Adriano, la“meditazione scritta di un uomo malato che dà udienza ai ricordi” unita al cesello della ricostruzione storica per scoprire il velo del tempo,“il segreto delle sorgenti sotto le pietre”. Adriano era un uomo schivo, ma aveva viaggiato per tutto il suo impero“cercando la libertà più che la potenza”. Aveva portato la pace fino ai confini del regno e riprodotto, nella sua dimora di Tivoli, le architetture che i suoi occhi avevano visto nel mondo. E i colori: “il diaspro, verde come i fondi marini, il porfido poroso come le carni, il basalto, l’ossidiana opaca”. Riflessi d’acqua, forme curve e cupole autoportanti – da lui stesso inventate come quella del Pantheon – che comunicavano col cielo attraverso un largo foro, creavano un effetto illusionistico a Villa Adriana e davano vita al suo sogno fatto di pietra, in cui esprimeva la sua essenza, la sua universalità e la sua politica. Secondo lo storico Grenier, il canopo, una sala banchetti creata intorno a uno specchio d’acqua, raffigurerebbe il mondo pacificato da Adriano: la parte dell’euripo, cioè il canale, sarebbe per Grenier il simbolo del Mediterraneo, le cariatidi testimoni del mondo occidentale e le amazzoni di quello orientale; Mercurio il messaggero della pace, accanto a Marte con lo scudo abbassato. Certamente il canopo rappresentava il canale di Alessandria d’Egitto in cui era affogato Antino. Si erano conosciuti in viaggio. Adriano aveva 46 anni e Antino 14: era greco, bellissimo e l’imperatore se ne innamorò follemente. Fu per lui un compagno di anni favolosi ma, come scrive Adriano con la penna di Marguerite Yourcenar, “Qualsiasi felicità è un capolavoro” che facilmente si deturpa. La sua era svanita con la morte di Antino, annegato misteriosamente nel Nilo, forse immolatosi per salvare il suo amato imperatore, che amministrava culti misterici legati alla rinascita per combattere la paura di morire, abbandonandosi al “al mondo oscuro delle sensazioni, quella nera notte dove folgorano e turbinano soli accecanti”. Il degrado avanzava a causa dei calcoli renali di cui soffriva: la cosiddetta “malattia della pietra”, proprio la materia che aveva dato forma ai suoi sogni rendendoli immortali. Una nave, giunta da Alessandria d’Egitto, aveva scaricato obelischi e sfingi per la tomba del giovane a Villa Adriana. “Ha obbedito all’ordine del cielo” era inciso su di essa. In occasione dell’anniversario della morte, il sole entrava attraverso gli oculi dei corpi laterali, illuminando la statua di Antino: un orientamento studiato dallo stesso Adriano. L’imperatore osservava l’emisfero celeste nell’intimità del suo appartamento, il “Teatro marittimo”, al centro di una piscina anulare. Il filosofo Cabria gli aveva indicato una stella, nella costellazione dell’Aquila, che dopo la morte di Antino aveva iniziato brillare come una gemma. Fu chiamata la stella di Antino, fino a pochi secoli fa. “Ogni notte, mi esaurivo a seguirne il corso; ho scorto strane figure in quella parte del cielo. Mi ritennero folle. Ma non m’importava. […] Sono stato padrone assoluto una volta sola, e di un solo essere […] Nel momento in cui io scrivo, io so esattamente quali stelle passano qui, a Tivoli, sopra questo soffitto ornato di stucchi e di pitture preziose, e altrove, laggiù, su un sepolcro”. Il giardino delle meraviglie “Costruirò un giardino sontuoso come quello degli imperatori”. L’architetto Pirro Ligorio mantenne la promessa fatta al cardinale Ippolito II d’Este, figlio di Alfonso I e Lucrezia Borgia, passato alla storia come “il papa mancato”, dopo cinque conclavi falliti. Un convento fu trasformato in palazzo, una valle fu sbancata per adagiarvi terrazze degradanti e fontane a caduta in cui l’acqua fu portata con un acquedotto costruito ad hoc. Liborio recuperò le statue nelle antiche domus tiburtine e a Villa Adriana, da cui rubò anche qualche idea del geniale imperatore, riproponendola dopo un restyling adatto all’epoca. Giochi d’acqua, riflessi e fontane, criptoportici per passeggiare al fresco e interni decorati dai più grandi nomi del manierismo romano rendevano Villa D’Este una delle più belle dimore del Rinascimento ma, durante i lavori in corso, il cardinale morì. Ironia della sorte, era pieno di debiti e la villa, non ancora finita, fu spogliata per sanare i guai, dopo aver redatto un meticoloso inventario che ce la descrive nei suoi splendori. La città che ha illuminato Roma Sono passati oltre 130 anni da quel primato mondiale: l’accensione della prima lampadina grazie alla corrente elettrica alternata lanciata a distanza. Fino ad allora, l’energia elettrica continua, prodotta con il carbone, poteva essere inviata solo in un raggio di poche centinaia di metri. Sul podio è Tivoli con la centrale dell’Acquoria, che il 4 luglio 1892 ha illuminato Roma, sua storica nemica, sorta 450 anni dopo rispetto all’antica Tibur, le cui origini risalgono al 1215 a.C. L’acqua è da sempre la sua ricchezza grazie al fiume Aniene, artefice dell’omonima valle, detta “degli imperatori”, poiché la scelsero come luogo ideale per le loro ville dell’otium, dove ritrovare la pace dell’anima, e
Se il Danubio potesse parlare

UNGHERIA, BUDAPEST Aristocratica e anticonformista, vibrante e malinconica, fiera del suo fascino moderno e delle origini magiare, divisa e unita da quel fiume che riflette una città in perenne rinascita. Cinque strati di pan di Spagna, cinque di cioccolato e crema e un cappello di glassa caramellata in un’unica deliziosa fetta della tipica Dobos-torta servita, come nel 1884, sui tavolini della famosa pasticceria Gerbeaud, in Vörösmarty tér, la piazza principale di Pest: ecco come iniziare al meglio la visita della città! Qui si respira ancora l’atmosfera della Belle Époque, quando le sale dei caffè erano i punti d’incontro preferiti di aristocratici, artisti e scrittori. Ferenc Molnár, l’autore del romanzo I ragazzi della via Pál, una strada dell’ottavo distretto, pare avesse addirittura gettato nel Danubio le chiavi del leggendario New York Kàvéhaz, affinché non chiudesse mai. Oggi è il più raffinato caffè di Budapest, non proprio alla portata di tutti, ma agli inizi del Novecento, benché fosse considerato il caffè più bello del mondo, distribuiva gratuitamente fogli di carta e inchiostro agli intellettuali più poveri e offriva un piatto scontato per gli scrittori locali, che al Magvető Café, di proprietà di una casa editrice, possono ancora ottenere un prezzo di favore in cambio di una poesia o di un brano in prosa. La pasticceria Ruszwurm, sulla collina del castello, era invece la preferita dell’imperatrice Sissi, incoronata regina d’Ungheria nel 1867. Nonostante fosse ossessionata dalla forma fisica, usciva in incognita dal palazzo reale per concedersi un dolce, che poi smaltiva in lunghe camminate, delle quali tanto si lamentavano le sue damigelle che, sfinite, erano costrette a tornare in carrozza. Il marito Francesco Giuseppe non aveva badato a spese nel trasformare il castello di Buda in una residenza degna degli Asburgo in vista dei soggiorni ungheresi, ma arredi e opere d’arte furono saccheggiati durante la Seconda Guerra Mondiale e bruciati dai soldati stanziati nelle sale per riscaldarsi durante l’inverno. Se il Danubio potesse parlare racconterebbe i grandi fasti di cui non rimane nulla, ma anche un passato non facile: la città fu invasa dalle legioni romane, dalle orde mongole, assediata dai turchi, dalle truppe naziste e dai carri armati sovietici. Hitler decantava il panorama di Budapest come il più bello del mondo e poi la bombardava. Non sapeva, forse, che un antico proverbio magiaro rammenta che gli ungheresi cadono sempre in piedi, anche quando si trovano “sotto il culo di una rana in fondo a una miniera di carbone”, come racconta Tibor Fischer nel suo romanzo. (Sotto il culo della rana. 1992. Mondadori). Due città o una? Lo chiedo a József, venditore di salumi al Mercato Centrale di Pest: una struttura di ferro e ghisa su tre piani coperta da un tetto di maioliche colorate, aperta nel 1897, epoca in cui vi attraccavano le barche per scaricare il pesce pescato nel Danubio. Budapest è capitale solo da 150 anni. Pest, città commerciale, e Buda, sede reale delle diverse dominazioni, sono ufficialmente unite solo dal 1873, ma le differenze tra le due si possono ancora avvertire, soprattutto a dire dei cittadini. “Gli abitanti di Buda sono vecchi e noiosi!”, mi dice József, mentre incarta un salame Pick. “Questo è un prodotto tipico magiaro!” continua, cambiando discorso. “È il migliore souvenir dell’Ungheria. Altro che le porcellane Herend!”. Da quel salame insaporito con la paprika arriva in effetti un profumo davvero invitante e forse József non è tipo da servizi di piatti decorati con oro zecchino, ma nulla si può togliere alla manifattura ungherese Herend, che apparecchia le tavole delle corti di mezza Europa dal 1827! “Dicono che Pest sia grigia e rumorosa” riprende, riferendosi ai residenti di Buda che vantano le loro verdi colline, “però per lavorare e divertirsi vengono da noi!”. Sulla sponda orientale del Danubio e in particolare nel quartiere ebraico pullulano infatti locali di ogni genere, molti dei quali sono nascosti in ex-fabbricati industriali abbandonati, trasformati in ristoranti di tendenza e locali alternativi, sbrecciati da graffiti e murales d’artista: i “ruin pub”, vero marchio di fabbrica della vita notturna della capitale. Pest, sviluppatasi durante la Belle Époque, conserva splendidi edifici neoclassici e in stile secessionista, un mix unico tra art nouveau e arte magiara, divisi da grandi boulevard disposti a raggiera, come l’arteria principale Andrássy út che fa da sfondo a Piazza degli Eroi. Fu proprio in quella piazza che, nel 1896, furono aperte le celebrazioni per il Millennio dalla fondazione dell’Ungheria e, per l’occasione, fu costruita in soli 18 mesi la Linea 1 (Földalatti), la prima metropolitana dell’Europa continentale, tutt’ora in funzione. Cuore pulsante è la via pedonale Váci utca, famosa fin dal Settecento per i negozi alla moda, mentre sul suo skyline spiccano la cupola del Parlamento, quella della Basilica di Santo Stefano e i minareti della Grande Sinagoga (1859), l’edificio di culto ebraico più grande d’Europa, secondo al mondo dopo quello di New York. A Budapest vive un quarto della popolazione dell’Ungheria e, benché la media degli stipendi non permetta una vita agiata, gli abitanti rimangono fieri delle loro terra e della loro capitale, città natale di Harry Houdini (1874 – 1926), il più grande mago illusionista di tutti i tempi, di László Bíró, inventore della penna a sfera (1938), e del designer-architetto Erno Rubik, che creò il cubo rompicapo più venduto al mondo (1974). 96 e non più di 96! Nulla a che vedere con la profezia di un’apocalisse. A Budapest una legge parla chiaro. Nessun edificio può essere più alto dei simboli del potere politico e religioso della città: la cupola del Parlamento e quella della Basilica di Santo Stefano, alte 96 metri per commemorare l’anno in cui la tribù dei Magiari partì dagli Urali per stabilirsi in Pannonia, sotto la guida del principe Árpád. Appartiene alla sua dinastia Stefano, fondatore dell’Ungheria e primo re cristiano, canonizzato dopo la sua morte, il cui pugno mummificato è custodito nella basilica che porta il suo nome. Dalla sommità della cupola, crollata durante una tempesta prima dell’inaugurazione dell’edificio (1905), si gode una bellissima vista sulla città e sul Parlamento.
Nobili segni

CAMMINI POPOLARI E PALAZZI DI POTERE NELLE TERRE DEI GONZAGA La dinastia del sole raggiante, immortalata in una camera eterna, trasforma i suoi palazzi in labirinti dorati. Il Rinascimento è musa. Mecenati, uomini di spada e di regno si contendono il dominio nelle terre dei Gonzaga. Ma oltre l’orizzonte delle campagne, chiostri silenti incastonano in verdi geometrie il paradiso giardino, dove operosi monaci ricreano nella pace la perfezione dell’Eden, placando l’arsura dello spirito. “Esiste una stella che appare una volta ogni settant’anni e rende confusa la volta celeste, inducendo in errore i capitani delle navi”. Un antico testo ebraico descrive così la cometa di Halley, la più brillante tra quelle periodiche del disco diffuso. Meglio che sotto un ducale baldacchino di raso: Vespasiano Gonzaga Colonna nacque all’alba del 6 dicembre 1531, anno in cui quella stella irradiò il firmamento con la sua luce folgorante. E proprio attraverso la luce quella data sarebbe rimasta impressa, sopravvivendo alla fine della sua dinastia: la casata dei Gonzaga, al centro della storia e della cultura italiana ed europea per quasi quattro secoli. Vespasiano faceva parte di un ramo cadetto che si spartiva le terre tra Po e Oglio. Di sangue però era anche un Colonna e nelle sue vene scorreva il mito della “città eterna”. In giro tra le corti d’Europa dall’età di 14 anni, per dare vita alla sua città ideale scelse un piccolo borgo, dove il nonno aveva fatto edificare un castello, demolito nel 1789: Sabbioneta (da sabbia neta, pulita dalle inondazioni). In 35 anni la trasformò nella “Novella Roma”, oggi Patrimonio Mondiale, assieme a Mantova. La città ideale Un impianto all’antica fu creato con la cinta poligonale, dei bastioni pentagonali agli angoli e due porte monumentali per l’accesso. Al suo interno si dislocavano i palazzi legati alla vita di corte e alle funzioni del potere: Palazzo Ducale (sede di rappresentanza, residenza e amministrazione), il castello (fortificazione), Palazzo Giardino (luogo di svago e delizie), con l’adiacente Galleria degli Antichi, il Teatro e otto edifici religiosi (di cui quattro ancora esistenti). Una città orientata al suo giorno di nascita: all’alba del 6 dicembre 1531, la distanza tra i punti cardinali e i due assi – cardo e decumano – corrisponde alla distanza tra il sole e l’orizzonte. Ogni anno, il 16 dicembre (per uno scarto di dieci giorni tra il calendario gregoriano e giuliano), tra le 8 e le 8:20, la luce invade la Galleria degli Antenati, al centro di Palazzo Ducale, percorrendo la volta affrescata e illuminando Apollo, raffigurato sul carro del sole con un cartiglio in mano che reca la scritta: “Più veloce della fama riempirò gli antipodi”. Gli amori e gli onori “La città ideale non fu che la sintesi della sua esistenza. Egli infatti nei 59 anni della sua vita diede ben altro di sé: generale, architetto, diplomatico, mecenate, collezionista, non perdette mai la fiducia di re Filippo II di Spagna […] Benché signore di un territorio limitato, ottenne in Europa elevati incarichi, tanto da figurare tra i 50 cavalieri del Toson d’Oro, l’ordine cui il Re Cattolico ascriveva i più distinti signori dei suoi immensi domini”. La penna è di Luca Sarzi Amadè, nel suo libro Il duca di Sabbioneta. Guerre e amori di un europeo errante. Uomo al confine tra realtà e leggenda (su di lui pende il sospetto di avere fatto eliminare la prima consorte per adulterio), ebbe tre mogli di sangue blu, ma solo la seconda gli diede dei figli. Quindicenne, partorì due volte in uno stesso anno: prima due gemelle, di cui sopravvisse solo Isabella, unica erede di Vespasiano, e un figlio che morì adolescente. La donna, di salute già cagionevole, si spense poco dopo, a causa di quei parti ravvicinati. Il signore di Sabbioneta cercò quindi l’erede maschio con la terza moglie, ma era ormai sterile. Affetto da sifilide dall’età di 19 anni, dovette sottoporsi a un intervento di trapanazione al cranio per alleviare le emicranie che lo perseguitavano; un’operazione eseguita dal suo cerusico barbiere e che gli consentì di vivere altri 13 anni. Nei suoi sonetti decantava una “dama bionda”, ma il suo cuore batteva per un gioiello di 27 grammi di oro zecchino, ricevuto da Filippo II: il Toson d’Oro, un collare con un pendente che raffigurava una pelle di ariete appesa. La massima onorificenza dell’epoca, conferita a chi si era distinto nella fedeltà al servizio della Corona. La Galleria degli Antichi Un viaggio mentale nell’antichità sotto un soffitto celeste: passeggiando nel “Corridor Grande” il duca immaginava di essere tra i personaggi dell’antica Roma. 27 arcate, che riprendono la struttura degli acquedotti romani, sorreggono una galleria all’italiana, nata come luogo di magnificenza (differente dalle gallerie alla francese, ideate per collegare gli edifici). Terza in Italia per lunghezza, dopo la Galleria delle Carte Geografiche in Vaticano e quella degli Uffizi a Firenze, nei suoi 97 metri racchiudeva una delle collezioni più ricche d’Europa. Sotto la dominazione austriaca, la galleria fu smantellata persino nei suoi infissi, rimanendone priva fino al 1950, fatto che causò lo sbiadimento del soffitto. Le opere d’arte furono trasferite a Mantova. Oggi i marmi sono esposti nella Galleria della Mostra in Palazzo Ducale e in Palazzo San Sebastiano – Museo MACA. La sinagoga Una volta a vela prende slancio dalle colonne neoclassiche, raffigurando una tenda gonfiata dal vento nel deserto, all’interno della sinagoga di Sabbioneta, edificata nel 1824. La comunità ebraica, presente in città dal 1473 per 500 anni, costituì una potente borghesia, arricchitasi grazie al clima di tolleranza di Vespasiano, che aveva impedito la loro segregazione in un ghetto, integrandoli alla popolazione. Un favore in qualche modo restituito: la Chiesa della Beata Vergine dell’Incoronata, sconsacrata dal 1810 durante la conquista napoleonica, fu riscattata da un proprietario terriero ebreo che la donò alle autorità ecclesiastiche, come testimonia una lapide sotto il porticato d’ingresso della basilica. Il Teatro all’Antica Al centro della loggia, sotto un finto cielo, che dava l’impressione di essere all’aperto come nei teatri di epoca classica, Vespasiano sedeva come “nuovo imperatore” tra i Cesari dipinti. Commissionato