Un sole onnipotente di fine estate infuoca la groppa del Medio Atlante e la sua roccia nuda, esposta. Una palette di dorsi montani, plateaux mesozoici e dolci colline si sussegue tra i tornanti, dando vita a un paesaggio ancestrale. Un enigma di rocce e vertigini.
Lì i colori hanno la tempra del ferro, dalle tonalità più intense a quelle pallide, dimesse, che evaporano nei bagliori dell’orizzonte, ammantate dal blu nelle varie sfumature di devozione.
Dorsali calcaree si impennano pettinando l’aria, per poi ricadere a strapiombo, negli squarci dei canyon dove, tra veli di ombre d’ebano, migrano rivoli di fiumi ambrati.
Wadi, come si dice in arabo: quelle anguste e profonde voragini in cui la yucca si annida, in nicchie e fenditure, coprendo le cicatrici della Terra con giardini in miniatura.
Marocco off road – Fly & drive – AF TRAVEL FIRENZE e SAHARA DESERT TRAVEL
Ci mettiamo alla guida dei fuoristrada. Tra colori e sguardi nomadi. Tra montagne, città e deserti.
Attraverso le vastità.
“Certi luoghi vogliono dirci qualcosa […] o stanno per dire qualcosa”, scrive il poeta argentino Jorge Luis Borges.
Uno di questi luoghi è senza dubbio il Marocco.
Marrakech – Cascate di Ouzoud – Azilal – Bin El Ouidane – Imilchil
È una mattina senza nuvole, di piena luce.
La strada è costeggiata da secchi grembiuli di terra, dove piccoli palmeti e radi alberi di ulivi sono gli unici antidoti alla monotonia di un paesaggio color ocra, salmone, ruggine, terracotta, fino alle fulve pareti del Medio Atlante, che man mano si avvicinano.
Il Medio Atlante è la parte centrale della grande catena montuosa che attraversa il Marocco, superando i quattromila.
È la terra dei canyon, delle foreste di cedri e di cascate spettacolari, come quelle di Ouzoud, a 150 km da Marrakech.
Le cascate di Ouzoud, il cui nome significa ulivo in lingua berbera, sono le più alte del Marocco e precipitano nel canyon di Oued-el-Abid in tre salti, da oltre 100 metri di altezza. Si raggiungono percorrendo un sentiero tra gli uliveti, dove è immancabile la sosta a uno dei chioschi per dissetarsi con un delizioso succo di melograno.
Dopo una gita in barca sotto gli spruzzi delle cascate, ci rilassiamo sulla terrazza del ristorante, gustandoci una buonissima tajine con vista!
Nel parco non è raro incontrare gruppi di bertucce (Macacus sylvanus) che si arrampicano e si spulciano sui rami di alberi centenari.
La bertuccia è l’unico primate autoctono del Marocco, oggi considerata specie a rischio.
Nonostante sia chiamata anche “macaco”, è solo un lontano parente della famiglia di macachi che vive nel Sud Est asiatico.
CURIOSITÀ – Un gruppo di bertucce simili a quelle del Marocco si trova nel territorio inglese di Gibilterra, custodite da un vero e proprio “ufficiale addetto alle scimmie”. Una leggenda locale narra che il dominio inglese durerà fino a quando sulla rocca ci sarà una scimmia.
Oltrepassiamo la cittadina di Azilal – famosa per la produzione dei tappeti berberi – e le rive del lago Bin El Ouidane. Arriviamo a Imilchil all’ora del tramonto, quando gli ultimi raggi tingono di rosa un bucolico paesaggio montano.
Imilchil – Lac Tislit – Lac Isli – M’Semrir – Gorges du Dadès
Il paesino di Imilchil, nella provincia meridionale di Er Rachidia, è famoso per il suo Festival del matrimonio che si tiene a fine settembre.
Secondo la tradizione, il festival commemora la sfortunata vicenda di due innamorati, appartenenti a tribù diverse che ne proibirono il matrimonio. La leggenda narra che i due giovani piansero e si disperarono fino a lasciarsi morire e le loro lacrime formarono due laghi: Tislit che significa “di lei”, e Isli, “di lui”.
Raggiungiamo i due laghi, di un colore turchese accecante.
Lac Tislit
Lac Isli
Attraversiamo un paesaggio di ampi spazi e colline color pastello, sotto un cielo pulito dal vento.
Gli incontri e gli sguardi lungo la strada raccontano la fierezza dei popoli dell’Atlante e la loro vita semplice nei villaggi abbarbicati ai pendii delle montagne.
M’Semrir
La zona del Medio Atlante è la più piovosa del Marocco. L’abbondanza di acqua proveniente dai monti permette all’agricoltura di prosperare nella stagione estiva.
Sahara Challenge 2024
Sui tornanti del Medio Atlante, hanno sfrecciato davanti a noi alcuni equipaggi del Sahara Challenge 2024, tra cui i secondi sul podio dei vincitori assoluti: Tony Sutton (AU) e Andrew Lawson (AU) sulla Chevrolet Master Coupe 3500 cc, in gara con il numero 7. Il rally di 4500 km ad anello sulle strade del Marocco si è svolto dal 25 settembre al 5 ottobre 2024 e si concluso a Estepona, in Spagna (Equipaggi e classifiche nelle didascalie).
Gorges du Dadès
Ci inoltriamo attraverso le Gorges du Dadès, le gole scavate dall’omonimo fiume nell’arenaria e nel calcare. Le diverse sfumature che presentano gli strati rocciosi sono determinati dai minerali di cui sono composti.
Le gole sono formate da rocce sedimentarie depositate in ambiente marino a partire dal periodo Giurassico.
CURIOSITÀ – Il record di Barone
Il 5 Ottobre 2018 alle ore 10.30 del mattino (ora locale) il pilota Ferrari, Fabio Barone già detentore di due World Guinness Record, stabilisce il nuovo primato mondiale di velocità sul tracciato dei 7 km e 600 metri nella Valle del Dades in Marocco. Con il tempo di 4 minuti e 42 secondi, l’italiano entra per la terza volta nel World Guinness Record. Barone ha corso rappresentando ufficialmente l’Italia.
Gorges du Dadès – Todra Gorges – Tinjdad – Erfoud – Merzouga
La valle scavata dal fiume Dadès è chiamata anche valle delle kasbah, per le diverse cittadelle fortificate che si sono conservate e si incontrano lungo la strada.
Raggiungiamo le Gorges du Todra, nella zona orientale dell’Alto Atlante. Nella parte finale, le due pareti rocciose si avvicinano l’una all’altra fino a una distanza di 10 metri, con rocce a strapiombo che sfiorano i 160 metri di altezza.
Grazie alle robuste pareti rocciose, con molte superfici irregolari, le gole di Todra sono molto apprezzate dagli alpinisti. Più di 150 itinerari, classificati tra il grado + 5 e 8 sono stati realizzati nel canyon.
Le gole sono state utilizzate come location del reality show statunitense Expedition Impossible e, nel 2012, come scenografia per il video pubblicitario della Cadillac CTS.
Ed ecco che, in lontananza, compaiono le prime dune. Siamo nel deserto di Merzouga.
Ad accoglierci un caldo tramonto africano che sfuma in un orizzonte indaco.
Merzouga – le dune – il villaggio nomade – il villaggio abbandonato di Mfis – Merzouga
Trascorriamo la mattinata sulle dune di Merzouga, immersi nella luce del Sahara: un vasto oceano di sabbia, la terra degli estremi, dove la vita è plasmata dalle sfide e dall’ingegno delle sue popolazioni. .
Non lontano dalle dune, le tende del villaggio nomade di Merzouga fanno capolino in mezzo al nulla. Il villaggio non è altro che un semplice accampamento di bassi abitacoli coperti da stracci di juta e lana infeltrita o da tessuti decorati da greche geometriche. La nostra guida berbera Aly ci spiega che i nomadi non conosco altra vita che quella: chi nasce in un villaggio nomade sarà solo e certamente un nomade. Così per generazioni.
Una donna ci accoglie offrendoci del tè alla menta. Ha il capo avvolto da un velo viola e un abito dai bellissimi colori in fantasia.
A poca distanza dal villaggio nomade, logori resti di case e cumuli di pietre sono la memoria dei minatori che lavoravano nelle miniere di quarzo. Ci troviamo nel villaggio abbandonato di Mfis. Lo attraversiamo e ci fermiamo in un ristorante tipico per il pranzo, a base di pizza berbera e tè.
Merzouga – Ramlia – Tafraoute Sidi Ali – Oumjrane- Tissemoumine – Zagora
L’alba nel deserto è un momento di intensa pace.
Ci rimettiamo in viaggio, lungo gli sterrati del percorso Dakar.
Eravamo quasi arrivati al villaggio di Sidi Ali, in una zona molto arida, dove le crepe lacerano la terra che, provata dalla siccità, si spacca in disegni reticolati. Su quella strada, fino al 2007, alzavano la polvere gli equipaggi della Parigi Dakar, il famoso rally che attraversava mondi africani.
Non avevamo ancora raggiunto il villaggio, quindi eravamo in mezzo al nulla. Ma, nelle zone desertiche del Marocco, dal nulla appare sempre qualcuno. Spesso i bambini: chi con i dromedari, chi con il somarello carico di erba.
Stavolta dal nulla sono comparse due giovani donne. Ci siamo fermati.
Avevamo in macchina le maddalene, delle brioscine morbide che la nostra guida Aly aveva comprato proprio per regalare ai bambini. Quindi ci siamo fermati per dar loro le maddalene. Le hanno prese con molta delicatezza, con quella grazia femminile che ritrovo nelle espressioni delle Madonne, ritratte nel corso del tempo da tanti pittori, famosi o anonimi.
Una delle due giovani mi ha colpita. Non so perché. Aveva uno sguardo sicuro. Sicuro di cosa poi? Che sicurezze poteva avere in quel posto in mezzo al nulla?
Lei appariva, invece, molto posata e sicura di sé, come se quel mondo fosse esattamente tutto ciò che le serviva per essere felice della vita. Volevo scattarle una foto, ma non l’avrei mai fatto senza chiederle il permesso. – ” Posso farti una foto? ” – Mi ha detto subito di sì.
La fotocamera era già pronta perché, durante quei viaggi, si scatta in fretta, molto spesso dal finestrino, così come viene. E a volte viene pure bene. Le ho sorriso in segno di ringraziamento e le ho scattato una foto.
La sua amica, dietro di lei, si è coperta gli occhi temendo che le rubassi l’anima, come sostengono antiche credenze locali.
Lei invece mi ha guardata fissa. Fissa negli occhi. Fissa con uno sguardo che mi ha spiazzata. Con quello sguardo sicuro di sé. Lo stesso del suo modo di essere che da subito mi aveva colpita. Mi ha guardata con uno sguardo magnetico, quasi volesse dire: “A me l’anima non la ruba nessuno”.
Amo questa foto. La forza che, con quello sguardo, mi trasmette quella giovane donna. Mi piace chiamarla così, perché in lei non vedo nulla di una ragazzina. Amo questa foto perché mi ricorda che noi donne abbiamo dentro una forza grandiosa, avvolta da veli di delicata grazia. Noi le abbiamo dato una maddalena. Quella che Aly aveva, con tanta dolcezza, comprato proprio per i bambini. Per regalare i sorrisi.
Lei però non era una bambina. Ma una giovane donna.
Proseguiamo sul percorso Darak, costeggiando le barriere rocciose dell’Atlante, fino a quando compare una grande duna rossa. Un posto non male per insabbiarsi…! Ma solo per poco: Daniele Moretti e Aly prontamente ci tirano fuori “dai guai” e il viaggio continua tra spazi immensi e piccoli corsi d’acqua popolati da aironi.
Ed eccoci nella cittadina di Zagora, conosciuta come la porta d’accesso al deserto del Sahara, punto di partenza per varie escursioni tra dune e siti culturali.
Ad accoglierci, alcuni amici di vecchia data di Daniele Moretti, tra cui il meccanico Aziz, per l’immancabile check alle auto dopo giorni tra sabbia e sterrati; Abdool, con la sua vasta gamma di tessuti, gioielli e pezzi di artigianato locale, e Omar che da quando era bambino costruisce modellini di fuoristrada.
Concludiamo la giornata svagandoci nelle boutiques della via principale, facendo piccoli acquisti tra cui i gustosi datteri giganti della zona.
Zagora – Tamegroute – Ouarzazate
Ci spostiamo in direzione di Tamegroute, un villaggio a 30 minuti da Zagora, per una visita all’antica biblioteca e al mausoleo di Sidi Muhammad bin Nasir al-Draoui (1603-1674): un luogo importante per i pellegrini di cultura islamica. La biblioteca contiene 5000 libri antichissimi conservati in teche chiuse a chiave.
La porta del mausoleo è in legno di cedro intagliato, dipinto con i colori naturali. Per un po’ di anni di fortuna, bisogna battere tre volte e contemporaneamente i batacchi della porta, che devono poi rimanere in su. Ma chiedete bene alla guida: io il rito propiziatorio l’ho sbagliato…!
Ci inoltriamo nei vicoli stretti e bui della Kasbah. La Kasbah(dall’arabo qa’aba, che significa cittadella, rocca, fortezza) è l’antica dimora patriarcale, un tempo residenza dei grandi caid berberi, gli amministratori locali che vi risiedevano tra una guerra e l’altra.
Nella kasbah di Tamegroute vivono 7 famiglie che lavorano nei laboratori delle ceramiche, per cui la cittadina è famosa in tutto il Marocco. Vengono chiamate le ceramiche del deserto, perché sono decorate con dei colori estratti dalle piante del deserto. Il colore principale, il verde, è prodotto con la pianta “alfa alfa”. Con l’aggiunta dell’estratto di basilico, si ottiene il verde scuro maculato.
Il Marocco è un leader in Africa nel settore delle energie rinnovabili. A Ouarzazade è attiva una delle centrali solari più grandi al mondo.
Ouarzazate è conosciuta come la Hollywood del Marocco grazie ai suoi famosi studi cinematografici, gli Atlas Studios. Fondati negli anni ’80, questi studi hanno ospitato la produzione di numerosi film e serie televisive internazionali, tra cui “Lawrence d’Arabia”, “Gladiatore”, “La Mummia” e “Il Trono di Spade”.
Alla fine della visita guidata tra i vari set cinematografici, e dopo una lezione di recitazione, mettiamo in scena la nostra performance con tanto di video-ricordo!
Ouarzazate – Ait Ben Haddou – Marrakech
A pochi chilometri da Ouarzazate si trova la kasbah di Ait Benhaddou, una città fortificata lungo l’antica rotta carovaniera tra il deserto del Sahara e Marrakech. La kasbah, dell’XI secolo, conserva il suo aspetto originario ed è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1987. Dopo una passeggiata nel dedalo di vicoli, si può visitare una casa adibita a museo.
Da non perdere la vista dalla sommità. Raggiungendo un granaio sul punto più alto della cittadella, si apre un panorama sulla valle e su un paesaggio semidesertico orlato dalle nevi dell’Atlante.
Riprendiamo la strada lungo i tornanti dell’Alto Atlante, attraverso il passo montano Tizi N’Tichka (letteralmente “valico dei pascoli”) e arriviamo a Marrakech,
Marrakech
La medina
Tra le palme e i palazzi arredati dai mosaici imperiali, svetta il minareto di Marrakech. Nell’aria c’è l’odore dei suk, il richiamo dei venditori ambulanti. La città è un tripudio di colori, sia quelli dei berberi – la terracotta, l’ocra, il porpora – sia quelli degli islamici che si contesero il potere: il blu, il verde, il bianco.
La storia di Marrakech è legata alla sua posizione strategica ai piedi delle montagne dell’Atlante e sulla via commerciale tra l’Africa sub sahariana e la rotta marittima verso l’Europa. La città è stata fondata nell’XI secolo e dominata a lungo dai berberi, la popolazione indigena presente sul territorio molto prima dell’arrivo degli Arabi. Fin dal Medioevo, Marrakech è stato un ritrovo di artigiani e mercanti che, nei secoli, ne hanno fatto il più importante polo di produzione di manufatti tradizionali del Maghreb.
Il centro dello spettacolo è la grande piazza Jemaa el-Fnaa, punto di ritrovo di venditori d’acqua, saltimbanchi, incantatori di serpenti, mangiafumo, tatuatori con henné, fachiri e musicisti berberi. Un mondo da Mille e una notte che rievoca la storia della piazza nelle epoche passate: una ricchezza culturale dichiarata dall’UNESCO “capolavoro del Patrimonio orale immateriale dell’Umanità”.
Marrakech sprigiona un immaginario di hammam vaporosi e profumi di spezie, riad raffinati ed esperienze esotiche. La medina, il quartiere antico, è un dedalo di vicoli e bancarelle dove si vende qualsiasi cosa – a un ottimo rapporto qualità /prezzo – e dove contrattare è d’obbligo! La vera sfida è quella di limitarsi a comprare ciò che sta in valigia…!
Ma, in mezzo a quel caotico intrigo di botteghe e negozi, si nascondono luoghi silenziosi dove ritemprarsi prima di uscire nuovamente nella folla. All’interno delle mura sono infatti custoditi tesori architettonici e culturali, testimoni delle diverse dinastie berbere che si sono susseguite.
Noi ne abbiamo visitati alcuni.
La scuola coranica – Madrasa di Ben Youssef
Una roccaforte di scienziati, cuore vibrante degli scambi tra studenti, insegnanti e pensatori. La Madrasa di Ben Youssef, in cui si approfondiva la conoscenza del Corano, fu fondata nel XIV secolo, in epoca merinide, e ricostruita XVI secolo. Fu una delle più grandi scuole teologiche del Nord Africa e poteva ospitare 900 allievi.
Al centro si apre il cortile in stile ispano moresco, con pareti rivestite da zellij (mosaici di ceramica formanti motivi geometrici) e decorate da fregi in legno di cedro intarsiato. Nel grande bacino gli studenti si lavavano per purificare lo spirito.
Le stanze sono disposte su due piani attorno al patio, aperte su piccoli cortili interni balconati. Offrivano un ambiente favorevole allo studio e alla meditazione.
Palazzo El Bahia
Palazzo El Bahia fu costruito, a sud est della medina, alla fine del XIX secolo. con l’intenzione di creare il palazzo più impressionante di tutti i tempi.
Fu commissionato da Si Musa, un ex schiavo diventato vizir del sultano. Il figlio Ahmad b. Mūsā, durante il suo regno, vi risiedette con le sue 4 mogli ufficiali e il suo harem di 24 concubine. Il nome del palazzo si pensa prenda il nome da Bāhiya, la moglie preferita di Ahmad b. Mūsā.
Esteso su un’area di otto ettari, il palazzo è composto da circa 150 stanze decorate con marmo, legno di faggio e di cedro e stucchi. È suddiviso in edifici organizzati attorno a diversi cortili e giardini lussureggianti, dove crescono alberi di arancio, banani, cipressi, ibisco e gelsomini. Il complesso è composto da stanze, scuderie, moschee e hammām.
Il palazzo ospita concerti di musica arabo-andalusa mostre d’arte.
I Giardini Majorelle
Tra i banani, i cactus e le canne di bambù che delimitano i sentieri all’interno dei giardini, si sentono i canti dei bulbul, piccoli passeri diffusi nelle zone tropicali. Al suo interno, un edificio dalle linee cubiste, plasmate da un gusto moresco, spicca con il suo vivacissimo blu.
Il giardino deve il suo nome a Jacques Majorelle (1886 – 1962), un artista francese, figlio del celebre ebanista Art Nouveau Louis Majorelle. Trasferitosi nella medina di Marrakech, comprò un palmeto appena fuori dalle mura e, negli Anni Trenta, commissionò all’architetto Paul Sinoir la villa.
Amante della botanica realizzò, nel corso di quarant’anni, un giardino tropicale con un bacino centrale dove nidificano centinaia di uccelli: un laboratorio botanico con rari esemplari di piante esotiche, ornato con fontane, laghetti, vasi in ceramica, sentieri, pergolati.
Nel 1937 l’artista creò il blu Majorelle, un blu oltremare/cobalto al tempo stesso intenso e chiaro, con cui dipinse le pareti della sua villa e tutto il giardino, che aprì al pubblico nel 1947.
A seguito di un incidente d’auto, Majorelle tornò a Parigi e il giardino venne abbandonato per molti anni, fino a che fu scoperto da Yves Saint Laurent e dall’industriale francese Pierre Bergé. I due se ne innamorarono, nel 1980 comprarono il giardino e restaurarono la villa, ribattezzandola Villa Oasis, che divenne la loro dimora.
Le ceneri di Yves Saint Laurent sono state disperse nel roseto di Villa Oasis. Nel giardino è stato eretto un memoriale in suo onore.
Le sale al piano terra della villa ospitano una collezione di opere di Majorelle e il Museo berbero, in cui si conservano oltre seicento manufatti, raccolti dai due milionari francesi tra le comunità berbere marocchine, distribuite tra le montagne del Rif, l’Oceano Atlantico e il Sahara.
Oggi il giardino attira più di 600.000 visitatori all’anno. Consiglio di prenotare on line la visita con anticipo.
“Ho scoperto Marrakech molto tardi, è stato uno choc straordinario, soprattutto per il colore. A ogni angolo si incontrano gruppi di persone, uomini e donne, che indossano caffettani rosa, blu, verdi, porpora. È sorprendente: sembrano disegnati, ricordano gli schizzi di Delacroix, mentre non sono altro che il frutto dell’improvvisazione della vita. […] Prima di Marrakech, tutto era nero. Questa città mi ha insegnato cosa sono i colori e ho abbracciato la sua luce, i suoi sfacciati contrasti e le sue intense invenzioni. L’audacia da allora riscontrata nel mio lavoro la devo a questo Paese, alle sue armonie potenti, alle sue combinazioni ardite, al fervore della sua creatività. Questa cultura è diventata la mia, ma non mi bastava semplicemente assorbirla. L’ho presa, trasformata e adattata” (Yves Saint Laurent).
Essaouira
Dedichiamo una giornata alla visita di Essaouira, a 180 km da Marrakech.
Essaouira è una città portuale e balneare sulla costa atlantica del Marocco. La sua medina è iscritta nella lista dei patrimoni mondiali dell’umanità dell’UNESCO.
La casba, cioè la cittadella fortificata che difendeva il porto, fu progettata da ingegneri europei ed è costituita da una piattaforma protetta da mura merlate su cui spuntano dei cannoni spagnoli dei secoli XVII e XVIII rivolti verso l’oceano. Nelle casematte al piano terra, si trovano i laboratori degli intarsiatori su legno d’ebano e di cedro.
Essaouira a metà degli anni Sessanta fu il luogo dove si riunirono numerose comunità hippy che ospitarono artisti come Jimi Hendrix, Bob Marley e Sting. Ad attirare Jimi Hendrix nella cittadina fu la gnawa, musica introdotta in Marocco dagli schiavi neri, di cui ogni anno, nel mese di giugno, a Essaouira si celebra un festival internazionale.
Si conclude il nostro indimenticabile viaggio in fuoristrada tra i colori del Marocco. Abbiamo attraversato deserti, montagne e città, tra villaggi primitivi e sguardi nomadi, palmeti, canyon e laghi di un turchese accecante. Abbiamo ascoltato il silenzio, guardato le stelle e aspettato l’alba che scalda e tinge le dune. Anche il vento ci ha aspettato. Ha aspettato il nostro passaggio per poi cancellare le nostre tracce. Riportando quelle distese alla loro magia inviolata.
Testo e foto ©Scilla Nascimbene
Reportage realizzato durante il viaggio Fly & Drive dal 27 settembre al 7 ottobre 2024 organizzato da AF TRAVEL FIRENZE in collaborazione con SAHARA DESERT TRAVEL
Ringrazio
Daniele Moretti di AF TRAVEL FIRENZE
Elena Orlandini e Aly Nkiki di SAHARA DESERT TRAVEL
Alessia Cipolla e tutti i fantastici equipaggi!
Per partecipare a nuove avventure, visita i siti AF TRAVEL FIRENZE e SAHARA DESERT TRAVEL
Ho raccontato questo viaggio anche attraverso tantissime Stories su Instagram (clicca qui) e su Facebook (clicca qui).
Leggi anche il reportage Marocco Wild: SOTTO LE STELLE DEL SAHARA