Linee di sabbia

Viaggio off road nel deserto della Tunisia Quando si arriva in cima a una duna, si pensa di vedere qualcosa.Invece si vedono solo altre dune. Complici del vento, si increspano, si disfano. Si disperdono.Come se ogni granello non appartenesse a nessuna duna. Ma solo a se stesso. E al deserto. Nel deserto non si va a cercare qualcosa.È un luogo dove i riferimenti scompaiono. Restano distese, creste e oasi. Si avanza per direzioni, senza confini visibili. Per i geografi il deserto è scarsità d’acqua. Per i latini, desertus è ciò che è abbandonato dagli uomini. Per chi lo vive è soltanto ar-Rimal, le Sabbie. AF TRAVEL FIRENZE TUNISIA OFF ROAD Tunisi – Mahrès – Matmata Sbarcati a Tunisi, la strada scende verso il Sahel tunisino. Gli uliveti accompagnano il viaggio per chilometri, radi e polverosi, in uno dei maggiori Paesi produttori di olio d’oliva al mondo. Poi il verde si ritrae gradualmente e i colori tendono all’ocra, mentre il sud si apre verso gli altipiani stepposi fino al villaggio di Matmata. Il villaggio di Matmata appare sparso tra le colline aride. Solo avvicinandosi ai margini del terreno si scoprono i grandi cortili scavati nella terra attorno ai quali si aprono le antiche abitazioni troglodite. Le case troglodite di Matmata Le case troglodite raccontano una storia che attraversa i secoli. La nostra guida Mustafa ci spiega che molte di queste abitazioni vennero scavate tra i 700 e i 900 anni fa dalle comunità berbere della regione. Tutto veniva realizzato a mano. Prima si scavava il grande cortile centrale, poi l’ingresso e le stanze, ricavate direttamente nella roccia e nell’argilla, e infine la grande cisterne sotterranee per raccogliere l’acqua piovana. «Le popolazioni berbere scesero dalle zone montuose anche per una ragione pratica: lavorare la terra risultava meno faticoso che continuare a spaccare la roccia della montagna», aggiunge Mustafa. Queste abitazioni nascono come risposta al clima estremo del sud tunisino. Durante l’estate le temperature esterne raggiungono i 45 – 50 gradi, mentre all’interno delle stanze la temperatura resta intorno ai 25 gradi grazie all’isolamento naturale della terra. Fino al 1968-1969 molte famiglie vivevano ancora stabilmente nelle case troglodite. Le forti piogge e le alluvioni di quegli anni provocarono però danni e crolli, spingendo parte della popolazione a trasferirsi verso la nuova Matmata, costruita a circa dieci chilometri dal villaggio originario. Oggi gli abitanti di Matmata vivono queste case durante i periodi più caldi. Quando il sole rende difficile restare all’aperto, le antiche case sotterranee tornano a riempirsi di vita, grazie alla loro temperatura fresca e costante. Una di queste abitazioni, oggi trasformata in museo e aperta ai visitatori, è stata utilizzata come set cinematografico per alcune scene di Star Wars Episode IV: A New Hope, contribuendo a rendere Matmata conosciuta anche nel mondo del cinema. Per vedere il reel delle case troglodite di Matmata suFacebook — clicca quiInstagram — clicca qui Pranzo picnic Verso il Grande Erg Orientale Lasciata Matmata, ci dirigiamo verso il Grande Erg Orientale. Un pastore attraversa la strada mentre il paesaggio cambia lentamente. I rilievi si abbassano. Compaiono le prime dune del Sahara e le tende del Campement Zmela, dove trascorriamo tre notti. Per vedere il reel del Campement Zmela suFacebook — clicca quiInstagram — clicca qui Il mare di dune del Sahara tunisino II mattino seguente superiamo il cordone dunale vicino al campo e ci inoltriamo tra le grandi distese di sabbia del Sahara. Il Grande Erg Orientale si estende tra Tunisia, Algeria e parte della Libya, formando una delle più grandi aree dunarie del Sahara. Nel territorio tunisino occupa soprattutto la regione meridionale oltre Douz. Con il termine “erg” si indica una vasta distesa sabbiosa modellata dal vento, diversa dai deserti rocciosi o pietrosi che occupano gran parte del Sahara. Le dune del Grande Erg Orientale non sono tutte uguali. Alcune sono basse e ondulate, altre raggiungono decine di metri di altezza e assumono forme molto diverse a seconda della direzione dei venti. Attraversare questo territorio significa entrare in uno spazio che per secoli è stato percorso da carovane commerciali, nomadi e e dalle piste transahariane. Il Sahara era infatti una rete di collegamenti tra Africa mediterranea e Africa subsahariana. Attraverso queste rotte transitavano sale, tessuti, spezie, datteri e merci provenienti da regioni lontanissime. Nel Grande Erg Orientale tunisino il silenzio è uno degli elementi che colpiscono di più. La sabbia assorbe molti suoni e il paesaggio appare quasi privo di riferimenti stabili: le tracce vengono cancellate rapidamente dal vento, l’orizzonte resta aperto per chilometri e la luce cambia continuamente colore durante la giornata. Per questo motivo il deserto ha sempre richiesto esperienza e conoscenza del territorio. I nomadi conoscevano i punti d’acqua, le direzioni dei venti e i percorsi più sicuri tra le dune, competenze essenziali per sopravvivere in un ambiente estremo. Il Grande Erg Orientale è diventato uno dei simboli del turismo sahariano tunisino. Le spedizioni in fuoristrada, i bivacchi nel deserto e le traversate tra le dune permettono di raggiungere aree remote dove il paesaggio conserva ancora una forte sensazione di isolamento. Allo stesso tempo, questo ambiente resta fragile: il clima estremo, la scarsità d’acqua e l’equilibrio delicato delle oasi rendono il Sahara un territorio da attraversare con rispetto e attenzione. Su una distesa di fiori Attraversiamo gli sterrati del Grande Erg e una distesa di piccoli fiori bianchi e lilla che ricoprono i solchi della terra arida. Incontri nel deserto Verso Ksar Ghilane incontriamo un pastore che attraversa il deserto con il suo gregge di pecore. Tra le dune compare un cavallo bianco coi crini mossi dal vento. L’oasi di Ksar Ghilane Tra le rocce e le distese sabbiose, le palme di Ksar Ghilane segnano l’ingresso dell’oasi. Alimentata da sorgenti termali naturali, rappresenta da secoli uno dei punti di vita e di approvvigionamento più importanti del Sahara tunisino, lungo le antiche rotte carovaniere che attraversavano il deserto. La presenza dell’acqua ha reso possibile la nascita di un paesaggio sorprendente: una fascia verde di palme e coltivazioni circondata da dune e territori aridi.
Sotto le stelle del Sahara

MAROCCO WILD Una sabbia densa di sole e di vento entra dal finestrino del fuoristrada, mentre sobbalziamo tra i solchi dell’aridità. Sul volante la mano trema, scossa dai gradini della terra, sconnessa, stratificata e selvaggia, sospesa in una luce ingombrante, che mitiga i contorni di ogni cosa e anestetizza il senso di profondità. Proseguiamo attraverso spazi aperti, ipnotizzati da un orizzonte azzurro acciaio e abbagliati dai riflessi delle pozze salate, cerulee come perle di una collana, tra palme da datteri che sembrano stecchini coi dread e dromedari che vestono i colori del deserto. Strati di montagne recedono ai nostri fianchi come onde di seta livida, nocciola chiaro, ocra e terra bruciata: il colore della roccia lasciata nuda dai sassi: un susseguirsi di fotogrammi di un film geologico, dove forze motrici modellano, trascinano, riassemblano, fissando passato e presente in un corpo tridimensionale. Siamo immersi nel conforto delle vastità. Dove c’e spazio c’è equilibrio. Non fuga. Non dispersione. Gli pneumatici alzano mantelli di polvere che si uniscono alla quiete dell’aria. La memoria della Terra è disseminata ovunque. Nella sabbia e nella pietra: tracce di mondi andati, mutati, alterati nel passaggio del tempo, ma che hanno conservato il loro nucleo originale. La respiriamo, diventando parte di un paesaggio che per giorni sarà la nostra casa. “Il cuore si spezza e si rispezza e, spezzandosi, vive” scrive il poeta Stanley Kunitz. E come la sabbia e la pietra, conserva la sua più intima essenza. Seguiamo la traccia, naufragando nello stupore di un territorio che ci sorprende con un’inebriante fioritura. Delicata e audace, di fiori lisci come il velluto, accarezzati dal vento e dalla grazia di coloratissime farfalle, che danzano un inno alla vita, in una terra apparentemente inospitale. È iniziato il nostro viaggio attraverso un Marocco wild: un luogo dove i colori obbediscono a un imperativo di pura estasi visiva e inducono in uno stato di muta contemplazione. “E ti trovi inondato da una luce così viva, cosi piena e addirittura brutale che ne sei sconvolto. E non c’è solo questo chiarore soverchiante, c’e anche la natura, i colori, i profumi degli alberi, dei fiori, del mare… Sei altrove. Hai varcato la frontiera dell’immaginario.” (Tahar Ben Jelloun nel suo libro Marocco, romanzo). È iniziato il nostro viaggio. Sotto le stelle del Sahara. Si narra che, mille anni fa, i mercanti del Sahara incidessero delle stelle sui propri gioielli. Quegli amuleti con le costellazioni erano per loro mappe che conducevano all’acqua. Come bussole dei nomadi. AF TRAVEL FIRENZE MAROCCO WILD Tangeri – Rif – Chefchaouen – Foresta dei cedri Terra di confine Nel nord del Marocco si avverte quella sensazione di incontro di culture tipica dei luoghi di confine. Lì il confine è addirittura quello tra due continenti: l’Africa e l’Europa. Tajine e tappeti dei suq si mischiano ad architetture che ricordano l’Andalusia. La storia portò su quelle coste i Fenici, i Romani, gli Arabo-andalusi e gli Spagnoli che le tennero come protettorato dal 1912 al 1956. I luoghi del mito. Le colonne d’Ercole Intorno a Tangeri si trovano i luoghi legati al mito delle colonne d’Ercole. Secondo la leggenda Ercole, durante una delle sue fatiche, dovette aprire il passaggio tra l’Europa e l’Africa, separando quello che un tempo era un unico continente e creando così lo stretto di Gibilterra, che divide il Marocco dalla Spagna. Le due colonne rappresentano i promontori che fiancheggiano lo stretto: il Monte Calpe, che corrisponde all’odierna Rocca di Gibilterra, e il Monte Abila, che alcuni identificano con il monte Jebel Musa in Marocco. Da allora le due rupi, le colonne d’Ercole dell’antichità, costituirono per i naviganti del mondo antico il riferimento geografico che annunciava l’oceano Atlantico e la fine del mondo conosciuto. Sulle vette del Rif Lussureggianti e fertili Un paesaggio di querce da sughero e macchie di ginestre, uliveti, boschi di tuie e di cedri si estende lungo le lussureggianti e fertili vette del Rif, che raggiungono i 2448 metri di quota. La catena montuosa del Rif si sviluppa nel Marocco settentrionale e ospita una grande varietà di fauna selvatica. Le abbondanti riserve d’acqua che scendono dai monti permettono all’agricoltura di prosperare, durante la stagione estiva. Da sempre isolate Quelle del Rif sono montagne da sempre isolate. Lontane dalla civiltà urbana e dagli assi commerciali, hanno rappresentato fin dall’antichità un mondo a parte, popolato da fieri pastori e coltivatori berberi, tenacemente attaccati alle tradizioni. Lo sperimentarono presto i colonizzatori francesi e spagnoli che, durante la Guerra del Rif (1921 – 1926) faticarono non poco a domare le genti di quella regione. Una forte identità culturale Pur essendo stata sottomessa al controllo dello Stato marocchino dagli anni Cinquanta, la gente che vive nel Rif è fieramente indipendente e, ancora oggi, si avverte una forte identità culturale, rivendicata attraverso la lingua berbera nella sua variante tarifit. Le coltivazioni di Cannabis L’isolamento ha portato anche alla diffusione delle coltivazioni di Cannabis. I contadini sui monti del Rif producono circa un terzo dell’hashish (una droga ricavata da resina della Cannabis compressa) prodotto a livello mondiale. Anche se illegale dal 2004, la coltivazione di Cannabis è parte fondamentale dell’economia della regione. I profitti maggiori sono però realizzati dalle bande criminali europee che trasportano l’hashish con i motoscafi in Spagna, in Francia e in Italia. Chefchaouen La città blu L’azzurro e l’indaco colorano ogni cosa a Chefchaouen (che significa “guarda le vette”). La città, costruita nel XV secolo a quasi 2000 metri di quota sulle vette del Rif, rimase chiusa ai cristiani fino al 1920, pena la morte. Le sue architetture ricordano quelle di Granada (nel XV secolo si insediarono i moriscos, i musulmani in fuga dalla Spagna), e fino agli anni Trenta non erano dipinte di blu, ma di verde. Esistono diverse teorie sul perché sia stato adottato il colore blu; una di queste ritiene che il blu sia stato scelto dagli ebrei per donare alla città il colore del Paradiso. Dal 2010 Chefchaouen è iscritta al Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Arte e artigianato Chefchaouene è famosa per le sue attività artigiane, in particolare per
Marocco off road. Attraverso le vastità

Un sole onnipotente di fine estate infuoca la groppa del Medio Atlante e la sua roccia nuda, esposta. Una palette di dorsi montani, plateaux mesozoici e dolci colline si sussegue tra i tornanti, dando vita a un paesaggio ancestrale. Un enigma di rocce e vertigini. Lì i colori hanno la tempra del ferro, dalle tonalità più intense a quelle pallide, dimesse, che evaporano nei bagliori dell’orizzonte, ammantate dal blu nelle varie sfumature di devozione. Dorsali calcaree si impennano pettinando l’aria, per poi ricadere a strapiombo, negli squarci dei canyon dove, tra veli di ombre d’ebano, migrano rivoli di fiumi ambrati. Wadi, come si dice in arabo: quelle anguste e profonde voragini in cui la yucca si annida, in nicchie e fenditure, coprendo le cicatrici della Terra con giardini in miniatura. Marocco off road – Fly & drive – AF TRAVEL FIRENZE e SAHARA DESERT TRAVEL Ci mettiamo alla guida dei fuoristrada. Tra colori e sguardi nomadi. Tra montagne, città e deserti. Attraverso le vastità. “Certi luoghi vogliono dirci qualcosa […] o stanno per dire qualcosa”, scrive il poeta argentino Jorge Luis Borges. Uno di questi luoghi è senza dubbio il Marocco. Marrakech – Cascate di Ouzoud – Azilal – Bin El Ouidane – Imilchil È una mattina senza nuvole, di piena luce. La strada è costeggiata da secchi grembiuli di terra, dove piccoli palmeti e radi alberi di ulivi sono gli unici antidoti alla monotonia di un paesaggio color ocra, salmone, ruggine, terracotta, fino alle fulve pareti del Medio Atlante, che man mano si avvicinano. Il Medio Atlante è la parte centrale della grande catena montuosa che attraversa il Marocco, superando i quattromila. È la terra dei canyon, delle foreste di cedri e di cascate spettacolari, come quelle di Ouzoud, a 150 km da Marrakech. Le cascate di Ouzoud, il cui nome significa ulivo in lingua berbera, sono le più alte del Marocco e precipitano nel canyon di Oued-el-Abid in tre salti, da oltre 100 metri di altezza. Si raggiungono percorrendo un sentiero tra gli uliveti, dove è immancabile la sosta a uno dei chioschi per dissetarsi con un delizioso succo di melograno. Dopo una gita in barca sotto gli spruzzi delle cascate, ci rilassiamo sulla terrazza del ristorante, gustandoci una buonissima tajine con vista! Nel parco non è raro incontrare gruppi di bertucce (Macacus sylvanus) che si arrampicano e si spulciano sui rami di alberi centenari. La bertuccia è l’unico primate autoctono del Marocco, oggi considerata specie a rischio. Nonostante sia chiamata anche “macaco”, è solo un lontano parente della famiglia di macachi che vive nel Sud Est asiatico. CURIOSITÀ – Un gruppo di bertucce simili a quelle del Marocco si trova nel territorio inglese di Gibilterra, custodite da un vero e proprio “ufficiale addetto alle scimmie”. Una leggenda locale narra che il dominio inglese durerà fino a quando sulla rocca ci sarà una scimmia. Oltrepassiamo la cittadina di Azilal – famosa per la produzione dei tappeti berberi – e le rive del lago Bin El Ouidane. Arriviamo a Imilchil all’ora del tramonto, quando gli ultimi raggi tingono di rosa un bucolico paesaggio montano. Imilchil – Lac Tislit – Lac Isli – M’Semrir – Gorges du Dadès Il paesino di Imilchil, nella provincia meridionale di Er Rachidia, è famoso per il suo Festival del matrimonio che si tiene a fine settembre. Secondo la tradizione, il festival commemora la sfortunata vicenda di due innamorati, appartenenti a tribù diverse che ne proibirono il matrimonio. La leggenda narra che i due giovani piansero e si disperarono fino a lasciarsi morire e le loro lacrime formarono due laghi: Tislit che significa “di lei”, e Isli, “di lui”. Raggiungiamo i due laghi, di un colore turchese accecante. Lac Tislit Lac Isli Attraversiamo un paesaggio di ampi spazi e colline color pastello, sotto un cielo pulito dal vento. Gli incontri e gli sguardi lungo la strada raccontano la fierezza dei popoli dell’Atlante e la loro vita semplice nei villaggi abbarbicati ai pendii delle montagne. M’Semrir La zona del Medio Atlante è la più piovosa del Marocco. L’abbondanza di acqua proveniente dai monti permette all’agricoltura di prosperare nella stagione estiva. Sahara Challenge 2024 Sui tornanti del Medio Atlante, hanno sfrecciato davanti a noi alcuni equipaggi del Sahara Challenge 2024, tra cui i secondi sul podio dei vincitori assoluti: Tony Sutton (AU) e Andrew Lawson (AU) sulla Chevrolet Master Coupe 3500 cc, in gara con il numero 7. Il rally di 4500 km ad anello sulle strade del Marocco si è svolto dal 25 settembre al 5 ottobre 2024 e si concluso a Estepona, in Spagna (Equipaggi e classifiche nelle didascalie). Gorges du Dadès Ci inoltriamo attraverso le Gorges du Dadès, le gole scavate dall’omonimo fiume nell’arenaria e nel calcare. Le diverse sfumature che presentano gli strati rocciosi sono determinati dai minerali di cui sono composti. Le gole sono formate da rocce sedimentarie depositate in ambiente marino a partire dal periodo Giurassico. CURIOSITÀ – Il record di Barone Il 5 Ottobre 2018 alle ore 10.30 del mattino (ora locale) il pilota Ferrari, Fabio Barone già detentore di due World Guinness Record, stabilisce il nuovo primato mondiale di velocità sul tracciato dei 7 km e 600 metri nella Valle del Dades in Marocco. Con il tempo di 4 minuti e 42 secondi, l’italiano entra per la terza volta nel World Guinness Record. Barone ha corso rappresentando ufficialmente l’Italia. Gorges du Dadès – Todra Gorges – Tinjdad – Erfoud – Merzouga La valle scavata dal fiume Dadès è chiamata anche valle delle kasbah, per le diverse cittadelle fortificate che si sono conservate e si incontrano lungo la strada. Raggiungiamo le Gorges du Todra, nella zona orientale dell’Alto Atlante. Nella parte finale, le due pareti rocciose si avvicinano l’una all’altra fino a una distanza di 10 metri, con rocce a strapiombo che sfiorano i 160 metri di altezza. Grazie alle robuste pareti rocciose, con molte superfici irregolari, le gole di Todra sono molto apprezzate dagli alpinisti. Più di 150 itinerari, classificati tra il grado + 5 e 8 sono
Pelle di pietra

SARDEGNA Sculture naturali di rocce granitiche modellate dal maestrale ci accolgono al nostro arrivo in Gallura, spuntando dalla macchia mediterranea provata dalla siccità. Muraglie di fichi d’India costeggiano il nastro d’asfalto, in un’orda disordinata di pale, spine e fiori di un giallo denso, come l’aria calda che si respira in questa terra a tratti primordiale, ma dal fascino insistente, nel suo lento scivolare di montagne che si gettano nell’acqua, tra creste nervose di schiuma, avanzando in un mare azzurro mescolato a un turchese che ubriaca lo sguardo. Dentro a quelle montagne scabre, quasi afgane, irte di nuraghe e pastori ostinati, abita la sostanza di un territorio in parte sconosciuto. “Nell’aria c’è l’odore del sole, di fuoco puro e di pietra secca. Ma di brughiera anche. E di spoglie di serpi. Odore di Sardegna”. (Ettore Vittorini. Sardegna come un’infanzia) LAND ROVER EXPERIENCE ITALIA TOUR SARDEGNA 23 – 28 luglio 2020 PRIMA TAPPA: GOLFO ARANCI – ALÀ DEI SARDI – SU GOLOGONE È mattina presto quando sbarchiamo dalla pancia della Sardinia Ferries sulle coste frastagliate di Golfo Aranci, il “Gulfu di li Ranci” (Golfo dei Granchi), come lo chiamavano gli antichi cartografi, e i 17 equipaggi del Team Land Rover Experience Italia sono pieni di entusiasmo e adrenalina, pronti per inoltrarsi nel cuore dell’isola. Un impianto irregolare di muretti a secco imbrigliano la strada, tra avanzi di cortili, recinti e campi incolti, dove possenti corbezzoli hanno piegato i loro fusti per non essere spezzati dalle raffiche di vento. Una vegetazione arsa s’infittisce a tratti, forse per la presenza di vene d’acqua, e vigne basse di Vermentino di Gallura DOCG si alternano a uliveti, tra alberi di mirto, ortiche e more selvatiche e grappoli di fiorellini lilla incastonati nell’ocra polveroso del selciato. Seguiamo gli sterrati del Campionato Mondiale di Rally. Per chilometri non si scorge né un uomo né un tetto, ma solo il distacco dal mondo. Finché un emiciclo di pietre granitiche appare in un spazio montano, sul Monte Limbara. In un paesaggio di una bellezza silenziosa e di una misteriosa verginità, dove panorama si spalanca a ventaglio sulle coste della Corsica e sull’Arcipelago della Maddalena, tra un complicato profilo di boschi di cedri del Libano e piante di erica scoparia. Un percorso tra pini marittimi sulle pendici di Monte Pino ci immette nel comprensorio di Tempio, noto per la produzione e la lavorazione del sughero, fino ad arrivare al paesino di Berchidda, famoso per il vino Vermentino e un evento di Jazz di risonanza mondiale. Il sentiero rimbalza dalle pietraie infuocate all’ombra delle sughere, con la loro carne vegetale esposta al vento, circoncisa per estrarre il materiale nella prima parte della corteccia più vicina al suolo, con la storia criptata nei fusti contorti, alla ricerca dei raggi del sole, mentre tintinni di greggi, ammassati sotto l’ombra spessa degli alberi, interrompono il silenzio di questa terra, tra stazzi abbandonati e pecore sparse che brucano tranquille i magri ciuffi di erba secca. La strada s’inerpica sulla terra bruciata, maculata dalle chiazze verdi del lentisco, in una fornace a cielo aperto, in cui girano pigramente decine di pale eoliche sull’altipiano di Buddusò. Dopo una sosta per il pranzo in un agriturismo immerso fra alberi di sughero secolari, costeggiamo le rive del Lago Coghinas e arriviamo nel territorio di Alà dei Sardi, il più importante distretto del granito in Sardegna, abitato dall’era neolitica, con quasi venti siti fra torri, villaggi e tombe di Giganti. Foreste di lecci e querce sono il regno di muflone e aquila, mentre vertiginose vallate con ruscelli che formano laghetti e cascate, si aprono tra gli sterrati pianeggianti coperte dalla macchia mediterranea. La giornata volge al termine. Il convoglio Land Rover è finalmente arrivato in Barbagia e, dopo un elettrizzante guado, gli equipaggi possono rilassarsi nell’incantevole Hotel Su Gologone, nei pressi dell’omonima sorgente, all’interno del territorio di Oliena. SECONDA TAPPA: SU GOLOGONE – SUPRAMONTE DI ORGOSOLO – PRATOBELLO – SU GOLOGONE Andare in Barbagia e scoprirla sono due cose diverse. Qui non esiste il mare, ma panorami di granito e chiazze di macchia mediterranea, che trasmettono a chi li attraversa la sensazione di essere finiti in un luogo sospeso, cristallizzato in un momento preciso del tempo in cui questa terra ha messo dimora stabile, per lasciarsi conquistare solo dall’interesse del viaggiatore rapace di scorci selvaggi, come gli equipaggi del Team Land Rover Experience, partiti di buon mattino dalle sorgenti di Su Gologone per addentrarsi in una Barbagia insolita, arrampicandosi sulle sue groppe arse, protette dalla mole dolomitica del Supramonte, su cui svettano le guglie del Monte Corrasi. Polvere e pietre si dipanano sotto le ruote, tra sterrate, boschi di lecci e una vegetazione priva di slanci verticali, ma ricchissima di profumi essenziali emanati dalle piante resinose, dal timo e dal rosmarino, abituati a sopravvivere in un ambiente spesso avaro, ma seducente nei suoi colori ruvidi e accesi, che sfumano a volte l’uno nell’altro, in una vibrante cromia. Raggiungiamo le pendici di Monte Novo San Giovanni. La valle, lontanissima, sembra una culla gonfia di veli verdi, sopra la quale profili di boschi si stagliano sull’azzurro dell’orizzonte, in un complicato grumo di pixel arborei. Dopo emozionanti chilometri di off-road, un’improvvisa fioritura di oleandri, agitata da un alito di vento caldo, colora la strada, mischiando il suo profumo a quello delle euforbie, tra speroni di alberi con le unghie piantate sul letto di un torrente, dove caprette e vitelli mansueti, incuriositi dal nostro passaggio, sono lasciati allo stato brado per scegliere le erbe spontanee, dalle cui essenze deriva la bontà dei formaggi sardi. È giunta l’ora di pranzo e un gruppo di pastori ci aspettano in un agriturismo nella località di Portobello. Hanno preparato il maialino arrosto e altre specialità. In Sardegna i piatti tipici traggono le loro origini dall’adattamento e dalla penuria delle materie prime. Il “porceddu”, per esempio, tradizionalmente cotto in una buca sottoterra, nasce dalla necessità di mangiarsi il frutto di un furto senza farsi troppo notare, mentre il pane carasau era uno dei pani secchi che doveva durare a
Tirreno – Adriatica

LAND ROVER EXPERIENCE ITALIA 19ª EDIZIONE – 31 ottobre/ 3 novembre 2019 TRA PARCHI e CASTELLI Orizzonti in costante cambiamento. Grosse nuvole che minacciano pioggia fanno da tetto al lungo convoglio Land Rover. Spesso un sipario si apre per mostrare un cielo azzurro che sembra dipinto, come i colori dell’Appennino in autunno. Una natura che appare selvaggia si fa attraversare tra guadi, fangaie e copiose mandrie di bestiame che pascolano indisturbate in ampie distese e quasi non si spostano al nostro passaggio, mentre schivi cavalli fuggono al rumore delle nostre ruote sui lunghi sterrati, selvaggi si allontanano in un galoppo che sa di libertà. Scenari che diventano emozioni nel ricordo di questa magica traversata: la XIXa Edizione della TIRRENO – ADRIATICA. 67 fuoristrada. Marchio Land Rover. Qualche pilota esperto, ma soprattutto semplici appassionati con tanta voglia di mettere alla prova le loro 4×4 nell’habitat ideale in cui possano esprimere la loro vera essenza. VIAGGIO E AVVENTURA Questa la filosofia che unisce da anni affezionati clienti di Land Rover Experience Italia: insieme al piacere di rivedersi, condividono viaggi che diventano leggende nei loro racconti, perché fare fuoristrada significa a volte imprevisti e l’inaspettato è proprio l’adrenalina dell’avventura. C’è un qualcosa nell’uomo che lo spinge a scalare una vetta per arrivare in cima o a mettersi in viaggio per attraversare un Paese da un capo all’altro, quasi a volerlo conquistare. IL COAST TO COAST ITALIANO Prima tappa: ROMA – RIETI Punto di partenza: “Roma Capitale”. Questa la scritta sulle uniformi degli agenti di Polizia che ci hanno scortato dalle mura di Castel Sant’Angelo fino al limite della città. Allontanati dalle strade trafficate, dopo le emozioni di un guado sul fiume Tevere, lunghi sterrati ci hanno condotto alle pendici dei Monti Sabini, tra pievi arroccate su inospitali costoni rocciosi, vitigni da cui provengono rinomati vini e coltivazioni di uliveti da cui si produce un pregiato olio extra vergine DOP. Luoghi del silenzio e della tradizione, dove gli unici nostri incontri sono stati agili caprette al pascolo, una famiglia di maialini in cerca di provviste e qualche pellegrino in cammino sulla Via di San Francesco. Strette mulattiere popolate solamente da pastori al seguito delle loro greggi ci hanno condotto dai Monti della Sabina alla sua antica capitale, Rieti, considerata “l’ombelico d’Italia” già dall’epoca classica e oggi protetta dalle sue mura nel mezzo del bacino della Piana Reatina. Seconda tappa: RIETI – AQUILA Dalla “città di pietra” abbiamo raggiunto i confini con l’Abruzzo, tra boschi di faggi che nascondevano fangaie tiranne come sabbie mobili, dove i colori erano quasi annientati da una nebbia incombente, in un’atmosfera di fascino e mistero al tempo stesso, come in una scenografia di un film sul primo medioevo. La maestosità del Parco Nazionale del Gran Sasso ci ha accompagnato fino alla conca di Amatrice, cittadina famosa per il sugo all’amatriciana e purtroppo devastata più volte dal terremoto. La natura crea, la natura distrugge, ma gli abitanti non abbandonano quel territorio, terreno delle loro radici: lentamente e con immenso coraggio ricostruiscono la loro vita e le loro case, distendendo gli animi in qualche momento di tranquillità nel parco regalato loro da Jaguar – Land Rover . “È stata la prima oasi di pace nel mezzo della nostra città appena distrutta. I momenti in cui ci riunivamo in questo giardino erano gli unici attimi di vita normale dopo la devastazione”. Toccanti le parole del sindaco che abbraccia e ringrazia Salvatore Scarfò, a capo di Land Rover Experience Italia, per quel prezioso angolo di serenità. Abbiamo attraversato i massicci montuosi e gli altipiani dell’Abruzzo, terre di pastori e di umili mestieri, come la tessitura della lana e delle fibre naturali e dove si produce un prelibato formaggio pecorino. Lì il vero gioiello è la natura con i suoi laghi incontaminati, immersi in una vegetazione rigogliosa, e gli incantevoli scenari dai colori incredibili. Foglie rosse mosse dal vento, gocce di pioggia perse nello scroscio dei ruscelli, coltre di rugiada sul mantello di una mucca sdraiata a godersi il panorama, tra vecchi isolati bivacchi in pietra rimasti senza tetto. Rari, bellissimi cavalli allo stato brado si stagliavano sul verde dei prati ed uno di loro, con due occhi azzurri quasi trasparenti, seguiva con lo sguardo il nostro convoglio, tenendosi a distanza. Un susseguirsi di immagini impresse per sempre nella nostra memoria. Terza tappa: L’AQUILA – ROCCARASO Dalla città di L’Aquila che nasconde tra i suoi monumenti le profonde cicatrici del terremoto, ci siamo inoltrati nei Monti della Laga, in un territorio brullo ma affascinante, denominato “Tibet d’Abruzzo”, set naturale di serie western e del film “Continuavano a chiamarlo Trinità” con Bud Spencer e Terence Hill. Dopo polverosi sterrati in mezzo a terrazzamenti coltivati a lenticchie e filari di vigneti, ci è apparsa la silhouette del castello più alto degli Appennini: Rocca Calascio, celebre scenografia del film “Lady Hawke”: l’indimenticabile favola con Rutger Hauer, in sella al suo cavallo nero, e la splendida Michelle Pfeiffer, trasformata in un falco, colpiti da una maledizione che non li lasciava liberi di vivere il loro amore. Strette feritoie si aprivano nei torrioni sulla vastità della vallata, mentre un vento tagliente e un cielo grigio sembravano non voler liberare dall’aura di mistero quelle pietre ricche di storia. Dagli stretti vicoli del borgo di Calascio abbiamo ripreso la guida fino all’altopiano di Navelli, famoso per la produzione dei ceci rossi e neri, ma soprattutto del prezioso zafferano, re incontrastato del risotto alla milanese che, a discapito del suo nome, ha origini abruzzesi ed è spesso accompagnato sulla tavola da un altro piatto tipico: il cosciotto di agnello. Il sole scende in fretta nelle giornate d’autunno e, dopo un percorso tra zone lacustri, ponti e stretti canyon, abbiamo parcheggiato le nostre Land Rover nel delizioso centro storico di Pescocostanzo, per un interessante tour tra i suoi antichi costumi e le sue tradizioni, dalla lavorazione del ferro battuto a quella del merletto. Quarta tappa: ROCCARASO – FOSSACESIA Partiti sotto una fitta pioggia dalla famosa località sciistica di Roccaraso, siamo stati accolti da