MAROCCO WILD
Una sabbia densa di sole e di vento entra dal finestrino del fuoristrada, mentre sobbalziamo tra i solchi dell’aridità.
Sul volante la mano trema, scossa dai gradini della terra, sconnessa, stratificata e selvaggia, sospesa in una luce ingombrante, che mitiga i contorni di ogni cosa e anestetizza il senso di profondità.
Proseguiamo attraverso spazi aperti, ipnotizzati da un orizzonte azzurro acciaio e abbagliati dai riflessi delle pozze salate, cerulee come perle di una collana, tra palme da datteri che sembrano stecchini coi dread e dromedari che vestono i colori del deserto.
Strati di montagne recedono ai nostri fianchi come onde di seta livida, nocciola chiaro, ocra e terra bruciata: il colore della roccia lasciata nuda dai sassi: un susseguirsi di fotogrammi di un film geologico, dove forze motrici modellano, trascinano, riassemblano, fissando passato e presente in un corpo tridimensionale.
Siamo immersi nel conforto delle vastità.
Dove c’e spazio c’è equilibrio. Non fuga. Non dispersione.
Gli pneumatici alzano mantelli di polvere che si uniscono alla quiete dell’aria.
La memoria della Terra è disseminata ovunque. Nella sabbia e nella pietra: tracce di mondi andati, mutati, alterati nel passaggio del tempo, ma che hanno conservato il loro nucleo originale.
La respiriamo, diventando parte di un paesaggio che per giorni sarà la nostra casa.
“Il cuore si spezza e si rispezza e, spezzandosi, vive” scrive il poeta Stanley Kunitz. E come la sabbia e la pietra, conserva la sua più intima essenza.
Seguiamo la traccia, naufragando nello stupore di un territorio che ci sorprende con un’inebriante fioritura. Delicata e audace, di fiori lisci come il velluto, accarezzati dal vento e dalla grazia di coloratissime farfalle, che danzano un inno alla vita, in una terra apparentemente inospitale.
È iniziato il nostro viaggio attraverso un Marocco wild: un luogo dove i colori obbediscono a un imperativo di pura estasi visiva e inducono in uno stato di muta contemplazione.
“E ti trovi inondato da una luce così viva, cosi piena e addirittura brutale che ne sei sconvolto. E non c’è solo questo chiarore soverchiante, c’e anche la natura, i colori, i profumi degli alberi, dei fiori, del mare… Sei altrove. Hai varcato la frontiera dell’immaginario.” (Tahar Ben Jelloun nel suo libro Marocco, romanzo).
È iniziato il nostro viaggio.
Sotto le stelle del Sahara.
Si narra che, mille anni fa, i mercanti del Sahara incidessero delle stelle sui propri gioielli. Quegli amuleti con le costellazioni erano per loro mappe che conducevano all’acqua. Come bussole dei nomadi.
AF TRAVEL FIRENZE
MAROCCO WILD
Tangeri – Rif – Chefchaouen – Foresta dei cedri
Terra di confine
Nel nord del Marocco si avverte quella sensazione di incontro di culture tipica dei luoghi di confine. Lì il confine è addirittura quello tra due continenti: l’Africa e l’Europa. Tajine e tappeti dei suq si mischiano ad architetture che ricordano l’Andalusia. La storia portò su quelle coste i Fenici, i Romani, gli Arabo-andalusi e gli Spagnoli che le tennero come protettorato dal 1912 al 1956.
I luoghi del mito. Le colonne d’Ercole
Intorno a Tangeri si trovano i luoghi legati al mito delle colonne d’Ercole. Secondo la leggenda Ercole, durante una delle sue fatiche, dovette aprire il passaggio tra l’Europa e l’Africa, separando quello che un tempo era un unico continente e creando così lo stretto di Gibilterra, che divide il Marocco dalla Spagna.
Le due colonne rappresentano i promontori che fiancheggiano lo stretto: il Monte Calpe, che corrisponde all’odierna Rocca di Gibilterra, e il Monte Abila, che alcuni identificano con il monte Jebel Musa in Marocco.
Da allora le due rupi, le colonne d’Ercole dell’antichità, costituirono per i naviganti del mondo antico il riferimento geografico che annunciava l’oceano Atlantico e la fine del mondo conosciuto.
Sulle vette del Rif
Lussureggianti e fertili
Un paesaggio di querce da sughero e macchie di ginestre, uliveti, boschi di tuie e di cedri si estende lungo le lussureggianti e fertili vette del Rif, che raggiungono i 2448 metri di quota. La catena montuosa del Rif si sviluppa nel Marocco settentrionale e ospita una grande varietà di fauna selvatica. Le abbondanti riserve d’acqua che scendono dai monti permettono all’agricoltura di prosperare, durante la stagione estiva.
Da sempre isolate
Quelle del Rif sono montagne da sempre isolate. Lontane dalla civiltà urbana e dagli assi commerciali, hanno rappresentato fin dall’antichità un mondo a parte, popolato da fieri pastori e coltivatori berberi, tenacemente attaccati alle tradizioni. Lo sperimentarono presto i colonizzatori francesi e spagnoli che, durante la Guerra del Rif (1921 – 1926) faticarono non poco a domare le genti di quella regione.
Una forte identità culturale
Pur essendo stata sottomessa al controllo dello Stato marocchino dagli anni Cinquanta, la gente che vive nel Rif è fieramente indipendente e, ancora oggi, si avverte una forte identità culturale, rivendicata attraverso la lingua berbera nella sua variante tarifit.
Le coltivazioni di Cannabis
L’isolamento ha portato anche alla diffusione delle coltivazioni di Cannabis. I contadini sui monti del Rif producono circa un terzo dell’hashish (una droga ricavata da resina della Cannabis compressa) prodotto a livello mondiale. Anche se illegale dal 2004, la coltivazione di Cannabis è parte fondamentale dell’economia della regione. I profitti maggiori sono però realizzati dalle bande criminali europee che trasportano l’hashish con i motoscafi in Spagna, in Francia e in Italia.
Chefchaouen
La città blu
L’azzurro e l’indaco colorano ogni cosa a Chefchaouen (che significa “guarda le vette”). La città, costruita nel XV secolo a quasi 2000 metri di quota sulle vette del Rif, rimase chiusa ai cristiani fino al 1920, pena la morte.
Le sue architetture ricordano quelle di Granada (nel XV secolo si insediarono i moriscos, i musulmani in fuga dalla Spagna), e fino agli anni Trenta non erano dipinte di blu, ma di verde.
Esistono diverse teorie sul perché sia stato adottato il colore blu; una di queste ritiene che il blu sia stato scelto dagli ebrei per donare alla città il colore del Paradiso.
Dal 2010 Chefchaouen è iscritta al Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.
Arte e artigianato
Chefchaouene è famosa per le sue attività artigiane, in particolare per la produzione di tessuti. Nei vicoli della medina si trovano anche tappeti di lana, oggetti di pelle, lampade di ferro battuto, ciabatte, mobili e oggetti di legno di cedro intarsiato. Anche i prodotti della terra sono diventati una buona fonte di guadagno per la gente del posto. L’olio d’oliva spremuto dai frantoi che si vedono in tutti i villaggi è delizioso, così come le olive e il formaggio di capra locali.
Dopo la visita alla bellissima città blu, ci rimettiamo in viaggio lungo i tornanti della catena montuosa del Medio Atlante e arriviamo al romantico hotel Le Palais des Cerisiers, alle pendici della Foresta dei cedri.
Sulle montagne del Medio Atlante
Il cuore del Marocco è attraversato diagonalmente da tre catene montuose parallele: il Medio Atlante, l’Anti Atlante e l’Alto Atlante.
La biodiversità e i parchi nazionali
Il Medio Atlante, che raggiunge i 3356 metri nel Gebel Bou Naceur, si estende per 350 km e comprende il 18 per cento della superficie montagnosa del Marocco.
La biodiversità di questo territorio, per quanto riguarda la flora e la fauna, ha fatto sì che venissero istituiti due parchi nazionali per preservarle: il Parco Nazionale di Tazekka e il Parco Nazionale di Ifrane.
Ifrane – Azrou – Zaida
La Foresta dei cedri. Dove vivono le bertucce
Una scimmia che si arrampica sugli alberi non è propriamente quello che ci si aspetta di vedere in Marocco. Ma, oltre a falchi, cinghiali e mufloni, i monti del Medio Atlante sono l’habitat di una specie di primati: le bertucce (Macacus sylvanus).
Anche se vengono comunemente chiamati “macachi”, queste scimmie sono solo lontani parenti dei macachi che vivono del Sud Est asiatico. Appartengono, infatti, alla stessa famiglia che si trova dall’altra parte dello stretto, a Gibilterra, dove una leggenda racconta che il dominio inglese durerà fino a quando sulla rocca ci sarà una scimmia.
Nel Parco di Ifrane, nel cuore del Medio Atlante, si trova una numerosa comunità di bertucce: gli unici primati autoctoni del Marocco, oggi considerati una specie a rischio.
Le bertucce di Ifrane corrispondono a un quarto dell’intera popolazione mondiale di questi primati.
Nel territorio di Ifrane si estende la Foresta dei cedri, dove esemplari centenari svettano tra i fitti boschi.
Midelt – Erfoud – Erg Chebbi
Dal Medio all’Alto Atlante
Foreste di cedri, pascoli montani, cieli che paiono infiniti e, sullo sfondo, le cime innevate delle montagne. L’itinerario che attraversa i rilievi del Medio Atlante e raggiunge quelli dell’Alto Atlante ripercorre in gran parte il tracciato dell’antica strada imperiale che da Fes arrivava a Midelt.
Si tratta per lo più di un percorso paesaggistico nella regione di transazione tra area mediterranea e fascia presahariana.
La catena dell’Alto Atlante risale all’epoca della collisione della zolla africana e asiatica, circa 60 milioni di anni fa. I suoi monti sono sempre stati un rifugio per i berberi.
Sulla Route N13. Verso la valle del fiume Ziz
Il viaggio si svolge lungo la strada RN13, attraversando un panorama di vette, colline e valli.
La strada passa tra le montagne del Medio Atlante, con laghi e foreste, prima di scendere ad altitudini meno elevate per poi risalire verso le propaggini settentrionali dell’Alto Atlante. Lungo il percorso ci sono insediamenti berberi e Midelt, situata sull’altopiano tra le due catene montuose e diventata un popolare punto di partenza per i trekking montani. Dopo Midelt, si scende nella valle del fiume Ziz, tra gole, terre fertili e distese di palme da dattero.
Da Er Rachidia a Erfoud. Ai confini del deserto
Dalla valle del fiume Ziz si arriva a Er Rachidia, una città costruita dai francesi nel Novecento, al limite del deserto del Sahara, oggi un buon luogo di rifornimento per chi fa escursioni sulle dune dell’Erg Chebby.
Lungo la via del sale
La strada prosegue attraverso un paesaggio sempre più desertico, punteggiato da qualche oasi, punti strategici in epoche passate del regno di Sijilmassa, una città carovaniera fondata dai berberi nel 757, che si impose come importante centro commerciale lungo la Via del Sale, tra l’Africa occidentale e il Nord.
Attraverso la hammada
Ci inoltriamo attraverso una vasta hammada, un tipo di deserto caratterizzato da aree aride con pietre colorate e dalle forme aguzze, diverso dall’erg, la cui superficie sabbiosa è mobile, con le tipiche dune, e dal serir, composto di ghiaia.
Nel Sahara marocchino
Terra di estremi e di contrasti
Una regione affascinante e misteriosa, un vasto oceano di sabbia che si estende fino all’orizzonte, punteggiato da oasi e villaggi berberi. Il Sahara marocchino è una terra di estremi, dove la vita è plasmata dalle sfide del deserto e dall’ingegno delle sue popolazioni.
Le piante della siccità
Nonostante le condizioni estreme, questa regione è sorprendentemente ricca di vita. La flora del deserto comprende una varietà di piante adattate alla siccità, come il tamarisco, l’acacia e il dattero. Queste piante svolgono un ruolo cruciale nell’ecosistema del deserto, offrendo ombra e nutrimento a molte specie animali.
Le antiche rotte carovaniere
Nel Sahara marocchino passavano le rotte commerciali che collegavano l’Africa sub sahariana al Mediterraneo e all’Europa. Le carovane di cammelli attraversavano il deserto, trasportando oro, sale, avorio e schiavi, trasformando le oasi in vivaci centri di scambi.
Location da film
Gli ambitenti selvaggi di Erfoud e le maestose dune di Erg Chebby, che raggiungono i 150 metri di altezza, hanno attratto numerosi cineasti. Tra i film girati: La bandera: marcia o muori (1977), con Gene Hackman, storia di una squadra di archeologi che scopre una città sepolta vicino a Erfoud, e La mummia (1999) di Stephen Sommers, con Brendan Fraser e Rachel Weisz, in cui Erfoud era “mascherata” da città egiziana.
Erg Chebbi. Un mare di sabbia
“Il Sahara non si visita come una medina: si vive, non si concede, bisogna lasciarsi prendere dal suo mistero, dai suoi segreti e immaginare il sogno dietro le dune di sabbia, che a volte si muovono e a volte rimangono immobili”. (Tahar Ben Jelloun).
Siamo arrivati nel deserto. Ci immergiamo nella luce di un caldo tramonto africano e raggiungiamo il bellissimo hotel Nomad Palace, dove ci fermiano due notti.
Il villaggio di Merzouga
Il villaggio di Merzouga è una meta popolarissima, grazie alle dune dell’erg Chebbi che raggiungono i 150 metri sopra il piatto deserto sassoso al confine con l’Algeria. Le luci e le condizioni meteorologiche regalano giochi mutevoli di colori e atmosfere cangianti, con la sabbia che a volte appare ocra e altre aranciata, quasi color caramello.
I suoni delle dune
In estate, quando le temperature superano i 60 gradi, le dune emettono suoni, causati dai movimenti dei granelli di sabbia che cadono verso il basso. Un fenomeno che aveva affascinato già Marco Polo.
La lagune temporanee
Il deserto di Erg Chebbi attraversa lunghi periodi di siccità, talvolta di anni consecutivi, seguiti da alluvioni eccezionali.
In quelle aree, normalmente asciutte, si formano delle spettacolari lagune temporanee, in cui si riflettono sabbia e palmeti, attirando stormi di uccelli migratori.
I fossili di Erg Chebbi
Circa 340 milioni di anni fa, l’area dell’attuale Erg Chebbi era un mare poco profondo. Oggi, le sue rocce sedimentarie custodiscono fossili di ammoniti, goniatiti, trilobiti, crinoidi, stromatoliti, molluschi e resti di piante e pesci.
Molti fossili emergono naturalmente dal terreno desertico, poiché l’erosione e l’assenza di vegetazione li mettono in luce sulla superficie. Nell’area attorno a Merzouga e vicino a villaggi estrattivi abbandonati, come quello di M’Fis, è comune trovare fossili sul terreno.
Non lontano da Merzouga, lungo la strada tra Erfoud e Rissani (circa 11 km da Erfoud), il Tahiri Museum of Fossils & Mineral, fondato dal paleontologo marocchino Brahim Tahiri, è uno spazio privato che espone una notevole collezione di fossili e minerali provenienti dal Sahara marocchino, affiancata a una boutique dove acquistare pezzi autentici o decorativi.
I popoli del deserto
I berberi. “Uomini liberi”
Tra loro si chiamano Imazigen, singolare Amazigh, che significa “uomini liberi”.
I berberi sono un popolo indigeno che ha saputo adattarsi in un ambiente ostile per millenni. furono i primi abitanti del Nord Africa: probabilmente fin dall’Alto Paleolitico occupavano un’area che andava dall’Egitto all’Atlantico. Resistettero a Fenici, Romani, Vandali e Bizantini: l’unica cosa che dei Romani restò attaccata a questo popolo fu il nome.
Il nome berbero infatti deriva dalla parola latina di derivazione greca “barbaro” utilizzata dagli antichi Romani per indicare un popolo con una identità e dei costumi differenti dai propri. Prima dell’arrivo degli arabi provenienti dalla penisola araba nel VII secolo la maggior parte dei berberi era cristiana: già un secolo dopo in molti si erano convertiti all’Islam nonostante gli arabi non li avessero sottomessi.
La vita dei berberi è strettamente legata alle migrazioni stagionali e alla pastorizia. Vivono in tende fatte di lana di capra e cammello, e si spostano con le loro greggi alla ricerca di pascoli freschi. La loro società è profondamente comunitaria, con un forte senso di solidarietà e mutuo aiuto. I berberi sono noti per la loro cultura ricca e diversificata, che si manifesta nella lingua, nell’arte e nelle tradizioni.
Oggi il Marocco ospita molti discendenti dei berberi, ma la percentuale è difficile da stabilire per via dei matrimoni con gli arabi e le tradizioni si sono mescolate. Nel Sahara, così nelle montagne del Rif e del Medio e Alto Atlante vivono i maggiori gruppi di berberi.
I Tuareg. I guerrieri blu.
I Tuareg, spesso chiamati i “guerrieri blu” per i loro turbanti indaco, sono una delle tribù più emblematiche del Sahara e sono riconoscibili dagli abiti blu acceso e dal turbante dello stesso colore. Si tratta di una popolazione nomade guerriera discendente dai berberi, ma a differenza delle tribù berbere che divennero sedentarie popolando l’area compresa tra il nord dalla Tunisia e il Marocco, i Tuareg continuarono il loro nomadismo guerriero e nei secoli occuparono diverse regioni del Centro Africa e ne sottomisero la popolazione.
Oggi vivono principalmente nel Mali e nel Niger, ma anche in Algeria, Libia, Burkina Faso. Molti degli uomini vestiti di blu che si incontrano nel deserto marocchino non sono Tuareg, ma berberi vestiti con gli abiti tradizionali dei Tuareg indossati per i turisti.
Merzouga – Et Taous. Sul percorso Dakar
La tratta da Erg Chebbi a Zagora. Un ruolo cruciale del rally Paris- Dakar
Nelle edizioni in cui il Rally Paris-Dakar includeva il Marocco (1979-2007), la tratta attraverso l’Erg Chebbi fino a Zagora ha rivestito un ruolo cruciale, sia strategicamente che simbolicamente.
Il primo assaggio d’Africa
In termini di percorso, il Marocco era il primo assaggio d’Africa per i concorrenti: un passaggio immediato dalle strade europee ai deserti nord-africani, che “impostava il tono” delle sfide a venire.
Il segmento Merzouga–Zagora introduceva infatti i primi grandi banchi di sabbia del rally, preparando piloti e mezzi alle dune ancor più vaste che avrebbero incontrato in Mauritania.
Superare l’Erg Chebbi costituiva un banco di prova decisivo: molti equipaggi scoprivano qui le insidie del Sahara, con veicoli insabbiati fino ai cofani e preziosi minuti (o ore) persi a scavare.
Le dune di Merzouga sono passate alla storia del Dakar come la “prima vera prova del deserto” – alte, ripide e difficili da navigare – dove già si cominciava a delineare la classifica a causa di errori di navigazione o difficoltà tecniche. Per i piloti meno esperti, queste dune erano spesso il luogo in cui il sogno Dakar finiva anticipatamente, mentre per i veterani rappresentavano l’occasione di mettere in mostra abilità nel sand driving.
La navigazione off-road
Dal punto di vista strategico, la tappa marocchina era fondamentale perché introduceva la navigazione off-road: tra Erg Chebbi e Zagora non esistono strade segnate, costringendo i navigatori a orientarsi con bussola e roadbook (soprattutto nelle prime edizioni, prima dell’avvento del GPS) . Ciò premiava l’esperienza e poteva ribaltare situazioni di gara: un errore di rotta in queste zone significava ritrovarsi fuori pista in un labirinto di dune o di piste parallele indistinguibili.
Non a caso, i cronisti del tempo spesso definivano Zagora “il labirinto di piste rocciose” – un riferimento ai tanti tracciati che si intrecciano sull’altopiano prima della città. La regione di Zagora in particolare metteva a dura prova i veicoli sul piano meccanico: dopo i chilometri sulle pietraie e oued secchi attorno a Zagora, sospensioni, telai e gomme venivano stressati al massimo, provocando frequenti guasti.
Questa era una differenza strategica rispetto alle dune morbide: se l’Erg Chebbi testava la capacità di “galleggiare” sulla sabbia, Zagora testava la robustezza e l’affidabilità della macchina in condizioni di terreno duro e spaccato.
Zagora: nodo strategico
Storicamente, molte edizioni del Paris-Dakar hanno visto una tappa con arrivo o partenza a Zagora. Questo rendeva Zagora un nodo strategico: era l’ultimo grande centro dove effettuare riparazioni e prepararsi per l’entrata nel deserto sahariano più profondo (Sahara Occidentale e poi Mauritania). Proprio in virtù di questa collocazione, il tratto Erg Chebbi–Zagora era considerato “la prova generale” del rally africano: chi usciva indenne da qui, acquisiva fiducia per le tappe sahariane successive. Di contro, molti equipaggi capivano in questa fase di non poter proseguire e si ritiravano.
L’importanza di questa tratta è sottolineata dal fatto che ancora oggi le competizioni rally-raid in Marocco, come il Rallye du Maroc, e i raid amatoriali ricalcano questi luoghi. Questo testimonia la continuità storica: sebbene il Paris-Dakar non corra più in Africa dal 2008, lo spirito e le sfide di quelle tappe marocchine rivivono ancora nelle competizioni odierne.
L’eredità Dakar. Merzouga e Zagora mete leggendarie
Per il Marocco l’eredità del Dakar è significativa: località come Merzouga e Zagora sono diventate mete leggendarie per gli appassionati di motorsport e avventura e vengono ricordate come alcuni dei tratti più affascinanti e impegnativi dell’intera storia del rally.
Marocco: la terra del rally
La tratta tra Erg Chebbi e Zagora non era solo un segmento geografico nel percorso del Paris-Dakar, ma un vero banco di prova strategico e simbolico: un concentrato di Sahara che ha contribuito a costruire la leggenda della Dakar e a consolidare la reputazione del Marocco come terra di rally raid.
La montagna di Afrdou Nswalhin Tijakht
Ba Hallou, la città perduta
Il villaggio abbandonato di Ba Hallou si trova nella regione di Drâa‑Tafilalet, su una roccia elevata vicino al pozzo chiamato Hassi Ba Hallou, in un paesaggio lunare caratterizzato da colline, saline asciutte, dune, oasi sparse e tracce di incisioni rupestri sui monti circostanti.
Si pensa la città sia stata costruita dai portoghesi, attorno al 1562 durante il regno di Sebastião I del Portogallo, come fortezza difensiva, con torri e molte stanze di piccole dimensioni e con vista strategica su larghi tratti di territorio. Veniva infatti chiamata dai viaggiatori “ciudad portuguesa”.
Secondo il racconto di Jean-Léon l’Africain, potrebbe essere riconducibile invece al “castello di Oummhelhessen”, con funzione di pedaggio sul commercio tra Segelmesse e Dara già nel XVI secolo.
Sulle dune di Et Taous
Et Taous – Sidi Ali – Tagghbalte – Zagora
Sidi Ali
Isolata in un paesaggio arido
Sidi Ali, nella provincia di Errachidia, si trova nella regione di Drâa-Tafilalet, nel sud-est del Marocco. È una località piccola e isolata, con un paesaggio desertico e un clima arido. La zona è abitata principalmente da comunità berbere e offre uno spaccato autentico della vita rurale marocchina.
Curiosità – La Legione Straniera francese addestrava i soldati facendo scalare le dune del Sahara
Zagora
Un punto di passaggio o di partenza
Una soglia, un punto di passaggio tra la terra abitata e l’immenso vuoto sahariano o un punto di partenza per chi vuole vivere il deserto autentico: Chegaga, M’Hamid, il nulla sabbioso.
Anticamente chiamata Tazagourt, dal berbero che significa “gemello” o “collina doppia”, Zagora prende il nome da una montagna vicina, ma affonda le sue radici nella valle del Draa, la più lunga e fertile del Marocco.
Snodo delle antiche rotte carovaniere
Zagora era una stazione fondamentale delle antiche rotte carovaniere trans-sahariane. Da qui partivano — o arrivavano — le carovane cariche di sale, spezie, oro, pelli e, soprattutto, storie.
A 52 giorni da Timbuktu
Il cartello ancora visibile all’ingresso della città – “Tombouctou 52 jours” – è il simbolo di questo passato: 52 giorni di cammino verso la mitica Timbuktu, a dorso di dromedario, tra dune e miraggi.
L’artigianato: un linguaggio identitario
A Zagora l’artigianato è un linguaggio identitario. Nella kasbah Amezrou, un tempo quartier ebraico, si lavora l’argento con tecniche tramandate oralmente da generazioni: fibbie, pendenti, bracciali, spesso decorati con motivi geometrici berberi carichi di significato. Lì si trova anche una sinagoga abbandonata, muta testimone di una coesistenza antica tra ebrei e musulmani nella valle.
A Zagora sono molto vive la produzione delle ceramiche, la lavorazione del ferro, dei tessuti e del cuoio: si fabbricano borse, sandali, selle e amuleti, con pelli trattate secondo i ritmi del clima e della luna.
Mix di culture e spiritualità
Zagora è berbera nel cuore, ma con tracce arabe, sahariane, ebraiche. La lingua parlata è una miscela sonora di Tamazight, arabo marocchino e parole portate dal vento. La musica segue il battito dei tamburi del deserto: gnawa, ahidous, e ritmi rituali scandiscono matrimoni, feste e cerimonie.
La spiritualità è ovunque: marabutti (santi locali) sono venerati in mausolei sparsi tra i villaggi. E il tè alla menta, servito tre volte secondo tradizione, è più di una bevanda: è rito, benvenuto, e pace.
Da Abdool Artesanal
Non sono solo i paesaggi a rimanere nel cuore di ognuno di noi durante un viaggio, ma anche alcuni incontri.
A Zagora ho rivisto Abdool, che avevo conosciuto due mesi prima durante una traversata del Marocco in fuoristrada con AF TRAVEL FIRENZE.
“Le photographe!” mi dice Abdool appena mi vede! Si ricordava anche il mio nome, perché ci seguiamo sui social. Era felicissimo di rivedermi, benché non avessi mai comprato nulla nel suo negozio.
Era contento di rivedermi e basta.
Che bello capire che il nostro passaggio in un luogo lascia inspiegabilmente un ricordo felice.
Il grande fotografo Beppe Calgaro direbbe che le persone sono il paesaggio vivo.
Ed è proprio così: i sorrisi, l’accoglienza colorano questo viaggio quanto i fiori che sbocciano sulla sabbia del deserto e coprono le aride vastità che attraversiamo.
In ricordo di questo incontro felice, da Abdool ho preso un piccolo tappeto di lana di cammello con una lettera dell’alfabeto berbero che le donne sposate portano sui loro costumi e una stola tipica della Valle di Draa, ricamata da Fatima con dei disegni stilizzati che rappresentano la valle e dei tatuaggi che si dipingono sul volto le ragazze di quella terra.
Con Abdool ci siamo salutati così: “À la prochaine!” (Alla prossima!).
Aicha
Ci aspettava a piedi nudi in mezzo al nulla. Probabilmente aveva visto in lontananza i nostri fuoristrada arrivare. Aveva in un sacchetto qualche cammello di pezza e una cintura di pom pom che serve a impreziosire gli abiti tradizionali femminili, già bellissimi per l’intensità dei loro colori.
La ragazza, però, aveva un atteggiamento molto diverso da chi vuole venderti qualcosa. Non ci veniva incontro. Ma aspettava immobile che noi andassimo da lei.
Le abbiamo comprato i suoi cammelli di pezza e la cintura a pom pom. Le abbiamo offerto un panino col formaggio. Lo ha mangiato. Di gusto, ma in silenzio, abbozzando talvolta un mezzo sorriso.
Avremmo voluto parlare un po’ con lei, ma non siamo riusciti per via della lingua.
Ci ha scritto il suo nome. Aicha.
Da Zagora a Erg Chegaga
Erg Chegaga
L’ultima notte dell’anno
Lacrime di stelle d’argento e zaffiro sbavano di luce un’immobile notte, scivolando sulle dune al ritmo del tempo, per congiungersi all’umida frescura del deserto.
La valle di Draa
Fertile e ricca di storia
Una valle ricca di storia, cultura e contrasti paesaggistici è opera del Draa, il fiume più lungo del Marocco, che nasce nell’Alto Atlante e sfocia nell’Oceano Atlantico. Per gran parte dell’anno il suo letto rimane secco, quindi l’acqua arriva all’oceano solo in periodi di piogge o di scioglimento delle nevi.
Le palme da dattero
Il fiume Draa, quando c’è acqua, taglia il deserto come una vena d’argento e alimenta una valle sorprendentemente fertile. È qui che nascono i palmeti di Zagora, tra i più vasti del paese. Le palme da dattero crescono fitte, portando frutti preziosi e simbolici: i datteri non sono solo cibo, ma un dono del deserto, nutriente, resistente, sacro.
Gli antichi villaggi berberi
Il paesaggio della Valle di Draa è dominato da una combinazione di montagne aride, colline scoscese e pianure desertiche, punteggiate da oasi lussureggianti che abbracciano ksour (villaggi fortificati) e kasbah (fortificazioni berbere), costruiti in terra cruda, testimonianze dell’antica organizzazione sociale e difensiva della regione.
La regione è abitata principalmente da comunità berbere, che hanno mantenuto vive tradizioni secolari, tra cui la coltivazione delle palme da dattero, la produzione di tappeti artigianali e la musica tradizionale.
Africa Eco Race
Sulle strade della Valle di Drâa hanno sfrecciato accanto a noi alcuni veicoli della 16ª edizione dell’Africa Eco Race, tra cui il “911 Racing Team Hamburg” che ha partecipato con tre Porsche 911 nella categoria Historic (nomi degli equipaggi nelle didascalie).
Ecosostenibile e rispettosa dei territori attraversati
L’Africa Eco Race è una gara di rally che ripercorre lo storico tracciato della Parigi-Dakar, attraversando suggestivi territori in Marocco, Mauritania e Senegal, dove si conclude sulle rive del Lago Rosa, luogo simbolo del rally Dakar. La gara si distingue per il suo impegno a mantenere vivo lo spirito originario del rally raid, combinando l’avventura su percorsi spettacolari con un approccio ecosostenibile e rispettoso dei territori attraversati.
Ogni anno, l’Africa Eco Race attira piloti professionisti e amatori da tutto il mondo, offrendo un’esperienza unica nel suo genere. La sedicesima edizione dell’Africa Eco Race (28 dicembre 2024 – 12 gennaio 2025) ha visto 156 concorrenti e i 121 veicoli in gara. L’Africa Eco Race è stata vinta da Jacopo Cerutti nella categoria moto, mentre nella categoria auto la vittoria è andata a Benoît Fretin con il suo Century CR6.
Sulle montagne dell’Anti-Atlante
L’Anti Atlante è una catena montuosa del sud del Marocco, caratterizzata da paesaggi aspri, formazioni rocciose meno elevate rispetto a quelle dell’Alto Atlante, ma non meno spettacolari. L’Anti Atlante si estende per circa 500 km, confinando con il deserto del Sahara a sud. Le sue cime raggiungono altezze medie di 2.500–2.700 m, con alcune vette più elevate come il Jbel Sirwa (3.304 m).
La regione è abitata principalmente da popolazioni berbere, in particolare dal gruppo Chleuh, e presenta numerosi villaggi tradizionali e kasbah. Il clima dell’Anti Atlante è generalmente arido.Tuttavia, le zone settentrionali e occidentali possono essere più umide, favorendo l’agricoltura. Tra le attrazioni principali della regione vi sono le incisioni rupestri neolitiche, le kasbah tradizionali e le terrazze coltivate con muretti a secco.
Tissnit. Tradizione e street art
Tissint è un villaggio dell’Anti Atlante, noto per le sue cascate e gole circondate da palme che creano un piccolo angolo di verde in mezzo al paesaggio arido. È conosciuto per le sue mura antiche e per l’artigianato in argento ma, negli ultimi anni sta diventando un piccolo centro di creatività. La cittadina ha iniziato a ospitare diversi artisti di street art che hanno animato muri e palazzi con i loro coloratissimi murales.
Il meteorite di Tissint
Tissint è diventato famoso a livello internazionale per la caduta di un meteorite, uno dei più rari e significativi ritrovamenti di origine marziana mai osservati sulla Terra. È caduto il 18 luglio 2011 vicino a Tissint e i testimoni hanno visto una brillante palla di fuoco nel cielo, seguita da boati sonici.
Il meteorite di Tissint è uno dei pochi meteoriti marziani la cui caduta è stata osservata direttamente. Analisi approfondite hanno rivelato la presenza di una vasta gamma di composti organici, inclusi alcuni mai identificati prima su Marte, come composti organici del magnesio. Questi risultati offrono preziose informazioni sulla geochimica del pianeta rosso e sulle condizioni che potrebbero aver supportato la vita.
Dopo la sua scoperta, frammenti del meteorite di Tissint sono stati acquisiti da musei e istituzioni scientifiche in tutto il mondo, tra cui il Museo di Storia Naturale di Vienna e il Natural History Museum di Londra. La sua rarità e il suo stato di conservazione eccezionale lo rendono un oggetto di grande interesse sia per la comunità scientifica che per i collezionisti.
La caduta del meteorite di Tissint ha anche stimolato l’interesse per la ricerca di meteoriti nella regione dell’Anti Atlante.
Tafraout
Le montagne di granito rosa
Tafraout è una cittadina immersa tra le montagne di granito rosa dell’Anti-Atlante, tra palmeti e gole spettacolari. Offre un paesaggio unico, soprattutto al tramonto, quando le rocce si tingono di tonalità calde e suggestive. È famosa per le sue rocce dipinte, ma è anche un ottimo punto di partenza per escursioni e trekking. Ogni anno, nel mese di marzo, si tiene la Festa degli Amandieri, un evento che celebra la fioritura degli alberi di mandorlo con danze, musica e mercati artigianali.
Le rocce dipinte
Negli anni ‘80, l’artista belga Jean Verame decise di dipingere gli enormi massi di granito di Tafraout con colori vivaci come il blu, il rosa e il giallo, affascinato dall’idea di combinare l’arte con il paesaggio naturale. Jean Verame creò una sorta di dialogo tra la natura suggestiva del luogo e l’intervento artistico, realizzando un’opera d’arte a cielo aperto, accessibile a tutti. L’effetto è surreale, quasi alieno e queste rocce gigantesche colorate sono diventate un’icona della zona.
Tiznit
Tra villaggi e coltivazioni terrazzate
L’Anti Atlante, nonostante sia vicino ad Agadir, è un luogo poco battuto che si estende dall’Oceano Atlantico per 500 chilometri fino al confine con il Sahara del Sud. Presenta una natura incontaminata e preserva le tradizioni dei berberi Chleuh che vivono nei villaggi fortificati in pietra color ocra dedicandosi alla coltivazione delle palme da dattero nelle oasi: i loro villaggi sono costruiti sui pendii, che variano dal grigio scuro al nero, al rosso ocra, proprio per non occupare il terreno utile alle coltivazioni poiché la maggior parte del territorio è arido e brullo.
Vicino ad alcuni villaggi si trovano gli agadir, i granai fortificati e collettivi formati da un dedalo di stanze che si potrebbero paragonare a casseforti create dai berberi per salvare dalle incursioni di malviventi provenienti dal deserto sia i raccolti sia gioielli e altri valori.
Il villggio fortificato di Tizourgane
Il villaggio di Tizourgane, nella regione di Souss-Massa, è un bell’esempio di ksour. È formato da una cinquantina di case oggi disabitate e si trova a circa 1150 metri di altezza, tra Aït Baha e Tafraoute.
La vita in questa parte del Marocco è molto difficile, per questo molte delle numerose kasbah e ksoure sono state abbandonate.
Differenza tra kasbah e ksour
Lo ksour è un villaggio fortificato con abitazioni e magazzini, circondato da mura difensive. Si differenza dalla kasbah per la struttura e la funzione. La kasbah è una fortezza o cittadella, spesso residenza di un governatore o di una figura di rilievo, con una fuzione difensiva e anche amministrativa.
I volti dell’Anti Atlante
Nella valle dell’argan
Nel Sudovest del Marocco, nella regione del Souss, un albero endemico preistorico, l’Argania spinosa, regala i frutti da cui si estrae il prezioso olio di argan.
Valle del Souss era conosciuta fin dall’antichità per per essere un luogo fertile. Nel XVII secolo portoghesi, olandesi e inglesi si rifornivano di zucchero prodotto dalle canne coltivate intorno al bacino dell’Oued Sous, separato dal Sahara dall’Alto Atlante, che veniva caricato sulle navi in partenza dal porto di Agadir.
L’Argania spinosa
Il Souss è anche il territorio dove cresce l’Argania spinosa, un albero longevo, vive fino a 200 anni, che sopporta le alte temperature e che sopravvive alla siccità del territorio ai margini del Sahara grazie alle lunghe radici che trovano l’acqua in profondità. Le capre sono ghiotte dei frutti dell’argan e arrivano ad arrampicarsi sugli alberi per nutrirsene.
Questa pianta produce un frutto ovale, delle dimensioni di grosse olive, molto duro dal quale si ottiene il prezioso olio conosciuto dalle popolazioni berbere fin dall’antichità, quando veniva utilizzato sia per la preparazione di pietanze sia per accendere le lampade. Oggi l’olio di argan è ampiamente impiegato in cosmesi.
Nel 1998 l’Unesco ha dichiarato Riserva della biosfera la Valle del Souss dove cresce l’Argania spinosa per mettere fine al disboscamento.
Come si estrae l’olio di argan
Il procedimento manuale per estrarre l’olio dai frutti dell’argan richiede alle donne berbere molto lavoro. Dopo avere colto il frutto, esso va lasciato seccare per estrarre il nocciolo che, a sua volta, contiene i semi. Questi vanno prima tostati e poi pressati per ottenere l’olio.
Le coste atlantiche
“In Marocco il mare e il deserto si sono intrecciati in un vortice di domande e nessuno è in grado di svelarne il significato molteplice, devastante, impossibile… Ma i pittori marocchini sanno che il mare che hanno scelto non è quello dei marinai e dei pirati. È il mare che esce dal blu, dal colore blu lavorato dall’artista. É il mare interiore, quello che ogni artista porta dentro, quello che immagina, che vuole liberare, rendere visibile”. (Tahar Ben Jelloun).
Essaouira
La posizione strategica
Anticamente conosciuta come Mogador, Essaouira fu un importante porto fenicio, cartaginese e romano. Le isole Purpuree, di fronte alla città, erano in epoca romana un luogo di estrazione di un colorante prezioso che prese il nome di porpora.
Nel XVI secolo, arrivarono i portoghesi, attratti dalla posizione strategica lungo la costa atlantica e costruirono una fortezza, con l’intento di controllare le rotte commerciali.
La medina fortificata
L’attuale aspetto della medina fortificata, patrimonio dell’UNESCO, risale al XVIII secolo e fu progettato dall’architetto francese Théodore Cornut per il sultano Mohammed III.
Una maestosa cortina muraria si affaccia sull’oceano, con bastioni e torri in pietra, abbracciando un dedalo di case bianche e blu a picco sul mare, sferzate dai forti venti e dalle onde, amate dai surfisti.
I vicoli, tra artigianato e gallerie d’arte
I vicoli della medina sono un vero paradiso per gli amanti dell’artigianato. Coloratissime botteghe vendono prodotti in legno di tuia, finemente intarsiati, gioielli in argento, tipici della tradizione berbera, stoffe e tappeti. Non mancano le spezie, con i loro profumi inebrianti, e l’olio di argan, prodotto proprio nella regione.
La città ospita numerose gallerie d’arte che espongono opere di artisti locali e internazionali.
Il porto
Il porto è uno dei luoghi più suggestivi della città. Tantissimi pescherecci bianchi e blu rientrano ogni mattina con il pescato freschissimo, creando un’atmosfera vivace e colorata.
Le comunità hippie
Negli anni ‘60 e ‘70, Essaouira divenne una meta molto popolare tra la comunità hippie. La città attirò artisti, musicisti e viaggiatori da tutto il mondo, affascinati dalla sua atmosfera rilassata, dalle sue spiagge incontaminate e dalla cultura locale autentica. Tra i visitatori celebri di quel periodo c’è stato anche Jimi Hendrix, che alimentò ulteriormente il fascino della città tra i giovani in cerca di libertà e ispirazione. Ancora oggi si respira un po’ di quell’atmosfera bohemien nelle stradine della medina.
Il Festival Internazionale della Musica Gnaoua
Essaouira è anche famosa per il Festival Internazionale della Musica Gnaoua che si tiene a giugno e attira artisti e appassionati da tutto il mondo, La musica Gnaoua è una tradizione musicale mistica, che affonda le sue radici nella cultura africana e berbera, caratterizzata da ritmi ipnotici, canti spirituali e strumenti tradizionali come il guembri e i krakeb. Durante il festival, le strade di Essaouira si riempiono di musica e danze, creando un ponte tra tradizione e modernità.
La tradizione poetica berbera
La città è un centro della tradizione poetica berbera, con una ricca eredità di poesie e canti tradizionali che raccontano la vita e la cultura amazigh (berbera).
Portoni, porte e batacchi
Marrakech
Tra spezie e colori
Prima di raggiungere Tangeri per imbarcarci sulla nave del ritorno, ci immergiamo nei vicoli di Marrakech.
La medina è un labirinto di stradine strette e animate, dove si trovano suq (mercati) vivaci pieni di spezie, tessuti e svariati oggetti di artigianato locale. Ogni angolo riserva una sorpresa, che sia un riad nascosto, un caffè tradizionale o un’antica porta intarsiata.
La piazza, da sempre punto di incontro
La piazza principale di Marrakech, Jemaa el-Fna, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, è il cuore pulsante della città ed è sempre stata un punto di incontro per mercanti, viaggiatori e abitanti locali. Durante il giorno, si anima con bancarelle di frutta, spezie, artigianato e artisti di strada, mentre la sera si trasforma in un vivace teatro a cielo aperto con musicisti, incantatori di serpenti, narratori e chioschi di cibo tradizionale.
Città imperiale
Marrakech fu fondata nell’XI secolo dalla dinastia berbera degli Almoravidi, e divenne rapidamente una delle città imperiali del Marocco. Con il passare dei secoli, Marrakech crebbe in importanza, diventando un crocevia di culture, commerci e arte. La città ha vissuto il suo apice culturale sotto la dinastia saadiana nel XVI secolo, quando furono costruiti molti dei suoi monumenti più celebri. Oggi Marrakech è una città che unisce il fascino del passato con la vivacità del presente.
Peut être fous
“Forse siamo folli” è scritto su un murales ai piedi delle mura di Essaouira.
Forse.
“Perché i viaggi bisogna poterli vivere e sognare, altrimenti non funzionano”.
— Alessandro Vanoli, storico e scrittore italiano
Reportage realizzato durante il viaggio MAROCCO WILD dal 24 dicembre 2024 al 9 gennaio 2025
organizzato da AF TRAVEL FIRENZE
Ringrazio
Daniele Moretti AF TRAVEL FIRENZE
e tutti i fantastici equipaggi!
Per partecipare a nuove avventure visita il sito AF TRAVEL FIRENZE.
Guarda anche il reportage MAROCCO OFF ROAD. ATTRAVERSO LE VASTITÀ.