Viaggio off road nel deserto della Tunisia
Quando si arriva in cima a una duna, si pensa di vedere qualcosa.
Invece si vedono solo altre dune.
Complici del vento, si increspano, si disfano. Si disperdono.
Come se ogni granello non appartenesse a nessuna duna. Ma solo a se stesso. E al deserto.
Nel deserto non si va a cercare qualcosa.
È un luogo dove i riferimenti scompaiono.
Restano distese, creste e oasi.
Si avanza per direzioni, senza confini visibili.
Per i geografi il deserto è scarsità d’acqua.
Per i latini, desertus è ciò che è abbandonato dagli uomini.
Per chi lo vive è soltanto ar-Rimal, le Sabbie.
AF TRAVEL FIRENZE
TUNISIA OFF ROAD
Tunisi – Mahrès – Matmata
Sbarcati a Tunisi, la strada scende verso il Sahel tunisino. Gli uliveti accompagnano il viaggio per chilometri, radi e polverosi, in uno dei maggiori Paesi produttori di olio d’oliva al mondo.
Poi il verde si ritrae gradualmente e i colori tendono all’ocra, mentre il sud si apre verso gli altipiani stepposi fino al villaggio di Matmata.
Il villaggio di Matmata appare sparso tra le colline aride. Solo avvicinandosi ai margini del terreno si scoprono i grandi cortili scavati nella terra attorno ai quali si aprono le antiche abitazioni troglodite.
Le case troglodite di Matmata
Le case troglodite raccontano una storia che attraversa i secoli. La nostra guida Mustafa ci spiega che molte di queste abitazioni vennero scavate tra i 700 e i 900 anni fa dalle comunità berbere della regione.
Tutto veniva realizzato a mano. Prima si scavava il grande cortile centrale, poi l’ingresso e le stanze, ricavate direttamente nella roccia e nell’argilla, e infine la grande cisterne sotterranee per raccogliere l’acqua piovana.
«Le popolazioni berbere scesero dalle zone montuose anche per una ragione pratica: lavorare la terra risultava meno faticoso che continuare a spaccare la roccia della montagna», aggiunge Mustafa.
Queste abitazioni nascono come risposta al clima estremo del sud tunisino. Durante l’estate le temperature esterne raggiungono i 45 – 50 gradi, mentre all’interno delle stanze la temperatura resta intorno ai 25 gradi grazie all’isolamento naturale della terra.
Fino al 1968-1969 molte famiglie vivevano ancora stabilmente nelle case troglodite. Le forti piogge e le alluvioni di quegli anni provocarono però danni e crolli, spingendo parte della popolazione a trasferirsi verso la nuova Matmata, costruita a circa dieci chilometri dal villaggio originario.
Oggi gli abitanti di Matmata vivono queste case durante i periodi più caldi. Quando il sole rende difficile restare all’aperto, le antiche case sotterranee tornano a riempirsi di vita, grazie alla loro temperatura fresca e costante.
Una di queste abitazioni, oggi trasformata in museo e aperta ai visitatori, è stata utilizzata come set cinematografico per alcune scene di Star Wars Episode IV: A New Hope, contribuendo a rendere Matmata conosciuta anche nel mondo del cinema.
Per vedere il reel delle case troglodite di Matmata su
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Pranzo picnic
Verso il Grande Erg Orientale
Lasciata Matmata, ci dirigiamo verso il Grande Erg Orientale.
Un pastore attraversa la strada mentre il paesaggio cambia lentamente.
I rilievi si abbassano. Compaiono le prime dune del Sahara e le tende del Campement Zmela, dove trascorriamo tre notti.
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Il mare di dune del Sahara tunisino
II mattino seguente superiamo il cordone dunale vicino al campo e ci inoltriamo tra le grandi distese di sabbia del Sahara.
Il Grande Erg Orientale si estende tra Tunisia, Algeria e parte della Libya, formando una delle più grandi aree dunarie del Sahara. Nel territorio tunisino occupa soprattutto la regione meridionale oltre Douz.
Con il termine “erg” si indica una vasta distesa sabbiosa modellata dal vento, diversa dai deserti rocciosi o pietrosi che occupano gran parte del Sahara.
Le dune del Grande Erg Orientale non sono tutte uguali. Alcune sono basse e ondulate, altre raggiungono decine di metri di altezza e assumono forme molto diverse a seconda della direzione dei venti.
Attraversare questo territorio significa entrare in uno spazio che per secoli è stato percorso da carovane commerciali, nomadi e e dalle piste transahariane.
Il Sahara era infatti una rete di collegamenti tra Africa mediterranea e Africa subsahariana. Attraverso queste rotte transitavano sale, tessuti, spezie, datteri e merci provenienti da regioni lontanissime.
Nel Grande Erg Orientale tunisino il silenzio è uno degli elementi che colpiscono di più. La sabbia assorbe molti suoni e il paesaggio appare quasi privo di riferimenti stabili: le tracce vengono cancellate rapidamente dal vento, l’orizzonte resta aperto per chilometri e la luce cambia continuamente colore durante la giornata. Per questo motivo il deserto ha sempre richiesto esperienza e conoscenza del territorio.
I nomadi conoscevano i punti d’acqua, le direzioni dei venti e i percorsi più sicuri tra le dune, competenze essenziali per sopravvivere in un ambiente estremo.
Il Grande Erg Orientale è diventato uno dei simboli del turismo sahariano tunisino. Le spedizioni in fuoristrada, i bivacchi nel deserto e le traversate tra le dune permettono di raggiungere aree remote dove il paesaggio conserva ancora una forte sensazione di isolamento. Allo stesso tempo, questo ambiente resta fragile: il clima estremo, la scarsità d’acqua e l’equilibrio delicato delle oasi rendono il Sahara un territorio da attraversare con rispetto e attenzione.
Su una distesa di fiori
Attraversiamo gli sterrati del Grande Erg e una distesa di piccoli fiori bianchi e lilla che ricoprono i solchi della terra arida.
Incontri nel deserto
Verso Ksar Ghilane incontriamo un pastore che attraversa il deserto con il suo gregge di pecore.
Tra le dune compare un cavallo bianco coi crini mossi dal vento.
L’oasi di Ksar Ghilane
Tra le rocce e le distese sabbiose, le palme di Ksar Ghilane segnano l’ingresso dell’oasi. Alimentata da sorgenti termali naturali, rappresenta da secoli uno dei punti di vita e di approvvigionamento più importanti del Sahara tunisino, lungo le antiche rotte carovaniere che attraversavano il deserto.
La presenza dell’acqua ha reso possibile la nascita di un paesaggio sorprendente: una fascia verde di palme e coltivazioni circondata da dune e territori aridi. Le oasi, del resto, non sono soltanto sorgenti naturali, ma il risultato di un lavoro umano antichissimo, costruito nei secoli per rendere possibile la vita ai margini del Sahara attraverso sistemi agricoli, canali e coltivazioni adattate al clima.
Oggi Ksar Ghilane conserva la sua funzione storica di luogo di passaggio e di sosta. Attorno all’oasi convivono campi tendati, piste percorse dai fuoristrada e carovane di dromedari, in un territorio dove la presenza dell’acqua continua a determinare il rapporto tra uomo e deserto.
Deglet nour, le “dita di luce”
Viene chiamata “dita di luce” la deglet nour, una delle varietà più diffuse della Phoenix dactylifera, la palma da dattero coltivata nelle oasi del Maghreb. Il nome deriva dal colore dorato e quasi traslucido dei suoi frutti, considerati tra i più pregiati del Nord Africa.
La coltivazione richiede ancora molto lavoro manuale: tra primavera ed estate gli agricoltori impollinano le palme femmina arrampicandosi fino alla cima degli alberi, mentre tra autunno e inverno avviene la raccolta dei grandi grappoli di datteri. Per proteggerli dalla polvere del deserto e dai parassiti, i frutti vengono spesso avvolti in sacchi durante la maturazione.
Nelle oasi ogni parte della palma viene utilizzata: il tronco e le foglie servono per costruire recinzioni, tetti, porte e piccoli arredi. La palma da dattero resta ancora oggi una delle risorse più importanti della vita sahariana tunisina.
La rosa del deserto
Nel sud della Tunisia, tra le distese di sabbia e le pianure salate ai margini del Sahara, si trovano strani fiori di pietra. I nomadi li chiamano “rose del deserto”: aggregati di cristalli di gesso nati lentamente dall’acqua e dall’evaporazione.
La loro forma ricorda i petali di una rosa: lamine sottili color ocra, beige o arancio che si aprono in rosette irregolari. Questo aspetto nasce in ambienti aridi dove il sottosuolo contiene gesso e sali minerali. L’acqua freatica o le rare piogge sciolgono il solfato di calcio; poi, risalendo lentamente verso la superficie, evaporano sotto il sole. Cristallo dopo cristallo, il gesso cresce inglobando sabbia e formando queste strutture minerali.
Picnic all’oasi
Dopo pranzo ci rimettiamo in viaggio verso il fortino romano di Tisavar.
Il fortino di Tisavar
Tra il vento e le dune del Sahara, il fortino di Tisavar è uno dei pochi esempi di architettura romana nel deserto tunisino.
Costruito tra il II e il III secolo d.C., probabilmente sotto l’imperatore Commodo, nei pressi dell’oasi di Ksar Ghilane, faceva parte del Limes Tripolitanus, il sistema difensivo creato da Roma per controllare le rotte carovaniere, sorvegliare il territorio e presidiare i punti d’acqua lungo le vie del deserto.
Oggi restano rovine basse e compatte, ma è ancora leggibile la struttura originaria: una pianta rettangolare, mura in pietra adattate all’ambiente desertico e una posizione strategica su un leggero rilievo. Probabilmente il fortino ospitava piccoli contingenti militari incaricati di sorvegliare le piste dirette verso il sud della Tunisia.
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El Mida
Il territorio attorno a El Mida appartiene a quella fascia di transizione del Sahara dove il paesaggio alterna hamada — il deserto roccioso — e zone sabbiose più mobili. I colori passano dal beige chiaro al rosso spento, fino ai toni grigi della pietra calcarea. La vegetazione è quasi assente, limitata a piccoli arbusti resistenti alla siccità e al sale trasportato dal vento.
Attraversare queste aree significa entrare in uno spazio costruito più dalla geologia che dalla presenza umana. Le montagne basse che punteggiano il paesaggio non hanno la monumentalità delle grandi catene montuose africane: sembrano piuttosto antichi rilievi erosi nel tempo, levigati da milioni di anni di vento e sbalzi termici. Proprio questa dimensione contenuta rende il panorama particolare. Lo sguardo riesce a seguire contemporaneamente le piste, le ondulazioni del terreno e il profilo delle alture sullo sfondo, in un paesaggio che dà continuamente il senso della distanza.
A El Mida il vento soffia senza tregua tra le montagne sahariane.
Lungo la pista compare un antico pozzo, una delle rare fonti d’acqua in questa parte del deserto.
Al Café El Mida ci fermiamo per pranzo mentre fuori infuria una bufera di sabbia. Qui la nostra guida Walid prepara per dolce i datteri con il burro.
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Verso le montagne del Tembaine
Lasciato il Campement Zmela, attraversiamo il cordone dunale e ci dirigiamo verso Ksar Ghilane.
Nel centro del paese passiamo accanto ai dromedari e a una piccola stazione di servizio, prima di ritornare sulle piste sabbiose del Sahara.
Poco oltre ricompaiono le dune.
Café Grand Ereg
Il Café Grand Ereg è uno dei punti di sosta lungo le piste sahariane attraversate da viaggiatori e spedizioni off-road.
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Café Restaurant Du Parc
Proseguiamo sugli sterrati fino al Café Restaurant Du Parc, dove ci fermiamo per pranzo. Sulle tavole arrivano brick à l’œuf appena fritte, couscous e stufati di dromedario e di pollo, preparati secondo la tradizione.
La brik à l’œuf
Non c’è pranzo o cena in Tunisia che non inizi con una brik à l’œuf. Croccante fuori e morbida all’interno, arriva in tavola ancora bollente, piegata in un triangolo sottile di pasta malsouka fritta, con dentro uovo, tonno, prezzemolo e spesso un tocco di harissa.
La difficoltà sta tutta nella cottura: il bianco deve rassodarsi rapidamente mentre il tuorlo resta liquido. Per questo si mangia appena servita, spesso con le mani, facendo attenzione a non rompere subito l’uovo.
Considerata uno dei piatti simbolo della cucina tunisina, la brik deriva da preparazioni diffuse nel mondo ottomano, ma in Tunisia è diventata un’abitudine quotidiana e uno dei sapori più riconoscibili del paese. Ogni famiglia ha la propria versione: c’è chi aggiunge capperi, chi patate, chi carne o formaggio. Nelle città del sud compare quasi ovunque, dai ristoranti alle piccole trattorie lungo le strade del deserto.
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Incontri nel deserto
Al Camp Abdelmoula
Nel tardo pomeriggio raggiungiamo il Camp Abdelmoula, ai piedi delle montagne del Tembaine, dove trascorriamo due notti.
Le tende sorgono tra le dune e i rilievi rocciosi del Sahara, circondate dai fiori del deserto.
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Una giornata tra le dune del Tembaine
La giornata trascorre tra le dune ai piedi delle montagne del Tembaine.
Nel cuore del Grande Erg Orientale, le montagne del Tembaine emergono dal deserto con i loro profili conici, circondate da dune e vaste distese aride.
Intorno al Tembaine le dune assumono forme morbide e spettacolari, modellate dal vento, mentre il terreno si apre in spazi enormi dove la percezione delle distanze cambia completamente. Attraversare queste aree in fuoristrada significa entrare in uno dei paesaggi più iconici del Sahara tunisino, un Sahara molto diverso dall’immagine semplice di una distesa infinita di sabbia: qui convivono rilievi rocciosi, corridoi di dune, pianure aride e silenzi assoluti che rendono il paesaggio parte integrante dell’esperienza del viaggio.
Picnic nel deserto
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Il vento disegna nuove creste sulla sabbia mentre i dromedari corrono accanto a noi.
Il turbante
Nel vento del deserto, Walid, la nostra guida, si sistema il turbante attorno al volto per proteggersi dalla sabbia.
Le popolazioni del Sahara hanno sviluppato da secoli modi diversi per difendersi dal clima attraverso lunghi tessuti avvolti attorno alla testa e al viso. Già in epoca romana, nei mosaici dell’Africa settentrionale, compaiono figure con il capo coperto.
Tra XI e XIII secolo, le migrazioni delle tribù beduine arabe contribuirono a diffondere e trasformare queste pratiche anche nel Sud tunisino, dove il turbante è diventato parte della vita quotidiana nel deserto.
I tessuti utilizzati sono soprattutto cotone e lana, mentre il modo di avvolgerli varia da persona a persona e appartiene a un sapere tramandato nel tempo.
Tra le ombre del tramonto
Al tramonto le dune si riempiono di giochi di luce e ombra, mentre le montagne coniche del Tembaine si stagliano sullo sfondo del Sahara.
Luna piena al Camp Abdelmoula
Alba sul Sahara
All’alba la luce calda del Sahara sfiora lentamente le dune e le montagne del Tembaine.
In cima al Tembaine
Prima di salutare il deserto, saliamo a piedi su una delle montagne del Tembaine.
Tra le rocce compaiono piccoli fiori, mentre tutt’intorno il paesaggio si apre in tavolati aridi segnati dai solchi dell’erosione.
Sulla cima, un piccolo uccello bianco e nero canta senza sosta, come se volesse dirci qualcosa.
Attraverso le vastità
Incontri nel deserto
Sulla strada per Douz
Lasciato il Tembaine, ci dirigiamo verso Douz.
Ai margini del Grande Erg Orientale, Douz è conosciuta come “la porta del deserto”, definizione che nasce dalla sua posizione storica lungo le antiche rotte carovaniere che attraversavano il Sahara collegando il Nord Africa all’Africa subsahariana.
Per secoli la città è stata un importante centro commerciale per le tribù nomadi Mrazig, popolazione araba tradizionalmente legata all’allevamento dei dromedari e alla vita nel deserto.
Douz conserva anche una dimensione agricola profondamente radicata nelle sue oasi. Attorno alla città crescono migliaia di palme da dattero alimentate da falde sotterranee, parte di un sistema di vita che nel Sahara esiste da secoli e che ha permesso l’insediamento umano in un ambiente estremamente duro.
Nel centro di Douz
Douz è uno dei luoghi in cui la cultura sahariana tunisina resta più visibile. Mercati, abiti tradizionali e musica beduina fanno ancora parte della vita locale, soprattutto durante il Festival Internazionale del Sahara (che si svolge tra dicembre e gennaio), nato negli anni Sessanta per valorizzare le tradizioni delle popolazioni nomadi del sud tunisino.
La tradizione dei tappeti
La tradizione dei tappeti in Tunisia risale almeno al X secolo e ancora oggi distingue regioni, tecniche e motivi diversi. Nel sud del Paese, i kilim e i mergoum si riconoscono per le geometrie essenziali e le bande colorate, spesso tessute in lana o cotone. Per le popolazioni nomadi e berbere questi tappeti avevano anche una funzione pratica: isolavano dal freddo delle notti nel deserto, proteggevano dalla sabbia e rendevano più vivibili tende e abitazioni.
La chechia, il cappello dei tunisini
La chechia tunisina è uno dei simboli più riconoscibili dell’artigianato del Paese. Questo morbido copricapo cilindrico si diffuse soprattutto dopo l’arrivo dei mori espulsi dall’Andalusia tra il XV e il XVI secolo. Con loro arrivarono tecniche artigianali e conoscenze che trasformarono la Tunisia in uno dei principali centri di produzione della chechia per tutto il Mediterraneo.
La lavorazione richiedeva numerosi passaggi e città specializzate: a Gafsa si filava la lana, a El Alia si cardava, mentre Tunisi diventava il centro della tintura e della rifinitura finale. Ancora oggi alcune botteghe conservano queste lavorazioni manuali tramandate nei secoli.
La chechia compare anche nell’arte europea del Rinascimento. Uno degli esempi più celebri è il Ritratto di Musico di Leonardo da Vinci, conservato alla Pinacoteca Ambrosiana. Nel dipinto il giovane ritratto indossa un copricapo rosso molto simile a una chechia tunisina, testimonianza degli intensi scambi culturali e commerciali tra le due sponde del Mediterraneo già nel Quattrocento.
Oggi la chechia resta un oggetto profondamente legato all’identità tunisina, anche se le botteghe tradizionali sono sempre meno. E attenzione a non confonderla con il fez marocchino: i tunisini tengono molto alla differenza. Il fez è rigido, tronco-conico e strutturato, mentre la chechia tunisina è morbida, flessibile e completamente diversa nella forma e nella lavorazione.
Come si indossa il turbante
Nella piazza di Douz incontro Jaleb, un venditore di tappeti che, tra una risata e l’altra, mi mostra come si indossa il turbante.
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Poi prende un tappeto e mi spiega il significato dei simboli intrecciati nelle trame.
«Questo è il simbolo della libertà» mi dice indicando un disegno che ricorda un doppio rastrello.
«Le mani verso il cielo e i piedi sulla terra».
«Noi non abbiamo confini», continua sorridendo.
«Tu dal deserto porterai a casa la libertà».
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Lasciata Douz, riprendiamo la strada verso Tunisi. Prima di raggiungere il porto, ci fermiamo a El Djem, dove sorge uno dei più grandi anfiteatri del mondo romano.
L’anfiteatro di El Djem
«Un formidabile gioiello di pietra cesellata».
Lo storico e archeologo francese Charles Saumagne descriveva così l’anfiteatro di El Djem osservando i suoi tre ordini di arcate e le proporzioni armoniose della facciata.
Ancora oggi la forza della struttura convive con una sorprendente leggerezza fatta di ritmo geometrico e vuoti monumentali.
La patina dorata delle pietre cambia sotto il sole tunisino, trasformando l’anfiteatro in una straordinaria architettura capace di unire potenza ed eleganza.
Per capire perché un edificio di questa scala sorga nell’interno della Tunisia bisogna tornare all’antica Thysdrus, il nome romano di El Djem.
Tra il II e il III secolo d.C. la città divenne uno dei centri più ricchi dell’Africa romana grazie soprattutto al commercio dell’olio, nonostante i limiti imposti dal paesaggio.
Il territorio era povero d’acqua, esposto a lunghi periodi di siccità e apparentemente poco adatto alla nascita di una grande città monumentale. Gli archeologi parlano infatti di una vera “sfida al determinismo geografico”.
L’anfiteatro nasce dentro questa volontà di affermazione.
Prima della struttura attuale ne esistevano altre due, più piccole e più semplici. Poi l’élite di Thysdrus volle dotare la città di un edificio capace di rivaleggiare con quelli delle grandi capitali imperiali.
Per dimensioni, concezione architettonica e capacità, El Djem entrò infatti tra i più grandi anfiteatri del mondo romano, collocandosi dopo Roma e Capua e davanti ad Arles e Nîmes.
La costruzione africana venne realizzata più tardi rispetto a quella di Roma. Gli architetti poterono così perfezionare percorsi interni, distribuzione del pubblico e organizzazione degli spazi, trasformando El Djem in una macchina teatrale sofisticata e perfettamente organizzata.
Corridoi concentrici, ingressi assiali, scale di collegamento, gallerie e accessi separati permettevano di governare il movimento di decine di migliaia di persone. La distribuzione del pubblico seguiva una gerarchia rigidissima: vicino al podio prendevano posto i personaggi più importanti della città, mentre il resto della popolazione occupava progressivamente le zone superiori.
Il velarium, il grande tendaggio che proteggeva gli spettatori dal sole tunisino, era sostenuto da una complessa rete di pali, corde e ancoraggi fissati sulla sommità.
Sotto l’arena si sviluppava invece un mondo invisibile fatto di celle, passaggi tecnici e ambienti destinati agli animali e agli spettacoli.
Il podio, alto oltre tre metri, era rivestito di marmo e decorato con intonaci dipinti. Accanto ai percorsi principali si aprivano piccole stanze ornate di mosaici e nicchie decorative, mentre persino alcuni ambienti di servizio conservavano pavimentazioni musive, dettaglio rarissimo in edifici destinati ai giochi gladiatori.
Anche la scelta dei materiali racconta il prestigio della città. Interamente costruito in pietra da taglio, senza il largo uso del mattone tipico degli anfiteatri italiani, El Djem sviluppò un carattere architettonico profondamente africano. Gli architetti utilizzarono persino un modulo punico invece dell’unità di misura romana tradizionale, reinterpretando il modello imperiale secondo materiali, tecniche e sensibilità locali.
Gli spettacoli occupavano un ruolo centrale nella vita della città, e proprio qui emerge una delle differenze più interessanti rispetto al mondo romano italico. A Thysdrus le venationes, le celebri cacce con animali feroci, sembrano aver avuto un successo persino superiore ai combattimenti gladiatori tradizionali. La popolazione africana nutriva una fascinazione particolare per gli animali selvaggi e per la caccia. Alcuni studiosi collegano questa fascinazione anche alla diffusione del culto di Dioniso nell’Africa romana, divinità associata non solo al vino ma anche al dominio simbolico sulle belve feroci.
I mosaici rinvenuti nelle ville della città restituiscono ancora oggi tutta la forza di questo immaginario. Tigri, leoni, pantere, cinghiali e zebù compaiono in scene di caccia e combattimento costruite con una violenza narrativa sorprendente.
Canalizzazioni e cisterne raccoglievano l’acqua piovana attraverso un sofisticato sistema di recupero idrico. Il monumento, alto circa 36 metri, appartiene inoltre ai pochissimi anfiteatri del mondo romano ad aver conservato quasi integralmente i suoi tre livelli di gallerie e arcate.
Con il passare dei secoli cambiò funzione: divenne fortezza, rifugio e luogo di resistenza. Arabi, Bizantini, bey tunisini e Francesi attraversarono queste mura lasciando ferite ancora visibili sulle facciate.
L’anfiteatro di El Djem restituisce il momento in cui il mondo romano incontrò l’Africa e da quell’incontro nacque una città capace di trasformare i modelli imperiali in qualcosa di completamente proprio: una monumentalità africana costruita con la ricchezza dell’olio, la pietra del territorio e l’ambizione di una delle città più potenti dell’Africa romana.
Nell’ombra dell’anfiteatro, tra il beige polveroso della luce e della pietra, una donna cammina curva nel silenzio, quasi assorbita dai blocchi antichi, mentre la trama del suo mantello sembra confodersi con la loro geometria.
Testo, foto e video © Scilla Nascimbene
Reportage realizzato durante il viaggio in Tunisia dal 28 marzo al 6 aprile 2026
organizzato da AF TRAVEL FIRENZE
Ringrazio
Daniele Moretti AF TRAVEL FIRENZE
e tutti i fantastici equipaggi!
Per partecipare a nuove avventure visita il sito AF TRAVEL FIRENZE
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