Tra le rocce e le distese sabbiose, le palme di Ksar Ghilane segnano l’ingresso dell’oasi. Alimentata da sorgenti termali naturali, rappresenta da secoli uno dei punti di vita e di approvvigionamento più importanti del Sahara tunisino, lungo le antiche rotte carovaniere che attraversavano il deserto.

La presenza dell’acqua ha reso possibile la nascita di un paesaggio sorprendente: una fascia verde di palme e coltivazioni circondata da dune e territori aridi. Le oasi, del resto, non sono soltanto sorgenti naturali, ma il risultato di un lavoro umano antichissimo, costruito nei secoli per rendere possibile la vita ai margini del Sahara attraverso sistemi agricoli, canali e coltivazioni adattate al clima.

Oggi Ksar Ghilane conserva la sua funzione storica di luogo di passaggio e di sosta. Attorno all’oasi convivono campi tendati, piste percorse dai fuoristrada e carovane di dromedari, in un territorio dove la presenza dell’acqua continua a determinare il rapporto tra uomo e deserto.

Deglet nour, le “dita di luce”

Viene chiamata “dita di luce” la deglet nour, una delle varietà più diffuse della Phoenix dactylifera, la palma da dattero coltivata nelle oasi del Maghreb. Il nome deriva dal colore dorato e quasi traslucido dei suoi frutti, considerati tra i più pregiati del Nord Africa.

La coltivazione richiede ancora molto lavoro manuale: tra primavera ed estate gli agricoltori impollinano le palme femmina arrampicandosi fino alla cima degli alberi, mentre tra autunno e inverno avviene la raccolta dei grandi grappoli di datteri. Per proteggerli dalla polvere del deserto e dai parassiti, i frutti vengono spesso avvolti in sacchi durante la maturazione.

Nelle oasi ogni parte della palma viene utilizzata: il tronco e le foglie servono per costruire recinzioni, tetti, porte e piccoli arredi. La palma da dattero resta ancora oggi una delle risorse più importanti della vita sahariana tunisina.

La rosa del deserto

Nel sud della Tunisia, tra le distese di sabbia e le pianure salate ai margini del Sahara, si trovano strani fiori di pietra. I nomadi li chiamano “rose del deserto”: aggregati di cristalli di gesso nati lentamente dall’acqua e dall’evaporazione.

La loro forma ricorda i petali di una rosa: lamine sottili color ocra, beige o arancio che si aprono in rosette irregolari. Questo aspetto nasce in ambienti aridi dove il sottosuolo contiene gesso e sali minerali. L’acqua freatica o le rare piogge sciolgono il solfato di calcio; poi, risalendo lentamente verso la superficie, evaporano sotto il sole. Cristallo dopo cristallo, il gesso cresce inglobando sabbia e formando queste strutture minerali.

Verso Ksar Ghilane incontriamo un pastore che attraversa il deserto con il suo gregge di pecore.

Tra le dune compare un cavallo bianco coi crini mossi dal vento.

Testo e foto ©Scilla Nascimbene

Tratto dal reportage sul viaggio in Tunisia: LINEE DI SABBIA. Per leggere l’intero reportage, clicca qui.

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