La chechia tunisina è uno dei simboli più riconoscibili dell’artigianato del Paese. Questo morbido copricapo cilindrico si diffuse soprattutto dopo l’arrivo dei mori espulsi dall’Andalusia tra il XV e il XVI secolo. Con loro arrivarono tecniche artigianali e conoscenze che trasformarono la Tunisia in uno dei principali centri di produzione della chechia per tutto il Mediterraneo.
La lavorazione richiedeva numerosi passaggi e città specializzate: a Gafsa si filava la lana, a El Alia si cardava, mentre Tunisi diventava il centro della tintura e della rifinitura finale. Ancora oggi alcune botteghe conservano queste lavorazioni manuali tramandate nei secoli.
La chechia compare anche nell’arte europea del Rinascimento. Uno degli esempi più celebri è il Ritratto di Musico di Leonardo da Vinci, conservato alla Pinacoteca Ambrosiana. Nel dipinto il giovane ritratto indossa un copricapo rosso molto simile a una chechia tunisina, testimonianza degli intensi scambi culturali e commerciali tra le due sponde del Mediterraneo già nel Quattrocento.
Oggi la chechia resta un oggetto profondamente legato all’identità tunisina, anche se le botteghe tradizionali sono sempre meno. E attenzione a non confonderla con il fez marocchino: i tunisini tengono molto alla differenza. Il fez è rigido, tronco-conico e strutturato, mentre la chechia tunisina è morbida, flessibile e completamente diversa nella forma e nella lavorazione.
Testo e foto © Scilla Nascimbene
Tratto dal reportage sul viaggio in Tunisia: LINEE DI SABBIA. Per leggere l’intero reportage, clicca qui.