TUNISIA

«Un formidabile gioiello di pietra cesellata».

Lo storico e archeologo francese Charles Saumagne descriveva così l’anfiteatro di El Djem osservando i suoi tre ordini di arcate e le proporzioni armoniose della facciata.

Ancora oggi la forza della struttura convive con una sorprendente leggerezza fatta di ritmo geometrico e vuoti monumentali.

La patina dorata delle pietre cambia sotto il sole tunisino, trasformando l’anfiteatro in una straordinaria architettura capace di unire potenza ed eleganza.

Per capire perché un edificio di questa scala sorga nell’interno della Tunisia bisogna tornare all’antica Thysdrus, il nome romano di El Djem.


Tra il II e il III secolo d.C. la città divenne uno dei centri più ricchi dell’Africa romana grazie soprattutto al commercio dell’olio, nonostante i limiti imposti dal paesaggio.

Il territorio era povero d’acqua, esposto a lunghi periodi di siccità e apparentemente poco adatto alla nascita di una grande città monumentale. Gli archeologi parlano infatti di una vera “sfida al determinismo geografico”.
L’anfiteatro nasce dentro questa volontà di affermazione.

Prima della struttura attuale ne esistevano altre due, più piccole e più semplici. Poi l’élite di Thysdrus volle dotare la città di un edificio capace di rivaleggiare con quelli delle grandi capitali imperiali.

Per dimensioni, concezione architettonica e capacità, El Djem entrò infatti tra i più grandi anfiteatri del mondo romano, collocandosi dopo Roma e Capua e davanti ad Arles e Nîmes.

La costruzione africana venne realizzata più tardi rispetto a quella di Roma. Gli architetti poterono così perfezionare percorsi interni, distribuzione del pubblico e organizzazione degli spazi, trasformando El Djem in una macchina teatrale sofisticata e perfettamente organizzata.

Corridoi concentrici, ingressi assiali, scale di collegamento, gallerie e accessi separati permettevano di governare il movimento di decine di migliaia di persone. La distribuzione del pubblico seguiva una gerarchia rigidissima: vicino al podio prendevano posto i personaggi più importanti della città, mentre il resto della popolazione occupava progressivamente le zone superiori.

Il velarium, il grande tendaggio che proteggeva gli spettatori dal sole tunisino, era sostenuto da una complessa rete di pali, corde e ancoraggi fissati sulla sommità.

Sotto l’arena si sviluppava invece un mondo invisibile fatto di celle, passaggi tecnici e ambienti destinati agli animali e agli spettacoli.

Il podio, alto oltre tre metri, era rivestito di marmo e decorato con intonaci dipinti. Accanto ai percorsi principali si aprivano piccole stanze ornate di mosaici e nicchie decorative, mentre persino alcuni ambienti di servizio conservavano pavimentazioni musive, dettaglio rarissimo in edifici destinati ai giochi gladiatori.

Anche la scelta dei materiali racconta il prestigio della città. Interamente costruito in pietra da taglio, senza il largo uso del mattone tipico degli anfiteatri italiani, El Djem sviluppò un carattere architettonico profondamente africano. Gli architetti utilizzarono persino un modulo punico invece dell’unità di misura romana tradizionale, reinterpretando il modello imperiale secondo materiali, tecniche e sensibilità locali.

Gli spettacoli occupavano un ruolo centrale nella vita della città, e proprio qui emerge una delle differenze più interessanti rispetto al mondo romano italico. A Thysdrus le venationes, le celebri cacce con animali feroci, sembrano aver avuto un successo persino superiore ai combattimenti gladiatori tradizionali. La popolazione africana nutriva una fascinazione particolare per gli animali selvaggi e per la caccia. Alcuni studiosi collegano questa fascinazione anche alla diffusione del culto di Dioniso nell’Africa romana, divinità associata non solo al vino ma anche al dominio simbolico sulle belve feroci.

I mosaici rinvenuti nelle ville della città restituiscono ancora oggi tutta la forza di questo immaginario. Tigri, leoni, pantere, cinghiali e zebù compaiono in scene di caccia e combattimento costruite con una violenza narrativa sorprendente.

Canalizzazioni e cisterne raccoglievano l’acqua piovana attraverso un sofisticato sistema di recupero idrico. Il monumento, alto circa 36 metri, appartiene inoltre ai pochissimi anfiteatri del mondo romano ad aver conservato quasi integralmente i suoi tre livelli di gallerie e arcate.

Con il passare dei secoli cambiò funzione: divenne fortezza, rifugio e luogo di resistenza. Arabi, Bizantini, bey tunisini e Francesi attraversarono queste mura lasciando ferite ancora visibili sulle facciate.

L’anfiteatro di El Djem restituisce il momento in cui il mondo romano incontrò l’Africa e da quell’incontro nacque una città capace di trasformare i modelli imperiali in qualcosa di completamente proprio: una monumentalità africana costruita con la ricchezza dell’olio, la pietra del territorio e l’ambizione di una delle città più potenti dell’Africa romana.

Nell’ombra dell’anfiteatro, tra il beige polveroso della luce e della pietra, una donna cammina curva nel silenzio, quasi assorbita dai blocchi antichi, mentre la trama del suo mantello sembra confodersi con la loro geometria.

Testo e foto © Scilla Nascimbene

Tratto dal reportage sul viaggio in Tunisia: LINEE DI SABBIA. Per leggere l’intero reportage, clicca qui.

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