La Bottega Sarda di Sassari

Gallinella in ceramica con pulcini, simbolo di fertilitĂ  nella tradizione sarda. La Bottega Sarda di Sassari

Una bottega nel cuore di Sassari dove ogni oggetto porta con sĂŠ una storia: dalle capre di Maria Lai alle Janas, dagli amuleti alle antiche tradizioni del corredo nuziale. In via Cavour, nel centro di Sassari, c’è una bottega dove gli oggetti arrivano da piccoli laboratori e singoli artigiani sparsi per la Sardegna. A sceglierli è Aurora Puxeddu. Aurora prende gli oggetti uno alla volta e li racconta. ÂŤQuesto non è il solito artigianatoÂť, precisa: sono pezzi selezionati, lavorati a mano da piccoli laboratori o singoli artigiani, spesso unici, dietro i quali ci sono una tecnica, una tradizione o una storia. Le gallinelle e le anfore anulari Ci sono le gallinelle con i pulcini, simbolo di fertilitĂ . Accanto, spiccano con i loro colori le anfore anulari, utilizzate come contenitori per i liquidi preziosi, proprio perchĂŠ ne contenevano una piccola quantitĂ . La bisaccia di Bonorva Appesa a una parete c’è una grande bisaccia di Bonorva, in provincia di Sassari. È la bisaccia della festa, riccamente decorata, che veniva sistemata sul cavallo in occasione della festa del patrono. Il tappeto delle capre Poi Aurora mi mostra un tappeto e alcuni cuscini: capre bianche sul nero e nere sul bianco, una accanto all’altra. ÂŤQueste portano a Maria LaiÂť, racconta. L’artista aveva vissuto a lungo lontano dalla Sardegna e, quando torna a Ulassai, il suo paese, ritrova le montagne e le capre che si arrampicano sui pendii. È quel paesaggio, spiega Aurora, a entrare nei suoi disegni. Il lavoro di Maria Lai passa attraverso gli intrecci di fili, combinati per creare figure e segni. Nel 1981 Maria Lai (1919-2013) inizia a collaborare con le tessitrici della Cooperativa Tessile Su Marmuri di Ulassai. Il primo lavoro nato dalla collaborazione con la cooperativa è proprio il Tappeto delle Capre. Quelle capre vengono ridotte all’essenziale: corna lunghe, il corpo tracciato con poche linee. Il disegno diventa negli anni uno dei simboli di Su Marmuri e della stessa Ulassai e continua a passare dai tappeti ai cuscini e ad altri tessuti. Aurora prende un libro dedicato all’artista e comincia a sfogliarlo. Il titolo è Maria Lai. Donna tessitrice di legami. Mi mostra le pagine, i lavori dell’artista, gli intrecci di fili e quel rapporto con la tessitura che ritorna anche nella storia del Tappeto delle Capre. Tra sacro e profano Su un altro piano della bottega, piccoli oggetti d’argento aprono una storia completamente diversa. La gioielleria tradizionale sarda è ricca di amuleti e, racconta Aurora, talvolta il confine fra religione e magia quasi scompare. Alcuni hanno la forma di minuscole teche apribili. All’interno potevano essere custodite preghiere, formule magiche oppure entrambe. C’era persino chi li faceva benedire. Cambiavano forme e decorazioni, ma la funzione rimaneva la stessa: proteggere chi li portava con sĂŠ. Anche la gancera, che oggi può essere indossata come collana, arriva dal vestiario tradizionale. Generalmente realizzata in argento, poteva servire a fermare il corpetto, il grembiule o i lembi del copricapo femminile. Il corredo della sposa La brocca racconta invece il matrimonio. Faceva parte del corredo della sposa, soprattutto nelle zone di Oristano e Cagliari e meno nel Sassarese. Era una tradizione particolarmente presente nell’Ottocento, anche se si è tramandata nel tempo. La sua decorazione era un simbolo della ricchezza della famiglia della sposa, ma il corredo comprendeva anche tessuti, ceramiche e cesti. Le Janas Sugli scaffali di Aurora non mancano le Janas, figure della tradizione sarda, proposte nelle interpretazioni di due diverse botteghe artigiane. Le Janas di Roberta Casu La ceramista Roberta Casu, di Sanluri (La Bottega dell’Arte), le modella in terracotta come piccole figure chiare, con grandi copricapi decorati. Il suo lavoro si ispira alle Janas, le creature che la tradizione popolare ha legato alle domus de janas. Fate secondo alcuni racconti, streghe secondo altri, abitavano nelle rocce e potevano aiutare gli uomini, ma punivano chi si dimostrava avido. La Bottega dell’Arte – Roberta Casu, SanluriSito ufficiale Is Femmineddas La bottega Is Femmineddas le rappresenta invece come piccole figure stilizzate, avvolte in una sorta di mantello con cappuccio, nero, rosso, turchese o di altri colori. Pietra, ferro e terra Ati Artisticu Accanto alle Janas, una piccola casetta decorata con un tralcio di vite e grappoli d’uva è la creazione di Ati Artisticu. Il laboratorio artigiano realizza facciate ispirate alle case dei paesi utilizzando la trachite e inserti d’argento: dei minuscoli frammenti di architettura e vita quotidiana. Ati Artisticu – sito ufficiale Francesca Frau Aurora mi mostra poi i manufatti di Francesca Frau, artigiana di Serrenti, che lavora il ferro battuto portando avanti la tradizione di famiglia. Francesca utilizza tecniche antiche come la forgiatura, la fiammatura e la cesellatura, reinterpretandole anche in forme contemporanee. Francesca Frau – sito ufficiale Andrea Farci Prima di uscire dalla Bottega Sarda, mi fermo a guardare la vetrina. Su un tessuto finemente ricamato, un piatto raffigura la gallinella sarda. È opera di Andrea Farci, artigiano che lavora l’argilla rossa secondo la tecnica del “bianco e cotto”: alcune parti dello smalto bianco vengono eliminate per far riaffiorare il colore naturale della terracotta. Un altro oggetto che porta con sĂŠ una storia, scelto con cura da Aurora. Ceramiche Artistiche Farci – sito ufficiale Bottega Sarda – Artigianato sardo 📍 Via Cavour 50, Sassari☎️ 079 235268🌐 artigianatobottegasardasassari.it B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocitĂ , aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilitĂ ) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079 700 0664 🌐 www.hotel-bb.com Testo e foto Š Scilla Nascimbene Potrebbe interessarti anche: DUE PASSI A SASSARI MONTE D’ACCODDI: IL SANTUARIO PREISTORICO CHE PRECEDE I NURAGHI

MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia

Barca tradizionale – MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia – Sant’Antioco, Sulcis, Sardegna

SULCIS, SARDEGNA La barca che esisteva già nell’albero Si racconta che Michelangelo vedesse già le proprie figure dentro il blocco di marmo. Scolpire significava liberarle dalla materia. A Sant’Antioco, i maestri d’ascia facevano qualcosa di sorprendentemente simile: entravano nel bosco cercando la barca che già esisteva nell’albero. Sceglievano tronchi che avessero già le curvature necessarie alla costruzione dello scafo, perché il taglio potesse seguire l’andamento naturale delle fibre del legno. Per decenni i maestri d’ascia costruirono e ripararono le imbarcazioni destinate alla pesca e alla navigazione lungo le coste della Sardegna. Conoscevano le essenze del legno, le loro caratteristiche e sapevano già quale posto avrebbe occupato ogni pezzo nella geometria dello scafo. Il punto di partenza era un modello in scala: da quello prendeva forma l’imbarcazione, pezzo dopo pezzo. Chiglia, prua, poppa e coste formavano l’ossatura; poi arrivava il fasciame a rivestire lo scafo. E l’attrezzo che dava il nome al mestiere era proprio l’ascia, con cui il legno veniva sagomato. A Sant’Antioco i cantieri dei maestri d’ascia esistono ancora, poco lontano dal luogo che oggi ne conserva la memoria: il MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia. La laguna di Sant’Antioco: barche, saline e fenicotteri Dal cantiere, le barche scendevano nelle acque della laguna. Un ambiente di oltre 650 ettari, profondo in media appena 50 centimetri, dove la pesca ha accompagnato per generazioni la vita di Sant’Antioco. Cefali, seppie e polpi popolano queste acque. Nelle acque basse della laguna navigavano anche is cius, le tipiche imbarcazioni antiochensi utilizzate per la pesca. Barche dal fondo piatto, costruite proprio dai maestri d’ascia, realizzate ancora oggi a Sant’Antioco in piccoli cantieri a conduzione familiare. Le Saline di Santa Caterina sono tuttora attive e nelle loro acque si alimentano i fenicotteri, mentre la laguna ospita una vegetazione adattata all’elevata salinità e numerose specie di uccelli. Pinna nobilis e bisso, la seta del mare Sul fondo vive la Pinna nobilis, il grande mollusco bivalve che a Sant’Antioco chiamano naccara. Un tempo veniva raccolta anche per ricavarne il bisso. Dalla barca i pescatori utilizzavano sa manu de ferru, un’asta lunga sei o sette metri terminante con una sorta di staffa: agganciavano la conchiglia, imprimevano una rotazione e la estraevano dal fondale. D’estate i ragazzi si tuffavano invece per prenderla con le mani, proteggendosi dai bordi taglienti con un tovagliolo. La Pinna nobilis produce il bisso, un fascio di filamenti sottilissimi con cui si ancora al fondale. Una volta raccolti, puliti, filati e tessuti, quei filamenti diventavano un tessuto prezioso dai caratteristici riflessi metallici, vicini al rame. Oggi la Pinna nobilis è una specie protetta e il bisso non può più essere prelevato dal mare. Novecento “code” per una sottoveste di bisso All’inizio del Novecento la lavorazione del bisso era ancora molto diffusa a Sant’Antioco. Nel 1914 il fotografo ed editore fiorentino Vittorio Alinari visitò l’isola durante un viaggio in Sardegna e contò circa duecento telai. Rimase colpito dalla lavorazione del bisso e annotò che per confezionare una sola sottoveste occorrevano almeno novecento “code”, i fasci di filamenti prodotti dalla Pinna nobilis. Italo Diana, il maestro del bisso di Sant’Antioco In quegli stessi anni, a Sant’Antioco, Italo Diana imparava a filare e a tessere dalle donne della famiglia che lo avevano cresciuto. Nato nel 1890 e rimasto orfano di madre a otto anni, crebbe in una famiglia composta soprattutto da donne e furono proprio loro a insegnargli a filare, tessere e preparare i materiali per il telaio. Negli anni Venti aprì una scuola con laboratorio, dove le ragazze lavoravano cotone, lana, lino e orbace, ma i manufatti più preziosi nascevano dal bisso. La materia prima arrivava direttamente dalla laguna. Diana pagava i pescatori perché gli procurassero le Pinnae intere, ne estraeva i bioccoli di bisso e restituiva le nacchere, che potevano essere vendute o consumate. Nel laboratorio le ragazze lavoravano a gruppi di tre o quattro, alternandosi alla filatura e alla tessitura, mentre Emma, sorella di Italo, si occupava dell’organizzazione della scuola. Da quei telai uscirono bisacce, gilet e capi d’abbigliamento, ma anche lavori destinati molto lontano da Sant’Antioco: un saio per una statua di San Francesco ad Assisi, una mantella per la principessa Mafalda di Savoia e un arazzo che impegnò Italo Diana e Assunta Cabras per circa tre anni. L’arazzo era destinato a Benito Mussolini, in occasione della sua visita nel Sulcis per la fondazione di Carbonia nel 1938. Al centro erano stati tessuti la scritta W IL DUCE e il fascio littorio. L’opera, però, non fu mai consegnata e Diana intervenne sul tessuto, coprendo la scritta con nuovi motivi decorativi. L’anno successivo i telai della scuola furono requisiti per produrre l’orbace destinato alle divise. Con l’inizio della guerra la scuola chiuse e Diana fu richiamato alle armi, ma la lavorazione del bisso continuò attraverso le donne che erano state sue allieve. Chiara Vigo e il filo del bisso Tra le custodi di questa antica tradizione, Chiara Vigo lavora tuttora la fibra prelevata dalla Pinna nobilis, senza uccidere l’animale. Nel suo laboratorio di Sant’Antioco fila la “seta del mare” e trasmette la conoscenza di questa tradizione del Sulcis. Museo del Bisso – Chiara Vigo📍 Viale Regina Margherita 168, Sant’Antiocoℹ️ Visite su appuntamento🌐 chiaravigo.it La memoria arrivata dalle case di Sant’Antioco La collezione del MuMA continua a crescere grazie alle famiglie di Sant’Antioco. Dal 2015 sono stati gli stessi abitanti a consegnare al museo oggetti e testimonianze appartenuti ai propri familiari. I polipetti di Marisa e il legame con la terra In un angolo del MuMA ci sono anche piccoli polpi all’uncinetto. Li realizza Marisa e sono diventati il simbolo di GEA Ambiente e Turismo, la cooperativa che gestisce il MuMA, il CEAS e la struttura ricettiva che li ospita. La loro storia arriva dagli ospedali pediatrici: polipetti simili vengono collocati nelle culle dei bambini prematuri perché i tentacoli, ricordando il cordone ombelicale, avrebbero per loro una funzione rassicurante. GEA ha scelto quell’immagine come simbolo del legame con la propria terra. MuMA: informazioni per la visita MuMA – Museo del Mare e dei

Nora, tremila anni davanti al mare

Torre del Coltellazzo. Nora, Pula, Sardegna.

Sulla costa di Pula, l’antica Nora conserva tracce della città fenicia, punica e romana. Dalla Stele di Nora ai mosaici, dalla Torre del Coltellazzo alla laguna, un viaggio attraverso quasi tremila anni di storia affacciati sul mare.

Baressa, tra mandorli e memorie contadine

Murale dedicato alla vita nei campi e alla tradizione contadina di Baressa, Marmilla, Sardegna.

MARMILLA, SARDEGNA Un intrico di vicoli scuri. Di roccia dura, vulcanica: il basalto arrivato dalla Giara. E muri di pietra chiara e morbida. L’arenaria degli antichi fondali marini. Poi i portoni, oltre duecento, che si aprono in ampi cortili dove un tempo entravano i carri. Baressa si presenta cosĂŹ agli occhi di chi la scopre, passo dopo passo. Siamo in Marmilla, ai piedi della Giara, in un paese di poco piĂš di cinquecento abitanti che conserva una forte anima agricola. La raccontano anche i murales dipinti sui muri, con scene della vita contadina di un tempo. Dietro quei grandi portoni arrivavano il grano, le olive, le mandorle. Alcune case avevano il proprio frantoio o una macina, azionata anche dai piccoli cavalli che scendevano dalla Giara. La Casa Museo e la memoria contadina Per ritrovare quel mondo basta entrare nella Casa Museo, un’abitazione contadina della seconda metĂ  dell’Ottocento, stretta fra due cortili lastricati. In quello posteriore trovavano posto gli animali, gli aratri e gli attrezzi dei campi; poco distante, nella casa della macina, il frantoio mosso dagli animali, il torchio e la macina del grano. Dentro, il focolare era il luogo piĂš caldo della casa, dove si cucinava e ci si ritrovava per mangiare e parlare. C’era la stanza riservata agli ospiti, la dispensa, il solaio dove si conservavano i cereali. Poi c’era la stanza del telaio. Nel 1833, su 166 famiglie, erano attivi 110 telai. Le donne lavoravano lana e lino destinati soprattutto all’uso familiare.  Il pane dei giorni e delle feste A Baressa si serviva un tipo di pane a seconda dell’occasione. Il civraxiu, una pagnotta di semola di grano duro, era il pane quotidiano. Per le cerimonie veniva invece preparato un pane molto decorato: Il coccoi de is sposus, il pane degli sposi. Mandorli, ulivi e pietre antiche Tra gli alti muri dei vicoli, cespugli di rosmarino e fichi d’India, compare il campanile di San Giorgio, la chiesa cinquecentesca del paese. Fuori dal centro abitato cominciano i mandorli, che tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo fioriscono a migliaia e ai quali, a settembre, Baressa dedica la sua festa piĂš importante, la Sagra della Mandorla. E poi gli ulivi secolari, circa un migliaio, alcuni raccolti lungo poche centinaia di metri di campagna nel Sentiero dei Magnifici. E poi, ancora, la pietra. Quella che in Sardegna ha costruito nuraghi, dolmen, domus de janas e muretti a secco. Nel territorio di Baressa rimangono i resti di diversi nuraghi, tra cui Codinas, il piĂš noto, frequentato anche in epoca punica, come testimoniano reperti ceramici del V secolo a.C. Ascoltare con gli occhi ÂŤAvevo tredici anni, ero sui banchi della terza media. È stato lĂŹ che ho incontrato Chiara. Chiara era una ragazza sorda e seguiva con noi le lezioni, con il supporto di un’interprete. Io mi ricordo che, mentre ascoltavo i professori, l’occhio mi sfuggiva verso di lei. Rimanevo incantata dalle sue mani che trasformavano quello che ci veniva spiegato in lingua dei segni, per Chiara. È stato lĂŹ che ho pensato: “Da grande voglio diventare interprete”». Elidia era solo una ragazzina quando incontrò Chiara, alle scuole medie di Ales. Un giorno, durante la ricreazione, suonò la campanella. Chiara avvertĂŹ forse una vibrazionee le chiese che cosa fosse. Ma Elidia non sapeva spiegarle una cosa semplicissima: che l’intervallo era finito e bisognava tornare in classe. ÂŤA scuola impariamo l’inglese e il francese, ma la lingua dei segni non ce la insegna nessunoÂť. Filomena, la loro professoressa di italiano, storia e geografia, aveva cominciato a fare l’appello in lingua dei segni. Ognuno aveva un segno-nome: Elidia portava i capelli molto lunghi e il suo richiamava proprio i capelli; un compagno aveva un neo sulla fronte e quello era diventato il segno che lo identificava. Passano gli anni. Elidia si laurea in Lingue a Cagliari. Nel 2021 parte per Venezia. A Ca’ Foscari c’era uno dei pochi percorsi universitari in Italia dedicati alla linguistica per la sorditĂ  e i disturbi del linguaggio. ÂŤI miei professori erano per la maggior parte sordi, madrelingua LISÂť, racconta. Elidia si laurea e prosegue la formazione a Ravenna, fino a diventare ciò che giĂ  a tredici anni aveva deciso di essere: interprete di lingua dei segni. ÂŤQuando mi sono laureata ho telefonato alla professoressa Filomena. Appena ha saputo che ero diventata interprete si è commossa e mi ha recitato i versi di Dante: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”». L’uomo è fatto per cercare la conoscenza e, attraverso di essa, dare forma alle proprie aspirazioni. Elidia Pisu, classe 1998, è tornata a Baressa, nel paese della Marmilla dove è cresciuta. Oggi è interprete di lingua dei segni e operatrice del CEAS Il Mandorlo di Baressa, Centro di Educazione Ambientale e alla SostenibilitĂ  gestito da GEA Ambiente e Turismo, cooperativa che opera con il marchio Ecoistituto Mediterraneo. Se passate da Baressa, cercate Elidia. Vi racconterĂ  con tanto entusiasmo il suo territorio. E forse vi inviterĂ  anche ad ÂŤascoltare con gli occhiÂť, per cogliere la meraviglia che ci circonda. AttivitĂ  ed esperienze Per attivitĂ  ed esperienze alla scoperta di Baressa e del territorio circostante: 📞 +39 346 214 0608Ecoistituto Mediterraneo – GEA Ambiente e Turismo🌐 ecoistitutomed.it Dove dormire a Baressa Il Mandorlo – Albergo Diffuso e Ristorante Rustico 📍Via Is Tellaias 7 – 09090 Baressa (OR)🌐 albergodiffusoilmandorlo.com Il Mandorlo è un albergo diffuso ricavato dal recupero di antiche abitazioni di Baressa, restaurate conservando i caratteri dell’architettura rurale tradizionale: pietre a vista, soffitti in legno, loggiati, tessuti e arredi legati alla tradizione locale. Il progetto nasce con l’obiettivo di recuperare le vecchie case del paese sottraendole all’abbandono e permettendo a chi soggiorna di vivere all’interno del borgo. La struttura è gestita da Ecoistituto Mediterraneo – GEA Ambiente e Turismo e ospita anche il CEAS Baressa Il Mandorlo, Centro di Educazione all’Ambiente e alla SostenibilitĂ . Testo e foto ŠScilla Nascimbene In collaborazione con My Export Manager Potrebbero interessarti anche: BARADILI. IL COMUNE PIĂš PICCOLO DELLA SARDEGNA CANTINA CONTINI CABRAS MuLag. IL MUSEO

Il segreto nascosto sotto una collina di pietre

Monte d'Accodi, Sassari

MONTE D’ACCODDI E SASSARI A quattro metri di profonditĂ , Ercole Contu era convinto che la risposta fosse ancora sotto i suoi piedi. Ma le pareti di quel pozzo, formate da pietre rimaste immobili per migliaia di anni, rischiavano di crollargli addosso. L’archeologo fu costretto a risalire, deciso a trovare una soluzione per tornare a scavare. Nei suoi appunti continuava a ripetere che lĂŹ sotto doveva esserci ancora qualcosa. Una collina di pietre. CosĂŹ era apparso Monte d’Accoddi quando Ercole Contu era arrivato nella pianura della Nurra, a pochi chilometri da Sassari, all’inizio degli anni Cinquanta. Molti ritenevano che quel cumulo potesse nascondere i resti di un nuraghe. Il santuario preistorico Contu cominciò a scavare e dalla collina emerse tutt’altro: un grande santuario preistorico, con una monumentale rampa d’accesso, un imponente menhir, due grandi lastre di pietra destinate ai rituali e i resti di un antico villaggio dell’EtĂ  del Rame. Era una scoperta straordinaria. Eppure, piĂš Contu osservava quel monumento, piĂš era convinto che quel santuario custodisse ancora un segreto. Fu per questo che aprĂŹ un pozzo di scavo al centro della piattaforma e raggiunse i quattro metri di profonditĂ . RisalĂŹ, con l’intenzione di proseguire le ricerche. Ma i finanziamenti finirono e Contu non tornò mai piĂš in quel pozzo. Il segreto, venti centimetri piĂš in basso Nel 1979 la nuova campagna di scavo fu affidata all’UniversitĂ  di Genova, guidata dall’archeologo Santo Tinè. Tinè studiò gli appunti lasciati da Contu e, grazie a nuove tecniche, riuscĂŹ a mettere in sicurezza il pozzo e a riprendere la discesa. La risposta che Contu aveva cercato per anni si trovava appena venti centimetri oltre il punto in cui era stato costretto a fermarsi. Sotto il piano di calpestio emersero i resti di un santuario ancora piĂš antico, rimasto nascosto per millenni all’interno del monumento. Il Tempio Rosso, colore del sacro Gli archeologi lo chiamarono Tempio Rosso, per il colore dell’intonaco che ne rivestiva le pareti. L’intonaco era realizzato con argilla ricca di minerali di ferro, che gli conferivano la caratteristica colorazione dell’ocra rossa, lo stesso pigmento utilizzato anche nelle domus de janas, le tombe preistoriche scavate nella roccia.  Per le popolazioni preistoriche il rosso apparteneva al linguaggio del sacro: richiamava il sangue e rappresentava la vita, la morte, il sacrificio e la rigenerazione. L’enigma del menhir Il grande menhir scoperto da Ercole Contu custodiva un enigma. Alto circa quattro metri e mezzo, era stato ritrovato disteso sul terreno, accanto al santuario. Normalmente un menhir veniva infisso in una fossa e stabilizzato con pietre poste tutt’intorno. Quando crollava per cause naturali o veniva abbattuto, il basamento tendeva a rompersi e le pietre di sostegno si disperdevano. A Monte d’Accoddi, invece, il monolite conservava il basamento integro. Proprio questo particolare ha portato gli archeologi a ritenere che il menhir fosse stato estratto volontariamente e deposto. Sono state avanzate diverse ipotesi. Una collega la rimozione del menhir alla costruzione del Tempio Rosso, quasi a segnare il passaggio da un culto a un altro, forse a seguito di un evento eccezionale, come un lungo periodo di siccitĂ . Le lastre sacrificali e il culto della Dea Madre Accanto al monolite sono state trovate due grandi lastre di pietra, interpretate dagli archeologi come altari sacrificali, sui quali venivano sacrificati gli animali durante le cerimonie religiose celebrate nel santuario. Una delle lastre presenta alcune cavitĂ  naturali che, secondo gli studiosi, potevano rappresentare simbolicamente la bocca della Dea Madre, pronta a ricevere il sangue del sacrificio. Terminate le offerte, la comunitĂ  partecipava ai pasti rituali: la carne dell’animale veniva consumata, mentre le ossa erano deposte nelle fosse votive. Proprio le ossa dei suini rinvenute in queste fosse hanno fornito uno degli indizi piĂš preziosi per ricostruire la storia di Monte d’Accoddi. Le analisi al radiocarbonio le hanno datate intorno al 4500 a.C., testimoniando una frequentazione molto antica dell’area. Il culto della Dea Madre era legato alla fertilitĂ , alla terra e alla forza generatrice della natura. In questa lettura anche il grande menhir assume un significato simbolico: la sua forma è stata interpretata come un simbolo maschile, legato alla fecondazione della terra. L’incontro tra il principio maschile e quello femminile richiamerebbe cosĂŹ quello tra il cielo e la terra, la pioggia e il suolo da cui nasce la vita. Un unicum nel Mediterraneo occidentale per la sua architettura Monte d’Accoddi non ha confronti nel Mediterraneo occidentale. A renderlo unico è soprattutto la sua architettura: una grande terrazza tronco-piramidale raggiunta da una lunga rampa che conduce alla sommitĂ  del santuario, dove doveva sorgere una struttura destinata alle cerimonie religiose. Prima dei nuraghi I santuari di Monte d’Accoddi precedono di molti secoli la civiltĂ  nuragica. La tecnica costruttiva ciclopica e a secco, con grandi blocchi di pietra, richiama quella utilizzata successivamente nei nuraghi, mostrando come questo modo di costruire fosse presente in Sardegna giĂ  in epoca precedente. Frequentato dal Neolitico all’EtĂ  del Bronzo La storia di Monte d’Accoddi attraversa un arco di tempo lunghissimo. Il sito conobbe diverse fasi e continuò a essere frequentato dal Neolitico fino all’inizio dell’EtĂ  del Bronzo. Dalla sommitĂ  lo sguardo spazia fino a Capo Caccia, dominando gran parte della pianura della Nurra. Questa vasta regione del nord-ovest della Sardegna si estende tra il golfo di Alghero e quello dell’Asinara e comprende gran parte del territorio comunale di Sassari. Visitare Monte d’Accoddi 📍 Strada Vicinale Monte d’Accoddi 4, Sassari🌐 montedaccoddi.cultura.gov.it☎️ +39 079 2008072 Il santuario è visitabile con biglietto d’ingresso e visite guidate. Per orari aggiornati, tariffe e prenotazioni è consigliabile consultare il sito ufficiale. Due passi a Sassari Sassari ha origini medievali. Nella prima metĂ  del Duecento la cittĂ  venne circondata da una cinta muraria, scandita da trentasei torri e quattro porte. Di quelle mura oggi rimane ben poco, cosĂŹ come del castello aragonese che sorgeva nell’attuale Piazza Castello. Alla fine dell’Ottocento Sassari cominciò a espandersi oltre l’antica cinta muraria. Gran parte delle fortificazioni venne abbattuta e fuori dal perimetro medievale prese forma la nuova cittĂ  ottocentesca. Piazza d’Italia, il Salotto di Sassari Piazza d’Italia nacque al di fuori dell’antico

Turris Libisonis, crocevia del Mediterraneo

Duemila anni fa Porto Torres si chiamava Turris Libisonis. Era una colonia romana affacciata sul Golfo dell’Asinara e il suo porto la collegava alle grandi rotte del Mediterraneo. Il mio nome è Caius Vehilius Rufus ÂŤIl mio nome è Caius Vehilius Rufus. Vissi a Turris Libisonis intorno al 100 d.C. Ero un libertoÂť. A parlare è un uomo vissuto quasi duemila anni fa. O almeno cosĂŹ ha scelto di farlo parlare il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano di Porto Torres, attraverso il racconto che accompagna la sua urna cineraria. Caius era stato uno schiavo e aveva conquistato la libertĂ . Alla fine della sua vita volle che le sue ceneri fossero custodite in un’urna di marmo realizzata a Roma, ÂŤper mostrare a tutti quanto fossi diventato importanteÂť. Sul coperchio dell’urna Caius volle delle maschere teatrali. ÂŤPerchĂŠ la vita per me è proprio come uno spettacolo!Âť, scrive il museo prestando voce alla sua storia. Caius Vehilius Rufus viveva a Turris Libisonis quando la colonia stava attraversando una delle sue stagioni piĂš prospere. Porto Torres, antico crocevia del Mediterraneo La storia di Caius racconta qualcosa anche della cittĂ  in cui visse. Turris Libisonis era cresciuta intorno al suo porto, affacciato sulle grandi rotte del Mediterraneo. Da qui passavano navi, merci e uomini provenienti dalla Penisola Iberica, dalla Gallia, dall’Africa e dalla penisola italiana. Il porto contribuĂŹ a trasformare la colonia in uno dei principali centri della Sardegna in epoca romana, un luogo di scambio in cui insieme alle merci viaggiavano religioni, culti e culture. Turris Libisonis: l’unica colonia romana della Sardegna “Turris Libisonis” era l’unica colonia romana in Sardegna (“autem una quae vocatur ad Turrem Libisonis” Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia”, III, 7,85). Le ipotesi sul fondatore La cittĂ  venne fondata probabilmente tra il 46 e il 41 a.C. da Giulio Cesare o dal figlio adottivo Ottaviano Augusto. Secondo le fonti, Cesare rimase bloccato per circa un mese nei porti della Sardegna a causa delle tempeste. Durante quel soggiorno avrebbe conosciuto la fertilitĂ  del territorio e la posizione strategica del Golfo dell’Asinara. Proprio allora potrebbe essere nata l’idea di fondare una colonia su questo tratto di costa, realizzata soltanto negli anni successivi. Le ipotesi sull’origine del nome Il nome è composto da due elementi: “Turris”, che potrebbe far riferimento alla presenza di un nuraghe presso la foce del fiume Mannu, e “Libisonis”, da riconnettere forse alla denominazione antica del Nord Africa (Libya), regione che ha avuto fin dall’etĂ  preistorica continui rapporti con la Sardegna. Una cittĂ  aperta a diverse culture Il porto era il cuore economico della colonia, ma anche il luogo dove ogni giorno si incontravano mercanti, marinai, funzionari imperiali e viaggiatori provenienti da ogni parte del Mediterraneo. Gli altari dedicati alle divinitĂ  egizie, le iscrizioni provenienti da Ostia, i mosaici realizzati da artigiani romani e le anfore giunte dall’Africa e dalla Penisola Iberica raccontano una cittĂ  aperta al mondo e a culture diverse. Le grandi opere pubbliche Dall’acquedotto al bacino portuale La prosperitĂ  della colonia si rifletteva nelle sue grandi opere pubbliche. Un acquedotto lungo circa trenta chilometri riforniva la cittĂ  d’acqua, mentre il porto continuava ad ampliarsi per sostenere traffici sempre piĂš intensi. Nato alla foce del Rio Mannu, in un tratto naturalmente riparato, tra il II e il III secolo d.C. fu trasformato in un vero bacino portuale nell’area dell’attuale Darsena. Il vento Aquilonis: la diga a difesa del porto Sotto l’impero di Settimio Severo o di Caracalla (200 d.C) venne costruita una diga per proteggere le navi dall’Aquilonis, il vento grecale, che ancora oggi mette in difficoltĂ  la navigazione. La ricchezza della colonia: edifici pubblici e dimore private La prosperitĂ  del porto trasformò profondamente Turris Libisonis. La colonia si arricchĂŹ di edifici pubblici, eleganti dimore private e di uno dei piĂš vasti complessi termali della Sardegna romana. La memoria di Turris Libisonis Il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano Oggi la memoria di Turris Libisonis vive grazie agli scavi archeologici e ai reperti conservati nel Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano. Tra le rovine riemerge il volto della colonia romana: le Terme Centrali, la Domus di Orfeo, le strade lastricate percorse dai carri, le tabernae dove si vendevano prodotti artigianali e alimentari e gli edifici che un tempo si affacciavano sul porto. Le Terme Centrali Le Terme Centrali, costruite intorno al 300 d.C., rappresentavano uno dei piĂš grandi complessi termali della Sardegna romana. Per secoli la tradizione popolare le identificò con il Palazzo di Re Barbaro, il governatore che, secondo la leggenda, fece martirizzare Gavino, Proto e Gianuario. Il percorso termale iniziava nel frigidarium, l’ampia sala dedicata ai bagni in acqua fredda, con due grandi vasche rivestite di marmo e decorate da raffinati mosaici policromi. Da qui si passava al tepidarium, ambiente di transizione con acqua tiepida, e infine ai calidaria, destinati ai bagni caldi e alle saune. Il cuore dell’impianto era il praefurnium, un grande forno alimentato a legna che produceva l’aria calda necessaria a riscaldare gli ambienti. Attraverso il sistema dell’hypocaustum, l’aria circolava sotto i pavimenti, sostenuti da centinaia di piccoli pilastrini in laterizio chiamati suspensurae, e risaliva lungo le pareti attraverso speciali mattoni, mantenendo le sale a una temperatura costante di circa 30 °C. Un vano coperto da una volta a botte, noto con il nome di criptoportico, datato al I-II sec. d.C., accoglieva i frequentatori delle terme per passeggiate, incontri o esercizi ginnici. La Domus di Orfeo Sotto il portico d’ingresso delle terme gli archeologi hanno riportato alla luce una domus costruita intorno alla metĂ  del III secolo d.C., appartenuta a un ricchissimo cittadino romano. La fontana trilobata La casa era organizzata attorno a un cortile con fontana e presentava ambienti decorati da affreschi e preziosi mosaici policromi. Tra questi spicca una fontana trilobata decorata da un mosaico che raffigura diciotto specie di pesci e molluschi, mentre in un altro ambiente compare il mosaico delle Tre Grazie, antiche divinitĂ  simbolo della gioia di vivere e della fertilitĂ  della natura. Il mosaico di Orfeo Il capolavoro della domus si trova nel triclinio, la sala destinata ai

Porto Torres, da colonia romana a capitale di un regno

Colonne romane nell’area archeologica di Turris Libisonis a Porto Torres

Duemila anni fa Porto Torres si chiamava Turris Libisonis. Era una colonia romana affacciata sul Golfo dell’Asinara e il suo porto la collegava alle grandi rotte del Mediterraneo. Nel Medioevo, la cittĂ  divenne capitale del Giudicato di Torres. Di queste due grandi stagioni restano oggi le vestigia di Turris Libisonis e la Basilica di San Gavino, la piĂš grande chiesa romanica della Sardegna. Il mio nome è Caius Vehilius Rufus ÂŤIl mio nome è Caius Vehilius Rufus. Vissi a Turris Libisonis intorno al 100 d.C. Ero un libertoÂť. A parlare è un uomo vissuto quasi duemila anni fa. O almeno cosĂŹ ha scelto di farlo parlare il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano di Porto Torres, attraverso il racconto che accompagna la sua urna cineraria. Caius era stato uno schiavo e aveva conquistato la libertĂ . Alla fine della sua vita volle che le sue ceneri fossero custodite in un’urna di marmo realizzata a Roma, ÂŤper mostrare a tutti quanto fossi diventato importanteÂť. Sul coperchio dell’urna Caius volle delle maschere teatrali. ÂŤPerchĂŠ la vita per me è proprio come uno spettacolo!Âť, scrive il museo prestando voce alla sua storia. Caius Vehilius Rufus viveva a Turris Libisonis quando la colonia stava attraversando una delle sue stagioni piĂš prospere. Porto Torres, antico crocevia del Mediterraneo “Turris Libisonis” era l’unica colonia romana in Sardegna (“autem una quae vocatur ad Turrem Libisonis” Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia”, III, 7,85). Il suo porto, affacciato sulle grandi rotte del Mediterraneo, contribuĂŹ a trasformare la colonia in uno dei principali centri della Sardegna in epoca romana. Da qui passavano navi, merci e uomini provenienti dalla Penisola Iberica, dalla Gallia, dall’Africa e dalla penisola italiana. Le ipotesi sul fondatore La cittĂ  venne fondata probabilmente tra il 46 e il 41 a.C. da Giulio Cesare o dal figlio adottivo Ottaviano Augusto. Secondo le fonti, Cesare rimase bloccato per circa un mese nei porti della Sardegna a causa delle tempeste. Durante quel soggiorno avrebbe conosciuto la fertilitĂ  del territorio e la posizione strategica del Golfo dell’Asinara. Le ipotesi sull’origine del nome Il nome è composto da due elementi: “Turris”, che potrebbe far riferimento alla presenza di un nuraghe presso la foce del fiume Mannu, e “Libisonis”, da riconnettere forse alla denominazione antica del Nord Africa (Libya), regione che ha avuto fin dall’etĂ  preistorica continui rapporti con la Sardegna. Una cittĂ  aperta a diverse culture Il porto era il cuore economico della colonia, ma anche il luogo dove ogni giorno si incontravano mercanti, marinai, funzionari imperiali e viaggiatori provenienti da ogni parte del Mediterraneo. Gli altari dedicati alle divinitĂ  egizie, le iscrizioni provenienti da Ostia, i mosaici realizzati da artigiani romani e le anfore giunte dall’Africa e dalla Penisola Iberica raccontano una cittĂ  aperta al mondo e a culture diverse. Le grandi opere pubbliche Dall’acquedotto al bacino portuale La prosperitĂ  della colonia si rifletteva nelle sue grandi opere pubbliche. Un acquedotto lungo circa trenta chilometri riforniva la cittĂ  d’acqua, mentre il porto continuava ad ampliarsi per sostenere traffici sempre piĂš intensi. Nato alla foce del Rio Mannu, in un tratto naturalmente riparato, tra il II e il III secolo d.C. fu trasformato in un vero bacino portuale nell’area dell’attuale Darsena. Il vento Aquilonis: la diga a difesa del porto Sotto l’impero di Settimio Severo o di Caracalla (200 d.C) venne costruita una diga per proteggere le navi dall’Aquilonis, il vento grecale, che ancora oggi mette in difficoltĂ  la navigazione. La ricchezza della colonia: edifici pubblici e dimore private La prosperitĂ  del porto trasformò profondamente Turris Libisonis. La colonia si arricchĂŹ di edifici pubblici, eleganti dimore private e di uno dei piĂš vasti complessi termali della Sardegna romana. La memoria di Turris Libisonis Il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano Oggi la memoria di Turris Libisonis vive grazie agli scavi archeologici e ai reperti conservati nel Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano. Tra le rovine riemerge il volto della colonia romana: le Terme Centrali, la Domus di Orfeo, le strade lastricate percorse dai carri, le tabernae dove si vendevano prodotti artigianali e alimentari e gli edifici che un tempo si affacciavano sul porto. Le Terme Centrali Le Terme Centrali, costruite intorno al 300 d.C., rappresentavano uno dei piĂš grandi complessi termali della Sardegna romana. Per secoli la tradizione popolare le identificò con il Palazzo di Re Barbaro, il governatore che, secondo la leggenda, fece martirizzare Gavino, Proto e Gianuario. Il percorso termale iniziava nel frigidarium, l’ampia sala dedicata ai bagni in acqua fredda, con due grandi vasche rivestite di marmo e decorate da raffinati mosaici policromi. Da qui si passava al tepidarium, ambiente di transizione con acqua tiepida, e infine ai calidaria, destinati ai bagni caldi e alle saune. Il cuore dell’impianto era il praefurnium, un grande forno alimentato a legna che produceva l’aria calda necessaria a riscaldare gli ambienti. Attraverso il sistema dell’hypocaustum, l’aria circolava sotto i pavimenti, sostenuti da centinaia di piccoli pilastrini in laterizio chiamati suspensurae, e risaliva lungo le pareti attraverso speciali mattoni, mantenendo le sale a una temperatura costante di circa 30 °C. Un vano coperto da una volta a botte, noto con il nome di criptoportico, datato al I-II sec. d.C., accoglieva i frequentatori delle terme per passeggiate, incontri o esercizi ginnici. La Domus di Orfeo Sotto il portico d’ingresso delle terme gli archeologi hanno riportato alla luce una domus costruita intorno alla metĂ  del III secolo d.C., appartenuta a un ricchissimo cittadino romano. La fontana trilobata La casa era organizzata attorno a un cortile con fontana e presentava ambienti decorati da affreschi e preziosi mosaici policromi. Tra questi spicca una fontana trilobata decorata da un mosaico che raffigura diciotto specie di pesci e molluschi, mentre in un altro ambiente compare il mosaico delle Tre Grazie, antiche divinitĂ  simbolo della gioia di vivere e della fertilitĂ  della natura. Il mosaico di Orfeo Il capolavoro della domus si trova nel triclinio, la sala destinata ai banchetti. Al centro del pavimento Orfeo (da cui la domus prende il nome) suona la lira circondato da nove animali che, secondo il mito, si

Il Tappeto delle Capre di Maria Lai

Tappeto delle Capre di Maria Lai, tessuto in bianco e nero dalla Cooperativa Tessile Su Marmuri di Ulassai.

A Ulassai, le capre delle montagne diventano segni e intrecci nei tessuti nati dall’incontro tra Maria Lai e le tessitrici della Cooperativa Su Marmuri. Maria Lai e il Tappeto delle capre di Ulassai Corna lunghe, il corpo tracciato con poche linee. Le capre si ripetono sui tappeti e sui cuscini, bianche sul nero, nere sul bianco, una accanto all’altra. Oggi quel disegno è diventato uno dei simboli della Cooperativa Tessile Su Marmuri e della stessa Ulassai. La sua storia comincia nel 1981, quando Maria Lai (1919-2013) inizia a collaborare con le tessitrici della Cooperativa Su Marmuri. È lo stesso anno in cui realizza a Ulassai Legarsi alla montagna, una grande opera collettiva che coinvolge gli abitanti e unisce simbolicamente il paese alla montagna attraverso un lungo nastro di stoffa azzurra. Nello stesso anno, dalla collaborazione con Su Marmuri nasce il Tappeto delle Capre. Dietro quelle piccole figure c’è ancora una volta Ulassai. Dopo aver vissuto a lungo lontano dal paese, Maria Lai torna a Ulassai e ritrova le montagne e le capre che si arrampicano sui pendii. Le osserva e le trasforma in un segno: corna, corpo, poche linee. Una capra dopo l’altra, il paesaggio entra cosĂŹ nella trama del tappeto. Gli intrecci di fili diventano figure e disegni. La collaborazione con Su Marmuri, iniziata nel 1981, prosegue infatti negli anni con numerosi altri motivi, alcuni rimasti inediti. Nella cooperativa i tessuti vengono ancora lavorati al telaio utilizzando materiali naturali – lino, cotone e lana di pecora di produzione locale – e tecniche della tradizione sarda come quella a pibionis, gli “acini d’uva” che creano il caratteristico effetto in rilievo. Accanto ai motivi antichi compaiono disegni contemporanei ispirati alla fauna dell’isola: cinghiali, mufloni e caprette. Ma sono proprio quelle capre dalle lunghe corna ad aver continuato il loro viaggio. Dal primo tappeto sono passate ad altri tessuti e ai cuscini, mantenendo intatto quel profilo essenziale nato dall’incontro tra Maria Lai, le tessitrici e il paesaggio di Ulassai. Un libro dedicato all’artista porta il titolo Maria Lai. Donna tessitrice di legami. Nel Tappeto delle Capre quel titolo trova quasi un’immagine: un filo lega le montagne di Ulassai alle capre, le capre al disegno e il disegno alle mani delle tessitrici che continuano a tramandarlo. B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocitĂ , aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilitĂ ) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079 700 0664 🌐 www.hotel-bb.com Testo e foto Š Scilla Nascimbene Potrebbero interessarti anche: LA BOTTEGA SARDA DI SASSARI MONTE D’ACCODDI E SASSARI: IL SEGRETO NASCOSTO SOTTO UNA COLLINA DI PIETRE PORTO TORRES: DA COLONIA ROMANA A CAPITALE DI UN REGNO I CULURGIONES LA FREGULA AI FRUTTI DI MARE

Basilica di San Gavino: il capolavoro romanico di Porto Torres

Basilica di San Gavino. Porto Torres. Sardegna

La piĂš grande basilica romanica della Sardegna racconta oltre millecinquecento anni di storia, tra architettura medievale, antiche leggende e devozione popolare. La Basilica di San Gavino: il piĂš grande monumento romanico della Sardegna Ai lati del portale romanico della Basilica di San Gavino, due angeli scolpiti nella pietra sorreggono una torre merlata. È l’antico simbolo di Torres e ricorda il ruolo che la cittĂ  ebbe nella Sardegna medievale, quando la basilica rappresentava il centro religioso della diocesi turritana. Accanto agli angeli, figure antropomorfe e motivi geometrici a bassorilievo raccontano la maestria degli scalpellini medievali chiamati a decorare quella che sarebbe diventato il piĂš grande monumento romanico della Sardegna. La Basilica dei Santi Gavino, Proto e Gianuario fu costruita nell’XI secolo sul Monte Agellu, sopra un’area giĂ  occupata in etĂ  paleocristiana da edifici di culto e da una vasta necropoli. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce i resti di almeno due chiese precedenti, databili tra il V e il VII secolo. Il ritrovamento conferma che questo luogo era giĂ  un importante centro della comunitĂ  cristiana. La leggenda di Comita e la nascita della basilica La tradizione racconta che il giudice Comita, colpito dalla lebbra, sognò il martire Gavino, che gli indicò il Monte Agellu come il luogo dove edificare una grande chiesa dedicata a lui e ai compagni Proto e Gianuario, promettendogli la guarigione. Una seconda apparizione gli avrebbe confermato la scelta del luogo. Comita fece allora arrivare da Pisa undici maestri scalpellini e muratori e ordinò di recuperare a Balai le reliquie dei tre martiri.  L’arrivo di maestranze pisane, protagoniste della diffusione dell’architettura romanica nell’isola, è documentato dalle fonti storiche, che ne confermano il ruolo nella costruzione dell’edificio. Un’architettura unica nel panorama italiano La Basilica di San Gavino rappresenta un esempio unico in Italia di edificio romanico con due absidi contrapposte sui lati corti. Gli ingressi principali si aprono infatti sui lati lunghi, una soluzione architettonica rarissima che la distingue dalla maggior parte delle chiese romaniche europee. Con i suoi 60,65 metri di lunghezza e 19,84 metri di larghezza, San Gavino è il piĂš grande monumento romanico della Sardegna. Venne realizzato con il calcare della Nurra, una pietra chiara che cambia tonalitĂ  durante la giornata e che, nelle ultime ore del giorno, si accende di sfumature dorate. Lesene, archetti pensili e strette monofore scandiscono le pareti esterne. Appena oltre l’ingresso, un’acquasantiera marmorea sostenuta dalla figura di una giovane accoglie i fedeli. La morbidezza delle sue forme contrasta con il rigore dell’architettura. L’interno della basilica L’interno è sobrio e diviso in tre navate da colonne marmoree di recupero provenienti dall’antica Turris Libisonis romana e da edifici di etĂ  bizantina. I simulacri dei tre martiri Nell’abside opposta all’altare maggiore sono custoditi i simulacri lignei di San Gavino, Proto e Gianuario. Realizzati nei primi decenni del Seicento da una bottega probabilmente napoletana, raffigurano i tre martiri distesi sul letto funebre, con i polsi legati e il segno della decapitazione. Ancora oggi sono al centro della devozione popolare: ogni anno, il 3 maggio, vengono portati in processione fino alla chiesa di Balai vicino, dove rimangono fino alla Pentecoste. La statua equestre di San Gavino Accanto ai simulacri, una statua equestre raffigura San Gavino come un giovane soldato romano e ne richiama il passato militare prima del martirio. L’opera, in legno intagliato, dorato e policromo, venne realizzata nel XVII secolo da una bottega romana. La cripta dei Martiri Sotto la basilica, la cripta dei Martiri custodisce le reliquie dei santi Gavino, Proto e Gianuario. Fu realizzata all’inizio del Seicento, dopo le ricerche promosse nel 1614 dall’arcivescovo Gavino Manca de Cedrelles per ritrovare le spoglie dei tre martiri. Quegli scavi sono considerati tra le prime indagini archeologiche documentate della Sardegna e riportarono alla luce importanti testimonianze delle fasi piĂš antiche del complesso monumentale. La cripta conserva frammenti architettonici, elementi scultorei e piccoli manufatti che raccontano oltre millecinquecento anni di storia del luogo. Visite guidate a Porto Torres Per informazioni e prenotazioni delle visite guidate ai principali luoghi della cultura di Porto Torres è possibile rivolgersi all’Ufficio turistico della CittĂ  di Porto Torres. Ufficio turistico: Stazione Marittima/Centro Intermodale, via A. Bassu, 07046 Porto Torres (SS)Visite guidate e laboratori: +39 334 7062913Informazioni turistiche: +39 079 5048008E-mail: info.turistiche@comune.porto-torres.ss.it B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocitĂ , aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilitĂ ) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079 700 0664 🌐 www.hotel-bb.com Testo e foto Š Scilla Nascimbene Potrebbero interessarti anche: TURRIS LIBISONIS, CROCEVIA DEL MEDITERRANEO MONTE D’ACCODDI: IL SANTUARIO PREISTORICO CHE PRECEDE I NURAGHI LE DOMUS DE JANAS DUE PASSI A SASSARI LA FREGULA AI FRUTTI DI MARE. LA RICETTA DELLO CHEF GIOVANNI MONTE

Monte d’Accoddi, il santuario preistorico che precede i nuraghi

Monte d'Accodi, Sassari

A quattro metri di profonditĂ , Ercole Contu era convinto che la risposta fosse ancora sotto i suoi piedi. Ma le pareti di quel pozzo, formate da pietre rimaste immobili per migliaia di anni, rischiavano di crollargli addosso. L’archeologo fu costretto a risalire, deciso a trovare una soluzione per tornare a scavare. Nei suoi appunti continuava a ripetere che lĂŹ sotto doveva esserci ancora qualcosa. Una collina di pietre. CosĂŹ era apparso Monte d’Accoddi quando Ercole Contu era arrivato nella pianura della Nurra, a pochi chilometri da Sassari, all’inizio degli anni Cinquanta. Molti ritenevano che quel cumulo potesse nascondere i resti di un nuraghe. Il santuario preistorico Contu cominciò a scavare e dalla collina emerse tutt’altro: un grande santuario preistorico, con una monumentale rampa d’accesso, un imponente menhir, due grandi lastre di pietra destinate ai rituali e i resti di un antico villaggio dell’EtĂ  del Rame. Era una scoperta straordinaria. Eppure, piĂš Contu osservava quel monumento, piĂš era convinto che quel santuario custodisse ancora un segreto. Fu per questo che aprĂŹ un pozzo di scavo al centro della piattaforma e raggiunse i quattro metri di profonditĂ . RisalĂŹ, con l’intenzione di proseguire le ricerche. Ma i finanziamenti finirono e Contu non tornò mai piĂš in quel pozzo. Il segreto, venti centimetri piĂš in basso Nel 1979 la nuova campagna di scavo fu affidata all’UniversitĂ  di Genova, guidata dall’archeologo Santo Tinè. Tinè studiò gli appunti lasciati da Contu e, grazie a nuove tecniche, riuscĂŹ a mettere in sicurezza il pozzo e a riprendere la discesa. La risposta che Contu aveva cercato per anni si trovava appena venti centimetri oltre il punto in cui era stato costretto a fermarsi. Sotto il piano di calpestio emersero i resti di un santuario ancora piĂš antico, rimasto nascosto per millenni all’interno del monumento. Il Tempio Rosso, colore del sacro Gli archeologi lo chiamarono Tempio Rosso, per il colore dell’intonaco che ne rivestiva le pareti. L’intonaco era realizzato con argilla ricca di minerali di ferro, che gli conferivano la caratteristica colorazione dell’ocra rossa, lo stesso pigmento utilizzato anche nelle domus de janas, le tombe preistoriche scavate nella roccia.  Per le popolazioni preistoriche il rosso apparteneva al linguaggio del sacro: richiamava il sangue e rappresentava la vita, la morte, il sacrificio e la rigenerazione. L’enigma del menhir Il grande menhir scoperto da Ercole Contu custodiva un enigma. Alto circa quattro metri e mezzo, era stato ritrovato disteso sul terreno, accanto al santuario. Normalmente un menhir veniva infisso in una fossa e stabilizzato con pietre poste tutt’intorno. Quando crollava per cause naturali o veniva abbattuto, il basamento tendeva a rompersi e le pietre di sostegno si disperdevano. A Monte d’Accoddi, invece, il monolite conservava il basamento integro. Proprio questo particolare ha portato gli archeologi a ritenere che il menhir fosse stato estratto volontariamente e deposto. Sono state avanzate diverse ipotesi. Una collega la rimozione del menhir alla costruzione del Tempio Rosso, quasi a segnare il passaggio da un culto a un altro, forse a seguito di un evento eccezionale, come un lungo periodo di siccitĂ . Le lastre sacrificali e il culto della Dea Madre Accanto al monolite sono state trovate due grandi lastre di pietra, interpretate dagli archeologi come altari sacrificali, sui quali venivano sacrificati gli animali durante le cerimonie religiose celebrate nel santuario. Una delle lastre presenta alcune cavitĂ  naturali che, secondo gli studiosi, potevano rappresentare simbolicamente la bocca della Dea Madre, pronta a ricevere il sangue del sacrificio. Terminate le offerte, la comunitĂ  partecipava ai pasti rituali: la carne dell’animale veniva consumata, mentre le ossa erano deposte nelle fosse votive. Proprio le ossa dei suini rinvenute in queste fosse hanno fornito uno degli indizi piĂš preziosi per ricostruire la storia di Monte d’Accoddi. Le analisi al radiocarbonio le hanno datate intorno al 4500 a.C., testimoniando una frequentazione molto antica dell’area. Il culto della Dea Madre era legato alla fertilitĂ , alla terra e alla forza generatrice della natura. In questa lettura anche il grande menhir assume un significato simbolico: la sua forma è stata interpretata come un simbolo maschile, legato alla fecondazione della terra. L’incontro tra il principio maschile e quello femminile richiamerebbe cosĂŹ quello tra il cielo e la terra, la pioggia e il suolo da cui nasce la vita. Un unicum nel Mediterraneo occidentale per la sua architettura Monte d’Accoddi non ha confronti nel Mediterraneo occidentale. A renderlo unico è soprattutto la sua architettura: una grande terrazza tronco-piramidale raggiunta da una lunga rampa che conduce alla sommitĂ  del santuario, dove doveva sorgere una struttura destinata alle cerimonie religiose. Prima dei nuraghi I santuari di Monte d’Accoddi precedono di molti secoli la civiltĂ  nuragica. La tecnica costruttiva ciclopica e a secco, con grandi blocchi di pietra, richiama quella utilizzata successivamente nei nuraghi, mostrando come questo modo di costruire fosse presente in Sardegna giĂ  in epoca precedente. Frequentato dal Neolitico all’EtĂ  del Bronzo La storia di Monte d’Accoddi attraversa un arco di tempo lunghissimo. Il sito conobbe diverse fasi e continuò a essere frequentato dal Neolitico fino all’inizio dell’EtĂ  del Bronzo. Dalla sommitĂ  lo sguardo spazia ancora oggi fino a Capo Caccia, dominando gran parte della pianura della Nurra. Questa vasta regione del nord-ovest della Sardegna si estende tra il golfo di Alghero e quello dell’Asinara e comprende gran parte del territorio comunale di Sassari. Visitare Monte d’Accoddi 📍 Strada Vicinale Monte d’Accoddi 4, Sassari🌐 montedaccoddi.cultura.gov.it☎️ +39 079 2008072 Il santuario è visitabile con biglietto d’ingresso e visite guidate. Per orari aggiornati, tariffe e prenotazioni è consigliabile consultare il sito ufficiale. B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocitĂ , aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilitĂ ) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079

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