SULCIS, SARDEGNA

La barca che esisteva già nell’albero

Si racconta che Michelangelo vedesse già le proprie figure dentro il blocco di marmo. Scolpire significava liberarle dalla materia.

A Sant’Antioco, i maestri d’ascia facevano qualcosa di sorprendentemente simile: entravano nel bosco cercando la barca che già esisteva nell’albero. Sceglievano tronchi che avessero già le curvature necessarie alla costruzione dello scafo, perché il taglio potesse seguire l’andamento naturale delle fibre del legno.

Per decenni i maestri d’ascia costruirono e ripararono le imbarcazioni destinate alla pesca e alla navigazione lungo le coste della Sardegna. Conoscevano le essenze del legno, le loro caratteristiche e sapevano già quale posto avrebbe occupato ogni pezzo nella geometria dello scafo.

Il punto di partenza era un modello in scala: da quello prendeva forma l’imbarcazione, pezzo dopo pezzo. Chiglia, prua, poppa e coste formavano l’ossatura; poi arrivava il fasciame a rivestire lo scafo. E l’attrezzo che dava il nome al mestiere era proprio l’ascia, con cui il legno veniva sagomato.

A Sant’Antioco i cantieri dei maestri d’ascia esistono ancora, poco lontano dal luogo che oggi ne conserva la memoria: il MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia.

La laguna di Sant’Antioco: barche, saline e fenicotteri

Dal cantiere, le barche scendevano nelle acque della laguna. Un ambiente di oltre 650 ettari, profondo in media appena 50 centimetri, dove la pesca ha accompagnato per generazioni la vita di Sant’Antioco. Cefali, seppie e polpi popolano queste acque.

Nelle acque basse della laguna navigavano anche is cius, le tipiche imbarcazioni antiochensi utilizzate per la pesca. Barche dal fondo piatto, costruite proprio dai maestri d’ascia, realizzate ancora oggi a Sant’Antioco in piccoli cantieri a conduzione familiare.

Le Saline di Santa Caterina sono tuttora attive e nelle loro acque si alimentano i fenicotteri, mentre la laguna ospita una vegetazione adattata all’elevata salinità e numerose specie di uccelli.

Pinna nobilis e bisso, la seta del mare

Sul fondo vive la Pinna nobilis, il grande mollusco bivalve che a Sant’Antioco chiamano naccara. Un tempo veniva raccolta anche per ricavarne il bisso.

Dalla barca i pescatori utilizzavano sa manu de ferru, un’asta lunga sei o sette metri terminante con una sorta di staffa: agganciavano la conchiglia, imprimevano una rotazione e la estraevano dal fondale. D’estate i ragazzi si tuffavano invece per prenderla con le mani, proteggendosi dai bordi taglienti con un tovagliolo.

La Pinna nobilis produce il bisso, un fascio di filamenti sottilissimi con cui si ancora al fondale. Una volta raccolti, puliti, filati e tessuti, quei filamenti diventavano un tessuto prezioso dai caratteristici riflessi metallici, vicini al rame.

Oggi la Pinna nobilis è una specie protetta e il bisso non può più essere prelevato dal mare.

Novecento “code” per una sottoveste di bisso

All’inizio del Novecento la lavorazione del bisso era ancora molto diffusa a Sant’Antioco. Nel 1914 il fotografo ed editore fiorentino Vittorio Alinari visitò l’isola durante un viaggio in Sardegna e contò circa duecento telai. Rimase colpito dalla lavorazione del bisso e annotò che per confezionare una sola sottoveste occorrevano almeno novecento “code”, i fasci di filamenti prodotti dalla Pinna nobilis.

Italo Diana, il maestro del bisso di Sant’Antioco

In quegli stessi anni, a Sant’Antioco, Italo Diana imparava a filare e a tessere dalle donne della famiglia che lo avevano cresciuto.

Nato nel 1890 e rimasto orfano di madre a otto anni, crebbe in una famiglia composta soprattutto da donne e furono proprio loro a insegnargli a filare, tessere e preparare i materiali per il telaio. Negli anni Venti aprì una scuola con laboratorio, dove le ragazze lavoravano cotone, lana, lino e orbace, ma i manufatti più preziosi nascevano dal bisso.

La materia prima arrivava direttamente dalla laguna. Diana pagava i pescatori perché gli procurassero le Pinnae intere, ne estraeva i bioccoli di bisso e restituiva le nacchere, che potevano essere vendute o consumate.

Nel laboratorio le ragazze lavoravano a gruppi di tre o quattro, alternandosi alla filatura e alla tessitura, mentre Emma, sorella di Italo, si occupava dell’organizzazione della scuola.

Da quei telai uscirono bisacce, gilet e capi d’abbigliamento, ma anche lavori destinati molto lontano da Sant’Antioco: un saio per una statua di San Francesco ad Assisi, una mantella per la principessa Mafalda di Savoia e un arazzo che impegnò Italo Diana e Assunta Cabras per circa tre anni.

L’arazzo era destinato a Benito Mussolini, in occasione della sua visita nel Sulcis per la fondazione di Carbonia nel 1938. Al centro erano stati tessuti la scritta W IL DUCE e il fascio littorio.

L’opera, però, non fu mai consegnata e Diana intervenne sul tessuto, coprendo la scritta con nuovi motivi decorativi.

L’anno successivo i telai della scuola furono requisiti per produrre l’orbace destinato alle divise. Con l’inizio della guerra la scuola chiuse e Diana fu richiamato alle armi, ma la lavorazione del bisso continuò attraverso le donne che erano state sue allieve.

Chiara Vigo e il filo del bisso

Tra le custodi di questa antica tradizione, Chiara Vigo lavora tuttora la fibra prelevata dalla Pinna nobilis, senza uccidere l’animale. Nel suo laboratorio di Sant’Antioco fila la “seta del mare” e trasmette la conoscenza di questa tradizione del Sulcis.

Museo del Bisso – Chiara Vigo
📍 Viale Regina Margherita 168, Sant’Antioco
ℹ️ Visite su appuntamento
🌐 chiaravigo.it

La memoria arrivata dalle case di Sant’Antioco


La collezione del MuMA continua a crescere grazie alle famiglie di Sant’Antioco. Dal 2015 sono stati gli stessi abitanti a consegnare al museo oggetti e testimonianze appartenuti ai propri familiari.

I polipetti di Marisa e il legame con la terra

In un angolo del MuMA ci sono anche piccoli polpi all’uncinetto. Li realizza Marisa e sono diventati il simbolo di GEA Ambiente e Turismo, la cooperativa che gestisce il MuMA, il CEAS e la struttura ricettiva che li ospita.

La loro storia arriva dagli ospedali pediatrici: polipetti simili vengono collocati nelle culle dei bambini prematuri perché i tentacoli, ricordando il cordone ombelicale, avrebbero per loro una funzione rassicurante. GEA ha scelto quell’immagine come simbolo del legame con la propria terra.

MuMA: informazioni per la visita

MuMA – Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia

📍 Lungomare Cristoforo Colombo – Sant’Antioco (SU), Sardegna

🕘 1 aprile – 30 ottobre: 9.00–12.00 e 16.00–19.00

📅 1 novembre – 31 marzo: su prenotazione

✉️ info@mumahostel.it

🌐 MuMA – Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia

Il piccolo museo fa parte del complesso che comprende anche il CEAS Isola di Sant’Antioco e il MuMA Hostel.

Dove dormire a Sant’Antioco

MuMA Hostel

📍 Lungomare Cristoforo Colombo, 25 – 09017 Sant’Antioco (SU), Sardegna

📞 +39 391 137 7062

🌐 MuMA Hostel

Il MuMA Hostel è un ecostello ricavato nell’ex mattatoio comunale e fa parte dello stesso complesso che ospita il MuMA – Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia e il CEAS Isola di Sant’Antioco. Dispone di spazi comuni, sale polivalenti, giardino interno e caffetteria e nel 2018 ha ottenuto la certificazione ambientale Ecolabel UE.

All’interno si trova anche un corner shop dedicato all’artigianato e alle produzioni del territorio: libri sulla Sardegna, cosmetici artigianali preparati con erbe di Sant’Antioco e confetture prodotte sull’isola con piante e frutti locali.

Testo e foto ©Scilla Nascimbene

In collaborazione con My Export Manager

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