MARMILLA, SARDEGNA
Un intrico di vicoli scuri. Di roccia dura, vulcanica: il basalto arrivato dalla Giara. E muri di pietra chiara e morbida. L’arenaria degli antichi fondali marini.
Poi i portoni, oltre duecento, che si aprono in ampi cortili dove un tempo entravano i carri.
Baressa si presenta così agli occhi di chi la scopre, passo dopo passo.
Siamo in Marmilla, ai piedi della Giara, in un paese di poco più di cinquecento abitanti che conserva una forte anima agricola.
La raccontano anche i murales dipinti sui muri, con scene della vita contadina di un tempo.
Dietro quei grandi portoni arrivavano il grano, le olive, le mandorle. Alcune case avevano il proprio frantoio o una macina, azionata anche dai piccoli cavalli che scendevano dalla Giara.
La Casa Museo e la memoria contadina
Per ritrovare quel mondo basta entrare nella Casa Museo, un’abitazione contadina della seconda metà dell’Ottocento, stretta fra due cortili lastricati. In quello posteriore trovavano posto gli animali, gli aratri e gli attrezzi dei campi; poco distante, nella casa della macina, il frantoio mosso dagli animali, il torchio e la macina del grano.
Dentro, il focolare era il luogo più caldo della casa, dove si cucinava e ci si ritrovava per mangiare e parlare. C’era la stanza riservata agli ospiti, la dispensa, il solaio dove si conservavano i cereali.
Poi c’era la stanza del telaio. Nel 1833, su 166 famiglie, erano attivi 110 telai. Le donne lavoravano lana e lino destinati soprattutto all’uso familiare.
Il pane dei giorni e delle feste
A Baressa si serviva un tipo di pane a seconda dell’occasione. Il civraxiu, una pagnotta di semola di grano duro, era il pane quotidiano. Per le cerimonie veniva invece preparato un pane molto decorato: Il coccoi de is sposus, il pane degli sposi.
Mandorli, ulivi e pietre antiche
Tra gli alti muri dei vicoli, cespugli di rosmarino e fichi d’India, compare il campanile di San Giorgio, la chiesa cinquecentesca del paese.
Fuori dal centro abitato cominciano i mandorli, che tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo fioriscono a migliaia e ai quali, a settembre, Baressa dedica la sua festa più importante, la Sagra della Mandorla.
E poi gli ulivi secolari, circa un migliaio, alcuni raccolti lungo poche centinaia di metri di campagna nel Sentiero dei Magnifici.
E poi, ancora, la pietra. Quella che in Sardegna ha costruito nuraghi, dolmen, domus de janas e muretti a secco.
Nel territorio di Baressa rimangono i resti di diversi nuraghi, tra cui Codinas, il più noto, frequentato anche in epoca punica, come testimoniano reperti ceramici del V secolo a.C.
Ascoltare con gli occhi
«Avevo tredici anni, ero sui banchi della terza media. È stato lì che ho incontrato Chiara.
Chiara era una ragazza sorda e seguiva con noi le lezioni, con il supporto di un’interprete. Io mi ricordo che, mentre ascoltavo i professori, l’occhio mi sfuggiva verso di lei. Rimanevo incantata dalle sue mani che trasformavano quello che ci veniva spiegato in lingua dei segni, per Chiara.
È stato lì che ho pensato: “Da grande voglio diventare interprete”».
Elidia era solo una ragazzina quando incontrò Chiara, alle scuole medie di Ales. Un giorno, durante la ricreazione, suonò la campanella. Chiara avvertì forse una vibrazionee le chiese che cosa fosse. Ma Elidia non sapeva spiegarle una cosa semplicissima: che l’intervallo era finito e bisognava tornare in classe. «A scuola impariamo l’inglese e il francese, ma la lingua dei segni non ce la insegna nessuno».
Filomena, la loro professoressa di italiano, storia e geografia, aveva cominciato a fare l’appello in lingua dei segni. Ognuno aveva un segno-nome: Elidia portava i capelli molto lunghi e il suo richiamava proprio i capelli; un compagno aveva un neo sulla fronte e quello era diventato il segno che lo identificava.
Passano gli anni. Elidia si laurea in Lingue a Cagliari. Nel 2021 parte per Venezia. A Ca’ Foscari c’era uno dei pochi percorsi universitari in Italia dedicati alla linguistica per la sordità e i disturbi del linguaggio. «I miei professori erano per la maggior parte sordi, madrelingua LIS», racconta.
Elidia si laurea e prosegue la formazione a Ravenna, fino a diventare ciò che già a tredici anni aveva deciso di essere: interprete di lingua dei segni.
«Quando mi sono laureata ho telefonato alla professoressa Filomena. Appena ha saputo che ero diventata interprete si è commossa e mi ha recitato i versi di Dante:
“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”».
L’uomo è fatto per cercare la conoscenza e, attraverso di essa, dare forma alle proprie aspirazioni.
Elidia Pisu, classe 1998, è tornata a Baressa, nel paese della Marmilla dove è cresciuta. Oggi è interprete di lingua dei segni e operatrice del CEAS Il Mandorlo di Baressa, Centro di Educazione Ambientale e alla Sostenibilità gestito da GEA Ambiente e Turismo, cooperativa che opera con il marchio Ecoistituto Mediterraneo.
Se passate da Baressa, cercate Elidia. Vi racconterà con tanto entusiasmo il suo territorio. E forse vi inviterà anche ad «ascoltare con gli occhi», per cogliere la meraviglia che ci circonda.
Attività ed esperienze
Per attività ed esperienze alla scoperta di Baressa e del territorio circostante:
📞 +39 346 214 0608
Ecoistituto Mediterraneo – GEA Ambiente e Turismo
🌐 ecoistitutomed.it
Dove dormire a Baressa
Il Mandorlo – Albergo Diffuso e Ristorante Rustico
📍Via Is Tellaias 7 – 09090 Baressa (OR)
🌐 albergodiffusoilmandorlo.com
Il Mandorlo è un albergo diffuso ricavato dal recupero di antiche abitazioni di Baressa, restaurate conservando i caratteri dell’architettura rurale tradizionale: pietre a vista, soffitti in legno, loggiati, tessuti e arredi legati alla tradizione locale. Il progetto nasce con l’obiettivo di recuperare le vecchie case del paese sottraendole all’abbandono e permettendo a chi soggiorna di vivere all’interno del borgo. La struttura è gestita da Ecoistituto Mediterraneo – GEA Ambiente e Turismo e ospita anche il CEAS Baressa Il Mandorlo, Centro di Educazione all’Ambiente e alla Sostenibilità.
Testo e foto ©Scilla Nascimbene
In collaborazione con My Export Manager
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