Baradili. Il comune più piccolo della Sardegna

Baradili, il comune più piccolo della Sardegna, Marmilla, Sardegna.

MARMILLA, SARDEGNA Un’ottantina di abitanti, un campanile che svetta tra piccoli vicoli in pietra e piante grasse che riempiono davanzali e ingressi delle case. Baradili è un paesino silenzioso, raccolto e curato in ogni dettaglio. È il comune più piccolo della Sardegna, nel cuore della Marmilla.  Croxiu, i sapori della Marmilla in una scatola Proprio qui a Baradili ha sede il GAL Marmilla, che riunisce 43 comuni e lavora allo sviluppo delle comunità rurali del territorio. Ed è qui che incontriamo Croxiu, un progetto nato per mettere insieme produttori di filiere diverse e farli lavorare come una rete. Croxiu è qualcosa che racchiude, raccoglie e custodisce: un contenitore, un cofanetto. Dentro ci finiscono pasta e culurgiones, formaggi, miele, olio, legumi, zafferano, vino, torrone. Prodotti di aziende diverse che, invece di presentarsi ciascuna per conto proprio, raccontano insieme la Marmilla. Il progetto nato a Baradili ha affiancato ai sapori del territorio la scoperta dei suoi luoghi della cultura: nei box sono stati inseriti anche biglietti d’ingresso per musei e siti del territorio. La scatola diventa così una piccola mappa della Marmilla: prima la assaggi, poi vai a cercare i luoghi da cui arriva. Nel dicembre 2024 questa rete nata nel più piccolo comune della Sardegna è arrivata fino a Tokyo, dove il GAL Marmilla ha presentato i prodotti di Croxiu nell’ambito dell’evento Sardegna Isola dei Giganti, accompagnati da un catalogo tradotto in giapponese. Da Baradili a Tokyo. In mezzo, una scatola piena di cose da mangiare e di posti da conoscere. GAL Marmilla 📍 GAL Marmilla Società Consortile a r.l.Via Baressa 2 – 09090 Baradili (OR)🌐 www.galmarmilla.it Testo e foto ©Scilla Nascimbene In collaborazione con My Export Manager Potrebbero interessarti anche: BARESSA, TRA MANDORLI E MEMORIE CONTADINE CANTINA CONTINI CABRAS MuLag. IL MUSEO DELLA LAGUNA DI SANTA GILLA MUMA, IL MUSEO DEL MARE E DEI MAESTRI D’ASCIA LE PISCINE DI SU PALLOSU PUNTA SU BARDONI NORA, TREMILA ANNI DAVANTI AL MARE DUE PASSI AD ALGHERO

Baressa, tra mandorli e memorie contadine

Murale dedicato alla vita nei campi e alla tradizione contadina di Baressa, Marmilla, Sardegna.

MARMILLA, SARDEGNA Un intrico di vicoli scuri. Di roccia dura, vulcanica: il basalto arrivato dalla Giara. E muri di pietra chiara e morbida. L’arenaria degli antichi fondali marini. Poi i portoni, oltre duecento, che si aprono in ampi cortili dove un tempo entravano i carri. Baressa si presenta così agli occhi di chi la scopre, passo dopo passo. Siamo in Marmilla, ai piedi della Giara, in un paese di poco più di cinquecento abitanti che conserva una forte anima agricola. La raccontano anche i murales dipinti sui muri, con scene della vita contadina di un tempo. Dietro quei grandi portoni arrivavano il grano, le olive, le mandorle. Alcune case avevano il proprio frantoio o una macina, azionata anche dai piccoli cavalli che scendevano dalla Giara. La Casa Museo e la memoria contadina Per ritrovare quel mondo basta entrare nella Casa Museo, un’abitazione contadina della seconda metà dell’Ottocento, stretta fra due cortili lastricati. In quello posteriore trovavano posto gli animali, gli aratri e gli attrezzi dei campi; poco distante, nella casa della macina, il frantoio mosso dagli animali, il torchio e la macina del grano. Dentro, il focolare era il luogo più caldo della casa, dove si cucinava e ci si ritrovava per mangiare e parlare. C’era la stanza riservata agli ospiti, la dispensa, il solaio dove si conservavano i cereali. Poi c’era la stanza del telaio. Nel 1833, su 166 famiglie, erano attivi 110 telai. Le donne lavoravano lana e lino destinati soprattutto all’uso familiare.  Il pane dei giorni e delle feste A Baressa si serviva un tipo di pane a seconda dell’occasione. Il civraxiu, una pagnotta di semola di grano duro, era il pane quotidiano. Per le cerimonie veniva invece preparato un pane molto decorato: Il coccoi de is sposus, il pane degli sposi. Mandorli, ulivi e pietre antiche Tra gli alti muri dei vicoli, cespugli di rosmarino e fichi d’India, compare il campanile di San Giorgio, la chiesa cinquecentesca del paese. Fuori dal centro abitato cominciano i mandorli, che tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo fioriscono a migliaia e ai quali, a settembre, Baressa dedica la sua festa più importante, la Sagra della Mandorla. E poi gli ulivi secolari, circa un migliaio, alcuni raccolti lungo poche centinaia di metri di campagna nel Sentiero dei Magnifici. E poi, ancora, la pietra. Quella che in Sardegna ha costruito nuraghi, dolmen, domus de janas e muretti a secco. Nel territorio di Baressa rimangono i resti di diversi nuraghi, tra cui Codinas, il più noto, frequentato anche in epoca punica, come testimoniano reperti ceramici del V secolo a.C. Ascoltare con gli occhi «Avevo tredici anni, ero sui banchi della terza media. È stato lì che ho incontrato Chiara. Chiara era una ragazza sorda e seguiva con noi le lezioni, con il supporto di un’interprete. Io mi ricordo che, mentre ascoltavo i professori, l’occhio mi sfuggiva verso di lei. Rimanevo incantata dalle sue mani che trasformavano quello che ci veniva spiegato in lingua dei segni, per Chiara. È stato lì che ho pensato: “Da grande voglio diventare interprete”». Elidia era solo una ragazzina quando incontrò Chiara, alle scuole medie di Ales. Un giorno, durante la ricreazione, suonò la campanella. Chiara avvertì forse una vibrazionee le chiese che cosa fosse. Ma Elidia non sapeva spiegarle una cosa semplicissima: che l’intervallo era finito e bisognava tornare in classe. «A scuola impariamo l’inglese e il francese, ma la lingua dei segni non ce la insegna nessuno». Filomena, la loro professoressa di italiano, storia e geografia, aveva cominciato a fare l’appello in lingua dei segni. Ognuno aveva un segno-nome: Elidia portava i capelli molto lunghi e il suo richiamava proprio i capelli; un compagno aveva un neo sulla fronte e quello era diventato il segno che lo identificava. Passano gli anni. Elidia si laurea in Lingue a Cagliari. Nel 2021 parte per Venezia. A Ca’ Foscari c’era uno dei pochi percorsi universitari in Italia dedicati alla linguistica per la sordità e i disturbi del linguaggio. «I miei professori erano per la maggior parte sordi, madrelingua LIS», racconta. Elidia si laurea e prosegue la formazione a Ravenna, fino a diventare ciò che già a tredici anni aveva deciso di essere: interprete di lingua dei segni. «Quando mi sono laureata ho telefonato alla professoressa Filomena. Appena ha saputo che ero diventata interprete si è commossa e mi ha recitato i versi di Dante: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”». L’uomo è fatto per cercare la conoscenza e, attraverso di essa, dare forma alle proprie aspirazioni. Elidia Pisu, classe 1998, è tornata a Baressa, nel paese della Marmilla dove è cresciuta. Oggi è interprete di lingua dei segni e operatrice del CEAS Il Mandorlo di Baressa, Centro di Educazione Ambientale e alla Sostenibilità gestito da GEA Ambiente e Turismo, cooperativa che opera con il marchio Ecoistituto Mediterraneo. Se passate da Baressa, cercate Elidia. Vi racconterà con tanto entusiasmo il suo territorio. E forse vi inviterà anche ad «ascoltare con gli occhi», per cogliere la meraviglia che ci circonda. Attività ed esperienze Per attività ed esperienze alla scoperta di Baressa e del territorio circostante: 📞 +39 346 214 0608Ecoistituto Mediterraneo – GEA Ambiente e Turismo🌐 ecoistitutomed.it Dove dormire a Baressa Il Mandorlo – Albergo Diffuso e Ristorante Rustico 📍Via Is Tellaias 7 – 09090 Baressa (OR)🌐 albergodiffusoilmandorlo.com Il Mandorlo è un albergo diffuso ricavato dal recupero di antiche abitazioni di Baressa, restaurate conservando i caratteri dell’architettura rurale tradizionale: pietre a vista, soffitti in legno, loggiati, tessuti e arredi legati alla tradizione locale. Il progetto nasce con l’obiettivo di recuperare le vecchie case del paese sottraendole all’abbandono e permettendo a chi soggiorna di vivere all’interno del borgo. La struttura è gestita da Ecoistituto Mediterraneo – GEA Ambiente e Turismo e ospita anche il CEAS Baressa Il Mandorlo, Centro di Educazione all’Ambiente e alla Sostenibilità. Testo e foto ©Scilla Nascimbene In collaborazione con My Export Manager Potrebbero interessarti anche: BARADILI. IL COMUNE PIù PICCOLO DELLA SARDEGNA CANTINA CONTINI CABRAS MuLag. IL MUSEO

Porto Torres, da colonia romana a capitale di un regno

Colonne romane nell’area archeologica di Turris Libisonis a Porto Torres

Duemila anni fa Porto Torres si chiamava Turris Libisonis. Era una colonia romana affacciata sul Golfo dell’Asinara e il suo porto la collegava alle grandi rotte del Mediterraneo. Nel Medioevo, la città divenne capitale del Giudicato di Torres. Di queste due grandi stagioni restano oggi le vestigia di Turris Libisonis e la Basilica di San Gavino, la più grande chiesa romanica della Sardegna. Il mio nome è Caius Vehilius Rufus «Il mio nome è Caius Vehilius Rufus. Vissi a Turris Libisonis intorno al 100 d.C. Ero un liberto». A parlare è un uomo vissuto quasi duemila anni fa. O almeno così ha scelto di farlo parlare il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano di Porto Torres, attraverso il racconto che accompagna la sua urna cineraria. Caius era stato uno schiavo e aveva conquistato la libertà. Alla fine della sua vita volle che le sue ceneri fossero custodite in un’urna di marmo realizzata a Roma, «per mostrare a tutti quanto fossi diventato importante». Sul coperchio dell’urna Caius volle delle maschere teatrali. «Perché la vita per me è proprio come uno spettacolo!», scrive il museo prestando voce alla sua storia. Caius Vehilius Rufus viveva a Turris Libisonis quando la colonia stava attraversando una delle sue stagioni più prospere. Porto Torres, antico crocevia del Mediterraneo “Turris Libisonis” era l’unica colonia romana in Sardegna (“autem una quae vocatur ad Turrem Libisonis” Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia”, III, 7,85). Il suo porto, affacciato sulle grandi rotte del Mediterraneo, contribuì a trasformare la colonia in uno dei principali centri della Sardegna in epoca romana. Da qui passavano navi, merci e uomini provenienti dalla Penisola Iberica, dalla Gallia, dall’Africa e dalla penisola italiana. Le ipotesi sul fondatore La città venne fondata probabilmente tra il 46 e il 41 a.C. da Giulio Cesare o dal figlio adottivo Ottaviano Augusto. Secondo le fonti, Cesare rimase bloccato per circa un mese nei porti della Sardegna a causa delle tempeste. Durante quel soggiorno avrebbe conosciuto la fertilità del territorio e la posizione strategica del Golfo dell’Asinara. Le ipotesi sull’origine del nome Il nome è composto da due elementi: “Turris”, che potrebbe far riferimento alla presenza di un nuraghe presso la foce del fiume Mannu, e “Libisonis”, da riconnettere forse alla denominazione antica del Nord Africa (Libya), regione che ha avuto fin dall’età preistorica continui rapporti con la Sardegna. Una città aperta a diverse culture Il porto era il cuore economico della colonia, ma anche il luogo dove ogni giorno si incontravano mercanti, marinai, funzionari imperiali e viaggiatori provenienti da ogni parte del Mediterraneo. Gli altari dedicati alle divinità egizie, le iscrizioni provenienti da Ostia, i mosaici realizzati da artigiani romani e le anfore giunte dall’Africa e dalla Penisola Iberica raccontano una città aperta al mondo e a culture diverse. Le grandi opere pubbliche Dall’acquedotto al bacino portuale La prosperità della colonia si rifletteva nelle sue grandi opere pubbliche. Un acquedotto lungo circa trenta chilometri riforniva la città d’acqua, mentre il porto continuava ad ampliarsi per sostenere traffici sempre più intensi. Nato alla foce del Rio Mannu, in un tratto naturalmente riparato, tra il II e il III secolo d.C. fu trasformato in un vero bacino portuale nell’area dell’attuale Darsena. Il vento Aquilonis: la diga a difesa del porto Sotto l’impero di Settimio Severo o di Caracalla (200 d.C) venne costruita una diga per proteggere le navi dall’Aquilonis, il vento grecale, che ancora oggi mette in difficoltà la navigazione. La ricchezza della colonia: edifici pubblici e dimore private La prosperità del porto trasformò profondamente Turris Libisonis. La colonia si arricchì di edifici pubblici, eleganti dimore private e di uno dei più vasti complessi termali della Sardegna romana. La memoria di Turris Libisonis Il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano Oggi la memoria di Turris Libisonis vive grazie agli scavi archeologici e ai reperti conservati nel Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano. Tra le rovine riemerge il volto della colonia romana: le Terme Centrali, la Domus di Orfeo, le strade lastricate percorse dai carri, le tabernae dove si vendevano prodotti artigianali e alimentari e gli edifici che un tempo si affacciavano sul porto. Le Terme Centrali Le Terme Centrali, costruite intorno al 300 d.C., rappresentavano uno dei più grandi complessi termali della Sardegna romana. Per secoli la tradizione popolare le identificò con il Palazzo di Re Barbaro, il governatore che, secondo la leggenda, fece martirizzare Gavino, Proto e Gianuario. Il percorso termale iniziava nel frigidarium, l’ampia sala dedicata ai bagni in acqua fredda, con due grandi vasche rivestite di marmo e decorate da raffinati mosaici policromi. Da qui si passava al tepidarium, ambiente di transizione con acqua tiepida, e infine ai calidaria, destinati ai bagni caldi e alle saune. Il cuore dell’impianto era il praefurnium, un grande forno alimentato a legna che produceva l’aria calda necessaria a riscaldare gli ambienti. Attraverso il sistema dell’hypocaustum, l’aria circolava sotto i pavimenti, sostenuti da centinaia di piccoli pilastrini in laterizio chiamati suspensurae, e risaliva lungo le pareti attraverso speciali mattoni, mantenendo le sale a una temperatura costante di circa 30 °C. Un vano coperto da una volta a botte, noto con il nome di criptoportico, datato al I-II sec. d.C., accoglieva i frequentatori delle terme per passeggiate, incontri o esercizi ginnici. La Domus di Orfeo Sotto il portico d’ingresso delle terme gli archeologi hanno riportato alla luce una domus costruita intorno alla metà del III secolo d.C., appartenuta a un ricchissimo cittadino romano. La fontana trilobata La casa era organizzata attorno a un cortile con fontana e presentava ambienti decorati da affreschi e preziosi mosaici policromi. Tra questi spicca una fontana trilobata decorata da un mosaico che raffigura diciotto specie di pesci e molluschi, mentre in un altro ambiente compare il mosaico delle Tre Grazie, antiche divinità simbolo della gioia di vivere e della fertilità della natura. Il mosaico di Orfeo Il capolavoro della domus si trova nel triclinio, la sala destinata ai banchetti. Al centro del pavimento Orfeo (da cui la domus prende il nome) suona la lira circondato da nove animali che, secondo il mito, si

Due passi a Sassari

Monumento a Vittorio Emanuele II davanti al Palazzo della Provincia in Piazza d’Italia a Sassari.

Sassari ha origini medievali. Nella prima metà del Duecento la città, nel nord-ovest della Sardegna, venne circondata da una cinta muraria, scandita da trentasei torri e quattro porte. Di quelle mura oggi rimane ben poco, così come del castello aragonese che sorgeva nell’attuale Piazza Castello. Alla fine dell’Ottocento Sassari cominciò a espandersi oltre l’antica cinta muraria. Gran parte delle fortificazioni venne abbattuta e fuori dal perimetro medievale prese forma la nuova città ottocentesca. Cosa vedere a Sassari Piazza d’Italia, il Salotto di Sassari Piazza d’Italia nacque al di fuori dell’antico circuito murario. Da sempre luogo frequentato dai sassaresi e ancora oggi uno dei principali punti di ritrovo della città, è conosciuta come “il Salotto di Sassari”. Sulla piazza si affacciano alcuni dei più importanti palazzi di rappresentanza della città ottocentesca. Al centro, Vittorio Emanuele II guarda Sassari dall’alto del monumento realizzato dallo scultore Giuseppe Sartorio. Quando la statua venne inaugurata, nel 1899, ad assistere alla cerimonia c’erano Umberto I e la regina Margherita. Per accogliere i sovrani, Sassari organizzò una grande sfilata di costumi e cavalieri provenienti da tutta l’isola: quella sfilata è considerata la prima edizione moderna della Cavalcata Sarda, una delle feste popolari più importanti della Sardegna. Tra gli edifici che delimitano la piazza, il Palazzo della Provincia ospita alcune sale di pregio, come la Sala Sciuti, decorata con affreschi che raccontano episodi della storia di Sassari e della Sardegna, e gli appartamenti destinati ad accogliere i sovrani durante le visite ufficiali. Nella stanza della regina si conservano ancora arredi dell’epoca, tra cui un letto in stile neorinascimentale realizzato dai Fratelli Clemente. Di fronte, l’elegante Palazzo Giordano Apostoli, costruito nel 1878 in stile neogotico, presenta interni decorati con affreschi, fregi e stucchi ed è oggi sede di Intesa Sanpaolo. Il castello che non c’è più L’attuale Piazza Castello occupa il luogo dove passava l’antica cinta muraria e dove sorgeva il castello aragonese. La fortezza, edificata nel Trecento per controllare militarmente la città, ribellatasi alla Corona d’Aragona, dal 1564 divenne sede del Tribunale della Santa Inquisizione e, con il passaggio della Sardegna ai Savoia nel 1720, tornò ad avere funzione militare. Il castello venne demolito tra il 1877 e il 1880 e Piazza Castello divenne un luogo di passeggio e di incontro per i sassaresi: le famiglie più agiate vi si ritrovavano e nei giorni di festa suonava la banda. Gli scavi hanno riportato alla luce parte del fossato e il barbacane, una struttura difensiva realizzata tra Quattrocento e Cinquecento con l’introduzione delle armi da fuoco. Lungo questo tratto delle mura si apriva Porta Castello, una delle quattro porte della città medievale. Dalla porta partiva l’asse principale che attraversava Sassari fino a Porta Sant’Antonio, sul lato opposto della cinta muraria: l’attuale Corso Vittorio Emanuele II. Corso Vittorio Emanuele II, l’antica strada delle botteghe Un tempo conosciuto come Platha de Cothinas o Ruga de Cothinas, la “strada di pietra”, il Corso era la principale arteria commerciale di Sassari: sotto i portici delle case si aprivano le botteghe di mercanti e artigiani. Ancora oggi, percorrendo il Corso, tra le facciate e le insegne dei negozi, affiorano le tracce della città antica. Teste leonine e capitelli scolpiti decorano i palazzi signorili, come Casa Farris, al civico 23, un edificio quattrocentocentesco con un portico ad archi ribassati e finestre di gusto gotico-catalano. A raccontare la Sassari di un tempo fu Enrico Costa (1841 – 1909), scrittore sassarese che nei suoi libri descrisse palazzi, strade, mura e torri della città. Le sue pagine conservano così l’immagine di una Sassari che oggi, lungo il Corso, si riconosce ancora nei particolari sopravvissuti tra gli edifici più recenti. Tra questi si incontra il Palazzo di Città, realizzato tra il 1826 e il 1829 su progetto dell’architetto piemontese Giuseppe Cominotti. Per decenni sede delle istituzioni comunali, conserva alcune sale di rappresentanza, tra cui la Sala dei Sindaci e la Sala dell’Intregu, legata a uno dei rituali della Discesa dei Candelieri.  Il 14 agosto, nella Sala dell’Intregu, si svolge la cerimonia tra il sindaco e il Gremio dei Massai; dal balcone del Palazzo il sindaco si affaccia insieme all’obriere per il tradizionale brindisi augurale “a zent’anni”, prima di unirsi alla festa.  Il Palazzo ospita il Teatro Civico, progettato dallo stesso Cominotti sul modello del Teatro Carignano di Torino e inaugurato nel 1829. Verso il Duomo Lasciato Corso Vittorio Emanuele II, il percorso prosegue verso Piazza Santa Caterina, tra portoni, finestre e facciate del centro storico. Sulla piazza si affaccia la chiesa di Santa Caterina, accanto alla Pinacoteca Nazionale di Sassari. La chiesa di Santa Caterina Costruita dai Gesuiti tra il 1579 e il 1609, Santa Caterina è uno dei principali esempi di architettura tardo-rinascimentale di Sassari. La facciata in pietra calcarea, articolata in due ordini, unisce elementi rinascimentali e richiami alla tradizione tardogotica locale. Palazzo Ducale  Poco oltre si incontra Palazzo Ducale, fatto costruire tra il 1775 e il 1804 da don Antonio Manca, marchese di Mores e duca dell’Asinara. Considerato la più importante residenza civile di Sassari, dal 1878 ospita il Municipio.  Da qui le strade tornano a stringersi tra le case del centro storico. Attraverso Vicolo del Campanile si arriva in Piazza Duomo. Il Duomo di San Nicola Tre grandi arcate scandiscono la facciata barocca del Duomo di San Nicola. Al di sopra, colonne, fregi e una ricca decorazione scolpita nella pietra incorniciano le statue di San Gavino, San Proto e San Gianuario, i martiri turritani. Più in alto, San Nicola, patrono di Sassari, veglia sulla città. Le fasi costruttive La facciata, conclusa entro il primo quarto del Settecento, è una delle più ricche espressioni del barocco in Sardegna. La cattedrale è però il risultato di diverse fasi costruttive. Una chiesa dedicata a San Nicola è documentata già nel 1135. Nel Duecento venne costruito un nuovo edificio in forme romanico-pisane, del quale rimane il campanile quadrato, scandito da archetti pensili e bifore. Tra Quattrocento e Cinquecento la chiesa fu ricostruita in forme gotico-catalane, mentre nel 1756 il campanile venne sopraelevato con il corpo ottagonale concluso dalla

Poli, i Conti e Innocenzo XIII: storia di un feudo e di un papa

Poli

MONTI PRENESTINI, LAZIO Un esercito avanza compatto tra le colline.I cavalieri, chiusi nelle armature, montano cavalli fieri e robusti.Le lance si incrociano, ma le bandiere restano alte, ben visibili. È la battaglia del Metauro, in cui muore Asdrubale.Un evento che segna la fine di un progetto di potere. La scena è affrescata su una parete del Salone dei Ricevimenti di Palazzo Conti. Siamo sui Monti Prenestini, a Poli, antico castrum arroccato su una massa tufacea, «al cui centro svetta un alto campanile, come un albero maestro di una nave in rotta verso ovest». Il Salone dei Ricevimenti e il linguaggio del potere Oriente e Occidente negli affreschi Nel Salone dei Ricevimenti, tutte le scene d’armi raccontano lo stesso tema: lo scontro tra Oriente e Occidente.Non come memoria del passato, ma come dichiarazione simbolica di potere. La famiglia Conti e la Chiesa di Roma Attraverso queste immagini, la famiglia Conti — grande casata feudale legata da secoli ai vertici dell’esercito pontificio e alla difesa della Chiesa di Roma — afferma la propria appartenenza a un ordine che guarda oltre i confini del feudo, verso una dimensione universale. I Conti di Segni e il destino di Poli A rendere Poli un luogo centrale non è la sua dimensione, ma la storia della famiglia che lo governò. Da qui passarono idee, uomini e decisioni che cambiarono Roma e la Chiesa. I Conti di Segni furono signori del feudo di Poli, Guadagnolo e delle loro pertinenze dal 1208 al 1808, per sei secoli consecutivi. Due papi, una stessa visione Innocenzo III Da questa famiglia uscirono due papi, appartenenti a epoche diverse ma uniti da una stessa visione del potere della Chiesa. Il primo fu Innocenzo III, eletto nel 1198, uno dei pontificati più forti del Medioevo. Con lui la Chiesa di Roma affermò il proprio ruolo universale, ponendosi come autorità politica oltre che spirituale e favorendo nuovi movimenti religiosi, come quello francescano. Innocenzo XIII Il secondo fu Innocenzo XIII, eletto nel 1721. In lui quella visione si tradusse in diplomazia, opere e trasformazioni urbane, lasciando un segno concreto nella Roma moderna. La cappella privata e il sogno di Innocenzo III Quella visione di Chiesa universale, a Palazzo Conti, prende forma nelle immagini. Nella cappella privata, adiacente al Salone dei Ricevimenti, gli affreschi raffigurano il celebre sogno di Innocenzo III: San Francesco sostiene la Chiesa sul punto di crollare. L’iscrizione latina Sopra l’ingresso della cappella compare una scritta in latino:«LOTHARIUS COMES HAEC MAIORUM EXEMPLA SECUTUSUT SUA PONTIFICES GENS IMITETUR AVOS». Tradotta: «Il conte Lotario, seguendo gli esempi degli antenati, affinché la sua stirpe imiti gli avi pontefici». La profezia di Lotario Un papa nascerà in quelle stanze Il riferimento è a Lotario II Conti, vissuto nella seconda metà del Cinquecento. Quelle parole sono un auspicio dinastico: l’invito a guardare agli antenati pontifici come modello e orizzonte per la famiglia. È in questo senso che Sergio Giubilei parla di profezia nel volume Innocenzo XIII, papa di Poli. La profezia di Lotario (Susil Edizioni, 2022): non una previsione consapevole, ma una frase che acquista significato solo col tempo, quando la storia sembra rispondere a quell’auspicio. In queste stanze nascerà davvero un papa. Innocenzo XIII e il governo della città Il pontefice delle pagnotte Quando Michelangelo Conti diventa papa con il nome di Innocenzo XIII (1721), il suo pontificato rivela subito un tratto umano e concreto. All’indomani dell’elezione si fece portare una pagnotta da ogni fornaio di Roma per verificarne peso, qualità e prezzo, con l’obiettivo di impedire speculazioni a danno dei più poveri. Da qui l’appellativo con cui passò alla storia: il Pontefice delle Pagnotte. Riforme e opere  A quell’attenzione per la vita quotidiana si affianca uno sguardo altrettanto saldo sull’istituzione. Innocenzo XIII introduce il gioco del lotto per rimpinguare le casse statali allora in difficoltà e interviene sul tema degli affitti, decretando una forma di equo canone per contenerne gli squilibri. Sul piano internazionale rafforza i rapporti con le grandi potenze cristiane e fonda le Università di Caracas e dell’Avana. Roma, il paesaggio e i Conti Sotto il suo pontificato prende avvio il progetto della scalinata di Trinità dei Monti, pensata per collegare il colle all’asse di via Condotti e rendere leggibile uno snodo centrale della città. Sarà il suo successore a portare a termine l’intervento, destinato a diventare uno dei luoghi di aggregazione più riconoscibili di Roma. Poco distante, un altro palazzo della famiglia Conti entra nel paesaggio simbolico della città.Il Palazzo Conti, oggi noto come Palazzo Poli, apparteneva alla casata. Quando nel Settecento prese forma la Fontana di Trevi, parte della dimora venne inglobata nella nuova scenografia: i Conti persero alcune finestre, ma il palazzo divenne lo sfondo di uno dei luoghi più celebri al mondo. Non meno nota è la Torre dei Conti, prima abitazione romana della famiglia Conti, posta accanto ai Mercati Traianei e commissionata da papa Innocenzo III. Il cuore accanto alla Madonna della Mentorella I papi della famiglia Conti contribuirono a rendere grande la Chiesa di Roma nel mondo. Molte di quelle visioni, di quelle decisioni e di quelle scelte presero forma a Poli, piccolo feudo dei Monti Prenestini, divenuto nel tempo uno snodo silenzioso di potere politico e religioso. Nonostante la visione cosmopolita dei membri della casata, il legame con le proprie radici rimase indissolubile, come testimonia la vicenda di Innocenzo XIII. Nelle sue ultime volontà dispose che il suo cuore fosse deposto nel santuario della Madonna della Mentorella, a Guadagnolo, allora parte del feudo dei Conti, accanto al simulacro della Vergine davanti al quale, da bambino, andava a pregare. Il suo potere aveva attraversato continenti e oceani. Il suo cuore riposa lì. Lettura consigliata Sergio Giubilei e Beatrice Giubilei, Innocenzo XIII Papa di Poli. La profezia di Lotario. Susil Edizioni. Testo e foto © Scilla Nascimbene in collaborazione con Terre di Otium Ringrazio il sociologo Sergio Giubilei Renato Chioccia, Barbara Putzolu, Chiara Perini e Fabio Petrucci di Terre di Otium Per approfondire il territorio Per scoprire itinerari, eventi culturali ed esperienze nei borghi dell’area tiburtina, della Valle dell’Aniene,

San Mauro Forte: borgo lucano tra campanacci e calanchi

Masseria e calanchi. San Mauro Forte. Basilicata

Un paese che si rivela a chi lo guarda con occhi pazienti San Mauro Forte, arroccato su una collina tra ulivi e calanchi, è un borgo di pietra rivolto verso il cielo. Dedicato a San Mauro Abate, si stringe intorno alla sua torre medievale, simbolo di resistenza e memoria. L’aggettivo “Forte” ricorda la tenacia con cui la comunità seppe difendersi dagli assalti dei briganti e affrontare le difficoltà della storia.«Quando stai per arrivare in un paese del Sud, un poco si allontana. Forse è timidezza» scrive Franco Arminio. È così anche per San Mauro: si lascia scoprire solo da chi ha la pazienza di salire, percorrere i vicoli stretti e ascoltare un silenzio che non pesa, ma accompagna. I campanacci, fragore d’inverno Ogni gennaio, le strade di San Mauro Forte si riempiono di un suono arcaico: quello dei Campanacci, grandi campane di ferro portate a spalla dai giovani del paese. È un rito apotropaico che scaccia il male e propizia il raccolto, ma anche una festa di comunità. Il fragore che rompe il silenzio invernale è un atto collettivo: la memoria diventa carne, il passato entra nel presente. In questo rito si avverte la verità dei versi di Scotellaro: la vita contadina che sa trasformare la fatica in canto. La torre normanna Alta e solitaria, simbolo medievale di San Mauro Forte, la Torre Normanna è ciò che rimane dell’antico castello smantellato nel XVI secolo. La torre risale all’XI–XII secolo, epoca normanna, quando i feudatari costruirono rocche e fortificazioni per consolidare il controllo sul territorio lucano. Era parte di un castello fortificato, probabilmente eretto su resti di strutture longobarde o bizantine. La sua sala ottagonale, un tempo kemenate, era il cuore della vita interna: dotata di camino, latrina e persino di un pozzo, era coperta da una volta a ombrello traforata al centro per lasciar passare fumo e luce. In quello spazio, spartano ma ingegnoso, i soldati trovavano rifugio e calore. Col tempo, la rocca perse la funzione militare e venne inglobata nei palazzi nobiliari che sorsero intorno, divenendo punto di riferimento urbano e simbolo identitario.Oggi la torre non è più baluardo militare, ma custode silenziosa di una comunità che continua a riconoscersi nella sua ombra. Il Crepuscolo dei Nani Tra mille anni, quando nuove popolazioni della Terra – o di altri pianeti – troveranno i resti della nostra civiltà, cosa penseranno di noi? Da questa riflessione è nata l’installazione Il Crepuscolo dei Nani (Zwergen Dämmerung – Extinction Chapter One), ideata da Max Papeschi. L’opera, inaugurata il 4 agosto 2025 a San Mauro Forte, ha presidiato la Torre Normanna fino a settembre 2025: un picchetto d’onore surreale che ha dialogato con il baluardo medievale, rinnovandone lo spirito di guardia. Venticinque dei 52 nani-soldati che compongono l’opera, costituiscono la prima parte di un ciclo che porta il visitatore a confrontarsi con il declino della civiltà contemporanea. L’artista immagina che i celebri guerrieri di terracotta di Xi’an vengano ritrovati da una razza aliena dopo l’estinzione dell’umanità e ricostruiti con le teste di comuni nani da giardino: un esercito ironico e perturbante, che rovescia i simboli del potere in caricatura domestica.  È un’allegoria del presente, un cortocircuito visivo che invita a riflettere sulla fragilità della nostra civiltà, tra intelligenza artificiale, crisi culturale e spopolamento. Il Crepuscolo dei Nani è una riflessione allegorica sul declino e sull’appiattimento culturale, ma anche un invito a guardare con occhi alieni e distaccati la nostra epoca, con le sue contraddizioni e la sua inquietudine. Le tracce della memoria: chiese e palazzi Se la torre racconta la forza militare e la resistenza del borgo, le chiese e i palazzi testimoniano invece la sua vita religiosa e civile. Passeggiando tra i vicoli di San Mauro Forte, si incontrano edifici che intrecciano fede, memoria e stratificazione sociale. La chiesa madre di Santa Maria Assunta La chiesa di Santa Maria Assunta, edificata dal 1553 sulle rovine del Palazzo Feudale, conserva le tracce dell’antica struttura nei muri inglobati nella facciata. Fu danneggiata dal terremoto del 1857, ricostruita con un impianto a tre navate e decorata da stucchi. Nella cripta, restaurata dopo il sisma del 1980, è custodito un affresco di San Mauro Abate, patrono del paese. La Chiesa dell’Annunziata (o del Monastero) Nella parte alta di San Mauro Forte sorge la Chiesa della SS. Annunziata, conosciuta anche come Chiesa del Monastero per la presenza, un tempo, di un convento femminile. Al suo interno è custodito un piccolo gioiello d’arte mediterranea: il Cristo alla Colonna di Angelo Bizamano, pittore cretese del XVI secolo. Nella tavola, Gesù è raffigurato con tratti delicati, il volto ben tornito e i capelli ondulati che scendono sulle spalle. Non è un Cristo sofferente, ma un’immagine di intensa umanità, capace di trasmettere vicinanza e compassione più che dolore. È l’unica opera firmata dall’artista nell’Italia meridionale, testimonianza preziosa dell’influsso della scuola pittorica cretese, ponte tra Oriente e Rinascimento. Palazzo Arcieri Un elegante loggiato si apre sulla valle, mentre stucchi voluttuosi incorniciano gli affreschi dei soffitti. Ai piani inferiori, invece, le umide celle carcerarie raccontano sottovoce storie di tumulti e brigantaggio. Nel cuore del centro storico, il Palazzo Arcieri fu costruito alla fine del Settecento da Gaetano Arcieri: un tempo scrigno di opere d’arte, quasi tutte perdute, nel 1809 venne devastato dai briganti che incendiarono l’archivio comunale. Tra le sue stanze passò anche Cesare Malpica, viaggiatore del Gran Tour ottocentesco, che nel suo itinerario in Lucania seppe cogliere la durezza dei paesaggi e la dignità delle comunità lucane. Oggi quell’edificio, un tempo segno di potere e poi sede municipale, è diventato luogo di memoria e cultura. Ospita il Museo multimediale In Viaggio in Basilicata, che rievoca proprio il percorso narrato da Malpica, e il Museo della Civiltà Contadina, dove riaffiorano i gesti e gli strumenti di un mondo scomparso. Le masserie e i calanchi Attorno a San Mauro Forte il paesaggio cambia volto. Le colline coltivate si interrompono all’improvviso e lasciano spazio ai calanchi, formazioni di argilla nate dall’erosione millenaria delle piogge su terreni privi di vegetazione. Crinali appuntiti, fenditure profonde e

Ostinata bellezza. In viaggio tra i borghi lucani

Vista di San Mauro Forte, Viaggio in Basilicata, tra i borghi lucani

Borghi di pietra e di ostinata bellezza, cattedrali di grotte curve e scure, case bianche e di calcare si aggrappano alla crosta di una terra antica. Tra passati e passaggi. E storie che si sommano alla storia. Lì, dove il vento segna la via dei calanchi, trame di ulivi bordano i pendii, tra finestre aperte su spazi di luce e maioliche che rivestono le cupole di tessere cangianti, complici delle danze del sole. Questo viaggio in Basilicata, da Matera a San Mauro Forte, da Pisticci a Ferrandina fino a Miglionico, è anche il profumo dell’olio, il gusto deciso del caciocavallo, il verde intenso dei pistacchi e il fragore dei campanacci che accompagna l’inverno. È il suono liquido del silenzio, la forza solida della memoria.È il racconto di una comunità che custodisce tradizioni secolari e si rinnova, forte delle sue radici. Così, tra grotte, calanchi, masserie e torri fortificate, i paesi lucani rivelano la loro grandezza vestita di semplicità.La loro bellezza. Calda, come una domenica di settembre su una terrazza a due passi dal cielo. Matera Un paesaggio che si apre come l’Inferno di Dante Il deserto visionario di Carlo Levi “Quando uscii dalla stazione e mi guardai intorno, cercai invano con gli occhi la città. La città non c’era. Ero su una specie di altopiano deserto. In questo deserto sorgevano, sparsi qua e là, otto o dieci grandi palazzi di marmo. Mi misi finalmente a cercare la città… arrivai a una strada, che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case, e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera… La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune. Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi. Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l’Inferno di Dante.” Così Carlo Levi descrive Matera, nel suo celebre romanzo del 1945, Cristo si è fermato a Eboli. I Sassi. Dal degrado alla rinascita I Sassi, due distretti noti come Sasso Caveoso e Sasso Barisano, sono costituiti da abitazioni scavate direttamente nella pietra calcarenite della Murgia materana. In questi insediamenti l’uomo ha abitato dall’età del Bronzo, sviluppando un sistema stratificato, servito da cisterne, cunicoli e canali per la raccolta dell’acqua. La nostra guida, Marisa Loperfido, ci spiega che la presenza umana in quest’area risale però a tempi ancora più remoti: già nel Paleolitico la Murgia era frequentata, e i primi segni di insediamento stabile e di scavo della roccia si datano a circa 7.000 anni fa, nel Neolitico.Fin dall’inizio, l’uomo seppe adattarsi a un ambiente povero di risorse, sfruttando le cavità naturali e la duttilità della pietra per ricavare dimore, ricoveri e cisterne. Questo legame antico ha plasmato un vero e proprio paesaggio culturale: il risultato dell’opera congiunta della natura e dell’ingegno umano, dove la morfologia del territorio e la pietra tenera della Murgia hanno favorito la nascita e la diffusione dell’habitat rupestre. La “vergogna d’Italia” Nel XIX e fino alla metà del XX secolo, i Sassi subirono un forte degrado: alta densità abitativa, scarsa igiene, convivenza con animali e malattie endemiche portarono a soprannominarli “vergogna d’Italia”. Lo sfollamento Negli anni ’50, grazie anche al libro Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, questa situazione drammatica venne messa in luce. Nel 1952 venne emanata la Legge Colombo per il risanamento, che portò allo sfollamento della popolazione dai Sassi fino al 1965. Il recupero e il riconoscimento internazionale Nel 1990 l’area fu riconosciuta come zona protetta con l’istituzione del Parco della Murgia.Tre anni dopo, nel 1993, sia il Parco che i Sassi di Matera furono dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, a testimonianza del loro valore universale e della straordinaria continuità di vita che essi raccontano A partire dagli anni ’80, iniziò un processo di recupero urbanistico e edilizio, culminato con l’iscrizione dei Sassi e del Parco delle Chiese Rupestri tra i patrimoni dell’umanità UNESCO nel 1993. Matera Capitale Europea della Cultura 2019 La città vive oggi una rinascita culturale ed economica. È stata Capitale Europea della Cultura nel 2019. I Sassi ospitano musei, gallerie, ristoranti, boutique e hotel di charme ricavati nelle grotte, con un perfetto connubio tra antico e moderno. Matera ha anche fatto da set per capolavori come La Passione di Cristo di Mel Gibson, Il Vangelo secondo Matteo, e più recentemente No Time to Die. La città stratificata nei secoli Le parti della città appartengono a epoche diverse. I Sassi. Matera popolare e rupestre, antichissima. Sasso Caveoso e Sasso Barisano sono i quartieri più iconici. Furono abitati senza interruzione dall’età del Bronzo fino agli anni ’50 del Novecento. La Civita. Matera medievale e nobile È il quartiere sorto sul promontorio centrale che divide i due Sassi. Centro politico e religioso fin dal Medioevo: al suo apice svetta la cattedrale. Qui risiedevano i ceti nobiliari e le famiglie più influenti, in palazzi con corti interne, logge e stemmi scolpiti. Il Piano. Matera rinascimentale, barocca e moderna Si estende sopra i Sassi e la Civita, verso l’altopiano. A partire dal XV-XVI secolo, con l’espansione urbanistica, nacquero qui piazze, conventi e palazzi signorili. È la zona che accoglie oggi la Matera ottocentesca e moderna, con i grandi assi urbani, il Palazzo Lanfranchi, piazza Vittorio Veneto e gli eleganti corsi cittadini. Il “Piano” segnava il passaggio dalla città rupestre a una città di pietra costruita in elevato, secondo modelli architettonici più ampi e ariosi. La Gravina di Matera Grotte, eremi e antiche chiese di pietra Il nucleo antico della città si sviluppa sulla scarpata del crepaccio che taglia in due la valle, noto come Gravina di Matera, dove un incredibile complesso di grotte si aggrappa alla montagna. Molte furono abitate dagli eremiti. Si conservano la Chiesa di San Pietro Barisano (in alto), dell’XI secolo, in gran parte scavata nella montagna, e la Chiesa di Sant’Agostino (in basso) della fine del XVI secolo, edificata su una cripta rupestre del XI. Le chiese rupestri Arte e spiritualità. Tra Bizantini e Medioevo Sono quasi 130 le

I Sassi di Matera

I Sassi di Matera

Un paesaggio che si apre come l’Inferno di Dante I Sassi di Matera, un tempo “vergogna d’Italia”, oggi patrimonio UNESCO, raccontano la lunga storia dell’uomo che ha saputo trasformare la roccia in dimora, rifugio e memoria. Un viaggio tra le case-grotta, le chiese rupestri e le voci di una città che da millenni resiste e si rinnova. Il deserto visionario di Carlo Levi “Quando uscii dalla stazione e mi guardai intorno, cercai invano con gli occhi la città. La città non c’era. Ero su una specie di altopiano deserto. In questo deserto sorgevano, sparsi qua e là, otto o dieci grandi palazzi di marmo. Mi misi finalmente a cercare la città… arrivai a una strada, che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case, e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera… La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune. Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi. Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l’Inferno di Dante.” Così Carlo Levi descrive Matera, nel suo celebre romanzo del 1945, Cristo si è fermato a Eboli. I Sassi. Dal degrado alla rinascita I Sassi, due distretti noti come Sasso Caveoso e Sasso Barisano, sono costituiti da abitazioni scavate direttamente nella pietra calcarenite della Murgia materana. In questi insediamenti l’uomo ha abitato dall’età del Bronzo, sviluppando un sistema stratificato, servito da cisterne, cunicoli e canali per la raccolta dell’acqua. La nostra guida, Marisa Loperfido, ci spiega che la presenza umana in quest’area risale però a tempi ancora più remoti: già nel Paleolitico la Murgia era frequentata, e i primi segni di insediamento stabile e di scavo della roccia si datano a circa 7.000 anni fa, nel Neolitico.Fin dall’inizio, l’uomo seppe adattarsi a un ambiente povero di risorse, sfruttando le cavità naturali e la duttilità della pietra per ricavare dimore, ricoveri e cisterne. Questo legame antico ha plasmato un vero e proprio paesaggio culturale: il risultato dell’opera congiunta della natura e dell’ingegno umano, dove la morfologia del territorio e la pietra tenera della Murgia hanno favorito la nascita e la diffusione dell’habitat rupestre. La “vergogna d’Italia” Nel XIX e fino alla metà del XX secolo, i Sassi subirono un forte degrado: alta densità abitativa, scarsa igiene, convivenza con animali e malattie endemiche portarono a soprannominarli “vergogna d’Italia”. Lo sfollamento Negli anni ’50, grazie anche al libro Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, questa situazione drammatica venne messa in luce. Nel 1952 venne emanata la Legge Colombo per il risanamento, che portò allo sfollamento della popolazione dai Sassi fino al 1965. Il recupero e il riconoscimento internazionale Nel 1990 l’area fu riconosciuta come zona protetta con l’istituzione del Parco della Murgia.Tre anni dopo, nel 1993, sia il Parco che i Sassi di Matera furono dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, a testimonianza del loro valore universale e della straordinaria continuità di vita che essi raccontano A partire dagli anni ’80, iniziò un processo di recupero urbanistico e edilizio, culminato con l’iscrizione dei Sassi e del Parco delle Chiese Rupestri tra i patrimoni dell’umanità UNESCO nel 1993. Matera Capitale Europea della Cultura 2019 La città vive oggi una rinascita culturale ed economica. È stata Capitale Europea della Cultura nel 2019. I Sassi ospitano musei, gallerie, ristoranti, boutique e hotel di charme ricavati nelle grotte, con un perfetto connubio tra antico e moderno. Matera ha anche fatto da set per capolavori come La Passione di Cristo di Mel Gibson, Il Vangelo secondo Matteo, e più recentemente No Time to Die. La città stratificata nei secoli Le parti della città appartengono a epoche diverse. I Sassi. Matera popolare e rupestre, antichissima. Sasso Caveoso e Sasso Barisano sono i quartieri più iconici. Furono abitati senza interruzione dall’età del Bronzo fino agli anni ’50 del Novecento. La Civita. Matera medievale e nobile È il quartiere sorto sul promontorio centrale che divide i due Sassi. Centro politico e religioso fin dal Medioevo: al suo apice svetta la cattedrale. Qui risiedevano i ceti nobiliari e le famiglie più influenti, in palazzi con corti interne, logge e stemmi scolpiti. Il Piano. Matera rinascimentale, barocca e moderna Si estende sopra i Sassi e la Civita, verso l’altopiano. A partire dal XV-XVI secolo, con l’espansione urbanistica, nacquero qui piazze, conventi e palazzi signorili. È la zona che accoglie oggi la Matera ottocentesca e moderna, con i grandi assi urbani, il Palazzo Lanfranchi, piazza Vittorio Veneto e gli eleganti corsi cittadini. Il “Piano” segnava il passaggio dalla città rupestre a una città di pietra costruita in elevato, secondo modelli architettonici più ampi e ariosi. La Gravina di Matera Grotte, eremi e antiche chiese di pietra Il nucleo antico della città si sviluppa sulla scarpata del crepaccio che taglia in due la valle, noto come Gravina di Matera, dove un incredibile complesso di grotte si aggrappa alla montagna. Molte furono abitate dagli eremiti. Si conservano la Chiesa di San Pietro Barisano (in alto), dell’XI secolo, in gran parte scavata nella montagna, e la Chiesa di Sant’Agostino (in basso) della fine del XVI secolo, edificata su una cripta rupestre del XI. Le chiese rupestri Arte e spiritualità. Tra Bizantini e Medioevo Sono quasi 130 le chiese rupestri censite, molte con affreschi, altari e sculture. Sono in parte scavate, in parte completate da strutture murarie o ipogee e risalgono alla civiltà monastica greco-bizantina fra l’VIII e ilXIII secolo. Alcune di esse ospitano importanti esposizioni d’arte contemporanea, soprattutto nella stagione estiva. Per le visite alle Chiese Rupestri tel. 328/43.6444.00, associazionepatrimoniorupestre@gmail.com. La cattedrale Esempio di romanico pugliese La cattedrale, intitolata ai protettori Sant’Eustachio e la Madonna della Bruna, domina il paesaggio di Matera dalla cima del colle della Civita, il punto più alto tra i due Sassi. L’edificio è un pregevole esempio di romanico pugliese (XIII secolo). La facciata, in pietra locale, è scandita dal grande rosone centrale a 16 raggi e dal portale sormontato da una lunetta scolpita a bassorilievo con l’immagine della Madonna

Le Voyage à Nantes 

Le Voyage à Nantes 

PAESI DELLA LOIRA, FRANCIA Uno zoo di macchine monumentali in movimento, ispirato ai mondi immaginari di Jules Verne, misura la sua originalità con architetture d’avanguardia e opere d’arte diffuse, tra palazzi decorati da maschere che evocano il mare e i naviganti, il commercio e l’Africa. Nantes attirò i surrealisti e i registi del Novecento con la luce mutevole del suo estuario, dove oggi si stagliano i Titan, le due grandi gru degli antichi cantieri navali. La città più creativa di Francia è in continua evoluzione attraverso la sua cultura, che poggia su secoli di storia. E i suoi abitanti sono fieri di essere “diversi”, un po’ “à l’ouest”, come si dice a Nantes. All’ovest. Di fatto e di spirito. “Pensate che la cultura costi troppo?” è il motto della città.  Porta della Bretagna e antica capitale dei suoi duchi, capoluogo amministrativo dei Paesi della Loira, Nantes è una metropoli effervescente e creativa, che ha sempre stimolato l’immaginazione di artisti e scrittori.  “È l’unica città in Francia, assieme a Parigi, dove sento che può accadermi qualcosa di utile”, scriveva il poeta francese André Breton.  Nantes ispirò Jules Verne, trasmettendogli i suoi profumi di iodio, attirò i surrealisti e i registi del Novecento, ammaliati dalla sua luce mutevole, data dalla posizione tra il mare e l’estuario e dalla presenza dei venti. Una determinazione artistica costante plasma tuttora la vita dei suoi abitanti e ha portato, nel 2012, alla creazione de Le Voyage à Nantes, una società pubblica locale che promuove il turismo attraverso le attività culturali. Segui la linea verde! In città senza bussola    Oltre alle collezioni del Musée d’arts, tra le più ricche di Francia, la città ha un museo a cielo aperto, con più di 120 opere che si accostano ai monumenti storici. La dolce follia degli artisti reinterpreta le piazze, i quartieri, le insegne, le camere d’albergo, lungo un percorso di 22 km, tracciato sul terreno con una linea verde, che unisce i siti di interesse in oltre 70 tappe, dal centro all’oceano, sull’estuario e nei vigneti nantesi: una sorta di filo di Arianna che guida il visitatore per la città, lasciando spazio all’imprevisto…! L’arte del passo di fianco Essere un po’ à l’ouest Al centro di piazza del Bouffay, nome di famiglia più antico di Nantes, una statua si fa notare per la sua originalità. È l’Elogio del passo di fianco in cui Philippe Ramette si ritrae in bilico su un basamento, nell’atto di fare un passo laterale nel vuoto. Un gesto inaspettato, alternativo e controcorrente che per i Nantesi è diventato il simbolo della loro creatività. “Gli abitanti si sentono un po’ à l’ouest (all’ovest)” mi dice la guida Gianni Cudazzo. “Non solo per la posizione della città, nel lato occidentale della Francia, ma soprattutto in senso allegorico: sono fieri di essere “diversi”: à l’ouest, come si dice qui”.  Nantes è infatti la città francese più estrosa, ma poggia la sua cultura su secoli di storia. Durante la Rivoluzione Francese, al centro di quella piazza, dove ora si distingue la statua di Ramette, con la scarpa ormai lucida a furia degli sfregamenti da parte dei turisti, c’era una ghigliottina. Sotto la piazza si trovavano le prigioni e i rivoluzionari giustiziati pubblicamente erano talmente numerosi che i Nantesi avevano fatto pitturare di rosso i san pietrini, non sopportando la vista di tanto sangue. “I Nantesi non dimenticano i momenti bui della loro storia, ma hanno voluto moralmente riscattarsi dai secoli infami” continua Gianni. “Per molti tempo, Nantes infatti è stata considerata una città negriera, a causa della tratta degli schiavi”. Antica città portuale Il commercio triangolare L’affaccio sull’estuario del fiume, alla confluenza di Erdre e Sèvre, fu in passato determinante per lo sviluppo della città che, tra Settecento e Ottocento, divenne il primo porto di Francia e il prima porto negriero d’Europa. “Nettuno favoreggia i viaggiatori” era il motto dei Nantesi di quell’epoca, in cui l’economia era legata alla tratta degli schiavi.  Potenti famiglie di armatori, soprattutto olandesi, e di mercanti avevano fatto di Nantes un ricco centro del commercio cosiddetto “triangolare”. Nei cantieri navali cittadini venivano costruite le imbarcazioni dirette in Africa, dove gli armatori compravano i prigionieri dei re africani, barattandoli con tessuti stampati, vetro, gioielli e armi. Gli schiavi venivano portati nelle Antille e ceduti in cambio di spezie, zucchero, cacao e caffè, poi rivenduti a Nantes con elevati guadagni.  Il Memoriale per l’abolizione della schiavitù, che occupa parte del lungofiume, ripercorre la storia di un passato che non deve ripetersi. Il percorso meditativo si conclude in un passaggio sotterraneo, in cui rumore dell’acqua ricorda quello percepito dagli schiavi, trasportati nelle chiglie delle navi. Duemila targhe commemorative riportano i nomi dei vascelli costruiti a Nantes per il traffico negriero e riprendono delle citazioni di chi ha contribuito all’abolizione della schiavitù. Zona dei ex cantieri navali dove venivano disegnate le chiglie delle imbarcazioni Città natale di Jules Verne Jules Verne è nato a Nantes nel 1828, in una casa affacciata sul Corso dei Cinquanta Ostaggi, nell’Île Feydeau. In città segue gli studi in modo molto svogliato, poiché la sua vocazione era quella dei fare il marinaio. Pare che, durante la sua adolescenza, fosse scappato più volte a Saint Nazaire, cercando di imbarcarsi sui galeoni, tentativi vanificati dalla prontezza del padre, che sapeva dove andarlo a cercare per riportarlo “sulla retta via”. Jules Verne intraprende quindi la carriera paterna, diventando avvocato. Si trasferisce a Parigi, ma lì incontra diversi scrittori che stimolano la sua vocazione per la scrittura. La famille Raton Proprio da Nantes prese ispirazione per il suo primo racconto, del 1887: Le avventure della famiglia Raton. A due passi dalla casa di famiglia, sulle rive dell’Erdre, c’era una merceria il cui nome e motto erano: «nonostante gli invidiosi, il topo gottoso vivrà». All’angolo tra il corso dei Cinquanta Ostaggi e la via de la Barillerie si può ancora vedere l’insegna della bottega Au Rat Goutteux:un topo con la gotta, appoggiato a una stampella mentre spinge un carretto pieno di tessuti.Jules Verne ne ha fatto un

La terra degli aironi

PIEMONTE, NOVARESE Campi lunghissimi, cinematografici, dove il riso cresce rigoglioso tra il verde delle risaie mature. Geometrie di grano color giallo oro accanto ad aie assolate di antiche cascine. E sagome di bianchissimi aironi che si alzano nel cielo all’improvviso, davanti alla cerchia della Alpi con la sua base d’azzurro intenso e al massiccio del Monte Rosa che sembra così vicino da poterlo toccare. “La risaia è piena di silenzio. Ma nel silenzio la pianura parla con la sua voce che viene da lontano. Oratori antichi e cappellette votive appaiono agli incroci, fra prati verdeggianti e distese di grano. Dentro, fra muri di mattoni beccati dai passeri v’è l’arte campagnola di secoli, con la storia di miracoli raccontata in affresco, dove la povera gente veniva a pregare.” (Dante Graziosi. La terra degli aironi).  Una carrellata in punta di penna che raccoglie i ricordi di Dante Graziosi, scrittore novarese, ma prima di tutto veterinario, il “medico degli animali”, come amava definirsi, in un territorio di risaie e cascinali durante gli anni della Guerra, quando gli uomini potevano anche ammalarsi, ma gli animali no. Graziosi ci invita a riscoprire un paesaggio novarese inedito. È appena fuori porta e ha un’anima. Basta uscire dal capoluogo, girovagando lenti per le piccole strade, dove la città prende le forme della campagna e l’asfalto si fa sterrato senza che ce n’accorgiamo, tra piccoli borghi di collina e pianura, stalle e piazze, cielo e boschi, tra i casseri di fieno e le aie assolate delle grandi cascine quadrate, che ripetono le forme delle abbadie del sistema curtense, con vasti cortili racchiusi sui quattro lati da vari edifici, dove il cotto prende i riflessi del rame quando il sole batte senza dar tregua. Accanto, la terra accoglie ogni primavera un mare di acqua dolce, confinato dalle strade ponderali che uniscono una miriade di case sparse, bianche con le tegole rosse, come un intrico di ragnatela. Poi, per chilometri solo cielo, prati, argini e sagome di aironi, fermi come soprammobili in attesa di una buona rana. Si può seguire il profilo del Monte Rosa, costeggiando campi e rogge tra Sesia, Agogna e Ticino, o percorrendo acciottolati erbosi ombreggiati dai filari dei pioppi e delle vigne da cui nascono saporosi vini, in una prospettiva che si perde tra il ritmo perfetto di luci e ombre. Ci si può addentrare tra gli argini che trattengono l’acqua o in mezzo ai campi di granturco, dove le spighe piegano il collo sotto il peso dei loro chicchi, mentre antichi castelli degli Sforza, che qui coltivavano il riso e il gelso per il baco da seta, si fanno notare sui colli, incuranti degli acciacchi del tempo e del degrado per l’abbandono. Silenziosi percorsi rurali seguono antichi tracciati ove, nei vecchi casolari, oggi dimenticati dal mondo e talvolta rimasti senza tetto, viandanti e pellegrini cercavano ristoro, fermandosi a pregare in piccole cappelle, esternamente modeste, ma vestite, nelle loro pareti interne, di affreschi dai colori brillanti che raccontano in modo semplice le storie sacre, poiché l’immagine era la scrittura degli analfabeti, secondo quanto predicava San Gregorio Magno ai tempi dell’Alto Medioevo. Popoli di origine celtica hanno abitato questo territorio, cuore di un antico mondo contadino, perduto ma non del tutto, che sopravvive grazie al lavoro di tutti coloro che, con l’aiuto di macchinari nuovi, ma con l’orgoglio e la passione di un tempo, lavorano i prodotti della tradizione ai giorni nostri, ma che sanno di buono come allora, diventando testimoni di una civiltà che rischia di perdere i segni della sua storia ma non la sua anima.  STORIE DI PROVINCIA IN UN NOVARESE INSOLITO Una camera da letto nuova Agli inizi del Novecento dalla stazione di Cureggio partivano le cipolle bionde nelle casse e nei sacchi di cotone, rigorosamente timbrati con il marchio della stazione del paese, simbolo di garanzia, per arrivare sulle tavole della buona borghesia che si poteva permettere un ortaggio più caro ma certamente più buono. I produttori di oggi riportano ancora le parole della signora Gilda, abitante negli anni Venti della Cascina Enea di Cureggio, la quale raccontava con orgoglio di quando si era comprata “una camera da letto nuova” coi proventi delle vendite delle sue cipolle. Oggi la stazione di Cureggio è vuota e abbandonata e i treni sono stati sostituiti da un servizio di pullman. Anche la coltivazione della cipolla era andata scomparendo con l’abbandono dei campi e il diffondersi delle industrie, rimanendo solo negli orti degli anziani. Nel 2013 però, una studentessa americana, laureanda all’università di Slowfood a Pollenzo, la scelse come tema della sua tesi di laurea, ottenendo un inatteso riscontro mediatico, grazie al quale ritornò in auge la cipolla bionda di Cureggio e Fontaneto –  unici due paesi dove è consentito coltivarla – diventando il primo Presidio Slowfood della provincia di Novara, con ventisei piccoli produttori ufficiali e un limite di produzione stabilito. Ticino pane e vino In quel di Oleggio si dice così, anche se il paese mantiene il primato nel territorio italiano in quanto a produttori di miele e certo non vuole mollare il titolo, incentivando la produzione locale attraverso la piantumazione di fiori e alberi melliferi. Ma gli oleggesi non possono rinnegare che i loro avi si fregavano le mani facendo affari d’oro non certo grazie all’operato delle api. Il paese, infatti, sorto sulle sponde del Ticino, gode di una posizione strategica ed era un punto di passaggio obbligato già in epoca medievale, quando transitavano i blocchi di marmo di Candoglia diretti alla fabbrica del Duomo di Milano, poiché proprio dal ponte di ferro di Oleggio inizia il naviglio grande che giunge fino al capoluogo lombardo. A Oleggio a quei tempi si pagava il dazio e ciò grazie a una Permissione Viscontea datata 1447, di cui resta la pergamena, nella quale i Visconti di Milano concedevano agli oleggesi anche il permesso di ridar vita al tradizionale mercato del lunedì e a quello del bestiame, il più fervido del Piemonte fino agli Anni Novanta. Oleggio, infatti, era terra ricca e non a caso la

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