Là dove tornano le cicogne

Petite Venice, Alsazia

FRANCIA, ALSAZIA Filari di vigneti a perdita d’occhio che seguono dolcemente le curve delle colline, castelli arroccati con torri in vedetta su incantevoli villaggi dove tutto sembra uscito da un libro di favole, e coppie di cicogne con le piume al vento su enormi nidi in cima a campanili di un antico Medioevo. Toglie il fiato la vista dell’immensa cattedrale. Il sole picchia sulla pietra arenaria dei Vosgi che colora di rosso l’imponente facciata di Notre Dame. Figure scolpite affondano le radici in storie di fede e mitologia, e un cane seduto su uno dei contrafforti fa la guardia da più di mille anni sulla piazza principale di Strasburgo. Mentre osservo i riflessi sugli spicchi dei vetri piombati che compongono il rosone al di sopra del portale di ingresso, vengo incuriosita dalla voce di un anziano cantastorie che racconta, con quell’affascinante cadenza francese, un’antica leggenda alsaziana.  “I bambini arrivano con le cicogne…Trasportati in un fagotto nel becco. Questi grandi uccelli depositano i neonati nelle culle attraverso i camini, prendendo sui davanzali delle finestre gli zuccherini lasciati per loro dai futuri genitori …” Questa nota leggenda si basa, in realtà, su un piccolo equivoco. Infatti, in passato, quando in Alsazia nasceva un bambino, si accendeva il camino per più ore durante la giornata, e gli eleganti volatili, che in primavera tornavano in Europa dai paesi africani, approfittavano del tepore in uscita dal comignolo per fare il nido. Non erano quindi le cicogne a portare i bambini, ma al contrario erano questi ad attirarle con il calore che regnava nella loro casa. Gli alsaziani hanno sempre considerato la cicogna portatrice di fortuna; l’hanno scelta come simbolo della loro regione: ovunque i prodotti caratteristici, in particolare le ceramiche, i pizzi, le tovaglie, le stoffe e i peluche che ritraggono questi grandi uccelli. TERRA DI CONFINE E DI DIVERSITÀ Incantevoli paesaggi e rilassanti vedute, coloratissimi borghi di case a graticcio, ma anche raffinate cittadine con eleganti palazzi art nouveau e preziosi angoli di cultura dove sono custodite veri e propri tesori dell’arte attraggono visitatori con interessi molto diversi in questa terra ai confini tra la Svizzera e la Germania della Foresta Nera, lungamente contesa nei secoli e ufficialmente francese solo con il trattato di Versailles (1919). LA ROUTE DES VINS  Decidiamo di percorrere questo incantevole angolo francese attraverso la Strada dei vini: la più antica via alsaziana che collega Strasburgo a Colmar, i due capoluoghi della regione, attraverso suggestivi paesi di poche anime e tante casette colorate, tra chilometri di nobili vitigniche si perdono in dolci orizzonti, mentre il fascino della luce in certe ore della giornata fa quasi brillare quei grappoli d’uva da cui si producono vini pregiati. Qualche ciclista si inoltra nelle vie sterrate che si inerpicano tra i vigneti, vere e proprie piste ciclabili che congiungono le varie località, dove gli unici incontri sono gli agricoltori al lavoro sui loro trattori e grandi crocifissi di legno, messi in segno di devozione ai lati dei filari e forse in auspicio di un buon raccolto. Ovunque cantine vinicole accolgono i visitatori per la degustazione e la vendita dei vini tipici. Nuvole di fiori compaiono all’ingresso di ogni borgo: i villaggi fioriti, come è scritto sui cartelli stradali, anch’essi, sommersi, assieme a lampioni e guardrail, da una stupefacente abbondanza floreale.  STRASBURGO, MODERNITÀ E TRADIZIONE “A Strasburgo l’occhio non si annoia mai”, ripete la guida che ci fa da cicerone durante la navigazione sul Batorama, una sorta di chiatta piena di turisti che si aggira nei canali della città, attraversando antiche chiuse che ne compensano i vari dislivelli.  Raggiungiamo la Petite France, il pittoresco quartiere un tempo sede dei conciatori di pelli con le caratteristiche case a graticcio, gli antichi mulini e i Ponts Couverts (ponti coperti), dominati da quattro torri del sec. XIII e originariamente dotati di coperture, continuando lungo sponde su cui eleganti palazzi, dimore di personaggi influenti, ci rimandano ad antichi splendori, ma anche alla storia non poco travagliata di questa regione, ambita e colonizzata più volte nei secoli. Accanto a questa atmosfera legata alla tradizione, la città ci rivela il suo aspetto cosmopolita nel modernissimo quartiere sede del Parlamento Europeo, del Consiglio d’Europa e della Corte Europea dei Diritti dell’uomo, organizzazioni che ospita in strutture futuristiche di vetro. Continuiamo a piedi sulla Grande Ile, l’isola che delimita il cuore della città antica, circoscritta dal fiume Ill, e dichiarata patrimonio mondiale dell’Unesco, formata da un reticolo di piccole strade (il nome Strasburgo infatti significa “incrocio di vie”) e romantici canali su cui si affacciano le pittoresche case coi tetti a spiovente e dalla caratteristica architettura à colombages, le tipiche pareti a graticcio, con il telaio in legno a vista. In passato queste abitazioni avevano le boutiques al piano terra e venivano dipinte seguendo il tipo di negozio che ospitavano, così da poter essere facilmente distinte. LA CATTEDRALE DI NOTRE DAME: “PRODIGIO DI GRANDEZZA E LEGGIADRIA” Non aveva esagerato Victor Ugo definendola così. Questo gioiello di pizzi di pietra che culminano a 142 metri di altezza, ha mantenuto, infatti, il primato di edificio più elevato della cristianità fino al secolo XIX. Alla sua sommità, raggiungibile attraverso una stretta scala a chiocciola, una terrazza panoramica, con al centro un’enorme rosa dei venti che indica la posizione dei monti Vosgi, offre uno straordinario skyline della città. Le case appaiono piccole e in file ordinate, come in un grande gioco del Monopoli. Accanto a quel reticolo di tetti nordici, la cattedrale si mostra dall’alto in tutta la sua imponenza, alleggerita dallo slancio degli archi che ne reggono la severa architettura, impreziosita dalle strane figure scolpite che la adornano, curiose sentinelle nascoste da secoli. SI DICE CHE: – porti fortuna mettere una monetina sulla corona di un re a cavallo raffigurato in una statua visibile scendendo le scale (ma attenzione a non sporgersi troppo!);  –  la Madonna, alla quale è dedicata la cattedrale, abbia fatto un patto coi fulmini, perché l’altissima guglia non è mai stata danneggiata da una saetta; – il diavolo sia imprigionato in

L’ultimo accampamento del nomade

Teatro Marittimo. Villa Adriana. Tivoli, Lazio

LAZIO, TIVOLI E VALLE DELL’ANIENE Gli imperatori la scelsero per le ville dell’otium, in cui ritrovare la pace dell’anima. Fu la culla delle prime comunità monastiche, dei primi giardini all’italiana, meta del famoso “Grand Tour”.  Gli artisti si rifugiavano a dipingere nei suoi borghi di cresta e uno di loro fece tremare il mondo dell’arte. C’era chi abbandonava la valle per cercare fortuna a Montmartre, diventando protagonista di opere oggi nei più importanti musei del mondo.  La città di Ercole, che con la sua centrale elettrica ha illuminato Roma, fu l’ultimo approdo di un uomo che aveva girato per tutto il suo impero. Vi costruì il suo sogno. Fatto di pietra. I suoi anni più belli erano trascorsi in viaggio, negli accampamenti o agli avamposti, e quella villa che aveva fatto costruire ai piedi delle colline di Tivoli era“l’ultimo accampamento del nomade, l’equivalente, in marmo, delle tende da campo e dei padiglioni dei principi asiatici […] Ogni pietra rappresentava il singolare conglomerato d’una volontà, d’una memoria, a volte di una sfida. Ogni edificio sorgeva sulla pianta di un sogno”.  È Marguerite Yourcenar a dar voce a uno straordinario imperatore nel suo capolavoro Memorie di Adriano, la“meditazione scritta di un uomo malato che dà udienza ai ricordi” unita al cesello della ricostruzione storica per scoprire il velo del tempo,“il segreto delle sorgenti sotto le pietre”. Adriano era un uomo schivo, ma aveva viaggiato per tutto il suo impero“cercando la libertà più che la potenza”. Aveva portato la pace fino ai confini del regno e riprodotto, nella sua dimora di Tivoli, le architetture che i suoi occhi avevano visto nel mondo. E i colori: “il diaspro, verde come i fondi marini, il porfido poroso come le carni, il basalto, l’ossidiana opaca”. Riflessi d’acqua, forme curve e cupole autoportanti – da lui stesso inventate come quella del Pantheon – che comunicavano col cielo attraverso un largo foro, creavano un effetto illusionistico a Villa Adriana e davano vita al suo sogno fatto di pietra, in cui esprimeva la sua essenza, la sua universalità e la sua politica.  Secondo lo storico Grenier, il canopo, una sala banchetti creata intorno a uno specchio d’acqua, raffigurerebbe il mondo pacificato da Adriano: la parte dell’euripo, cioè il canale, sarebbe per Grenier il simbolo del Mediterraneo, le cariatidi testimoni del mondo occidentale e le amazzoni di quello orientale; Mercurio il messaggero della pace, accanto a Marte con lo scudo abbassato. Certamente il canopo rappresentava il canale di Alessandria d’Egitto in cui era affogato Antino. Si erano conosciuti in viaggio. Adriano aveva 46 anni e Antino 14: era greco, bellissimo e l’imperatore se ne innamorò follemente. Fu per lui un compagno di anni favolosi ma, come scrive Adriano con la penna di Marguerite Yourcenar, “Qualsiasi felicità è un capolavoro” che facilmente si deturpa. La sua era svanita con la morte di Antino, annegato misteriosamente nel Nilo, forse immolatosi per salvare il suo amato imperatore, che amministrava culti misterici legati alla rinascita per combattere la paura di morire, abbandonandosi al “al mondo oscuro delle sensazioni, quella nera notte dove folgorano e turbinano soli accecanti”. Il degrado avanzava a causa dei calcoli renali di cui soffriva: la cosiddetta “malattia della pietra”, proprio la materia che aveva dato forma ai suoi sogni rendendoli immortali. Una nave, giunta da Alessandria d’Egitto, aveva scaricato obelischi e sfingi per la tomba del giovane a Villa Adriana. “Ha obbedito all’ordine del cielo” era inciso su di essa. In occasione dell’anniversario della morte, il sole entrava attraverso gli oculi dei corpi laterali, illuminando la statua di Antino: un orientamento studiato dallo stesso Adriano. L’imperatore osservava l’emisfero celeste nell’intimità del suo appartamento, il “Teatro marittimo”, al centro di una piscina anulare. Il filosofo Cabria gli aveva indicato una stella, nella costellazione dell’Aquila, che dopo la morte di Antino aveva iniziato brillare come una gemma. Fu chiamata la stella di Antino, fino a pochi secoli fa. “Ogni notte, mi esaurivo a seguirne il corso; ho scorto strane figure in quella parte del cielo. Mi ritennero folle. Ma non m’importava. […] Sono stato padrone assoluto una volta sola, e di un solo essere […] Nel momento in cui io scrivo, io so esattamente quali stelle passano qui, a Tivoli, sopra questo soffitto ornato di stucchi e di pitture preziose, e altrove, laggiù, su un sepolcro”. Il giardino delle meraviglie “Costruirò un giardino sontuoso come quello degli imperatori”. L’architetto Pirro Ligorio mantenne la promessa fatta al cardinale Ippolito II d’Este, figlio di Alfonso I e Lucrezia Borgia, passato alla storia come “il papa mancato”, dopo cinque conclavi falliti. Un convento fu trasformato in palazzo, una valle fu sbancata per adagiarvi terrazze degradanti e fontane a caduta in cui l’acqua fu portata con un acquedotto costruito ad hoc. Liborio recuperò le statue nelle antiche domus tiburtine e a Villa Adriana, da cui rubò anche qualche idea del geniale imperatore, riproponendola dopo un restyling adatto all’epoca. Giochi d’acqua, riflessi e fontane, criptoportici per passeggiare al fresco e interni decorati dai più grandi nomi del manierismo romano rendevano Villa D’Este una delle più belle dimore del Rinascimento ma, durante i lavori in corso, il cardinale morì. Ironia della sorte, era pieno di debiti e la villa, non ancora finita, fu spogliata per sanare i guai, dopo aver redatto un meticoloso inventario che ce la descrive nei suoi splendori. La città che ha illuminato Roma Sono passati oltre 130 anni da quel primato mondiale: l’accensione della prima lampadina grazie alla corrente elettrica alternata lanciata a distanza. Fino ad allora, l’energia elettrica continua, prodotta con il carbone, poteva essere inviata solo in un raggio di poche centinaia di metri. Sul podio è Tivoli con la centrale dell’Acquoria, che il 4 luglio 1892 ha  illuminato Roma, sua storica nemica, sorta 450 anni dopo rispetto all’antica Tibur, le cui origini risalgono al 1215 a.C. L’acqua è da sempre la sua ricchezza grazie al fiume Aniene, artefice dell’omonima valle, detta “degli imperatori”, poiché la scelsero come luogo ideale per le loro ville dell’otium, dove ritrovare la pace dell’anima, e

Se il Danubio potesse parlare

Se il Danubio potesse parlare

UNGHERIA, BUDAPEST Aristocratica e anticonformista, vibrante e malinconica, fiera del suo fascino moderno e delle origini magiare, divisa e unita da quel fiume che riflette una città in perenne rinascita. Cinque strati di pan di Spagna, cinque di cioccolato e crema e un cappello di glassa caramellata in un’unica deliziosa fetta della tipica Dobos-torta servita, come nel 1884, sui tavolini della famosa pasticceria Gerbeaud, in Vörösmarty tér, la piazza principale di Pest: ecco come iniziare al meglio la visita della città! Qui si respira ancora l’atmosfera della Belle Époque, quando le sale dei caffè erano i punti d’incontro preferiti di aristocratici, artisti e scrittori. Ferenc Molnár, l’autore del romanzo I ragazzi della via Pál, una strada dell’ottavo distretto, pare avesse addirittura gettato nel Danubio le chiavi del leggendario New York Kàvéhaz, affinché non chiudesse mai. Oggi è il più raffinato caffè di Budapest, non proprio alla portata di tutti, ma agli inizi del Novecento, benché fosse considerato il caffè più bello del mondo, distribuiva gratuitamente fogli di carta e inchiostro agli intellettuali più poveri e offriva un piatto scontato per gli scrittori locali, che al Magvető Café, di proprietà di una casa editrice, possono ancora ottenere un prezzo di favore in cambio di una poesia o di un brano in prosa. La pasticceria Ruszwurm, sulla collina del castello, era invece la preferita dell’imperatrice Sissi, incoronata regina d’Ungheria nel 1867. Nonostante fosse ossessionata dalla forma fisica, usciva in incognita dal palazzo reale per concedersi un dolce, che poi smaltiva in lunghe camminate, delle quali tanto si lamentavano le sue damigelle che, sfinite, erano costrette a tornare in carrozza. Il marito Francesco Giuseppe non aveva badato a spese nel trasformare il castello di Buda in una residenza degna degli Asburgo in vista dei soggiorni ungheresi, ma arredi e opere d’arte furono saccheggiati durante la Seconda Guerra Mondiale e bruciati dai soldati stanziati nelle sale per riscaldarsi durante l’inverno.  Se il Danubio potesse parlare racconterebbe i grandi fasti di cui non rimane nulla, ma anche un passato non facile: la città fu invasa dalle legioni romane, dalle orde mongole, assediata dai turchi, dalle truppe naziste e dai carri armati sovietici. Hitler decantava il panorama di Budapest come il più bello del mondo e poi la bombardava. Non sapeva, forse, che un antico proverbio magiaro rammenta che gli ungheresi cadono sempre in piedi, anche quando si trovano “sotto il culo di una rana in fondo a una miniera di carbone”, come racconta Tibor Fischer nel suo romanzo. (Sotto il culo della rana. 1992. Mondadori). Due città o una? Lo chiedo a József, venditore di salumi al Mercato Centrale di Pest: una struttura di ferro e ghisa su tre piani coperta da un tetto di maioliche colorate, aperta nel 1897, epoca in cui vi attraccavano le barche per scaricare il pesce pescato nel Danubio. Budapest è capitale solo da 150 anni. Pest, città commerciale, e Buda, sede reale delle diverse dominazioni, sono ufficialmente unite solo dal 1873, ma le differenze tra le due si possono ancora avvertire, soprattutto a dire dei cittadini. “Gli abitanti di Buda sono vecchi e noiosi!”, mi dice József, mentre incarta un salame Pick. “Questo è un prodotto tipico magiaro!” continua, cambiando discorso. “È il migliore souvenir dell’Ungheria. Altro che le porcellane Herend!”. Da quel salame insaporito con la paprika arriva in effetti un profumo davvero invitante e forse József non è tipo da servizi di piatti decorati con oro zecchino, ma nulla si può togliere alla manifattura ungherese Herend, che apparecchia le tavole delle corti di mezza Europa dal 1827! “Dicono che Pest sia grigia e rumorosa” riprende, riferendosi ai residenti di Buda che vantano le loro verdi colline, “però per lavorare e divertirsi vengono da noi!”. Sulla sponda orientale del Danubio e in particolare nel quartiere ebraico pullulano infatti locali di ogni genere, molti dei quali sono nascosti in ex-fabbricati industriali abbandonati, trasformati in ristoranti di tendenza e locali alternativi, sbrecciati da graffiti e murales d’artista: i “ruin pub”, vero marchio di fabbrica della vita notturna della capitale. Pest, sviluppatasi durante la Belle Époque, conserva splendidi edifici neoclassici e in stile secessionista, un mix unico tra art nouveau e arte magiara, divisi da grandi boulevard disposti a raggiera, come l’arteria principale Andrássy út che fa da sfondo a Piazza degli Eroi. Fu proprio in quella piazza che, nel 1896, furono aperte le celebrazioni per il Millennio dalla fondazione dell’Ungheria e, per l’occasione, fu costruita in soli 18 mesi la Linea 1 (Földalatti), la prima metropolitana dell’Europa continentale, tutt’ora in funzione. Cuore pulsante è la via pedonale Váci utca, famosa fin dal Settecento per i negozi alla moda, mentre sul suo skyline spiccano la cupola del Parlamento, quella della Basilica di Santo Stefano e i minareti della Grande Sinagoga (1859), l’edificio di culto ebraico più grande d’Europa, secondo al mondo dopo quello di New York. A Budapest vive un quarto della popolazione dell’Ungheria e, benché la media degli stipendi non permetta una vita agiata, gli abitanti rimangono fieri delle loro terra e della loro capitale, città natale di Harry Houdini (1874 – 1926), il più grande mago illusionista di tutti i tempi, di László Bíró, inventore della penna a sfera (1938), e del designer-architetto Erno Rubik, che creò il cubo rompicapo più venduto al mondo (1974). 96 e non più di 96!  Nulla a che vedere con la profezia di un’apocalisse. A Budapest una legge parla chiaro. Nessun edificio può essere più alto dei simboli del potere politico e religioso della città: la cupola del Parlamento e quella della Basilica di Santo Stefano, alte 96 metri per commemorare l’anno in cui la tribù dei Magiari partì dagli Urali per stabilirsi in Pannonia, sotto la guida del principe Árpád. Appartiene alla sua dinastia Stefano, fondatore dell’Ungheria e primo re cristiano, canonizzato dopo la sua morte, il cui pugno mummificato è custodito nella basilica che porta il suo nome. Dalla sommità della cupola, crollata durante una tempesta prima dell’inaugurazione dell’edificio (1905), si gode una bellissima vista sulla città e sul Parlamento.

Desideri nella scatole di latta

LAZIO, MONTI TIBURTINI, PRENESTINI E VALLE DEL GIOVENZANO Nell’imponente scenario di monti e vallate che preannunciano l’orizzonte romano, Tivoli diventa una porta per scoprire i suoi borghi. Scogliere fossili, castelli, ville imperiali, tappeti di fiori e persino i resti di un dinosauro. Tra sacro e profano, miti e tradizioni dei Monti Tiburtini, Prenestini e della Valle del Giovenzano  La chiamano la donna dei desideri. Custodisce sogni. In tante scatole di latta. “Quando ero piccola, vicino a casa c’era un negozio che vendeva tutto, in maniera sfusa, e ogni cosa era contenuta in una scatola di latta. Per merenda andavo sempre a comprare una doppia spalmata di crema al cioccolato, che la signora prendeva da una bellissima scatola e mi metteva sul pane”. Lei è Marina De La Penne, una donna davvero affascinante, come la storia racchiusa in tutte le sue scatole, più di 1500.  “Erano gli anni ’70, quando un amico mi portò a trovare sua nonna Eloisa: vicino alla macchina da cucire, aveva una scatola Saiwa piena di lenzuola. Si accorse che mi piaceva tantissimo, la svuotò e me la regalò.Da quel momento iniziai a cercare scatole di latta per mercatini, negozi e cantine, soprattutto quelle che contenevano prodotti alimentari, realizzate in Italia tra la fine dell’Ottocento e il 1950. Ho pensato poi di catalogarle e di condividerle poiché, tramite le litografie, ripercorrono un secolo di cambiamenti storici, di gusto e di stile del nostro paese. E’ nata così, a Gerano, La Casa delle Antiche Scatole di Latta: l’unico museo italiano nel suo genere che, nel 2020, ha compiuto 20 anni. Le scatole di latta venivano usate per contenere tutto ciò che teme l’umido (biscotti, polveri da sparo, sementi); erano preziose e molto curate, ma anche costose ed erano cedute ai negozianti dietro il pagamento di una cauzione; per questo nel dopoguerra furono sostituite da quelle di cartone, leggere ed economiche, che potevano essere buttate.  Ogni tanto ne trovo una davanti all’uscio che mi viene regalata da qualcuno.  Tutte queste scatole, passate di casa in casa, per me hanno una loro vita, sono pezzi di storia. Seguono il destino delle piccole cose”.  E, mostrandomele, ne apre una. Trova un bigliettino e sorride. “Questo è un gioco che avevo iniziato a fare coi bambini: ognuno scriveva su un pezzo di carta il suo desiderio e lo metteva in una scatola a scelta. Adesso queste scatole sono piene di bigliettini; mi hanno anche proposto di fare un libro per raccoglierli tutti… “Voglio stare sempre con Sara e fare il fotografo famoso” scrive Antonio 2020 ”.  Se passate a Gerano, non dimenticatevi di andare da Marina: una scatola attende il vostro desiderio. www.casadellescatole.org Arriva la Madama! Vi siete mai chiesti da dove provenga quest’espressione usata per indicare il sopraggiungere delle forze dell’ordine?  Ce lo spiegano Marina Monaco e Lucrezia Corbot al Castello Orsini di Castel Madama, durante la loro “intervista impossibile a Madama Margherita”, un colloquio immaginario dal fascino teatrale, basato su fatti realmente accaduti. Protagonista: Emanuela Colasanti nelle vesti dell’illustre Margherita d’Austria, detta “Madama”, figlia dell’imperatore Carlo d’Asburgo e sempre accompagnata da un lungo corteo di guardie a sua difesa, da cui la frase “arriva la Madama!”.  Fu l’unica donna ad aver avuto il privilegio di sposarsi nella Cappella Sistina, purtroppo, a suo dire, con l’uomo sbagliato, Ottavio Farnese, e in mezzo ai ponteggi di Michelangelo!  Da Margherita prendono il nome due fastosi edifici romani:Villa Madama, sua residenza di campagna, e Palazzo Madama, ove abitava, oggi sede del Senato, ereditati dal primo marito, Alessandro Medici, insieme al castrum Sacti Angeli che, in suo onore, fu chiamato Castel Madama.  Il piccolo borgo, arroccato sui Monti Tiburtini, conserva nel suo territorio  i resti di quattro acquedotti romani, tra cui il maestoso Anio Novus, ed è famoso per il carnevale castellano e per il palio Madama Margherita. Questa festa, ricorrente nel mese di luglio, rievoca l’arrivo della Madama nel borgo (1538) tramite balli, giostre, banchetti e sfilate in abiti rinascimentali. Ad altra epoca si lega invece l’attuale aspetto di Castello Orsini, restaurato da un vero e proprio archistar dell’Ottocento: Oreste Vulpiani, ingegnere idraulico, viaggiatore e collezionista d’arte. Il Vulpiani, durante i lavori di remise en forme della fortezza medievale  – ove risiedeva dalla nascita e che, in seguito, donò alla popolazione di Castel Madama – si costruì una sala da bagno di tutto rispetto e, mentre i suoi inservienti erano costretti a gettare i propri escrementi da una finestrella che dava sulla campagna, per le fisiche necessità egli stava comodamente seduto su un vaso cinese di ceramica bianca e blu, potendo poi decidere di passare al bidet o alla vasca, da cui fuoriusciva l’acqua calda, grazie a un ingegnoso scaldabagno a legna.  Un ultimo curioso aneddoto: alla fine dell’“intervista impossibile”, quando Marina e Lucrezia chiesero a Madama Margherita se fosse realmente venuta nel loro borgo, la donna affondò nei ricordi. Tanti, ricchi di particolari e di emozioni. Poi però le sopraggiunse il dubbio che fosse tutto frutto di un sogno… Non sappiamo quindi se la nobildonna visitò o meno Castel Madama ma, visti gli anni trascorsi, per quest’amnesia non possiamo proprio farle una colpa… Tito, il dinosauro di Rocca di Cave É stato soprannominato affettuosamente “Tito”: un gigante un po’ impacciato con la testa piccola e il collo e la coda lunghissimi. 112 milioni di anni fa pesava oltre 600 chili, era lungo 6 metri e, pur essendo un Titanosauro, la specie animale più grande mai vissuti nel pianeta, era affetto da nanismo insulare, anche se quando morì era solo un adolescente e avrebbe potuto crescere ancora un po’! Tito è stato ritrovato nel 2016 da un abitante del posto mentre costruiva un muretto a secco con sassi prelevati dalla scogliera di Rocca di Cave: all’interno di uno di essi era contenuto un tessuto spugnoso che i paleontologi hanno identificato in tre frammenti ossei del più antico rappresentante dei Titanosauri in Europa meridionale, il primo dinosauro erbivoro quadrupede dal collo lungo scoperto in Italia. La somiglianza con il parente africano “Ciro”, ridisegna la

Brisighella. Il paese dei birocciai

EMILIA ROMAGNA, BRISIGHELLA Non ha l’aria di una metropoli, ma vanta una delle prime sopraelevate della storia.  Brisighella, piccolo borgo termale tra Faenza e Firenze, sorta ai piedi di tre speroni rocciosi su cui oggi spiccano la Rocca Manfrediana, la Torre dell’Orologio e il Santuario del Monticino, era nota nei tempi antichi per la qualità traslucida del suo gesso, la selenite o pietra di luna, utilizzata da greci e romani per realizzare le finestre, dalle quali filtrava una luce simile a quella della luna (in greco seléne). Il paese, sviluppatosi dalla fine del 1200, si trovava lungo l’antico itinerario romano che univa Faenza a Firenze passando per il centro abitato attraverso la Via degli Asini, un porticato sopraelevato i cui piani terra erano occupati dalle stalle dei birocciai, i carrettieri che trasportavano con gli asini il gesso di Brisighella verso le due direzioni e che avevano l’abitudine di avvertire del loro arrivo i familiari all’interno delle case facendo schioccare la frusta.  Tradizione di poca grazia, ma da cui nacque una musica detta degli Sciucarè, cioè degli schioccatori, suonata ancor oggi durante le feste popolari.  Il gesso, però, era prezioso anche per la sua proprietà di mitigare il clima, favorendo la coltivazione dell’ulivo fin dall’antichità, come testimoniato dal ritrovamento di un frantoio risalente al II secolo nell’attigua località di Pieve del Thò.  Oggi Brisighella è famosa per la produzione un olio extravergine D.O.P., proveniente da tre varietà di olive autoctone; il più pregiato porta il nome di Brisighello. Come si assaggia l’olio –  Prendere il bicchiere con l’olio coprendolo con una mano per scaldarlo, in modo che esso rilasci tutti gli aromi. Annusare e mettere un paio di gocce di olio sulla lingua. Aspirare coi i denti stretti perché raggiunga tutte le parti della bocca (strippaggio). (Terre di Brisighella, Piazzetta Porta Gabolo, 8, Brisighella, tel. 0546.80131, olio extravergine D.O.P., vini e prodotti tipici, www.brisighello.net)  Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.293 di Itinerari e Luoghi – Agosto/Settembre 2021, all’interno del reportage sul Cammino di Dante Un viaggio per rivedere le stelle, in collaborazione con Ravenna Incoming e Lonely Planet Italia che, nel Best in Travel 2021, ha selezionato Le Vie di Dante fra le migliori proposte di viaggio dell’anno. Ringrazio il Direttore Responsabile Daniele Cafieri, il Direttore Enrico Caracciolo, il Caporedattore Gianluca Salcioli e la Redazione di Itinerari e Luoghi Editoriale C&C, Cristina Oddone di EDT.

Pedalando nella costellazione di Ercole

EMILIA ROMAGNA, FERRARA Il duca Ercole I doveva essere un uomo ambizioso: grazie a lui possiamo pedalare nel bel mezzo di una costellazione senza indossare la tuta da astronauta.  Proviamo a sovrapporre la costellazione di Ercole alla mappa di Ferrara e rimarremo letteralmente sorpresi nel notare la perfetta corrispondenza tra la posizione dei monumenti estensi e quella delle stelle della geometria celeste.  Ciò non è un caso, ma un preciso disegno ideato da Pellegrino Prisciani, un dotto astrologo chiamato dal duca assieme all’architetto Biagio Rossetti per il progetto dell’Addizione Erculea: un ampliamento verso nord per inglobare gli antichi borghi fuori dalle mura, ma soprattutto un disegno urbano che rimanesse impresso sull’architettura della città, come segno perpetuo del potere estense.  Snodo principale era il Quadrivio degli Angeli: un incrocio tra due assi viari, di cui uno in linea con il Castello. In quell’esatta posizione il Prisciani aveva identificato il massimo splendore del sole, allo zenit durante il solsizio d’estate, e il Rossetti aveva ideato un modo per dare perennità a quella luce, progettando un grande contenitore di raggi solari, il Palazzo dei Diamanti: un edificio ricoperto da una corazza argentea di bugne di pietra bianca a forma di diamante, orientate in modo diverso per riflettere al meglio la luce.  Pare addirittura che il duca Ercole avesse fatto nascondere un diamante della sua corona in un cuneo della facciata.  I putti del vicino Palazzo Prosperi-Sacrati, affacciati con le gambe a penzoloni sotto il balcone d’ingresso, stanno ancora scommettendo sotto quale bugno si trovi quel “dannato diamante”.  Avrebbe di certo voluto chiamarlo così il povero capomastro, ma gli fu tagliata la lingua e poi venne anche accecato. Almeno il duca riuscì a rasserenarsi, senza essere più tormentato dall’idea che quell’uomo, l’unico oltre a lui a conoscerne la posizione, glielo potesse rubare.  In effetti l’ubicazione di quella pietra si dice fosse stata calcolata in modo tale da concentrare straordinarie energie telluriche, motivo per cui, all’interno dell’edificio, i più illustri dotti del tempo si riunivano in intense sedute di astrologia e alchimia.  Un balcone angolare invita a osservare il palazzo lateralmente, in linea con la prospettiva dei viali, mezzo di cui si servì il Rossetti per unificare gli antichi borghi medievali alla parte rinascimentale, attraverso assi viari portanti, uniti da incroci di rappresentanza, su cui si affacciavano i grandi palazzi signorili, con vasti spazi dedicati a parchi, giardini e ampie piazze, come quella Ariostea, in cui l’ultima domenica di maggio, si tiene il Palio Ferrarese, detto anche “della Pace”, uno dei più antichi d’Europa, dal 1259. Al centro della piazza, di forma ovale, una colonna sostiene la statua di Ludovico Ariosto, che a Ferrara scrisse l’Orlando Furioso. Questa impostazione urbana, grazie alla quale Ferrara fu definita “la prima città moderna d’Europa”, prevedeva: a nord la parte rinascimentale, compresa tra le mura settentrionali e il Corso della Giovecca.  A sud la parte medievale, dal Corso della Giovecca fino al tratto murario meridionale. Al centro il Castello Estense, simbolo della città. Tutt’intorno le mura monumentali, oggi patrimonio dell’umanità. La Repubblica Fiorentina aveva mandato il grande Michelangelo nella città di Ferrara per studiare i baluardi orientali di quella cinta muraria che, dotata di torrioni, cannoniere, porte e passaggi, costituiva nel Cinquecento il miglior sistema difensivo in Italia.  Gli Estensi, abili strateghi militari, erano però anche amanti della cultura e della bella vita: Ferrara ai loro tempi era la capitale del teatro, della musica, della danza, dei banchetti e delle parate militari.  All’interno delle mura i duchi avevano fatto realizzare giardini, terme e luoghi di svago e il fossato veniva inondato per diventare teatro di veri propri tornei militari con enormi zattere.  Un modo per esaltare la loro magnificenza e per riposarsi dagli impegni del governo, motivo per cui fecero costruire le cosiddette “delizie”, residenze principesche, isolate nella campagna lungo il Delta del Po, anch’esse sotto la tutela dell’Unesco.  Al tempo del duca Lionello, Ferrara era un centro della cultura umanista che ruotava intorno allo studiolo di Belfiore, non più esistente, mentre un’altra delizia era stata scelta dal duca Borso d’Este come rifugio dalla noiosa vita quotidiana: il Palazzo Schifanoia, fatto erigere alla fine del Trecento per “schivar la noia”. La dimora custodisce nel Salone dei Mesi un ciclo di affreschi quattrocenteschi dei grandi maestri dell’“Officina Ferrarase”: un viaggio nel tempo tra cortigiani, putti, paesaggi fantastici e divinità pagane, avvolti da misteriosi simboli legati all’alchimia che rimangono tuttora incompresi. Nessuno è mai riuscito a decifrare nemmeno la simbologia che ruota intorno alla Cattedrale, risalente al 1135 e dedicata a San Giorgio, patrono della città, al ventesimo posto – coi suoi 118 metri di lunghezza – nella lista delle chiese più lunghe al mondo (come riportato sul pavimento della Basilica di San Pietro a Roma, prima con i suoi 186, 36 metri).  Ricorrenti geometrie ritmano la facciata, le cui decorazioni riproducono il giardino dell’Eden, tramutando l’intero edificio in un gigantesco albero della vita, mentre le colonnine poste sul lato destro, custodiscono un simbolismo alchemico che è tutt’ora oggetto di studio.  Sono opera dei Maestri Comacini, famosi per la loro tendenza a lasciare messaggi nascosti nelle loro sculture. Un’arte sacra tanto ammaliante quanto misteriosa, in una città legata alle stelle e ricca di storie insolite, celate sotto l’ombra dei suoi monumenti e anche nel buio dei suoi sotterranei.  In quelli del vicino Conservatorio Musicale “Frescobaldi” è ancora possibile visitare la cella dove fu rinchiuso Torquato Tasso, che a Ferrara scrisse La Gerusalemme Liberata. Tormentato da squilibri mentali, diede in escandescenze durante una cerimonia ducale e il Duca Alfonso II d’Este lo fece imprigionare per ben sette anni.  A pochi passi da lì, riecheggiano nomi di personaggi illustri che diedero prestigio all’Università, una delle più antiche d’Italia, fondata nel 1391 per volere di Nicolò II d’Este.  Vi si laurearono personalità di spicco, tra cui Ludovico Ariosto in Legge, Nicolò Copernico in Diritto Canonico e, in Teologia, Girolamo Savonarola, raffigurato nell’atto di predicare, con un’espressione pressoché inquietante, in una statua accanto al Castello Estense. Il religioso, appartenente all’ordine dei domenicani, inveiva contro

Ferrara in bicicletta. Arte, natura e libertà

EMILIA ROMAGNA Città nobile e rurale, di terra e di acqua, sorta intorno a un guado del fiume Po. Raffinata corte rinascimentale che conserva il fascino umanistico della città ideale. Le sue geometrie invadono le tele di De Chirico. Nei suoi ampi viali risiede il silenzio metafisico. Andiamo alla scoperta di questa elegante cittadina gustandoci il piacere di una giornata all’aria aperta LA CAPITALE DELLE BICICLETTE Niente ciceroni con l’ombrellino in mano o noiose audioguide nei musei, nello scrigno degli Estensi, Patrimonio Mondiale dell’Umanità, ci si immerge nella storia pedalando, tra il labirinto di viuzze della zona medievale e dei luoghi ebraici, negli ampi viali rinascimentali, in mezzo al verde dei suoi parchi o lungo il perimetro delle mura e la guida ti passa anche a prendere in bicicletta!  Conosco Emanuela Mari, la mia guida turistica per un giorno. Di buon mattino è già nella hall del B&B Hotel, pronta per partire con un gruppetto al femminile di cui faccio parte alla scoperta della città. Manca solo da scegliere la bici, ma a Ferrara ce n’è per tutti i gusti: bici da corsa, mountain bike, bici da signora col cestino, nuove fiammanti, vecchie arrugginite. Già, perché qui la bicicletta più che un mezzo è un vero e proprio stile di vita. I cartelli agli ingressi urbani non mentono: Ferrara città delle biciclette, la capitale italiana delle due ruote, in cui l’utilizzo di questo mezzo da parte degli abitanti è addirittura tra i più alti d’Europa e già solo questa cosa fa venire voglia di noleggiarne una per confondersi tra i residenti nel piacere della pedalata. Dice Emanuela che, secondo una stima, ogni famiglia ferrarese ha almeno tre biciclette, anche perché mai, quando se ne acquista una nuova, si butta quella vecchia. Insomma, a Ferrara la bicicletta è un po’ come il pane e, si sa, anche il pane raffermo può essere utilissimo! Sulle strade la fanno da padroni ciclisti di ogni tipo: signore di una certa col sacchetto della spesa o il cagnetto nel cestino, uomini distinti in giacca e cravatta, spericolati ragazzini con la testa chissà dove, che affiancano sportivi equipaggiati con ogni accessorio tecnico, ma anche vecchietti curvi che, nonostante l’età, non mollano la loro bicicletta, perché l’importante è iniziare a pedalare e poi basta poco e si va! PEDALANDO NELLA COSTELLAZIONE DI ERCOLE Il duca Ercole I doveva essere un uomo ambizioso: grazie a lui possiamo pedalare nel bel mezzo di una costellazione senza indossare la tuta da astronauta. Proviamo a sovrapporre la costellazione di Ercole alla mappa di Ferrara e rimarremo letteralmente sorpresi nel notare la perfetta corrispondenza tra la posizione dei monumenti estensi e quella delle stelle della geometria celeste. Ciò non è un caso, ma un preciso disegno ideato da Pellegrino Prisciani, un dotto astrologo chiamato dal duca insieme all’architetto Biagio Rossetti per il progetto dell’Addizione Erculea: un ampliamento verso nord per inglobare gli antichi borghi fuori dalle mura, ma soprattutto un disegno urbano che rimanesse impresso sull’architettura della città, come segno perpetuo del potere estense. Snodo principale era il Quadrivio degli Angeli: un incrocio tra due assi viari, di cui uno in linea con il Castello. In quell’esatta posizione il Prisciani aveva identificato il massimo splendore del sole, allo zenit durante il solsizio d’estate, e il Rossetti aveva ideato un modo per dare perennità a quella luce, progettando un grande contenitore di raggi solari, il Palazzo dei Diamanti: un edificio ricoperto da una corazza argentea di bugne di pietra bianca a forma di diamante, orientate in modo diverso per riflettere al meglio la luce. Pare addirittura che il duca Ercole avesse fatto nascondere un diamante della sua corona in un cuneo della facciata. I putti del vicino Palazzo Prosperi-Sacrati, affacciati con le gambe a penzoloni sotto il balcone d’ingresso, stanno ancora scommettendo sotto quale bugno si trovi quel “dannato diamante”. Avrebbe di certo voluto chiamarlo così il povero capomastro, ma gli fu tagliata la lingua e poi venne anche accecato. Almeno il duca riuscì a rasserenarsi, senza essere più tormentato dall’idea che quell’uomo, l’unico oltre a lui a conoscerne la posizione, glielo potesse rubare. In effetti l’ubicazione di quella pietra si dice fosse stata calcolata in modo tale da concentrare straordinarie energie telluriche, motivo per cui, all’interno dell’edificio, i più illustri dotti del tempo si riunivano in intense sedute di astrologia e alchimia. Un balcone angolare invita a osservare il palazzo lateralmente, in linea con la prospettiva dei viali, mezzo di cui si servì il Rossetti per unificare gli antichi borghi medievali alla parte rinascimentale, attraverso assi viari portanti, uniti da incroci di rappresentanza, su cui si affacciavano i grandi palazzi signorili, con vasti spazi dedicati a parchi, giardini e ampie piazze, come quella Ariostea, in cui l’ultima domenica di maggio, si tiene il Palio Ferrarese, detto anche “della Pace”, uno dei più antichi d’Europa, dal 1259. Al centro della piazza, di forma ovale, una colonna sostiene la statua di Ludovico Ariosto, che a Ferrara scrisse l’Orlando Furioso. Questa impostazione urbana, grazie alla quale Ferrara fu definita “la prima città moderna d’Europa”, prevedeva: a nord la parte rinascimentale, compresa tra le mura settentrionali e il Corso della Giovecca. A sud la parte medievale, dal Corso della Giovecca fino al tratto murario meridionale. Al centro il Castello Estense, simbolo della città. Tutt’intorno le mura monumentali, oggi patrimonio dell’umanità. La Repubblica Fiorentina aveva mandato il grande Michelangelo nella città di Ferrara per studiare i baluardi orientali di quella cinta muraria che, dotata di torrioni, cannoniere, porte e passaggi, costituiva nel Cinquecento il miglior sistema difensivo in Italia. Gli Estensi, abili strateghi militari, erano però anche amanti della cultura e della bella vita: Ferrara ai loro tempi era la capitale del teatro, della musica, della danza, dei banchetti e delle parate militari. All’interno delle mura i duchi avevano fatto realizzare giardini, terme e luoghi di svago e il fossato veniva inondato per diventare teatro di veri propri tornei militari con enormi zattere. Un modo per esaltare la loro magnificenza e per riposarsi dagli impegni del

Prigioniero di un sogno

GERMANIA, BAVIERA, STRADA ROMANTICA Dall’imponente visione alpestre che spezza l’altopiano bavarese alla valle del Reno, tra nastri d’acqua e montagne coperte di abeti, pendii assolati e località vinicole, città imperiali e borghi fortificati, arte sacra e profana e antiche leggende medievali. Il villaggio sorto in un cratere meteoritico, il paese dei liutai, il negozio del Natale e le “palle di neve”.  Poi i castelli, guardiani delle cime, simbolo della Germania romantica e anima di un re che fuggiva dalla realtà per rifugiarsi nel mito. Tra genio e follia. L’orologio da tasca del re si era fermato alle diciotto e cinquantaquattro, a causa dell’infiltrazione dell’acqua. Quello del dottor von Gudden segnava le venti. Erano usciti per una passeggiata, senza più fare ritorno e, proprio quella sera, il dottor von Gudden aveva detto al personale del castello di voler rimanere da solo con il re, mentre di solito i due si allontanavano accompagnati dagli infermieri. La notte è già calata quando i loro corpi senza vita vengono ritrovati nelle acque poco profonde del Lago di Starnberg, il 13 giugno 1886. Il collo del medico riporta evidenti tracce di strangolamento. E il re com’è morto? Ufficialmente a causa di una congestione. C’è chi parla di suicidio; in tanti sono convinti che il re sia stato assassinato. Ma quella tragedia rimane un grande enigma della Storia. Il re viene imbalsamato e il suo cervello analizzato da specialisti per cercare le malformazioni tipiche di un folle. Le trovano e le documentano, arrivando addirittura a sostenere che il suo cervello, che pesa 36 grammi al di sotto della media, è già un segno evidente della sua follia! Principe romantico e sognatore “L’unico vero re di questo secolo”, come lo definì il poeta Paul Verlaine: un sorriso un po’ malinconico, il folto ciuffo di capelli scuri e la figura alta, slanciata: Ludwig II di Baviera, appena ventenne, non guarda l’osservatore nel ritratto ufficiale del pittore Ferdinand von Piloty. Il suo sguardo si perde chissà dove. In un punto indefinito e lontano. Nato il 25 agosto 1845, Ludwig è un Wittelsbach: una casata che regnava sulla Baviera da più di nove secoli, i cui discendenti erano conosciuti per la loro pazzia e i matrimoni tra consanguinei, ripetuti nel tempo, non avevano portato un miglioramento in tal senso.  Il padre aveva acquistato l’antico castello dei Signori di Schwangau, che domina tuttora, dai suoi novecento metri, l’altopiano bavarese e due laghi circondati da montagne coperte di abeti: il castello di Hohenschwangau. È in quel luogo incantato che Ludwig trascorre la maggior parte della sua infanzia e dell’adolescenza ed è a quel castello che sono legati i suoi primi e indelebili ricordi. Secondo la leggenda, quella era stata la dimora di Lohengrin, un personaggio di un poema medievale tedesco, figlio di Parsifal, chiamato “il cavaliere del cigno” e raffigurato su un vascello trainato da un cigno. Il nome stesso di Hohenschwangau significa “l’alto paese del cigno”. Nelle sale del castello tutto contribuisce a resuscitare le vecchie leggende medievali dei paesi del Reno, in un gusto eccessivo per la teatralità e per le rievocazioni ripetute alla noia, che sarà ereditato da Ludwig. A Hohenschwangau il mito del cigno è onorato ovunque e quel mito accompagnerà il re per tutta la vita.  Ma Ludwig viene educato troppo severamente e inizia a fuggire dalla realtà per rifugiarsi nel sogno. Egli prova disgusto per la folla che rovina le sue emozioni. Ama i fiori e li disegna su tutte le lettere che scrive. Durante i pranzi ufficiali, ordina che ne venga messo un enorme mazzo di fronte al suo posto, per isolarsi dai suoi invitati. Ludwig adora i cigni e inizia a disegnarne ovunque. Le due passioni di Ludwig: Wagner e Sissi Un giorno l’Opera Reale di Monaco mette in cartellone il Lohengrin del musicista Wagner. Ludwig ha quasi sedici anni quando il misterioso cavaliere approda su un vascello tirato da un cigno. Il cavaliere del cigno esiste! L’immaginazione del principe è superata dalla falsa realtà del teatro. L’ossessione wagneriana entra nella sua vita.  Nel frattempo Ludwig all’età di diciotto anni diventa re. Il re-mecenate e il musicista-idolo vivono per l’amore dell’arte. Ludwig non bada a spese e, in suo onore, Wagner confeziona un’opera dopo l’altra. Ma questo suo fanatismo per il compositore che, grazie alle elargizioni di corte, conduceva una vita principesca, raggiunge un punto tale che il re si vede costretto dal suo stesso entourage ad allontanare Wagner dalla Baviera.  Oltre al musicista, un’altra persona lascia nella vita del monarca un’impronta indelebile: la sua un’incantevole cugina Sissi. Una Wittelsbach di otto anni più di lui. Sissi cresce nel castello di Possenhofen, sulle rive del lago di Starnberg. Ludwig ne è incantato e, nella sua infanzia, notevolmente austera, i momenti trascorsi con lei sono attimi di vera felicità. Ma Sissi parte per Vienna, quale promessa sposa del giovane imperatore d’Austria Francesco Giuseppe.  Il problema della successione al trono non risparmia neppure il giovane re bavarese, che accondiscende al matrimonio con la cugina Sophia, sorella di Sissi, che però fa corteggiare per procura, delegando i suoi servitori. Ma il giorno delle nozze, da lui rimandato più volte, non arriverà mai. “Preferirei gettarmi nell’Alpsee piuttosto che sposarmi”. “Mi hanno costretto a fissare la data del matrimonio un po’ come si obbliga una pianta di serra a fiorire”.  La causa di quella rottura è la sua omosessualità. Ludwig è in perenne lotta interiore, la sua più grande battaglia. Ma egli aveva dovuto far fronte anche a due vere guerre, quando aveva solo ventun anni e venticinque. Ludwig non ama la guerra. Ogni volta che può, tempera i rigori del regolamento militare con iniziative bizzarre che suscitano grande scalpore: un mattino, passando davanti a una sentinella che monta di guardia e, trovandola un po’ pallida, gli fa portare un sofà.  È uno dei primi sovrani a sostenere la nuova idea di Henry Dunant, chiamata Croce Rossa. Obbligato a partecipare ai conflitti europei, tenta la neutralità per preservare l’indipendenza della Baviera e, nonostante detesti le “sciocchezze di Stato”,

Cariddi è il mare

CALABRIA, CITTÀ METROPOLITANA DI REGGIO CALABRIA Sulle coste selvagge dove nidificano le tartarughe marine, approdava un tempo la potenza magno-greca. Le sue radici perdurano, inconsapevoli, nel quotidiano. Nella bellezza dei reperti restituiti dal mare e dalla terra. Tra i miti che nascono dalle insidiose correnti dello Stretto, dove la sera le luci dei borghi sembrano lanterne di presepi napoletani. “Io nasco dal mare come una sirena, perché nasco a Bagnara Calabra che è un paese di pescatori; si pesca il tonno e il pesce spada. Ho avuto bisogno di cercare me stessa e ho cominciato dalle mie origini […] Tornare in Calabria è come tornare da mia madre o da mio padre […] Le mie radici sono tutto per me, sono la mia sola sicurezza, l’unica cosa certa della mia vita”. Mia Martini, detta Mimì, indimenticabile interprete della canzone d’autore italiana, raccontava di sé e del suo porto sicuro: Bagnara Calabra, un borgo lambito da spiagge finissime e grotte naturali. Di fronte, lo Stretto di Messina divide la Calabria dalla terra siciliana: un passaggio temuto fin dai tempi antichi a causa della pericolosità nell’attraversarlo. Al suo interno si muovono, infatti, le acque dello Ionio che, davanti a Scilla e a Cannitello, trovano quelle del Tirreno. I due mari si incontrano ma non si mescolano, poiché hanno densità, temperature e salinità diverse. È il loro perenne dislivello a innescare le insidiose correnti: quando lo Ionio è in alta marea, il Tirreno si trova in bassa marea e viceversa. Tale differenza viene colmata gradualmente, attraverso enormi riversamenti d’acqua che per sei ore risalgono lo Stretto da sud verso nord, dando origine alla “corrente montante” e, dopo un’ora di “stanca”, lo attraversano in senso contrario, con la “corrente scendente”, che dura altre sei ore. A causa della morfologia del fondale, profondo e angusto, questi flussi d’acqua, canalizzandosi, acquisiscono ulteriore forza, generando vere e proprie tempeste abissali che, in particolari condizioni meteorologiche, spingono le onde ad accavallarsi le une sulle altre, superando i tre metri di altezza. Durante questo perpetuo riflusso, i due mari si incontrano in uno spazio di marea di soli 20 cm, dando adito a correnti di oltre 6 nodi: come se scorresse un fiume nel mare.  Immaginiamoci, in epoca greca, le barche a remi che attraversavano lo Stretto e si trovavano, in assenza di vento, nel bel mezzo di bolle, schiuma e vortici, spostati dalle correnti contro la volontà dei marinai. I Greci avevano intuito che il tutto era ritmato da una cadenza ma, non spiegandosi l’origine di quel fenomeno che rendeva la navigazione pericolosa, ricorsero al mito: Cariddi, un mostro che per tre volte inghiottiva l’acqua e per tre volte la sputava, spingendo le imbarcazioni verso la costa dove c’erano gli scogli, su cui le navi andavano a infrangersi e colavano a picco. Lì abitava Scilla: il mostro che mangiava i naviganti. Quello di Scilla e Cariddi è un mito ancestrale che descrive ancora oggi la geografia e la geomorfologia dello Stretto di Messina ed è legato alla pericolosità delle sue correnti; per attraversarlo le grosse imbarcazioni devono essere guidate da un pilota locale, mentre i sommergibili militari vi possono transitare solo in navigazione superficiale. Le continue correnti che percorrono lo Stretto trasportano nutrienti, dando vita a un ecosistema marino unico per biodiversità e colori. Le profondità del mare di Scilla sono ricoperte dalla prateria di corallo nero più estesa al mondo; più in superficie, gorgonie, coralli molli gialli e rossi creano un incredibile giardino subacqueo. Il suo reef è infatti nell’elenco dei dieci siti di immersioni più belli del Mediterraneo e dei cento più belli al mondo. Dove, secondo i Greci, abitava Scilla, una grande rocca domina l’omonimo borgo.  E Cariddi?  Cariddi non è in Sicilia, come spesso si pensa, ma è il punto dove si incontrano i mari.  Cariddi è il mare. L’eredità magno-greca Terminata la passeggiata lungo Corso Garibaldi, la via pedonale parallela al lungomare di Reggio Calabria, si raggiunge Piazza De Nava, dove l’edificio razionalista a firma dell’architetto Marcello Piacentini ospita il Museo Archeologico Nazionale, aperto nel 1955 per raccogliere le testimonianze della Magna Grecia rinvenute durante il corso di numerosi scavi.  Preziosi reperti custoditi rivelano l’amore per il colore, una particolarità del mondo antico, ma si conservano anche oggetti vicini alla nostra quotidianità, come i fiori di terracotta rivenuti nelle tombe, che ricordano la nostra usanza di portare ai defunti fiori freschi o artificiali.  I magnifici Bronzi di Riace, ospitati nel museo, testimoniano che anche la nostra idea di bellezza è un’eredità magno-greca. Il museo racconta infatti le radici della nostra cultura e di quella del territorio calabrese, dove ancora la componente greca è viva nelle tradizioni, nella cucina, nei toponimi e nel dialetto, nonostante molti degli abitanti non ne siano consapevoli. Tenacemente attaccati alle loro abitudini, i Calabresi hanno infatti conservato molte testimonianze della vita di un tempo negli usi e nei costumi, nel linguaggio e nei canti, nelle danze, nella musica e nelle feste, nelle leggende, nelle processioni e nelle cerimonie che accompagnano la nascita, le nozze, la morte.  Ne è un esempio la consuetudine degli anziani di mettere una moneta in tasca ai loro defunti prima della sepoltura, non sapendo che in realtà quella era un’usanza dei Greci, che erano soliti mettere sugli occhi, sulla bocca o nelle mani dei defunti l’obolo che serviva per pagare Caronte, il traghettatore che avrebbe portato le anime nel mondo ultraterreno. Le tradizioni, che per generazioni sono state vissute come un disvalore, poiché considerate un segno di ignoranza, di povertà e antichità, sono invece un valore aggiunto, poiché costituiscono un collegamento col passato: il relitto di un mondo che è morto altrove e che qui sopravvive, costituendo il cuore di questo territorio, le sue radici. La sopravvivenza della cultura grecanica nell’area metropolitana di Reggio Calabria fu favorita dalla geomorfologia del territorio, che permise alle popolazioni di vivere isolate, ma anche dalla presenza dei monaci eremiti bizantini di rito greco cristiano, detti basiliani, che dal VII secolo si stabilirono nell’entroterra aspromontano. I monaci, provenienti dalla

Rinascimento Dolomitico

VENETO, FELTRE  Sulla pietra rossa su cui poggia la città campeggia il leone di San Marco.  Finestre rubate al Canal Grande si contendono le facciate dei palazzi con affreschi e capitelli ingoiati dalle fasi del tempo, che profuma di nobiltà veneziana. Ma sotto i bugnati, sorretti da colonne in marmo sfumate di grigio, riposano domus di età romana, durante la quale Feltre emanava già la sua vitalità straordinaria. Oggi la città riparte dal suo antico splendore e si prepara al 2021. L’anno zero. Quando, in Piazza Maggiore, quel “leone di montagna” diventerà l’emblema di una nuova rinascita. La piccola città, a parte lo sfondo delle montagne, non è alpina, ma appare contesa tra due forze distinte e lontane. A sud il mare e Venezia, con le sue calle, i carnevali, l’Oriente. A nord il ventaglio delle Alpi con le sue vette, alcune dalle sagome più dolci e rotonde, altre aguzze, più alte. Al di là, “nascosti, c’erano Lutero e gli imperatori, Dürer e Mozart” scrive lo storico Matteo Melchiorre ne La via di Schenèr, una tortuosa mulattiera che, attraverso il feltrino, metteva in comunicazione la pianura veneta con il mondo germanico. Tra queste alture la frequentazione è antica quanto l’origine dell’uomo: il Monte Avena ha restituito manufatti in selce di 40000 anni, riconducibili all’uomo di Neanderthal. “I Neanderthal avevano una cultura molto complessa” ci spiega l’archeologo Matteo Curto “e seppellivano su letti di fiori”. Lo seguiamo durante le sue ricerche in Val Rosna dove, nel 1987, gli scavi hanno portato alla luce la tomba di un uomo paleolitico, vissuto 14000 anni fa, coperta da sassi dipinti con scene di caccia, di cui uno, rivolto verso l’osservatore, è considerato la prima lapide della Storia. Le origini retiche di Feltre sono testimoniate da un’iscrizione in pietra conservata presso il Museo Civico, dove procedono i lavori di allestimento del nuovo Museo Archeologico, che gli si affiancherà in alcune sale. “Non sarà il classico museo statico, ma il racconto di una storia attraverso un percorso archeologico in città, abbinando luoghi a tecnologie multimediali” spiega Alessandro Del Bianco, giovane assessore alla Cultura per poi passare a illustrare una serie di interventi di sistemazione e di restauro dei beni storico-artistici cittadini che avranno come scopo quello di restituire a Feltre il suo ruolo di cerniera tra pianura e montagna – oggi rappresentate dai due siti Unesco di Venezia e delle Dolomiti – e di rilanciarla come centro rinascimentale integro (poiché completamente ricostruito dopo l’incendio del 1510) di stampo veneziano ma con influssi del nord. L’assessore lo definisce “Rinascimento Dolomitico” e mentre parla di rinascita, si avvicina a una statua acefala all’ingresso del museo. Raffigura Esculapio, il dio della medicina greca che, nella mitologia, aveva il potere di far risorgere. È stata trovata sotto il sagrado del Duomo, area in cui avrà inizio il percorso archeologico e che conserva tracce di edifici di età romana, paleocristiana e medievale, epoche in cui Feltre era già un punto di snodo tra mondi diversi, luogo di transito per il commercio della lana, del ferro e del legname, tant’è che nel suo territorio i Romani costruirono una delle loro infrastrutture portanti, la Via Claudia Augusta Altinate: un’arteria di grande scorrimento che dall’Adriatico si spingeva oltralpe, oggi fiore all’occhiello del cicloturismo transalpino. Dall’area del Duomo, il percorso si svilupperà all’interno delle mura soffermandosi su alcuni punti d’interesse archeologico, fino ad arrivare nel museo vero e proprio, dove la storia dei vari reperti sarà raccontata mediante ricostruzioni multimediali. Tecnologie che saranno utilizzate anche all’interno della Torre dell’Orologio per illustrare le trasformazioni di Piazza Maggiore e del Castello di Alboino nel corso delle diverse epoche storiche. La Torre, in fase di restauro, verrà aperta al pubblico nella primavera 2021 insieme al Museo Archeologico, ad alcuni edifici sacri, alla Sala Consiliare, a quella degli Stemmi e al Teatro della Sena (cioè “della scena”), sotto cui sono state rinvenute tracce dei vari terrazzamenti della città, che rimarranno visibili alla riapertura dell’edificio, quando lo stesso sarà fruibile in tutti i suoi spazi, passando dagli attuali 132 posti a circa 300. Il teatro, che nel Settecento, celebrò gli esordi del commediografo veneziano Carlo Goldoni, diventerà un contenitore d’arte e di spettacoli, ma anche un museo, il cui valore, oltre che nelle scenografie e nei macchinari originali conservati, risiede nell’essere l’unica testimonianza del più famoso Teatro La Fenice di Venezia – andato distrutto dopo un incendio – poiché concepito sul piano architettonico e decorativo dagli stessi artefici: l’architetto neoclassico Giannantonio Selva e lo scenografo Tranquillo Orsi.  Il forte legame con Venezia si respira anche nelle sale della Galleria d’arte moderna “Carlo Rizzarda”, museo del ferro battuto e delle arti decorative del primo Novecento, ospitata nel cinquecentesco Palazzo Bovio-Villabruna Cumano, il cui ultimo piano sarà allestito con una collezione di vetri d’arte veneziani e muranesi, alcuni dei quali disegnati da Carlo Scarpa (1906-1978), designer del vetro per Cappellin e Venini. Il Palazzo, già casa-museo del grande maestro del ferro battuto Carlo Rizzarda (1883-1931), arricchito anche dalla sua collezione d’arte contemporanea, conserva opere che testimoniano tutta la sua produzione artistica, dalla Secessione all’Art Nouveau, dal Déco al Novecento. Un successo frutto non solamente del suo talento, ma della capacità di adattarlo al cambiamento del gusto, che Rizzarda assecondava attraverso stili e tecniche nuove per creare opere sempre contemporanee, fonte di stimolo per nuove idee artistiche e di pensiero. Le sale della galleria sono ulteriormente impreziosite da una collezione di capi firmati Dianora Marandino (1912-2003), regalo della stilista all’amica feltrina Antonia Guarnieri, figlia del letterato, e nel 2019 donati al museo per ampliarne la panoramica sulle arti decorative ai tessuti, settore trainante dell’economia della città dall’epoca romana: i panni feltrini, già prima del Cinquecento, erano esportati fino in Siria e a Tripoli, arrivando, un secolo più tardi, anche nelle raffinate Londra e Parigi. Oggi Feltre dimostra di aver saputo valorizzare l’unicità dei suoi beni storici non solo restaurandoli, ma adattando la loro fruizione alla nostra era, perché diventino realtà dinamiche, centri di sviluppo, di progetti e di circuiti culturali, fonte di

errore: