Un paesaggio che si apre come l’Inferno di Dante
I Sassi di Matera, un tempo “vergogna d’Italia”, oggi patrimonio UNESCO, raccontano la lunga storia dell’uomo che ha saputo trasformare la roccia in dimora, rifugio e memoria. Un viaggio tra le case-grotta, le chiese rupestri e le voci di una città che da millenni resiste e si rinnova.
Il deserto visionario di Carlo Levi
“Quando uscii dalla stazione e mi guardai intorno, cercai invano con gli occhi la città. La città non c’era. Ero su una specie di altopiano deserto. In questo deserto sorgevano, sparsi qua e là, otto o dieci grandi palazzi di marmo. Mi misi finalmente a cercare la città… arrivai a una strada, che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case, e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera… La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune.
Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi. Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l’Inferno di Dante.”
Così Carlo Levi descrive Matera, nel suo celebre romanzo del 1945, Cristo si è fermato a Eboli.
I Sassi. Dal degrado alla rinascita
I Sassi, due distretti noti come Sasso Caveoso e Sasso Barisano, sono costituiti da abitazioni scavate direttamente nella pietra calcarenite della Murgia materana. In questi insediamenti l’uomo ha abitato dall’età del Bronzo, sviluppando un sistema stratificato, servito da cisterne, cunicoli e canali per la raccolta dell’acqua.
La nostra guida, Marisa Loperfido, ci spiega che la presenza umana in quest’area risale però a tempi ancora più remoti: già nel Paleolitico la Murgia era frequentata, e i primi segni di insediamento stabile e di scavo della roccia si datano a circa 7.000 anni fa, nel Neolitico.
Fin dall’inizio, l’uomo seppe adattarsi a un ambiente povero di risorse, sfruttando le cavità naturali e la duttilità della pietra per ricavare dimore, ricoveri e cisterne. Questo legame antico ha plasmato un vero e proprio paesaggio culturale: il risultato dell’opera congiunta della natura e dell’ingegno umano, dove la morfologia del territorio e la pietra tenera della Murgia hanno favorito la nascita e la diffusione dell’habitat rupestre.
La “vergogna d’Italia”
Nel XIX e fino alla metà del XX secolo, i Sassi subirono un forte degrado: alta densità abitativa, scarsa igiene, convivenza con animali e malattie endemiche portarono a soprannominarli “vergogna d’Italia”.
Lo sfollamento
Negli anni ’50, grazie anche al libro Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, questa situazione drammatica venne messa in luce. Nel 1952 venne emanata la Legge Colombo per il risanamento, che portò allo sfollamento della popolazione dai Sassi fino al 1965.
Il recupero e il riconoscimento internazionale
Nel 1990 l’area fu riconosciuta come zona protetta con l’istituzione del Parco della Murgia.
Tre anni dopo, nel 1993, sia il Parco che i Sassi di Matera furono dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, a testimonianza del loro valore universale e della straordinaria continuità di vita che essi raccontano
A partire dagli anni ’80, iniziò un processo di recupero urbanistico e edilizio, culminato con l’iscrizione dei Sassi e del Parco delle Chiese Rupestri tra i patrimoni dell’umanità UNESCO nel 1993.
Matera Capitale Europea della Cultura 2019
La città vive oggi una rinascita culturale ed economica. È stata Capitale Europea della Cultura nel 2019.
I Sassi ospitano musei, gallerie, ristoranti, boutique e hotel di charme ricavati nelle grotte, con un perfetto connubio tra antico e moderno.
Matera ha anche fatto da set per capolavori come La Passione di Cristo di Mel Gibson, Il Vangelo secondo Matteo, e più recentemente No Time to Die.
La città stratificata nei secoli
Le parti della città appartengono a epoche diverse.
I Sassi. Matera popolare e rupestre, antichissima.
Sasso Caveoso e Sasso Barisano sono i quartieri più iconici. Furono abitati senza interruzione dall’età del Bronzo fino agli anni ’50 del Novecento.
La Civita. Matera medievale e nobile
È il quartiere sorto sul promontorio centrale che divide i due Sassi. Centro politico e religioso fin dal Medioevo: al suo apice svetta la cattedrale. Qui risiedevano i ceti nobiliari e le famiglie più influenti, in palazzi con corti interne, logge e stemmi scolpiti.
Il Piano. Matera rinascimentale, barocca e moderna
Si estende sopra i Sassi e la Civita, verso l’altopiano. A partire dal XV-XVI secolo, con l’espansione urbanistica, nacquero qui piazze, conventi e palazzi signorili. È la zona che accoglie oggi la Matera ottocentesca e moderna, con i grandi assi urbani, il Palazzo Lanfranchi, piazza Vittorio Veneto e gli eleganti corsi cittadini.
Il “Piano” segnava il passaggio dalla città rupestre a una città di pietra costruita in elevato, secondo modelli architettonici più ampi e ariosi.
La Gravina di Matera
Grotte, eremi e antiche chiese di pietra
Il nucleo antico della città si sviluppa sulla scarpata del crepaccio che taglia in due la valle, noto come Gravina di Matera, dove un incredibile complesso di grotte si aggrappa alla montagna. Molte furono abitate dagli eremiti.
Si conservano la Chiesa di San Pietro Barisano (in alto), dell’XI secolo, in gran parte scavata nella montagna, e la Chiesa di Sant’Agostino (in basso) della fine del XVI secolo, edificata su una cripta rupestre del XI.
Le chiese rupestri
Arte e spiritualità. Tra Bizantini e Medioevo
Sono quasi 130 le chiese rupestri censite, molte con affreschi, altari e sculture. Sono in parte scavate, in parte completate da strutture murarie o ipogee e risalgono alla civiltà monastica greco-bizantina fra l’VIII e ilXIII secolo. Alcune di esse ospitano importanti esposizioni d’arte contemporanea, soprattutto nella stagione estiva.
Per le visite alle Chiese Rupestri tel. 328/43.6444.00, associazionepatrimoniorupestre@gmail.com.
La cattedrale
Esempio di romanico pugliese
La cattedrale, intitolata ai protettori Sant’Eustachio e la Madonna della Bruna, domina il paesaggio di Matera dalla cima del colle della Civita, il punto più alto tra i due Sassi.
L’edificio è un pregevole esempio di romanico pugliese (XIII secolo). La facciata, in pietra locale, è scandita dal grande rosone centrale a 16 raggi e dal portale sormontato da una lunetta scolpita a bassorilievo con l’immagine della Madonna della Bruna. Accanto si innalza il campanile alto 52 metri, che svetta sui Sassi materani.
Il rosone e la ruota della fortuna.
Sul rosone sono raffigurati quattro personaggi: in alto San Michele Arcangelo, in basso una figura che regge la ruota, ai lati altre due nel tentativo di girarla. Si tratta di una rappresentazione della ruota della fortuna o della vita, con le posizioni di potere in alto, di sottomissione in basso e la volontà di girare la ruota a proprio favore: simbolo dei rovesci di fortuna.
La chiesa di San Francesco d’Assisi
Custode della Madonna della Bruna e della memoria materana
Nel cuore del “Piano” di Matera, tra piazza del Sedile, via Ridola e l’affaccio sui Sassi, la facciata barocca della Chiesa di San Francesco d’Assisi appare come un candido sipario, sormontato dalla statua dell’Immacolata, con San Francesco e Sant’Antonio ai lati.
Una porta sul sacro
Varcando l’ingresso, il sacro si mescola al silenzio delle grotte.
Due acquasantiere in pietra calcarea, frutto di assemblaggio di elementi risalenti alla fine del XIII secolo, poggiano su colonnine sormontate da capitelli decorati con raffigurazioni vegetali e antropomorfe.
Un interno barocco tra arte e fede
Una navata conduce all’abside. Sopra l’altare maggiore, un polittico del Quattrocento, attribuito a Lazzaro Bastiani o Bartolomeo Vivarini, incornicia con i suoi santi a tempera un organo a canne, costruito dai Fratelli Ruffatti nel 1955.
Le cappelle laterali raccontano storie di fede e d’arte. Si conservano la statua lignea di Sant’Antonio, scolpita da Stefano da Putignano, il sarcofago dell’“avvocato dei poveri” Eustachio Paulicelli e una tela del 1580 con l’Immacolata di Antonio Stabile.
La cripta rupestre: radici millenarie
Attraverso una botola accanto al presbiterio, si scende nella cripta rupestre dedicata ai Santi Pietro e Paolo. Affreschi medievali ricoprono le pareti con figure di santi e una scena che ricorda il passaggio di papa Urbano II, nel 1093.
La Madonna della Bruna
Madre, regina e patrona di Matera
La prima cappella a sinistra custodisce l’anima della città: la statua della Madonna della Bruna, patrona di Matera, raffigurata in abito bianco mentre, con sguardo tenero e regale, regge il Bambino tra le braccia. La statua fu realizzata nel 1792 in legno scolpito e rivestito di un abito sontuoso, cucito da maestranze napoletane, che dona a Maria l’aspetto di una regina e al tempo stesso di una madre vicina al popolo.
La festa del 2 luglio. Fede e rito collettivo
Ogni 2 luglio la città si trasforma. All’alba, la processione dei pastori accompagna l’antica icona della Vergine tra botti festosi e canti popolari. Nel pomeriggio, la statua della Madonna della Bruna viene issata su un carro trionfale di cartapesta, creato da artigiani locali, trainato da muli e scortato da cavalieri per le strade del centro. E quando il sole tramonta, accade il rito più atteso: lo strazzo del carro. Il popolo lo assalta, lo smembra, ne raccoglie i frammenti come reliquie. È un gesto antico, nato da leggende che parlano di protezione e promesse e che oggi è diventato un rito collettivo, un’esplosione di appartenenza e fede.
La costruzione del carro
Ogni anno il carro viene realizzato da un maestro cartapestaio materano diverso, scelto dal comitato festa. È costruito interamente in cartapesta e legno, con una tecnica antica che unisce artigianato e arte sacra. I lavori iniziano mesi prima e durano a lungo, perché il carro può arrivare anche a 12 metri di altezza.
La leggenda e il voto secolare
Secondo la tradizione, nel 1389 la Madonna apparve a un contadino o a un cavaliere e gli affidò un’icona sacra da portare in città, chiedendo che fosse venerata.
Il vescovo e i fedeli, in processione, accolsero la Vergine e l’icona fu portata nella Cattedrale. Ma, giunti alle porte della città, la Madonna “svanì”, lasciando solo l’immagine.
Da allora Matera la riconobbe come sua protettrice e la chiamò “Bruna”, sia perché venerata il 2 luglio, giorno della Visitazione (in latino ad Brunam diem), sia perché “bruna” richiama un colore scuro, segno di antichità e sacralità.
La lunetta della Cattedrale, con la Madonna col Bambino, è il “segno scolpito” di questa protezione: un’immagine che accoglie chi entra e vigila dall’alto sull’intera città.
La Chiesa di San Giovanni Battista
Un gioiello romanico-gotico
Nel cuore di Matera, la Chiesa di San Giovanni Battista si apre con la sua facciata severa e al tempo stesso elegante.
Edificata nel 1233 dai frati ospedalieri, custodisce un portale riccamente scolpito, dove motivi vegetali e figure sacre si intrecciano come in un ricamo di pietra. Sopra, la statua del Battista vigila dalla sua nicchia, mentre lo slancio verticale dell’insieme contrasta con l’aspetto più massiccio delle mura laterali.
La Casa Grotta Narrante
Un museo nella roccia
Un interno rupestre tra famiglia e animali
Una casa scavata nella roccia composta da due vani comunicanti, davanti allo scenario della Murgia Materana e alle alture dell’antica Civita. La Casa Grotta Narrante è un’abitazione rupestre autentica trasformata in museo immersivo, testimonianza di come vivevano le famiglie contadine prima delle bonifiche degli anni ’50–’60.
La vita quotidiana nella casa grotta
Un contesto domestico completo di cucina, serbatoio per raccolta dell’acqua piovana (cantero) è attiguo a spazi in cui vivevano gli animali, tra oggetti quotidiani autentici come aratri, scale, forchettoni, credenze, il largo piatto tradizionale chiamato uauattid e il letto con materassi imbottiti di foglie di mais.
Nella stanza principale si svolgevano le attività quotidiane. In un angolo si trova la cucina, dove la famiglia si riuniva per il pranzo. A fianco è posizionato il letto, molto alto, sia per proteggersi dall’umidità, sia per recuperare spazio per riporre sacchi pieni o per far scorrazzare pulcini e galline.
I bambini dormivano nel letto con i genitori; i più piccoli nella culla o nell’ultimo cassetto del comò.
Acqua e servizi igienici. La dura realtà
La casa non era servita da acqua né da servizi igienici. I bisogni fisiologici si facevano dentro un vaso in terracotta che veniva svuotato in gettatoi esterni che confluivano nel torrente.
Salendo le scale si trova la bocca della cisterna che serviva per la raccolta dell’acqua piovana. Accanto, c’era la stalla dove venivano custoditi gli animali: il mulo, le galline il maiale, tenuti in casa perché erano un bene prezioso per la sopravvivenza della famiglia e perché riscaldavano gli ambienti con il loro calore.
Il mulo narrante e la memoria contadina
Sulle pareti sono appese foto di famiglia, immagini sacre e un grande schermo che simula l’interazione con un mulo narrante, simbolo della dura vita dei contadini.
La visita può comprendere anche audioguide o commenti narrati che arricchiscono la comprensione del contesto storico.
📍 La Casa Grotta Narrante
Via Madonna delle Virtù, 27 – Matera
🌐 casagrottanarrante.com
Il Bottegaccio di Mario Daddiego
Un luogo di fantasia, arte e colori: Il Bottegaccio è un laboratorio artigianale nel cuore dei Sassi di Matera. Ad accogliere i visitatori è il maestro artigiano Mario Daddiego, che spesso dà il benvenuto facendo fischiare uno dei suoi cuccù, il tipico fischietto della tradizione locale.
Da anni Mario porta avanti la bottega di famiglia, realizzando maioliche, presepi in cartapesta, mosaici, vetrate artistiche, ma soprattutto manufatti ispirati alle terrecotte neolitiche di Matera, rinvenute nel sito di Serra d’Alto (V–IV millennio a.C.): testimonianze di un’arte decorativa già diffusa in tutto il Sud Italia e giunta a un alto grado di perfezione.
Accanto a questo lavoro, Mario rielabora anche la ceramica lucana preromanica, influenzata dall’arte greca, e quella legata al primo ceramografo protoitaliota lucano: il celebre Pittore di Pisticci. La sua produzione mantiene così un continuo dialogo tra temi antichi e linguaggi contemporanei. Attorno alla bottega è attiva anche una scuola di apprendisti, che contribuisce a sviluppare nuove linee creative e a trasmettere il sapere artigianale.
Il Cuccù
Il cuccù è uno degli oggetti più caratteristici dell’artigianato artistico di Matera: un fischietto di argilla a forma di gallo, modellato e dipinto a mano con colori vivaci, capace di emettere un suono bitonale che ricorda il verso del cuculo, da cui prende il nome.
Significato simbolico
- Scaccia-tenebre, simbolo di luce, fertilità e sentimento.
- Oggetto scaramantico e protettivo: manufatti simili sono stati ritrovati in tombe infantili di epoca magno-greca (IV secolo), in particolare degli Achei, a conferma del loro uso rituale. Il gallo, con il suo canto, annuncia la luce: un richiamo che permetteva ai bambini morti prematuramente, che non avevano conosciuto il giorno, di avvicinarsi alla luce e abbandonare le tenebre.
Tradizione popolare
- Nelle feste popolari: in passato veniva venduto nei giorni di festa e posto sulle porte di ingresso, alle finestre, sui comignoli e persino nelle culle dei neonati, come protezione contro gli spiriti maligni.
- Portafortuna d’infanzia: i figli maschi lo ricevevano in dono da piccoli come augurio di felicità e prosperità.
- Pegno d’amore: legato al culto di Demetra, dea dell’abbondanza e della fertilità, il cuccù nella sua versione piramidale, ornato di fiori e piccoli uccelli, era offerto in dono dal pretendente alla promessa sposa il giorno del fidanzamento. Più ricca era la decorazione del gallo, maggiore era l’impegno sentimentale e lo status sociale dello sposo.
📍 Il Bottegaccio di Mario Daddiego
Via Madonna dell’Idris, 10/11 – Matera
☎️ Tel. 0835.311158
🌐 ilbottegaccio.it
Visite gratuite alla Grotta artigiana adiacente alla bottega, su prenotazione.
La cupa cupa
Lo strumento dei Sassi
La cupa cupa è uno strumento musicale popolare tipico dell’Italia meridionale, formato da un recipiente coperto da una stoffa e da una lunga canna sottile.
La leggenda del poverello – Secondo una leggenda, fu inventata più di cinquecento anni fa da un poverello che vagava per i Sassi di Matera chiedendo un pezzo di carne per sfamarsi.
Il privilegio della carne – All’epoca solo i ricchi potevano permettersi di mangiare carne: allevavano il maiale, lo ingrassavano con gli avanzi e avevano lo spazio per custodirlo.
Il canto che vince la balbuzie – Il mendicante allora si recava vicino alle case di chi stava per uccidere il maiale e intonava una canzone di questua. Era balbuziente, ma non quando cantava: la musica gli dava voce.
Un suono grave e ancestrale – La cupa cupa si suona frizionando la canna con la mano umida o con un panno, producendo un suono profondo e vibrante – da cui il nome (cupo = grave).
Un gesto antico, una ricchezza simbolica – Un gesto che oggi può sembrare buffo o persino osceno, ma che per i nostri avi evocava la vera ricchezza: la fertilità, la continuità della vita, la prole.
Testo e foto © Scilla Nascimbene