Borghi di pietra e di ostinata bellezza, cattedrali di grotte curve e scure, case bianche e di calcare si aggrappano alla crosta di una terra antica. Tra passati e passaggi. E storie che si sommano alla storia.
Lì, dove il vento segna la via dei calanchi, trame di ulivi bordano i pendii, tra finestre aperte su spazi di luce e maioliche che rivestono le cupole di tessere cangianti, complici delle danze del sole.
Questo viaggio in Basilicata, da Matera a San Mauro Forte, da Pisticci a Ferrandina fino a Miglionico, è anche il profumo dell’olio, il gusto deciso del caciocavallo, il verde intenso dei pistacchi e il fragore dei campanacci che accompagna l’inverno.
È il suono liquido del silenzio, la forza solida della memoria.
È il racconto di una comunità che custodisce tradizioni secolari e si rinnova, forte delle sue radici.
Così, tra grotte, calanchi, masserie e torri fortificate, i paesi lucani rivelano la loro grandezza vestita di semplicità.
La loro bellezza. Calda, come una domenica di settembre su una terrazza a due passi dal cielo.
Matera
Un paesaggio che si apre come l’Inferno di Dante
Il deserto visionario di Carlo Levi
“Quando uscii dalla stazione e mi guardai intorno, cercai invano con gli occhi la città. La città non c’era. Ero su una specie di altopiano deserto. In questo deserto sorgevano, sparsi qua e là, otto o dieci grandi palazzi di marmo. Mi misi finalmente a cercare la città… arrivai a una strada, che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case, e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera… La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune.
Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi. Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l’Inferno di Dante.”
Così Carlo Levi descrive Matera, nel suo celebre romanzo del 1945, Cristo si è fermato a Eboli.
I Sassi. Dal degrado alla rinascita
I Sassi, due distretti noti come Sasso Caveoso e Sasso Barisano, sono costituiti da abitazioni scavate direttamente nella pietra calcarenite della Murgia materana. In questi insediamenti l’uomo ha abitato dall’età del Bronzo, sviluppando un sistema stratificato, servito da cisterne, cunicoli e canali per la raccolta dell’acqua.
La nostra guida, Marisa Loperfido, ci spiega che la presenza umana in quest’area risale però a tempi ancora più remoti: già nel Paleolitico la Murgia era frequentata, e i primi segni di insediamento stabile e di scavo della roccia si datano a circa 7.000 anni fa, nel Neolitico.
Fin dall’inizio, l’uomo seppe adattarsi a un ambiente povero di risorse, sfruttando le cavità naturali e la duttilità della pietra per ricavare dimore, ricoveri e cisterne. Questo legame antico ha plasmato un vero e proprio paesaggio culturale: il risultato dell’opera congiunta della natura e dell’ingegno umano, dove la morfologia del territorio e la pietra tenera della Murgia hanno favorito la nascita e la diffusione dell’habitat rupestre.
La “vergogna d’Italia”
Nel XIX e fino alla metà del XX secolo, i Sassi subirono un forte degrado: alta densità abitativa, scarsa igiene, convivenza con animali e malattie endemiche portarono a soprannominarli “vergogna d’Italia”.
Lo sfollamento
Negli anni ’50, grazie anche al libro Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, questa situazione drammatica venne messa in luce. Nel 1952 venne emanata la Legge Colombo per il risanamento, che portò allo sfollamento della popolazione dai Sassi fino al 1965.
Il recupero e il riconoscimento internazionale
Nel 1990 l’area fu riconosciuta come zona protetta con l’istituzione del Parco della Murgia.
Tre anni dopo, nel 1993, sia il Parco che i Sassi di Matera furono dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, a testimonianza del loro valore universale e della straordinaria continuità di vita che essi raccontano
A partire dagli anni ’80, iniziò un processo di recupero urbanistico e edilizio, culminato con l’iscrizione dei Sassi e del Parco delle Chiese Rupestri tra i patrimoni dell’umanità UNESCO nel 1993.
Matera Capitale Europea della Cultura 2019
La città vive oggi una rinascita culturale ed economica. È stata Capitale Europea della Cultura nel 2019.
I Sassi ospitano musei, gallerie, ristoranti, boutique e hotel di charme ricavati nelle grotte, con un perfetto connubio tra antico e moderno.
Matera ha anche fatto da set per capolavori come La Passione di Cristo di Mel Gibson, Il Vangelo secondo Matteo, e più recentemente No Time to Die.
La città stratificata nei secoli
Le parti della città appartengono a epoche diverse.
I Sassi. Matera popolare e rupestre, antichissima.
Sasso Caveoso e Sasso Barisano sono i quartieri più iconici. Furono abitati senza interruzione dall’età del Bronzo fino agli anni ’50 del Novecento.
La Civita. Matera medievale e nobile
È il quartiere sorto sul promontorio centrale che divide i due Sassi. Centro politico e religioso fin dal Medioevo: al suo apice svetta la cattedrale. Qui risiedevano i ceti nobiliari e le famiglie più influenti, in palazzi con corti interne, logge e stemmi scolpiti.
Il Piano. Matera rinascimentale, barocca e moderna
Si estende sopra i Sassi e la Civita, verso l’altopiano. A partire dal XV-XVI secolo, con l’espansione urbanistica, nacquero qui piazze, conventi e palazzi signorili. È la zona che accoglie oggi la Matera ottocentesca e moderna, con i grandi assi urbani, il Palazzo Lanfranchi, piazza Vittorio Veneto e gli eleganti corsi cittadini.
Il “Piano” segnava il passaggio dalla città rupestre a una città di pietra costruita in elevato, secondo modelli architettonici più ampi e ariosi.
La Gravina di Matera
Grotte, eremi e antiche chiese di pietra
Il nucleo antico della città si sviluppa sulla scarpata del crepaccio che taglia in due la valle, noto come Gravina di Matera, dove un incredibile complesso di grotte si aggrappa alla montagna. Molte furono abitate dagli eremiti.
Si conservano la Chiesa di San Pietro Barisano (in alto), dell’XI secolo, in gran parte scavata nella montagna, e la Chiesa di Sant’Agostino (in basso) della fine del XVI secolo, edificata su una cripta rupestre del XI.
Le chiese rupestri
Arte e spiritualità. Tra Bizantini e Medioevo
Sono quasi 130 le chiese rupestri censite, molte con affreschi, altari e sculture. Sono in parte scavate, in parte completate da strutture murarie o ipogee e risalgono alla civiltà monastica greco-bizantina fra l’VIII e ilXIII secolo. Alcune di esse ospitano importanti esposizioni d’arte contemporanea, soprattutto nella stagione estiva.
Per le visite alle Chiese Rupestri tel. 328/43.6444.00, associazionepatrimoniorupestre@gmail.com.
La cattedrale
Esempio di romanico pugliese
La cattedrale, intitolata ai protettori Sant’Eustachio e la Madonna della Bruna, domina il paesaggio di Matera dalla cima del colle della Civita, il punto più alto tra i due Sassi.
L’edificio è un pregevole esempio di romanico pugliese (XIII secolo). La facciata, in pietra locale, è scandita dal grande rosone centrale a 16 raggi e dal portale sormontato da una lunetta scolpita a bassorilievo con l’immagine della Madonna della Bruna. Accanto si innalza il campanile alto 52 metri, che svetta sui Sassi materani.
Il rosone e la ruota della fortuna.
Sul rosone sono raffigurati quattro personaggi: in alto San Michele Arcangelo, in basso una figura che regge la ruota, ai lati altre due nel tentativo di girarla. Si tratta di una rappresentazione della ruota della fortuna o della vita, con le posizioni di potere in alto, di sottomissione in basso e la volontà di girare la ruota a proprio favore: simbolo dei rovesci di fortuna.
La chiesa di San Francesco d’Assisi
Custode della Madonna della Bruna e della memoria materana
Nel cuore del “Piano” di Matera, tra piazza del Sedile, via Ridola e l’affaccio sui Sassi, la facciata barocca della Chiesa di San Francesco d’Assisi appare come un candido sipario, sormontato dalla statua dell’Immacolata, con San Francesco e Sant’Antonio ai lati.
Una porta sul sacro
Varcando l’ingresso, il sacro si mescola al silenzio delle grotte.
Due acquasantiere in pietra calcarea, frutto di assemblaggio di elementi risalenti alla fine del XIII secolo, poggiano su colonnine sormontate da capitelli decorati con raffigurazioni vegetali e antropomorfe.
Un interno barocco tra arte e fede
Una navata conduce all’abside. Sopra l’altare maggiore, un polittico del Quattrocento, attribuito a Lazzaro Bastiani o Bartolomeo Vivarini, incornicia con i suoi santi a tempera un organo a canne, costruito dai Fratelli Ruffatti nel 1955.
Le cappelle laterali raccontano storie di fede e d’arte. Si conservano la statua lignea di Sant’Antonio, scolpita da Stefano da Putignano, il sarcofago dell’“avvocato dei poveri” Eustachio Paulicelli e una tela del 1580 con l’Immacolata di Antonio Stabile.
La cripta rupestre: radici millenarie
Attraverso una botola accanto al presbiterio, si scende nella cripta rupestre dedicata ai Santi Pietro e Paolo. Affreschi medievali ricoprono le pareti con figure di santi e una scena che ricorda il passaggio di papa Urbano II, nel 1093.
La Madonna della Bruna
Madre, regina e patrona di Matera
La prima cappella a sinistra custodisce l’anima della città: la statua della Madonna della Bruna, patrona di Matera, raffigurata in abito bianco mentre, con sguardo tenero e regale, regge il Bambino tra le braccia. La statua fu realizzata nel 1792 in legno scolpito e rivestito di un abito sontuoso, cucito da maestranze napoletane, che dona a Maria l’aspetto di una regina e al tempo stesso di una madre vicina al popolo.
La festa del 2 luglio. Fede e rito collettivo
Ogni 2 luglio la città si trasforma. All’alba, la processione dei pastori accompagna l’antica icona della Vergine tra botti festosi e canti popolari. Nel pomeriggio, la statua della Madonna della Bruna viene issata su un carro trionfale di cartapesta, creato da artigiani locali, trainato da muli e scortato da cavalieri per le strade del centro. E quando il sole tramonta, accade il rito più atteso: lo strazzo del carro. Il popolo lo assalta, lo smembra, ne raccoglie i frammenti come reliquie. È un gesto antico, nato da leggende che parlano di protezione e promesse e che oggi è diventato un rito collettivo, un’esplosione di appartenenza e fede.
La costruzione del carro
Ogni anno il carro viene realizzato da un maestro cartapestaio materano diverso, scelto dal comitato festa. È costruito interamente in cartapesta e legno, con una tecnica antica che unisce artigianato e arte sacra. I lavori iniziano mesi prima e durano a lungo, perché il carro può arrivare anche a 12 metri di altezza.
La leggenda e il voto secolare
Secondo la tradizione, nel 1389 la Madonna apparve a un contadino o a un cavaliere e gli affidò un’icona sacra da portare in città, chiedendo che fosse venerata.
Il vescovo e i fedeli, in processione, accolsero la Vergine e l’icona fu portata nella Cattedrale. Ma, giunti alle porte della città, la Madonna “svanì”, lasciando solo l’immagine.
Da allora Matera la riconobbe come sua protettrice e la chiamò “Bruna”, sia perché venerata il 2 luglio, giorno della Visitazione (in latino ad Brunam diem), sia perché “bruna” richiama un colore scuro, segno di antichità e sacralità.
La lunetta della Cattedrale, con la Madonna col Bambino, è il “segno scolpito” di questa protezione: un’immagine che accoglie chi entra e vigila dall’alto sull’intera città.
La Chiesa di San Giovanni Battista
Un gioiello romanico-gotico
Nel cuore di Matera, la Chiesa di San Giovanni Battista si apre con la sua facciata severa e al tempo stesso elegante.
Edificata nel 1233 dai frati ospedalieri, custodisce un portale riccamente scolpito, dove motivi vegetali e figure sacre si intrecciano come in un ricamo di pietra. Sopra, la statua del Battista vigila dalla sua nicchia, mentre lo slancio verticale dell’insieme contrasta con l’aspetto più massiccio delle mura laterali.
La Casa Grotta Narrante
Un museo nella roccia
Un interno rupestre tra famiglia e animali
Una casa scavata nella roccia composta da due vani comunicanti, davanti allo scenario della Murgia Materana e alle alture dell’antica Civita. La Casa Grotta Narrante è un’abitazione rupestre autentica trasformata in museo immersivo, testimonianza di come vivevano le famiglie contadine prima delle bonifiche degli anni ’50–’60.
La vita quotidiana nella casa grotta
Un contesto domestico completo di cucina, serbatoio per raccolta dell’acqua piovana (cantero) è attiguo a spazi in cui vivevano gli animali, tra oggetti quotidiani autentici come aratri, scale, forchettoni, credenze, il largo piatto tradizionale chiamato uauattid e il letto con materassi imbottiti di foglie di mais.
Nella stanza principale si svolgevano le attività quotidiane. In un angolo si trova la cucina, dove la famiglia si riuniva per il pranzo. A fianco è posizionato il letto, molto alto, sia per proteggersi dall’umidità, sia per recuperare spazio per riporre sacchi pieni o per far scorrazzare pulcini e galline.
I bambini dormivano nel letto con i genitori; i più piccoli nella culla o nell’ultimo cassetto del comò.
Acqua e servizi igienici. La dura realtà
La casa non era servita da acqua né da servizi igienici. I bisogni fisiologici si facevano dentro un vaso in terracotta che veniva svuotato in gettatoi esterni che confluivano nel torrente.
Salendo le scale si trova la bocca della cisterna che serviva per la raccolta dell’acqua piovana. Accanto, c’era la stalla dove venivano custoditi gli animali: il mulo, le galline il maiale, tenuti in casa perché erano un bene prezioso per la sopravvivenza della famiglia e perché riscaldavano gli ambienti con il loro calore.
Il mulo narrante e la memoria contadina
Sulle pareti sono appese foto di famiglia, immagini sacre e un grande schermo che simula l’interazione con un mulo narrante, simbolo della dura vita dei contadini.
La visita può comprendere anche audioguide o commenti narrati che arricchiscono la comprensione del contesto storico.
📍 La Casa Grotta Narrante
Via Madonna delle Virtù, 27 – Matera
🌐 casagrottanarrante.com
Il Bottegaccio di Mario Daddiego
Un luogo di fantasia, arte e colori: Il Bottegaccio è un laboratorio artigianale nel cuore dei Sassi di Matera. Ad accogliere i visitatori è il maestro artigiano Mario Daddiego, che spesso dà il benvenuto facendo fischiare uno dei suoi cuccù, il tipico fischietto della tradizione locale.
Da anni Mario porta avanti la bottega di famiglia, realizzando maioliche, presepi in cartapesta, mosaici, vetrate artistiche, ma soprattutto manufatti ispirati alle terrecotte neolitiche di Matera, rinvenute nel sito di Serra d’Alto (V–IV millennio a.C.): testimonianze di un’arte decorativa già diffusa in tutto il Sud Italia e giunta a un alto grado di perfezione.
Accanto a questo lavoro, Mario rielabora anche la ceramica lucana preromanica, influenzata dall’arte greca, e quella legata al primo ceramografo protoitaliota lucano: il celebre Pittore di Pisticci. La sua produzione mantiene così un continuo dialogo tra temi antichi e linguaggi contemporanei. Attorno alla bottega è attiva anche una scuola di apprendisti, che contribuisce a sviluppare nuove linee creative e a trasmettere il sapere artigianale.
Il Cuccù
Il cuccù è uno degli oggetti più caratteristici dell’artigianato artistico di Matera: un fischietto di argilla a forma di gallo, modellato e dipinto a mano con colori vivaci, capace di emettere un suono bitonale che ricorda il verso del cuculo, da cui prende il nome.
Significato simbolico
- Scaccia-tenebre, simbolo di luce, fertilità e sentimento.
- Oggetto scaramantico e protettivo: manufatti simili sono stati ritrovati in tombe infantili di epoca magno-greca (IV secolo), in particolare degli Achei, a conferma del loro uso rituale. Il gallo, con il suo canto, annuncia la luce: un richiamo che permetteva ai bambini morti prematuramente, che non avevano conosciuto il giorno, di avvicinarsi alla luce e abbandonare le tenebre.
Tradizione popolare
- Nelle feste popolari: in passato veniva venduto nei giorni di festa e posto sulle porte di ingresso, alle finestre, sui comignoli e persino nelle culle dei neonati, come protezione contro gli spiriti maligni.
- Portafortuna d’infanzia: i figli maschi lo ricevevano in dono da piccoli come augurio di felicità e prosperità.
- Pegno d’amore: legato al culto di Demetra, dea dell’abbondanza e della fertilità, il cuccù nella sua versione piramidale, ornato di fiori e piccoli uccelli, era offerto in dono dal pretendente alla promessa sposa il giorno del fidanzamento. Più ricca era la decorazione del gallo, maggiore era l’impegno sentimentale e lo status sociale dello sposo.
📍 Il Bottegaccio di Mario Daddiego
Via Madonna dell’Idris, 10/11 – Matera
☎️ Tel. 0835.311158
🌐 ilbottegaccio.it
Visite gratuite alla Grotta artigiana adiacente alla bottega, su prenotazione.
La cupa cupa
Lo strumento dei Sassi
La cupa cupa è uno strumento musicale popolare tipico dell’Italia meridionale, formato da un recipiente coperto da una stoffa e da una lunga canna sottile.
La leggenda del poverello – Secondo una leggenda, fu inventata più di cinquecento anni fa da un poverello che vagava per i Sassi di Matera chiedendo un pezzo di carne per sfamarsi.
Il privilegio della carne – All’epoca solo i ricchi potevano permettersi di mangiare carne: allevavano il maiale, lo ingrassavano con gli avanzi e avevano lo spazio per custodirlo.
Il canto che vince la balbuzie – Il mendicante allora si recava vicino alle case di chi stava per uccidere il maiale e intonava una canzone di questua. Era balbuziente, ma non quando cantava: la musica gli dava voce.
Un suono grave e ancestrale – La cupa cupa si suona frizionando la canna con la mano umida o con un panno, producendo un suono profondo e vibrante – da cui il nome (cupo = grave).
Un gesto antico, una ricchezza simbolica – Un gesto che oggi può sembrare buffo o persino osceno, ma che per i nostri avi evocava la vera ricchezza: la fertilità, la continuità della vita, la prole.
San Mauro Forte
Un paese che si rivela a chi lo guarda con occhi pazienti
«Quando stai per arrivare in un paese del Sud, un poco si allontana. Forse è timidezza» scrive Franco Arminio. È così anche per San Mauro Forte: si lascia scoprire solo da chi ha la pazienza di salire, percorrere i vicoli stretti e ascoltare un silenzio che accompagna.
San Mauro Forte è un borgo di pietra arroccato su una collina tra ulivi e calanchi. Il paese, dedicato a San Mauro Abate, si stringe intorno alla sua torre medievale, simbolo di resistenza e memoria. L’aggettivo “Forte” ricorda la tenacia con cui la comunità seppe difendersi dagli assalti dei briganti e affrontare le difficoltà della storia.
I campanacci, fragore d’inverno
Ogni gennaio, le strade di San Mauro Forte si riempiono di un suono arcaico: quello dei campanacci, grandi campane di ferro portate a spalla dai giovani del paese. È un rito apotropaico che scaccia il male e propizia il raccolto, ma anche una festa di comunità.
La torre normanna
Alta e solitaria, simbolo medievale di San Mauro Forte, la Torre Normanna è ciò che rimane dell’antico castello smantellato nel XVI secolo. La torre risale all’XI–XII secolo, epoca normanna, quando i feudatari costruirono rocche e fortificazioni per consolidare il controllo sul territorio lucano. Era parte di un castello fortificato, probabilmente eretto su resti di strutture longobarde o bizantine.
La sua sala ottagonale, un tempo kemenate, era il cuore della vita interna: dotata di camino, latrina e persino di un pozzo, era coperta da una volta a ombrello traforata al centro per lasciar passare fumo e luce. In quello spazio, spartano ma ingegnoso, i soldati trovavano rifugio e calore.
Col tempo, la rocca perse la funzione militare e venne inglobata nei palazzi nobiliari che sorsero intorno, divenendo punto di riferimento urbano e simbolo identitario.
Oggi la torre non è più baluardo militare, ma custode silenziosa di una comunità che continua a riconoscersi nella sua ombra.
Il Crepuscolo dei Nani
Tra mille anni, quando nuove popolazioni della Terra – o di altri pianeti – troveranno i resti della nostra civiltà, cosa penseranno di noi?
Da questa riflessione è nata l’installazione Il Crepuscolo dei Nani, ideata da Max Papeschi. L’opera, inaugurata il 4 agosto 2025 a San Mauro Forte, ha presidiato la Torre Normanna fino a settembre 2025: un picchetto d’onore surreale che ha dialogato con il baluardo medievale, rinnovandone lo spirito di guardia.
Venticinque dei 52 nani-soldati che compongono l’opera, costituiscono la prima parte di un ciclo che porta il visitatore a confrontarsi con il declino della civiltà contemporanea.
L’artista immagina che i celebri guerrieri di terracotta di Xi’an vengano ritrovati da una razza aliena dopo l’estinzione dell’umanità e ricostruiti con le teste di comuni nani da giardino: un esercito ironico e perturbante, che rovescia i simboli del potere in caricatura domestica.
Il Crepuscolo dei Nani è una riflessione allegorica sul declino e sull’appiattimento culturale, ma anche un invito a guardare con occhi alieni e distaccati la nostra epoca, con le sue contraddizioni e la sua inquietudine.
Le tracce della memoria: chiese e palazzi
Se la torre racconta la forza militare e la resistenza del borgo, le chiese e i palazzi testimoniano la sua vita religiosa e civile. Passeggiando tra i vicoli di San Mauro Forte, si incontrano edifici che intrecciano fede, memoria e stratificazione sociale.
La chiesa madre di Santa Maria Assunta
La chiesa di Santa Maria Assunta, edificata dal 1553 sulle rovine del Palazzo Feudale, conserva le tracce dell’antica struttura nei muri inglobati nella facciata. Fu danneggiata dal terremoto del 1857, ricostruita con un impianto a tre navate e decorata da stucchi. Nella cripta, restaurata dopo il sisma del 1980, è custodito un affresco di San Mauro Abate, patrono del paese.
La Chiesa dell’Annunziata (o del Monastero)
Nella parte alta di San Mauro Forte sorge la Chiesa della SS. Annunziata, conosciuta anche come Chiesa del Monastero per la presenza, un tempo, di un convento femminile. Al suo interno è custodito un piccolo gioiello d’arte mediterranea: il Cristo alla Colonna di Angelo Bizamano, pittore cretese del XVI secolo.
Nella tavola, Gesù è raffigurato con tratti delicati, il volto ben tornito e i capelli ondulati che scendono sulle spalle. Non è un Cristo sofferente, ma un’immagine di intensa umanità, capace di trasmettere vicinanza e compassione più che dolore.
È l’unica opera firmata dall’artista nell’Italia meridionale, testimonianza preziosa dell’influsso della scuola pittorica cretese, ponte tra Oriente e Rinascimento.
Palazzo Arcieri
Un elegante loggiato si apre sulla valle, mentre stucchi voluttuosi incorniciano gli affreschi dei soffitti. Ai piani inferiori, le umide celle carcerarie raccontano storie di tumulti e brigantaggio. Nel cuore del centro storico, il Palazzo Arcieri fu costruito alla fine del Settecento da Gaetano Arcieri: un tempo scrigno di opere d’arte, quasi tutte perdute, nel 1809 venne devastato dai briganti che incendiarono l’archivio comunale.
Tra le sue stanze passò anche Cesare Malpica, viaggiatore del Gran Tour ottocentesco, che nel suo itinerario in Lucania seppe cogliere la durezza dei paesaggi e la dignità delle comunità lucane.
Oggi quell’edificio, un tempo segno di potere e poi sede municipale, è diventato luogo di memoria e cultura. Ospita il Museo multimediale In Viaggio in Basilicata, che rievoca il percorso narrato da Malpica, e il Museo della Civiltà Contadina, dove riaffiorano i gesti e gli strumenti di un mondo scomparso.
Le masserie e i calanchi
Attorno a San Mauro Forte il paesaggio cambia volto. Le colline coltivate lasciano spazio ai calanchi, formazioni di argilla nate dall’erosione millenaria delle piogge su terreni privi di vegetazione. Crinali appuntiti, fenditure profonde e creste compongono un paesaggio fragile e spettacolare, che muta colore con le stagioni, dal grigio al bianco al rosato.
È un ecosistema austero ma vitale, dove sopravvivono piante adattate alla siccità, come l’euforbia e il timo selvatico e nidificano specie rare come il grillaio.
In questo scenario, apparentemente ostile, si inseriscono da secoli le masserie. Costruite in pietra locale e collocate sui crinali o nei fondovalle, erano veri e propri microcosmi rurali: case padronali, stalle, forni, granai e cisterne. Qui si coltivavano cereali, legumi, olivi, si allevavano ovini e bovini, si custodiva la pratica della transumanza.
Le masserie erano anche luoghi di comunità: intorno a un forno o a una cisterna le famiglie condividevano fatica e pane, scandendo la vita con feste religiose e il ritmo delle stagioni agricole.
Molte di queste strutture oggi sono abbandonate, ridotte a scheletri di pietra che resistono tra le creste argillose. Altre, invece, sono state recuperate e trasformate in dimore rurali e agriturismi, offrendo al viaggiatore esperienze autentiche: silenzi profondi, notti stellate, pane cotto nei forni a legna, olio e caciocavallo.
Masserie storiche dove soggiornare
🏰 Torre Fiore – Hotel Masseria
📍 Contrada San Leonardo, 75015 Pisticci (MT)
🌐 torrefiore.com
🌿 Masseria Cardillo
📍 Contrada Valle del Sauro, SS 407 Basentana km 88, 75012 Bernalda (MT)
🌐 masseria-cardillo.it
🌾 Masseria del Pantaleone
📍 Contrada Chiancalata, 27 – 75100 Matera (MT)
🌐 agriturismopantaleonematera.it
Sapori come identità
A San Mauro Forte ogni sapore è una storia che continua, come quello del caciocavallo podolico, con la sua stagionatura lenta, del pistacchio, o dell‘olio extravergine, che porta con sé il gusto deciso delle colline.
L’rvuidd (pane della mietitura)
Origini contadine
L’rvuidd è un piatto antichissimo che affonda le sue radici nel periodo della mietitura, quando il grano si tagliava a mano. Era un pane sostanzioso, capace di sostenere intere giornate di lavoro nei campi.
Il rito della condivisione
Si preparava scavando una grande forma di pane, poi riempita con peperone crusco, salsiccia, uova, cipolla e pomodori. Attorno a essa si riunivano i lavoratori, che mangiavano insieme con semplici forchette di canna. La pagnotta diventava piatto e contenitore: quando il ripieno scendeva, si tagliava un pezzo di crosta, chiamato in dialetto l’rvuidd sammaurese. Così, poco alla volta, il pane si svuotava fino a scomparire.
Memoria collettiva
L’rvuidd non era solo nutrimento: trasformava la fatica in festa, diventando simbolo di convivialità e identità condivisa.
Il pistacchio lucano di Giuseppe Malacarne
Una scommessa agricola
Nel 2005 Giuseppe Malacarne ha piantato a San Mauro Forte le prime mille piante di pistacchio, avviando una coltura allora quasi sconosciuta in Basilicata. Oggi conta 8.000 alberi distribuiti su 40 ettari.
Un microclima unico
Le forti escursioni termiche, con notti fredde e giornate calde, conferiscono al frutto un aroma intenso e inconfondibile. È questo a rendere il pistacchio di San Mauro Forte diverso da altre produzioni italiane.
Dal campo alla trasformazione
Oggi l’azienda coltiva tre varietà di pistacchio e offre una filiera completa: dal prodotto fresco e in granella fino a pasta, creme spalmabili, grappa e concentrati per gelaterie e pasticcerie.
Un’eccellenza lucana
Quella che era un’intuizione è diventata una realtà riconosciuta a livello nazionale, capace di valorizzare il territorio e portare San Mauro Forte tra le eccellenze gastronomiche italiane.
Azienda Agricola Serre Alte
Vico I° Papa Giovanni XXIII, 10 – San Mauro Forte (MT)
📞 +39 339 634 7432
🌐 serrealte.net
Il caciocavallo
Radici nella transumanza
Le origini del caciocavallo affondano nei lunghi spostamenti dei pastori lucani, che trasformavano il latte in forme compatte e resistenti, facili da trasportare e conservare.
Tecnica antica e lenta stagionatura
Il latte bovino viene riscaldato e cagliato, la pasta filata a mano in acqua bollente, quindi modellata nella tipica forma tondeggiante con nodo superiore. Le forme vengono immerse in salamoia e appese a coppie per la stagionatura.
Un sapore che matura nel tempo
Nei primi mesi offre aromi dolci e lattici; con il tempo la pasta si compatta e sviluppa sfumature burrose ed erbacee, fino a note più decise e leggermente piccanti.
Degustazioni e saperi agricoli
Cantine fresche e umide custodiscono la stagionatura, mentre le aziende locali aprono sempre più spesso le porte ai visitatori, trasformando la degustazione in un racconto di cultura contadina.
“Se San Mauro Forte racconta la Basilicata delle radici contadine, dei calanchi e della transumanza, Pisticci è famosa per la storia di un giovane pasticciere che, da un infuso di erbe officinali, seppe creare un liquore destinato a diventare celebre in tutto il mondo: l’Amaro Lucano.”
Pisticci: il paese dell’Amaro Lucano
Pisticci, il borgo bianco affacciato sulle colline ioniche, custodisce una storia dolce e amara insieme: quella dell’Amaro Lucano, nato dall’intuizione di un ragazzo di tredici anni, Pasquale Vena, che a Napoli sognava la pasticceria.
Il sogno di Pasquale Vena
A Napoli Pasquale inizia come garzone di bottega. Scopre che i pasticcieri, non potendo usare liquori (all’epoca riservati ai monaci certosini, perché considerati medicinali), preparano bagne e aromi con infusi di erbe officinali. Da lì comincia a sperimentare: mette a punto un infuso di 32 botaniche. È troppo amaro per i dolci, così lo bilancia con acqua e zucchero: l’acqua per preservare le proprietà delle erbe e regolare la gradazione alcolica, lo zucchero per armonizzare il gusto. Lascia riposare per mesi e, all’assaggio, capisce di avere trovato un equilibrio nuovo.
Rientro a Pisticci, il Bar Vena e i Savoia
Tornato a Pisticci poco più che ventenne, apre il Bar Vena: biscotti e pasticcini sono la sua vita, ma in casa continua a produrre quel liquore alle erbe che offre solo ad amici e familiari. Nel 1899 arriva il riconoscimento che cambia tutto: fornitore ufficiale della Casa Savoia e titolo di Cavaliere, con licenza n.1 per la produzione e vendita di alcolici in Basilicata e autorizzazione a usare lo stemma reale in etichetta. Per celebrare il legame con la corte, battezza i suoi dolci: Biscotto tipo Umberto e Biscotto tipo Regina alla vaniglia.
L’Expo del 1906 e il nome “Amaro Lucano”
All’inizio del ’900 il liquore più in voga è il Vermouth di Torino. Pasquale prova a farne uno locale (vino rosso, Artemisia pontica – l’assenzio – botanica chiave di ogni vermouth). Ma il viaggio di oltre mille chilometri in carrozza fino all’Expo di Milano 1906 lo preoccupa: i vini di casa non hanno solfiti né conservanti, il vermouth (liquore bianco tra 16–18°) potrebbe alterarsi. All’ultimo cambia idea e parte con il suo infuso d’erbe. Manca solo il battesimo: Amaro, per le erbe amare; Lucano, perché coltivate in Lucania – pur non essendo tutte originarie della regione, cresciute anche grazie alla tradizione monastica. A Milano ottiene la medaglia di bronzo, terzo miglior liquorista d’Italia: l’Amaro Lucano entra nella storia.
L’etichetta: la Pacchiana, il codice dei colori, l’aquila
Per l’etichetta si affida a Cosimo San Pietro, artista di Berlanta (un paese vicino a Pisticci). Chiede simboli identitari. Al centro sceglie la Pacchiana, donna con abito tradizionale pisticcese: un tempo delle nobildonne (gonna in velluto, grembiule in seta, ricami in oro), poi imitato dalle contadine con lana e cotone, fili dorati al posto dell’oro. Da qui il soprannome “pacchiane” dato per distinguerle.
Sull’etichetta la giovane porta abito rosso: è il colore delle nubili nei giorni di festa. Solo nelle feste erano concessi grembiule azzurro e gioielli; nei giorni comuni grembiule nero o blu scuro e niente ornamenti. Sappiamo che è contadina perché in mano regge un cestino con le 7 erbe principali della ricetta. Attorno compaiono lo stemma reale, le medaglie vinte alle fiere e la dicitura di Cavaliere Pasquale Vena. In alto vola l’aquila, simbolo di fierezza, che stringe uno striscione con il motto a cui Vena si ispira: “Lavoro e onestà”. L’aquila, “volando”, doveva diffondere quel messaggio oltre i confini di Pisticci.
La prima fabbrica, la repressione e la chiusura
Il successo spinge Pasquale ad aprire con i figli Leonardo e Giuseppe il primo liquorificio nei locali della vecchia rivendita di sale e tabacchi del padre. Qui il processo si struttura con nuovi strumenti, la produzione cresce. Ma nella seconda metà degli anni ’20 Vena appoggia le idee liberali e antifasciste di Francesco Saverio Nitti. La risposta del regime è durissima: sequestri di biscotti, materie prime e bottiglie di Amaro Lucano. Nel 1937, a 65 anni, Pasquale è povero e indebitato: i fornitori – che si fidano di lui – lo riforniscono “a credito”, ma le merci vengono sequestrate prima che il prodotto arrivi alla vendita. La fabbrica chiude.
La rinascita del 1947: bottiglie donate e il “camioncino”
Nel luglio 1947 i figli riaprono. Ripartono da un solo prodotto e da un solo paese: l’Amaro Lucano di Pisticci. Le prime bottiglie vengono regalate alla comunità come segno di rinascita. Poi la vendita porta a porta e i primi incassi permettono di comprare un camioncino: diventa il “camioncino della spola”, perché si carica di bottiglie e, se non finiscono, rientra a casa con il carico rimanente. Negli anni ’50 toccano il record di 3.000 bottiglie in un anno: oggi, lo stesso numero si realizza in trenta minuti e la produzione quotidiana supera le 40.000 bottiglie.
Dalla Fabbrica all’industria, fino allo slogan
Nel 1965 lo stabilimento si sposta a Pisticci Scalo: la produzione raggiunge i 117.000 litri. Anni ’60–’70: l’azienda espande la gamma (oltre all’amaro, Sambuca, Limoncello, Caffè Lucano) e cresce la presenza pubblicitaria nazionale. Anni ’80: nasce lo slogan destinato a entrare nell’immaginario collettivo italiano:
«Cosa vuoi di più dalla vita? Un Lucano!»
La Fabbrica diventa museo: riqualificazione “lucana”
Negli spazi dello stabilimento anni ’60 oggi sorge il Museo Essenza Lucano. Sulla facciata campeggia la scritta “La Fabbrica”, memoria del passato. La riqualificazione è stata voluta dalla quarta generazione e realizzata coinvolgendo esclusivamente professionisti locali e materiali del territorio. Davanti al museo, un giardino tematico: a sinistra piante autoctone e naturalizzate della Basilicata; sulla destra le botaniche dell’Amaro Lucano (in tutto 32, non tutte lucane).
Le erbe: perché “Lucano” e quali proprietà
Si chiama Amaro Lucano perché le botaniche erano coltivate in Lucania, anche quando non erano native: i certosini le usavano come erbe mediche e l’uso si è tramandato. Alcune sono utilizzate in cucina (basilico, menta, rosmarino, timo), altre più “d’erbario” (due varietà di assenzio, genziana, ruta, arancio dolce e amaro, achillea). Ogni pianta porta con sé proprietà benefiche: digestive, stomatiche, antinfiammatorie; tradizionalmente impiegate contro febbre e raffreddore. La liquoristica monastica nasce proprio così: alcol come mezzo per conservare nel tempo le virtù delle erbe.
Oggi: la famiglia e il riconoscimento
L’azienda è guidata dalla terza e quarta generazione: Pasquale Vena (figlio di Leonardo), con Rosistella e i figli Leonardo, Francesco e Letizia. La ricetta resta segreta. Nel 2021 l’Amaro Lucano riceve il riconoscimento di “Marchio Storico di interesse nazionale”: dal retrobottega del Bar Vena a simbolo identitario d’Italia.
Visite al Museo Essenza Lucano
📍 Indirizzo
Essenza Lucano – Museo dell’Amaro Lucano
Viale Cav. Pasquale Vena, snc – 75015 Pisticci Scalo (MT), Basilicata
🌐 Sito ufficiale: www.essenzalucano.it
📞 Telefono: +39 0835 469207
📧 Email: info@essenzalucano.it
Il museo offre un percorso tra storia, degustazioni e un giardino botanico dedicato alle 32 erbe officinali che compongono la ricetta segreta.
Ferrandina, tra ulivi e memorie aragonesi
Radici millenarie
Un borgo che porta nel nome la sua origine aragonese, voluto da Federico d’Aragona nel 1490 e dedicato al padre, re Ferrante. Ferrandina sorse sulle rovine di Obelanum (o Uggiano), l’antica fortezza medievale abbandonata dopo il terremoto del 1456 e i frequenti smottamenti del colle. La zona, tuttavia, era abitata da secoli: necropoli e reperti testimoniano la presenza di comunità italiche e greche già dall’VIII secolo a.C. Una stratificazione che rende Ferrandina un punto di convergenza di storie millenarie.
Il profilo urbano
Oggi la città si stende come un bianco anfiteatro di case che guardano la valle del Basento e i calanchi, con un impianto urbanistico rinascimentale ordinato e razionale, fatto di vicoli, portici medievali e case bianche che si aprono su piazze prospettiche e belvedere, disegnando un profilo armonioso che contrasta con l’asprezza del paesaggio.
La cultura dell’olio
Ferrandina è terra d’olio. L’oliva Majatica, coltivata qui da secoli, è diventata simbolo identitario: dal suo frutto nasce un olio extravergine DOP dal gusto intenso e le celebri olive nere infornate, presidio Slow Food. Il processo di trasformazione, un tempo compiuto nei frantoi in pietra mossi dalla forza animale, aveva la solennità di un rito collettivo.
Attorno a questa vocazione agricola si sviluppa un borgo che ha saputo intrecciare fede, arte e tradizioni popolari.
Santa Maria della Croce
In piazza Plebiscito, la Chiesa Madre è il cuore spirituale del paese. La sua facciata romanico-pugliese, con i tre rosoni e il portale ad arco a tutto sesto ornato da colonne scanalate e rilievi allegorici, racconta l’eleganza del tardo Quattrocento. Sopra il portale centrale, un rilievo raffigura l’Adorazione della Croce. Ma è il tetto a colpire lo sguardo, con le dieci piccole cupole laterali e la grande cupola centrale. Accanto, la torre campanaria a tre ordini — forse erede di una torre d’avvistamento — ricorda la vocazione difensiva delle origini.
All’interno, la pianta a croce latina è scandita da tre navate. Gli occhi si alzano alla cupola decorata con i quattro Dottori della Chiesa, opera settecentesca della bottega dei Tabacchi. L’altare maggiore, in marmi policromi, custodisce l’immagine della Madonna della Croce, a cui Ferrandina è devota. Le statue lignee di Federico d’Aragona e Isabella del Balzo, scolpite da Altobello Persio, restituiscono la memoria della fondazione.
La Chiesa dell’Addolorata
Poco distante dalla Basilica di Santa Maria della Croce, la Chiesa dell’Addolorata accoglie in un’atmosfera più raccolta. Qui la comunità si ritrova in particolare durante la Settimana Santa, quando la Vergine Addolorata diventa simbolo condiviso di dolore e speranza.
Santa Chiara e il museo della civiltà contadina
Nel cuore del borgo sorge la Chiesa di Santa Chiara, adiacente al monastero delle clarisse con il suo antico chiostro. All’esterno la chiesa appare severa, ma l’interno rivela un sorprendente barocco, con volte dipinte, altari decorati e matronei: corridoi sopraelevati, protetti da grate in ferro battuto, da cui le clarisse assistevano alle funzioni religiose senza essere viste.
Si conservano opere di pregio, tra cui il Trionfo di Santa Chiara di Andrea Miglionico, la Crocifissione di Pietro Antonio Ferro e un’Immacolata attribuita a Francesco Solimena.
L’attiguo convento di Santa Chiara, aperto al pubblico dopo secoli di clausura, ospita il Museo Comunale “Civiltà Contadina e Mestieri Antichi”.
La torre medievale
Tra i simboli del paese spicca la Torre dell’Orologio, erede delle antiche fortificazioni. Al piano terra è ospitata un’altra sezione del museo contadino, con attrezzi rurali e oggetti del passato raccolti da Mario Pallotta, memoria storica del borgo. La sua passione e il suo lavoro hanno trasformato questi ambienti in un archivio vivo della civiltà rurale ferrandinese.
Dalla sommità della torre lo sguardo si apre, da un lato, sulla Chiesa Madre e sulla valle del Basento, dall’altro sul Chiostro di Santa Chiara e sulla cupola maiolicata del convento di San Domenico, in un panorama che lega architettura e paesaggio.
Il convento di San Domenico
Un chiostro elegante con un pozzo in pietra al centro accoglie chi entra nel convento di San Domenico, edificato nel Cinquecento. Qui la vita monastica scorreva tra silenzio, preghiera e lavoro, in un’armonia che ancora oggi si percepisce tra le sue arcate. Al piano terra è allestito un piccolo museo dedicato alla memoria locale. Sopra i portici si alza la cupola maiolicata che, assieme a quella della Chiesa Madre, disegna lo skyline di Ferrandina.
Sotto la chiesa, si nasconde una cripta, un tempo usata per sepolture e riti funebri, poi divenuta luogo segreto della Carboneria locale: ambienti sotterranei, ventilati da condotti, in cui i frati seppellivano i confratelli e che, dopo la soppressione degli ordini monastici, accolsero giuramenti carbonari. Un intreccio di sacro e profano che rende San Domenico un monumento unico, custode di memorie diverse.
Maria Barbella: da Ferrandina a Sing Sing
Ferrandina custodisce tra i suoi ricordi una vicenda che ha attraversato l’oceano e ha lasciato un segno nella storia del diritto e della condizione femminile. È la storia di Maria Barbella, nata qui nel 1868, che divenne la prima donna condannata alla sedia elettrica negli Stati Uniti.
Dalla Basilicata all’America
Come tanti lucani dell’Ottocento, la famiglia Barbella emigrò negli Stati Uniti in cerca di lavoro e dignità. A New York, nel quartiere di Little Italy, Maria lavorava come sarta e contribuiva al sostentamento della famiglia.
Promesse tradite e umiliazioni
Maria si legò a Domenico Cataldo, connazionale che le promise il matrimonio. Ma la promessa non fu mantenuta. Al contrario, Maria subì umiliazioni e violenze: Cataldo arrivò persino a costringerla alla prostituzione. Isolata e disonorata agli occhi della comunità italoamericana, vedeva svanire ogni possibilità di riscatto.
Il delitto e la condanna
Nel 1895, durante un litigio in un bar di New York, Maria reagì all’ennesimo rifiuto di Cataldo di sposarla per restituirle l’onore dopo anni di umiliazioni e sfruttamenti. Accecata dalla disperazione, lo colpì alla gola con un rasoio. L’uomo morì poco dopo.
Il processo senza difesa
Il processo fu rapido e segnato da pregiudizi. Maria non conosceva bene l’inglese e non ebbe un’adeguata difesa legale. La giuria, composta esclusivamente da uomini, la giudicò colpevole di omicidio di primo grado e la condannò alla sedia elettrica a Sing Sing.
La mobilitazione e il secondo processo
La condanna suscitò scalpore. Catherine (Cora) Cleary, donna dell’alta società newyorkese, prese a cuore la sua vicenda e avviò una campagna per salvarla. Nel secondo processo, gli avvocati dimostrarono che Maria aveva agito sotto la pressione di anni di soprusi, tradimenti e violenze. Il contesto emerse con chiarezza e la giuria ridimensionò la responsabilità: Maria ottenne la grazia ed evitò la sedia elettrica.
Una nuova vita nell’ombra
Dopo la scarcerazione, Maria cercò di ricostruire la propria vita: si sposò, ebbe figli e tornò all’anonimato.
Un simbolo della condizione femminile
La storia di Maria Barbella è un frammento della storia delle donne italiane e del fenomeno migratorio ottocentesco.
Il delitto d’onore in Italia
Il contesto è quello del delitto d’onore, che in Italia non fu abolito come attenuante fino al 1981: uno specchio di un sistema patriarcale in cui le donne avevano pochissimi diritti.
Ferrandina e la memoria
A Ferrandina resta memoria di questa donna che da un piccolo borgo lucano arrivò, suo malgrado, sulle prime pagine della cronaca americana. Una via del paese ricorda la sua casa natale.
Miglionico, il borgo del Malconsiglio
Arroccato su un colle che domina i calanchi e il lago di San Giuliano, Miglionico è un borgo di pietra che unisce il peso della storia alla forza del paesaggio lucano.
Nel suo stemma compaiono le sette M, un simbolo che la tradizione interpreta come sintesi dell’identità del paese: Mons (il colle su cui sorge), Monsignori (i vescovi che lo governarono), Monasteri (le comunità religiose), Magistri (gli uomini di cultura), Milites (i cavalieri), Matronae (le nobildonne) e Malconsiglio (la congiura dei baroni che qui ebbe luogo).
Nel centro storico si passeggia tra vicoli stretti, archi in pietra e scorci che si aprono su piazze luminose. Nella piazza principale si affaccia la Chiesa del Carmine (XVII secolo), che segna l’armonia dell’impianto urbano.
Le botteghe custodiscono i sapori della tradizione: peperoni cruschi, pomodori essiccati al sole, conserve e dolci, fino al gelato ai fichi secchi. Piccoli frammenti di una cultura contadina che ancora oggi accompagna il passo del visitatore.
Poco distante, la monumentale Chiesa di Santa Maria Maggiore custodisce i più grandi tesori artistici del borgo.
La Chiesa di Santa Maria Maggiore
La Chiesa di Santa Maria Maggiore, edificata tra XII e XIII secolo, rappresenta il cuore spirituale e artistico di Miglionico. Le sue linee romanico–gotiche si riconoscono nella facciata sobria ed essenziale, dominata dal campanile che ne slancia la verticalità.
La Pietà nella lunetta del campanile
Alla base del campanile, sul lato opposto rispetto alla facciata principale, si apre un portale sormontato da una lunetta con una Pietà. La particolarità dell’opera sta nella posa “al contrario” delle figure, insolita rispetto all’iconografia tradizionale: una scelta che permise all’autore di ricavare l’intero gruppo scultoreo da un unico blocco di calcarenite arenaria, trasformando i vincoli della materia in un dettaglio stilistico unico. L’opera è attribuita ad Antonello Persio, esponente della celebre famiglia di scultori e architetti attivi nel Cinquecento in Basilicata.
I tesori all’interno
Varcata la soglia, l’interno sorprende per la varietà e la qualità delle opere conservate. Ogni navata, cappella o nicchia custodisce un tassello della storia artistica del borgo, intrecciando devozione popolare, committenze aristocratiche e rapporti con Venezia, Napoli e la Sicilia.
Il Polittico di Cima da Conegliano
Un capolavoro del Rinascimento
Il polittico firmato da Giovanni Battista Cima da Conegliano nel 1499 è il vero tesoro di Miglionico. L’opera, composta da diciotto tavole raffiguranti santi e scene sacre disposte su tre registri, ha al centro la Madonna col Bambino.
Committenza e legami con Venezia
Secondo la tradizione, le tavole furono acquistate sul mercato veneziano o tedesco alla fine del Cinquecento dal canonico Marcantonio Mazzone. In realtà è più probabile che fossero state commissionate dai Sanseverino, feudatari di Miglionico, grazie ai legami di Giovannella Caetani d’Aragona con l’aristocrazia veneziana. La presenza di opere di scuola veneta in Basilicata testimonia infatti i rapporti culturali e commerciali tra il Sud Italia e Venezia nel Rinascimento.
La cornice barocca e l’innovazione di Cima
Nel 1782 le tavole furono inserite in una cornice lignea barocca ricavata da un organo dismesso. Al di là dell’involucro settecentesco, il polittico si distingue per una novità iconografica: Cima introduce per la prima volta paesaggi collinari digradanti al posto dei fondali monocromatici, conferendo profondità e respiro alle figure sacre. La Madonna col Bambino siede su un trono prospettico, mentre i santi, illuminati dalla luce, assumono la forza di icone solenni.
Un’opera fragile e inamovibile
Il retro delle tavole, intaccato dai tarli, racconta la fragilità dell’opera. Per questo motivo il polittico non può lasciare la sua sede: anche l’Expo di Milano del 2015, che ne aveva chiesto il prestito, ricevette invece una scultura lignea di scuola veneta raffigurante San Giovanni Battista, di autore ignoto.
San Giovanni Battista
Accanto al Polittico di Cima da Conegliano è collocata una scultura lignea raffigurante San Giovanni Battista, databile agli inizi del XVI secolo. L’opera, alta poco più di un metro, è stata realizzata in legno scolpito, dorato e dipinto. Nonostante le dimensioni ridotte, si impone per la forza espressiva e per la capacità di trasmettere un’intensa tensione interiore.
Restauri e vicende conservative
Nel corso dei secoli la scultura ha subito danni e perdite. La mano destra originale è andata smarrita e venne sostituita con una in cartapesta, poi rimossa durante un restauro eseguito nel 1988 da Rita Padula.
Influenze artistiche: tra Napoli e Venezia
L’attribuzione del Battista è stata discussa a lungo: alcuni studiosi lo hanno collegato all’ambiente napoletano, altri alla cultura nordica. Oggi prevale l’ipotesi che si tratti di un’opera veneta, legata alla scuola del Mantegna, in linea con gli scambi artistici che, nel Rinascimento, portarono a Miglionico anche il Polittico di Cima.
La forza espressiva del Battista
Ciò che colpisce il visitatore, al di là delle attribuzioni e delle ipotesi, è l’impatto visivo ed emotivo della scultura. Il Battista di Miglionico non ha la monumentalità dei grandi marmi o la raffinatezza dei bronzi, ma possiede una forza drammatica che nasce proprio dalla sua semplicità. Il corpo asciutto, le proporzioni quasi innaturali, la rigidità del volto e delle membra comunicano la condizione di un santo che vive ai margini, nel deserto, lontano dalla vita comune. È un profeta della solitudine, capace di parlare ancora oggi con intensità.
Un’opera fragile, un simbolo da custodire
Il legno, soggetto a tarli e degrado, ha imposto nei secoli attenzioni e cure particolari. Questa fragilità la rende difficile da spostare, così come accade per il polittico di Cima. Non a caso, quando nel 2015 l’Expo di Milano chiese un’opera da Miglionico, fu proprio questo San Giovanni Battista a viaggiare, rappresentando il borgo e la Basilicata su un palcoscenico internazionale.
Il Crocifisso ligneo di Fra Umile da Petralia
Accanto all’altare maggiore un Crocifisso colpisce per la sua intensità spirituale. La scultura in legno policromo, datata 1629 e attribuita al frate siciliano Fra Umile da Petralia, porta con sé tutto il pathos del suo autore: un forte espressionismo che scuote ancora oggi chi lo osserva.
Le ferite, modellate con cere e pigmenti, sembrano stillare sangue; una spina conficcata nel sopracciglio — la “firma” dell’artista — rende il volto di Cristo drammaticamente umano e vulnerabile.
Dal lato destro il volto racconta la sofferenza estrema della Passione; spostandosi sul lato opposto, invece, appare già liberato dal dolore, in un sorprendente gioco di prospettive che rende l’opera viva e mutevole. Si dice che Mel Gibson sostò a lungo davanti a questo Crocifisso, lasciandosi ispirare durante la lavorazione di The Passion of the Christ, il film che ha contribuito a far conoscere Matera nel mondo.
Antichi corali
Nella cappella dedicata al patrono Sant’Antonio sono esposti antichi corali sei–settecenteschi: grandi antifonari e graduali miniati, con lettere decorate e note gregoriane, testimonianza preziosa della tradizione liturgica e musicale della comunità.
La Deposizione di Antonio Stabile
A sormontare un altare nella navata laterale destra si trova una Deposizione dalla Croce del XVI-XVII secolo, attribuita a un allievo del pittore lucano Antonio Stabile, di formazione michelangiolesca. La scena colpisce per un dettaglio insolito: la presenza di quattro scale, simbolo numerico dell’uomo nella tradizione cristiana. È come se l’umanità intera, rappresentata da quelle scale, fosse chiamata a sostenere il peso del divino nel momento più drammatico della Passione.
La statua di San Sebastiano
All’inizio della navata laterale sinistra, una nicchia custodisce la statua lignea di San Sebastiano. L’opera, di autore anonimo, mostra le caviglie spezzate e poi riassemblate, poiché fu realizzata con materiale di recupero proveniente da una statua pagana raffigurante un satiro. È una testimonianza del modo in cui, nel passaggio dal mondo antico al cristianesimo, si riadattavano immagini e materiali, trasformando simboli pagani in figure di culto.
Il Castello del Malconsiglio
Il Castello del Malconsiglio domina Miglionico con la sua mole severa. Nato come fortilizio a pianta quadrata in epoca altomedievale, fu ampliato tra il XII e il XIII secolo per diventare residenza dei Sanseverino, una delle famiglie più potenti del Regno di Napoli. L’impianto conserva ancora oggi la struttura originaria con torri angolari, ambienti voltati e cortili interni.
Nel corso dei secoli il castello ha conosciuto vicende complesse. Dopo l’Unità d’Italia, nel 1861, fu acquistato da un privato che, per far fronte agli alti costi di manutenzione, trasformò il piano superiore in abitazioni condominiali, mentre al piano terra restavano le stalle e gli ambienti di servizio. Solo a seguito del terremoto del 1980, che ne compromise la sicurezza e fece crollare parte della Sala del Malconsiglio, l’edificio fu espropriato: oltre al rischio strutturale, pesavano anche le cattive condizioni igieniche e la volontà di restituirlo alla comunità. I lavori di restauro, avviati nel 1992 e conclusi nel 2012, hanno riportato alla luce dettagli nascosti, come alcune nicchie murarie che potrebbero essere state usate come spazi votivi o come piccole casseforti.
Le arcate che si affacciano sul cortile centrale e l’antico pozzo, fulcro della vita quotidiana della fortezza, testimoniano ancora oggi la funzione pratica e simbolica di questo luogo, insieme presidio militare e dimora signorile.
La Sala del Malconsiglio
Al piano nobile del castello si apre la Sala del Malconsiglio, che custodisce la memoria dell’episodio più celebre della storia di Miglionico. Lunga e solenne, la sala è dominata da una grande tavola imbandita di bianco, sulla quale campeggiano gli stemmi araldici delle famiglie nobili. I coltelli, posati con la lama rivolta verso il basso, evocano l’antico segno di pace, mentre l’allestimento complessivo restituisce l’atmosfera di attesa e sospetto che precedette uno degli eventi più drammatici del Regno di Napoli.
La Congiura dei Baroni
Tra il 1485 e il 1487 il Castello di Miglionico fu infatti teatro della cosiddetta Congiura dei Baroni. Re Ferrante d’Aragona, deciso a rafforzare il potere regio, introdusse riforme che limitarono i privilegi feudali, aprendo nuovi spazi alla borghesia e alla possibilità di acquisire titoli anche tramite denaro. Una scelta che i grandi feudatari interpretarono come una minaccia diretta al loro potere.
I baroni si riunirono in diversi centri del regno e a Miglionico convocarono il sovrano, fingendo di voler trovare un accordo. Ferrante, soprannominato “Ferrante di ferro” per il suo carattere inflessibile, si presentò con pochi uomini, accompagnato dalla regina Giovanna e dal figlio Alfonso, duca di Calabria: un gesto che avrebbe dovuto insospettire i congiurati, abituati a vedere il re muoversi con l’intero esercito regio.
Il sovrano, però, conosceva già i loro piani grazie a due segretari, Coppola e Petrucci, che avevano fatto doppio gioco. Finse di accettare le richieste, ma l’anno successivo, nel 1486, in occasione delle nozze di una nipote a Napoli, fece arrestare i congiurati. La vendetta fu lenta e spietata: i baroni furono giustiziati uno a uno, con supplizi che resero celebre l’intransigenza del re e segnarono la fine dell’antico potere feudale nel regno.
Testo e foto ©Scilla Nascimbene
Reportage realizzato durante il viaggio stampa dal 13 al 15 Giugno 2025 organizzato da Basilicata Rurale in collaborazione con Vito Verrastro e Isa Grassano