A quattro metri di profondità, Ercole Contu era convinto che la risposta fosse ancora sotto i suoi piedi. Ma le pareti di quel pozzo, formate da pietre rimaste immobili per migliaia di anni, rischiavano di crollargli addosso. L’archeologo fu costretto a risalire, deciso a trovare una soluzione per tornare a scavare. Nei suoi appunti continuava a ripetere che lì sotto doveva esserci ancora qualcosa.

Una collina di pietre. Così era apparso Monte d’Accoddi quando Ercole Contu era arrivato nella pianura della Nurra, a pochi chilometri da Sassari, all’inizio degli anni Cinquanta. Molti ritenevano che quel cumulo potesse nascondere i resti di un nuraghe.

Il santuario preistorico

Contu cominciò a scavare e dalla collina emerse tutt’altro: un grande santuario preistorico, con una monumentale rampa d’accesso, un imponente menhir, due grandi lastre di pietra destinate ai rituali e i resti di un antico villaggio dell’Età del Rame.

Era una scoperta straordinaria.

Eppure, più Contu osservava quel monumento, più era convinto che quel santuario custodisse ancora un segreto.

Fu per questo che aprì un pozzo di scavo al centro della piattaforma e raggiunse i quattro metri di profondità. Risalì, con l’intenzione di proseguire le ricerche.

Ma i finanziamenti finirono e Contu non tornò mai più in quel pozzo.


Il segreto, venti centimetri più in basso

Nel 1979 la nuova campagna di scavo fu affidata all’Università di Genova, guidata dall’archeologo Santo Tinè. Tinè studiò gli appunti lasciati da Contu e, grazie a nuove tecniche, riuscì a mettere in sicurezza il pozzo e a riprendere la discesa.

La risposta che Contu aveva cercato per anni si trovava appena venti centimetri oltre il punto in cui era stato costretto a fermarsi.

Sotto il piano di calpestio emersero i resti di un santuario ancora più antico, rimasto nascosto per millenni all’interno del monumento.

Il Tempio Rosso, colore del sacro

Gli archeologi lo chiamarono Tempio Rosso, per il colore dell’intonaco che ne rivestiva le pareti. L’intonaco era realizzato con argilla ricca di minerali di ferro, che gli conferivano la caratteristica colorazione dell’ocra rossa, lo stesso pigmento utilizzato anche nelle domus de janas, le tombe preistoriche scavate nella roccia. 

Per le popolazioni preistoriche il rosso apparteneva al linguaggio del sacro: richiamava il sangue e rappresentava la vita, la morte, il sacrificio e la rigenerazione.


L’enigma del menhir

Il grande menhir scoperto da Ercole Contu custodiva un enigma. Alto circa quattro metri e mezzo, era stato ritrovato disteso sul terreno, accanto al santuario.

Normalmente un menhir veniva infisso in una fossa e stabilizzato con pietre poste tutt’intorno. Quando crollava per cause naturali o veniva abbattuto, il basamento tendeva a rompersi e le pietre di sostegno si disperdevano.

A Monte d’Accoddi, invece, il monolite conservava il basamento integro. Proprio questo particolare ha portato gli archeologi a ritenere che il menhir fosse stato estratto volontariamente e deposto.

Sono state avanzate diverse ipotesi. Una collega la rimozione del menhir alla costruzione del Tempio Rosso, quasi a segnare il passaggio da un culto a un altro, forse a seguito di un evento eccezionale, come un lungo periodo di siccità.


Le lastre sacrificali e il culto della Dea Madre

Accanto al monolite sono state trovate due grandi lastre di pietra, interpretate dagli archeologi come altari sacrificali, sui quali venivano sacrificati gli animali durante le cerimonie religiose celebrate nel santuario.

Una delle lastre presenta alcune cavità naturali che, secondo gli studiosi, potevano rappresentare simbolicamente la bocca della Dea Madre, pronta a ricevere il sangue del sacrificio.

Terminate le offerte, la comunità partecipava ai pasti rituali: la carne dell’animale veniva consumata, mentre le ossa erano deposte nelle fosse votive.

Proprio le ossa dei suini rinvenute in queste fosse hanno fornito uno degli indizi più preziosi per ricostruire la storia di Monte d’Accoddi. Le analisi al radiocarbonio le hanno datate intorno al 4500 a.C., testimoniando una frequentazione molto antica dell’area.

Il culto della Dea Madre era legato alla fertilità, alla terra e alla forza generatrice della natura. In questa lettura anche il grande menhir assume un significato simbolico: la sua forma è stata interpretata come un simbolo maschile, legato alla fecondazione della terra. L’incontro tra il principio maschile e quello femminile richiamerebbe così quello tra il cielo e la terra, la pioggia e il suolo da cui nasce la vita.


Un unicum nel Mediterraneo occidentale per la sua architettura

Monte d’Accoddi non ha confronti nel Mediterraneo occidentale. A renderlo unico è soprattutto la sua architettura: una grande terrazza tronco-piramidale raggiunta da una lunga rampa che conduce alla sommità del santuario, dove doveva sorgere una struttura destinata alle cerimonie religiose.

Prima dei nuraghi

I santuari di Monte d’Accoddi precedono di molti secoli la civiltà nuragica. La tecnica costruttiva ciclopica e a secco, con grandi blocchi di pietra, richiama quella utilizzata successivamente nei nuraghi, mostrando come questo modo di costruire fosse presente in Sardegna già in epoca precedente.

Frequentato dal Neolitico all’Età del Bronzo

La storia di Monte d’Accoddi attraversa un arco di tempo lunghissimo. Il sito conobbe diverse fasi e continuò a essere frequentato dal Neolitico fino all’inizio dell’Età del Bronzo.

Dalla sommità lo sguardo spazia ancora oggi fino a Capo Caccia, dominando gran parte della pianura della Nurra. Questa vasta regione del nord-ovest della Sardegna si estende tra il golfo di Alghero e quello dell’Asinara e comprende gran parte del territorio comunale di Sassari.

Visitare Monte d’Accoddi

📍 Strada Vicinale Monte d’Accoddi 4, Sassari
🌐 montedaccoddi.cultura.gov.it
☎️ +39 079 2008072

Il santuario è visitabile con biglietto d’ingresso e visite guidate. Per orari aggiornati, tariffe e prenotazioni è consigliabile consultare il sito ufficiale.

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📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS)

📞 +39 079 700 0664

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Testo e foto © Scilla Nascimbene

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