MONTE D’ACCODDI E SASSARI
A quattro metri di profondità, Ercole Contu era convinto che la risposta fosse ancora sotto i suoi piedi. Ma le pareti di quel pozzo, formate da pietre rimaste immobili per migliaia di anni, rischiavano di crollargli addosso. L’archeologo fu costretto a risalire, deciso a trovare una soluzione per tornare a scavare. Nei suoi appunti continuava a ripetere che lì sotto doveva esserci ancora qualcosa.
Una collina di pietre. Così era apparso Monte d’Accoddi quando Ercole Contu era arrivato nella pianura della Nurra, a pochi chilometri da Sassari, all’inizio degli anni Cinquanta. Molti ritenevano che quel cumulo potesse nascondere i resti di un nuraghe.
Il santuario preistorico
Contu cominciò a scavare e dalla collina emerse tutt’altro: un grande santuario preistorico, con una monumentale rampa d’accesso, un imponente menhir, due grandi lastre di pietra destinate ai rituali e i resti di un antico villaggio dell’Età del Rame.
Era una scoperta straordinaria.
Eppure, più Contu osservava quel monumento, più era convinto che quel santuario custodisse ancora un segreto.
Fu per questo che aprì un pozzo di scavo al centro della piattaforma e raggiunse i quattro metri di profondità. Risalì, con l’intenzione di proseguire le ricerche.
Ma i finanziamenti finirono e Contu non tornò mai più in quel pozzo.
Il segreto, venti centimetri più in basso
Nel 1979 la nuova campagna di scavo fu affidata all’Università di Genova, guidata dall’archeologo Santo Tinè. Tinè studiò gli appunti lasciati da Contu e, grazie a nuove tecniche, riuscì a mettere in sicurezza il pozzo e a riprendere la discesa.
La risposta che Contu aveva cercato per anni si trovava appena venti centimetri oltre il punto in cui era stato costretto a fermarsi.
Sotto il piano di calpestio emersero i resti di un santuario ancora più antico, rimasto nascosto per millenni all’interno del monumento.
Il Tempio Rosso, colore del sacro
Gli archeologi lo chiamarono Tempio Rosso, per il colore dell’intonaco che ne rivestiva le pareti. L’intonaco era realizzato con argilla ricca di minerali di ferro, che gli conferivano la caratteristica colorazione dell’ocra rossa, lo stesso pigmento utilizzato anche nelle domus de janas, le tombe preistoriche scavate nella roccia.
Per le popolazioni preistoriche il rosso apparteneva al linguaggio del sacro: richiamava il sangue e rappresentava la vita, la morte, il sacrificio e la rigenerazione.
L’enigma del menhir
Il grande menhir scoperto da Ercole Contu custodiva un enigma. Alto circa quattro metri e mezzo, era stato ritrovato disteso sul terreno, accanto al santuario.
Normalmente un menhir veniva infisso in una fossa e stabilizzato con pietre poste tutt’intorno. Quando crollava per cause naturali o veniva abbattuto, il basamento tendeva a rompersi e le pietre di sostegno si disperdevano.
A Monte d’Accoddi, invece, il monolite conservava il basamento integro. Proprio questo particolare ha portato gli archeologi a ritenere che il menhir fosse stato estratto volontariamente e deposto.
Sono state avanzate diverse ipotesi. Una collega la rimozione del menhir alla costruzione del Tempio Rosso, quasi a segnare il passaggio da un culto a un altro, forse a seguito di un evento eccezionale, come un lungo periodo di siccità.
Le lastre sacrificali e il culto della Dea Madre
Accanto al monolite sono state trovate due grandi lastre di pietra, interpretate dagli archeologi come altari sacrificali, sui quali venivano sacrificati gli animali durante le cerimonie religiose celebrate nel santuario.
Una delle lastre presenta alcune cavità naturali che, secondo gli studiosi, potevano rappresentare simbolicamente la bocca della Dea Madre, pronta a ricevere il sangue del sacrificio.
Terminate le offerte, la comunità partecipava ai pasti rituali: la carne dell’animale veniva consumata, mentre le ossa erano deposte nelle fosse votive.
Proprio le ossa dei suini rinvenute in queste fosse hanno fornito uno degli indizi più preziosi per ricostruire la storia di Monte d’Accoddi. Le analisi al radiocarbonio le hanno datate intorno al 4500 a.C., testimoniando una frequentazione molto antica dell’area.
Il culto della Dea Madre era legato alla fertilità, alla terra e alla forza generatrice della natura. In questa lettura anche il grande menhir assume un significato simbolico: la sua forma è stata interpretata come un simbolo maschile, legato alla fecondazione della terra. L’incontro tra il principio maschile e quello femminile richiamerebbe così quello tra il cielo e la terra, la pioggia e il suolo da cui nasce la vita.
Un unicum nel Mediterraneo occidentale per la sua architettura
Monte d’Accoddi non ha confronti nel Mediterraneo occidentale. A renderlo unico è soprattutto la sua architettura: una grande terrazza tronco-piramidale raggiunta da una lunga rampa che conduce alla sommità del santuario, dove doveva sorgere una struttura destinata alle cerimonie religiose.
Prima dei nuraghi
I santuari di Monte d’Accoddi precedono di molti secoli la civiltà nuragica. La tecnica costruttiva ciclopica e a secco, con grandi blocchi di pietra, richiama quella utilizzata successivamente nei nuraghi, mostrando come questo modo di costruire fosse presente in Sardegna già in epoca precedente.
Frequentato dal Neolitico all’Età del Bronzo
La storia di Monte d’Accoddi attraversa un arco di tempo lunghissimo. Il sito conobbe diverse fasi e continuò a essere frequentato dal Neolitico fino all’inizio dell’Età del Bronzo.
Dalla sommità lo sguardo spazia fino a Capo Caccia, dominando gran parte della pianura della Nurra. Questa vasta regione del nord-ovest della Sardegna si estende tra il golfo di Alghero e quello dell’Asinara e comprende gran parte del territorio comunale di Sassari.
Visitare Monte d’Accoddi
📍 Strada Vicinale Monte d’Accoddi 4, Sassari
🌐 montedaccoddi.cultura.gov.it
☎️ +39 079 2008072
Il santuario è visitabile con biglietto d’ingresso e visite guidate. Per orari aggiornati, tariffe e prenotazioni è consigliabile consultare il sito ufficiale.
Due passi a Sassari
Sassari ha origini medievali. Nella prima metà del Duecento la città venne circondata da una cinta muraria, scandita da trentasei torri e quattro porte. Di quelle mura oggi rimane ben poco, così come del castello aragonese che sorgeva nell’attuale Piazza Castello.
Alla fine dell’Ottocento Sassari cominciò a espandersi oltre l’antica cinta muraria. Gran parte delle fortificazioni venne abbattuta e fuori dal perimetro medievale prese forma la nuova città ottocentesca.
Piazza d’Italia, il Salotto di Sassari
Piazza d’Italia nacque al di fuori dell’antico circuito murario. Da sempre luogo frequentato dai sassaresi e ancora oggi uno dei principali punti di ritrovo della città, è conosciuta come “il Salotto di Sassari”. Sulla piazza si affacciano alcuni dei più importanti palazzi di rappresentanza della città ottocentesca.
Al centro, Vittorio Emanuele II guarda Sassari dall’alto del monumento realizzato dallo scultore Giuseppe Sartorio. Quando la statua venne inaugurata, nel 1899, ad assistere alla cerimonia c’erano Umberto I e la regina Margherita. Per accogliere i sovrani, Sassari organizzò una grande sfilata di costumi e cavalieri provenienti da tutta l’isola: quella sfilata è considerata la prima edizione moderna della Cavalcata Sarda, una delle feste popolari più importanti della Sardegna.
Tra gli edifici che delimitano la piazza, il Palazzo della Provincia ospita alcune sale di pregio, come la Sala Sciuti, decorata con affreschi che raccontano episodi della storia di Sassari e della Sardegna, e gli appartamenti destinati ad accogliere i sovrani durante le visite ufficiali. Nella stanza della regina si conservano ancora arredi dell’epoca, tra cui un letto in stile neorinascimentale realizzato dai Fratelli Clemente.
Di fronte, l’elegante Palazzo Giordano Apostoli, costruito nel 1878 in stile neogotico, presenta interni decorati con affreschi, fregi e stucchi ed è oggi sede di Intesa Sanpaolo.
Il castello che non c’è più
L’attuale Piazza Castello occupa il luogo dove passava l’antica cinta muraria e dove sorgeva il castello aragonese. La fortezza, edificata nel Trecento per controllare militarmente la città, ribellatasi alla Corona d’Aragona, dal 1564 divenne sede del Tribunale della Santa Inquisizione e, con il passaggio della Sardegna ai Savoia nel 1720, tornò ad avere funzione militare.
Il castello venne demolito tra il 1877 e il 1880 e Piazza Castello divenne un luogo di passeggio e di incontro per i sassaresi: le famiglie più agiate vi si ritrovavano e nei giorni di festa suonava la banda.
Gli scavi hanno riportato alla luce parte del fossato e il barbacane, una struttura difensiva realizzata tra Quattrocento e Cinquecento con l’introduzione delle armi da fuoco.
Lungo questo tratto delle mura si apriva Porta Castello, una delle quattro porte della città medievale. Dalla porta partiva l’asse principale che attraversava Sassari fino a Porta Sant’Antonio, sul lato opposto della cinta muraria: l’attuale Corso Vittorio Emanuele II.
Corso Vittorio Emanuele II, l’antica strada delle botteghe
Un tempo conosciuto come Platha de Cothinas o Ruga de Cothinas, la “strada di pietra”, il Corso era la principale arteria commerciale di Sassari: sotto i portici delle case si aprivano le botteghe di mercanti e artigiani.
Ancora oggi, percorrendo il Corso, tra le facciate e le insegne dei negozi, affiorano le tracce della città antica. Teste leonine e capitelli scolpiti decorano i palazzi signorili, come Casa Farris, al civico 23, un edificio quattrocentocentesco con un portico ad archi ribassati e finestre di gusto gotico-catalano.
A raccontare la Sassari di un tempo fu Enrico Costa (1841 – 1909), scrittore sassarese che nei suoi libri descrisse palazzi, strade, mura e torri della città. Le sue pagine conservano così l’immagine di una Sassari che oggi, lungo il Corso, si riconosce ancora nei particolari sopravvissuti tra gli edifici più recenti.
Tra questi si incontra il Palazzo di Città, realizzato tra il 1826 e il 1829 su progetto dell’architetto piemontese Giuseppe Cominotti. Per decenni sede delle istituzioni comunali, conserva alcune sale di rappresentanza, tra cui la Sala dei Sindaci e la Sala dell’Intregu, legata a uno dei rituali della Discesa dei Candelieri.
Il 14 agosto, nella Sala dell’Intregu, si svolge la cerimonia tra il sindaco e il Gremio dei Massai; dal balcone del Palazzo il sindaco si affaccia insieme all’obriere per il tradizionale brindisi augurale “a zent’anni”, prima di unirsi alla festa.
Il Palazzo ospita il Teatro Civico, progettato dallo stesso Cominotti sul modello del Teatro Carignano di Torino e inaugurato nel 1829.
Verso il Duomo
Lasciato Corso Vittorio Emanuele II, il percorso prosegue verso Piazza Santa Caterina, tra portoni, finestre e facciate del centro storico. Sulla piazza si affaccia la chiesa di Santa Caterina, accanto alla Pinacoteca Nazionale di Sassari.
La chiesa di Santa Caterina
Costruita dai Gesuiti tra il 1579 e il 1609, Santa Caterina è uno dei principali esempi di architettura tardo-rinascimentale di Sassari. La facciata in pietra calcarea, articolata in due ordini, unisce elementi rinascimentali e richiami alla tradizione tardogotica locale.
Palazzo Ducale
Poco oltre si incontra Palazzo Ducale, fatto costruire tra il 1775 e il 1804 da don Antonio Manca, marchese di Mores e duca dell’Asinara. Considerato la più importante residenza civile di Sassari, dal 1878 ospita il Municipio.
Da qui le strade tornano a stringersi tra le case del centro storico. Attraverso Vicolo del Campanile si arriva in Piazza Duomo.
Il Duomo di San Nicola
Tre grandi arcate scandiscono la facciata barocca del Duomo di San Nicola. Al di sopra, colonne, fregi e una ricca decorazione scolpita nella pietra incorniciano le statue di San Gavino, San Proto e San Gianuario, i martiri turritani. Più in alto, San Nicola, patrono di Sassari, veglia sulla città.
Le fasi costruttive
La facciata, conclusa entro il primo quarto del Settecento, è una delle più ricche espressioni del barocco in Sardegna. La cattedrale è però il risultato di diverse fasi costruttive.
Una chiesa dedicata a San Nicola è documentata già nel 1135. Nel Duecento venne costruito un nuovo edificio in forme romanico-pisane, del quale rimane il campanile quadrato, scandito da archetti pensili e bifore. Tra Quattrocento e Cinquecento la chiesa fu ricostruita in forme gotico-catalane, mentre nel 1756 il campanile venne sopraelevato con il corpo ottagonale concluso dalla piccola cupola.
Le feste di Sassari
La Cavalcata Sarda
La penultima domenica di maggio Sassari si riempie dei colori degli abiti tradizionali della Sardegna. Gruppi provenienti da tutta l’isola attraversano la città in una grande sfilata di costumi, cavalieri e maschere del carnevale sardo, passando per Piazza d’Italia.
La Cavalcata moderna è legata proprio alla piazza: nel 1899, in occasione della visita a Sassari di Umberto I e della regina Margherita per l’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele II, venne organizzata una grande sfilata di costumi e cavalieri provenienti da tutta la Sardegna, considerata la prima edizione moderna della Cavalcata Sarda.
Alla sfilata si aggiunge uno dei momenti più spettacolari della festa: le pariglie, esibizioni equestri nelle quali i cavalieri lanciano i cavalli al galoppo ed eseguono figure acrobatiche, arrivando a stare in piedi o a compiere evoluzioni su più cavalli affiancati.
La Faradda dei Candelieri
Ogni 14 agosto Sassari rinnova uno dei suoi riti più antichi e sentiti. Fin dal mattino, nelle sedi dei Gremi, le antiche corporazioni di arti e mestieri, ha inizio la vestizione dei grandi ceri lignei. Nel pomeriggio i Candelieri si radunano in Piazza Castello, da dove prende avvio la Faradda di li Candareri, la Discesa dei Candelieri.
Portati a spalla e fatti “danzare” lungo le strade della città, raggiungono la chiesa di Santa Maria di Betlem, dove si rinnova il voto alla Vergine Assunta legato alle pestilenze che colpirono Sassari.
L’offerta della cera alla Madonna è documentata già dalla seconda metà del XIII secolo e, dal 2013, la Faradda fa parte del Patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, assieme alle altre feste italiane delle grandi macchine a spalla.
L’acqua sotto la città
Sotto le strade di Sassari corre l’acqua. Scavando nel sottosuolo, oltre alle tracce delle antiche mura, sono state intercettate vere e proprie vene d’acqua dolce, una presenza che per secoli ha alimentato anche gli orti della città.
La Fontana di Rosello
Appena fuori dall’antica cinta muraria, nella valle di Rosello, l’acqua sgorga dall’antichissima fonte di Gurusele, utilizzata già in epoca romana per alimentare l’acquedotto diretto a Turris Libisonis, l’odierna Porto Torres. La fontana è citata negli Statuti sassaresi già nella seconda metà del Duecento.
Tra il 1605 e il 1606 assunse in gran parte l’aspetto che conserva ancora oggi. Il monumento è un’allegoria del fluire del tempo: quattro statue rappresentano le stagioni, mentre le dodici bocche da cui sgorga l’acqua richiamano i mesi dell’anno
Visite guidate
La Rete culturale Thàmus del Comune di Sassari organizza visite guidate ai principali luoghi di interesse storico e culturale della città e del territorio, tra cui il sito archeologico di Monte d’Accoddi. Per informazioni, prenotazioni e orari aggiornati è possibile rivolgersi a InfoSassari.
🌐 Turismo Sassari – Rete Thàmus
La Bottega Sarda
In via Cavour, nel centro di Sassari, c’è una bottega dove gli oggetti arrivano da piccoli laboratori e singoli artigiani sparsi per la Sardegna. A sceglierli è Aurora Puxeddu.
Aurora prende gli oggetti uno alla volta e li racconta. «Questo non è il solito artigianato», precisa: sono pezzi selezionati, lavorati a mano da piccoli laboratori o singoli artigiani, spesso unici, dietro i quali ci sono una tecnica, una tradizione o una storia.
Le gallinelle e le anfore anulari
Ci sono le gallinelle con i pulcini, simbolo di fertilità.
Accanto, spiccano con i loro colori le anfore anulari, utilizzate come contenitori per i liquidi preziosi, proprio perché ne contenevano una piccola quantità.
La bisaccia di Bonorva
Appesa a una parete c’è una grande bisaccia di Bonorva, cittadina in provincia di Sassari. È la bisaccia della festa, riccamente decorata, che veniva sistemata sul cavallo in occasione della festa del patrono.
Il tappeto delle capre
Poi Aurora mi mostra un tappeto e alcuni cuscini: capre bianche sul nero e nere sul bianco, una accanto all’altra.
«Queste portano a Maria Lai», racconta. L’artista aveva vissuto a lungo lontano dalla Sardegna e, quando torna a Ulassai, il suo paese, ritrova le montagne e le capre che si arrampicano sui pendii. È quel paesaggio, spiega Aurora, a entrare nei suoi disegni.
Il lavoro di Maria Lai passa attraverso gli intrecci di fili, combinati per creare figure e segni.
Nel 1981 Maria Lai (1919-2013) inizia a collaborare con le tessitrici della Cooperativa Tessile Su Marmuri di Ulassai. Nasce il Tappeto delle Capre.
Quelle capre vengono ridotte all’essenziale: corna lunghe, il corpo tracciato con poche linee. Il disegno diventa negli anni uno dei simboli di Su Marmuri e della stessa Ulassai e continua a passare dai tappeti ai cuscini e ad altri tessuti.
I tessuti vengono ancora lavorati al telaio utilizzando materiali naturali – lino, cotone e lana di pecora di produzione locale – e tecniche della tradizione sarda come quella a pibionis, gli “acini d’uva” che creano il caratteristico effetto in rilievo.
Aurora prende un libro dedicato all’artista e comincia a sfogliarlo. Il titolo è Maria Lai. Donna tessitrice di legami. Mi mostra le pagine, i lavori dell’artista, gli intrecci di fili e quel rapporto con la tessitura che ritorna anche nella storia del Tappeto delle Capre.
Tra sacro e profano
Su un altro piano della bottega, piccoli oggetti d’argento aprono una storia completamente diversa. La gioielleria tradizionale sarda è ricca di amuleti e, racconta Aurora, talvolta il confine fra religione e magia quasi scompare.
Alcuni hanno la forma di minuscole teche apribili. All’interno potevano essere custodite preghiere, formule magiche oppure entrambe. C’era persino chi li faceva benedire. Cambiavano forme e decorazioni, ma la funzione rimaneva la stessa: proteggere chi li portava con sé.
Anche la gancera, che oggi può essere indossata come collana, arriva dal vestiario tradizionale. Generalmente realizzata in argento, poteva servire a fermare il corpetto, il grembiule o i lembi del copricapo femminile.
Il corredo della sposa
La brocca racconta invece il matrimonio. Faceva parte del corredo della sposa, soprattutto nelle zone di Oristano e Cagliari e meno nel Sassarese. Era una tradizione particolarmente presente nell’Ottocento, anche se si è tramandata nel tempo.
La sua decorazione era un simbolo della ricchezza della famiglia della sposa, ma il corredo comprendeva anche tessuti, ceramiche e cesti.
Le Janas
Sugli scaffali di Aurora non mancano le Janas, figure della tradizione sarda, proposte nelle interpretazioni di due diverse botteghe artigiane.
Le Janas di Roberta Casu
La ceramista Roberta Casu, di Sanluri (La Bottega dell’Arte), le modella in terracotta come piccole figure chiare, con grandi copricapi decorati. Il suo lavoro si ispira alle Janas, le creature che la tradizione popolare ha legato alle domus de janas. Fate secondo alcuni racconti, streghe secondo altri, abitavano nelle rocce e potevano aiutare gli uomini, ma punivano chi si dimostrava avido.
La Bottega dell’Arte – Roberta Casu, Sanluri
Sito ufficiale
Is Femmineddas
La bottega Is Femmineddas le rappresenta invece come piccole figure stilizzate, avvolte in una sorta di mantello con cappuccio, nero, rosso, turchese o di altri colori.
Pietra, ferro e terra
Ati Artisticu
Accanto alle Janas, una piccola casetta decorata con un tralcio di vite e grappoli d’uva è la creazione di Ati Artisticu. Il laboratorio artigiano realizza facciate ispirate alle case dei paesi utilizzando la trachite e inserti d’argento: dei minuscoli frammenti di architettura e vita quotidiana.
Ati Artisticu – sito ufficiale
Francesca Frau
Aurora mi mostra poi i manufatti di Francesca Frau, artigiana di Serrenti, che lavora il ferro battuto portando avanti la tradizione di famiglia. Francesca utilizza tecniche antiche come la forgiatura, la fiammatura e la cesellatura, reinterpretandole anche in forme contemporanee.
Francesca Frau – sito ufficiale
Andrea Farci
Prima di uscire dalla Bottega Sarda, mi fermo a guardare la vetrina. Su un tessuto finemente ricamato, un piatto raffigura la gallinella sarda. È opera di Andrea Farci, artigiano che lavora l’argilla rossa secondo la tecnica del “bianco e cotto”: alcune parti dello smalto bianco vengono eliminate per far riaffiorare il colore naturale della terracotta. Un altro oggetto che porta con sé una storia, scelto con cura da Aurora.
Ceramiche Artistiche Farci – sito ufficiale
Bottega Sarda – Artigianato sardo
📍 Via Cavour 50, Sassari
☎️ 079 235268
🌐 artigianatobottegasardasassari.it
A tavola
I culurgiones
I culurgiones sono una delle preparazioni più rappresentative della gastronomia sarda. Originari dell’Ogliastra, nella parte centro-orientale dell’isola, sono una pasta fresca ripiena riconoscibile a prima vista per la caratteristica chiusura “a spiga”, realizzata interamente a mano. Questa particolare cucitura, oltre ad avere una funzione pratica, è diventata nel tempo il simbolo stesso dei culurgiones e della straordinaria manualità tramandata di generazione in generazione.
Il ripieno tradizionale racconta le origini contadine di questo piatto: patate, formaggi, menta e olio extravergine d’oliva. Ogni paese dell’Ogliastra custodisce una propria variante e molte famiglie conservano ancora oggi una ricetta tramandata nel tempo.
La pasta fresca simbolo della Sardegna
L’importanza culturale dei culurgiones è stata riconosciuta anche dall’Unione Europea con il marchio IGP (Indicazione Geografica Protetta), che tutela i Culurgionis d’Ogliastra e il loro tradizionale metodo di preparazione.
Per lungo tempo venivano preparati soprattutto durante le ricorrenze religiose e le feste di famiglia. Ancora oggi rappresentano uno dei piatti più identitari della cucina sarda.
La versione più conosciuta viene servita con salsa di pomodoro fresco, basilico e una spolverata di pecorino. Nella tradizione più antica erano frequenti anche i condimenti con il sugo di pecora, mentre in alcune zone della Sardegna vengono ancora preparati fritti.
La preparazione del laboratorio Margot – L’Arte della Pasta Fresca
Durante il mio soggiorno a Sassari ho visitato Margot – L’Arte della Pasta Fresca, un laboratorio artigianale dove i culurgiones vengono preparati a mano secondo la tradizione.
Gli ingredienti del ripieno
Il ripieno preparato nel laboratorio Margot è composto da:
- patate lesse;
- provola;
- Pecorino Romano;
- Casu Ammurgiau;
- menta;
- olio extravergine d’oliva.
L’equilibrio tra le patate e i tre formaggi dona al ripieno una consistenza morbida e un sapore intenso, mentre la menta aggiunge quella nota aromatica che rende i culurgiones immediatamente riconoscibili.
Cottura e condimento
Una volta preparati e chiusi con la tradizionale cucitura a spiga, i culurgiones vengono lessati per circa un minuto da quando salgono a galla.
Nel laboratorio vengono consigliati con un semplice sugo di pomodoro fresco e basilico, capace di valorizzare il ripieno senza coprirne il sapore. Secondo la tradizione più antica potevano essere serviti anche con sugo di pecora, mentre in alcune zone della Sardegna vengono ancora preparati fritti.
Dove acquistarli
📍 Margot – L’Arte della Pasta Fresca
📍 Via Domenico Millelire 7
Li Punti – 07100 Sassari
📞 347 040 5480
✉️ andreamellino@libero.it
La fregula ai frutti di mare
La fregula è una delle paste tradizionali della Sardegna. Si ottiene lavorando semola di grano duro e poca acqua con un movimento circolare delle mani, fino a formare piccole sfere irregolari. Dopo l’essiccazione viene leggermente tostata in forno: è questo passaggio a conferirle il caratteristico colore dorato e il profumo intenso che la distingue da tutte le altre paste.
Le sue origini risalgono almeno al Medioevo e ancora oggi la preparazione artigianale viene tramandata in molte famiglie sarde. Lungo le coste dell’isola, soprattutto nel nord e nell’ovest della Sardegna, la fregula incontra il pescato del giorno dando vita a uno dei piatti simbolo della cucina marinara.
La pasta viene fatta tostare e cotta lentamente con brodo di pesce, proprio come un risotto. Cozze, vongole, calamari e gamberi rilasciano i loro profumi durante la cottura, mentre un bicchiere di Vermentino di Gallura arricchisce il fondo con le sue note aromatiche.
La ricetta dello chef Giovanni Monte
Durante il mio soggiorno a Sassari ho avuto il piacere di assaggiare la fregula ai frutti di mare preparata dallo chef Giovanni Monte, che mi ha raccontato la sua interpretazione di questo grande classico della cucina sarda e ha condiviso con me la ricetta proposta nel suo ristorante.
Ingredienti (2 persone)
- 200 g di fregula
- 15 cozze
- 15 vongole
- 2 gamberi
- 2 calamari
- 1 spicchio d’aglio
- ½ cipolla
- 1 cucchiaio di salsa di pomodoro
- ½ bicchiere di Vermentino di Gallura
- Brodo di pesce q.b.
- Prezzemolo fresco tritato
- Olio extravergine di oliva
Preparazione
In una padella ampia fate tostare la fregula con un filo di olio extravergine di oliva, l’aglio e la cipolla tritati. Aggiungete le cozze e le vongole crude: aprendosi durante la cottura rilasceranno naturalmente tutto il loro sapore.
Sfumate con mezzo bicchiere di Vermentino di Gallura, quindi iniziate ad aggiungere il brodo di pesce poco alla volta, proprio come si farebbe per un risotto.
Dopo circa cinque minuti unite i calamari tagliati ad anelli, i gamberi e un cucchiaio di salsa di pomodoro. Continuate la cottura aggiungendo altro brodo quando necessario, fino a quando la fregula risulterà morbida ma ancora piacevolmente consistente.
Completate con una spolverata di prezzemolo fresco tritato e servite ben calda.
Il ristorante
🍽 Il Cenacolo
👨🍳 Chef: Giovanni Monte
📍 Indirizzo: Via Ozieri 2, 07100 Sassari
📞 Telefono: 079 413 3785
🌐 Sito web: https://ilcenacolo.eatbu.com
B&B HOTEL Sassari
Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocità, aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilità) e camere pet friendly.
📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS)
📞 +39 079 700 0664
Testo e foto © Scilla Nascimbene
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