Due passi a Sassari

Sassari ha origini medievali. Nella prima metà del Duecento la città, nel nord-ovest della Sardegna, venne circondata da una cinta muraria, scandita da trentasei torri e quattro porte. Di quelle mura oggi rimane ben poco, così come del castello aragonese che sorgeva nell’attuale Piazza Castello. Alla fine dell’Ottocento Sassari cominciò a espandersi oltre l’antica cinta muraria. Gran parte delle fortificazioni venne abbattuta e fuori dal perimetro medievale prese forma la nuova città ottocentesca. Cosa vedere a Sassari Piazza d’Italia, il Salotto di Sassari Piazza d’Italia nacque al di fuori dell’antico circuito murario. Da sempre luogo frequentato dai sassaresi e ancora oggi uno dei principali punti di ritrovo della città, è conosciuta come “il Salotto di Sassari”. Sulla piazza si affacciano alcuni dei più importanti palazzi di rappresentanza della città ottocentesca. Al centro, Vittorio Emanuele II guarda Sassari dall’alto del monumento realizzato dallo scultore Giuseppe Sartorio. Quando la statua venne inaugurata, nel 1899, ad assistere alla cerimonia c’erano Umberto I e la regina Margherita. Per accogliere i sovrani, Sassari organizzò una grande sfilata di costumi e cavalieri provenienti da tutta l’isola: quella sfilata è considerata la prima edizione moderna della Cavalcata Sarda, una delle feste popolari più importanti della Sardegna. Tra gli edifici che delimitano la piazza, il Palazzo della Provincia ospita alcune sale di pregio, come la Sala Sciuti, decorata con affreschi che raccontano episodi della storia di Sassari e della Sardegna, e gli appartamenti destinati ad accogliere i sovrani durante le visite ufficiali. Nella stanza della regina si conservano ancora arredi dell’epoca, tra cui un letto in stile neorinascimentale realizzato dai Fratelli Clemente. Di fronte, l’elegante Palazzo Giordano Apostoli, costruito nel 1878 in stile neogotico, presenta interni decorati con affreschi, fregi e stucchi ed è oggi sede di Intesa Sanpaolo. Il castello che non c’è più L’attuale Piazza Castello occupa il luogo dove passava l’antica cinta muraria e dove sorgeva il castello aragonese. La fortezza, edificata nel Trecento per controllare militarmente la città, ribellatasi alla Corona d’Aragona, dal 1564 divenne sede del Tribunale della Santa Inquisizione e, con il passaggio della Sardegna ai Savoia nel 1720, tornò ad avere funzione militare. Il castello venne demolito tra il 1877 e il 1880 e Piazza Castello divenne un luogo di passeggio e di incontro per i sassaresi: le famiglie più agiate vi si ritrovavano e nei giorni di festa suonava la banda. Gli scavi hanno riportato alla luce parte del fossato e il barbacane, una struttura difensiva realizzata tra Quattrocento e Cinquecento con l’introduzione delle armi da fuoco. Lungo questo tratto delle mura si apriva Porta Castello, una delle quattro porte della città medievale. Dalla porta partiva l’asse principale che attraversava Sassari fino a Porta Sant’Antonio, sul lato opposto della cinta muraria: l’attuale Corso Vittorio Emanuele II. Corso Vittorio Emanuele II, l’antica strada delle botteghe Un tempo conosciuto come Platha de Cothinas o Ruga de Cothinas, la “strada di pietra”, il Corso era la principale arteria commerciale di Sassari: sotto i portici delle case si aprivano le botteghe di mercanti e artigiani. Ancora oggi, percorrendo il Corso, tra le facciate e le insegne dei negozi, affiorano le tracce della città antica. Teste leonine e capitelli scolpiti decorano i palazzi signorili, come Casa Farris, al civico 23, un edificio quattrocentocentesco con un portico ad archi ribassati e finestre di gusto gotico-catalano. A raccontare la Sassari di un tempo fu Enrico Costa (1841 – 1909), scrittore sassarese che nei suoi libri descrisse palazzi, strade, mura e torri della città. Le sue pagine conservano così l’immagine di una Sassari che oggi, lungo il Corso, si riconosce ancora nei particolari sopravvissuti tra gli edifici più recenti. Tra questi si incontra il Palazzo di Città, realizzato tra il 1826 e il 1829 su progetto dell’architetto piemontese Giuseppe Cominotti. Per decenni sede delle istituzioni comunali, conserva alcune sale di rappresentanza, tra cui la Sala dei Sindaci e la Sala dell’Intregu, legata a uno dei rituali della Discesa dei Candelieri. Il 14 agosto, nella Sala dell’Intregu, si svolge la cerimonia tra il sindaco e il Gremio dei Massai; dal balcone del Palazzo il sindaco si affaccia insieme all’obriere per il tradizionale brindisi augurale “a zent’anni”, prima di unirsi alla festa. Il Palazzo ospita il Teatro Civico, progettato dallo stesso Cominotti sul modello del Teatro Carignano di Torino e inaugurato nel 1829. Verso il Duomo Lasciato Corso Vittorio Emanuele II, il percorso prosegue verso Piazza Santa Caterina, tra portoni, finestre e facciate del centro storico. Sulla piazza si affaccia la chiesa di Santa Caterina, accanto alla Pinacoteca Nazionale di Sassari. La chiesa di Santa Caterina Costruita dai Gesuiti tra il 1579 e il 1609, Santa Caterina è uno dei principali esempi di architettura tardo-rinascimentale di Sassari. La facciata in pietra calcarea, articolata in due ordini, unisce elementi rinascimentali e richiami alla tradizione tardogotica locale. Palazzo Ducale Poco oltre si incontra Palazzo Ducale, fatto costruire tra il 1775 e il 1804 da don Antonio Manca, marchese di Mores e duca dell’Asinara. Considerato la più importante residenza civile di Sassari, dal 1878 ospita il Municipio. Da qui le strade tornano a stringersi tra le case del centro storico. Attraverso Vicolo del Campanile si arriva in Piazza Duomo. Il Duomo di San Nicola Tre grandi arcate scandiscono la facciata barocca del Duomo di San Nicola. Al di sopra, colonne, fregi e una ricca decorazione scolpita nella pietra incorniciano le statue di San Gavino, San Proto e San Gianuario, i martiri turritani. Più in alto, San Nicola, patrono di Sassari, veglia sulla città. Le fasi costruttive La facciata, conclusa entro il primo quarto del Settecento, è una delle più ricche espressioni del barocco in Sardegna. La cattedrale è però il risultato di diverse fasi costruttive. Una chiesa dedicata a San Nicola è documentata già nel 1135. Nel Duecento venne costruito un nuovo edificio in forme romanico-pisane, del quale rimane il campanile quadrato, scandito da archetti pensili e bifore. Tra Quattrocento e Cinquecento la chiesa fu ricostruita in forme gotico-catalane, mentre nel 1756 il campanile venne sopraelevato con il corpo ottagonale concluso dalla
L’anfiteatro di El Djem

TUNISIA «Un formidabile gioiello di pietra cesellata». Lo storico e archeologo francese Charles Saumagne descriveva così l’anfiteatro di El Djem osservando i suoi tre ordini di arcate e le proporzioni armoniose della facciata. Ancora oggi la forza della struttura convive con una sorprendente leggerezza fatta di ritmo geometrico e vuoti monumentali. La patina dorata delle pietre cambia sotto il sole tunisino, trasformando l’anfiteatro in una straordinaria architettura capace di unire potenza ed eleganza. Per capire perché un edificio di questa scala sorga nell’interno della Tunisia bisogna tornare all’antica Thysdrus, il nome romano di El Djem. Tra il II e il III secolo d.C. la città divenne uno dei centri più ricchi dell’Africa romana grazie soprattutto al commercio dell’olio, nonostante i limiti imposti dal paesaggio. Il territorio era povero d’acqua, esposto a lunghi periodi di siccità e apparentemente poco adatto alla nascita di una grande città monumentale. Gli archeologi parlano infatti di una vera “sfida al determinismo geografico”.L’anfiteatro nasce dentro questa volontà di affermazione. Prima della struttura attuale ne esistevano altre due, più piccole e più semplici. Poi l’élite di Thysdrus volle dotare la città di un edificio capace di rivaleggiare con quelli delle grandi capitali imperiali. Per dimensioni, concezione architettonica e capacità, El Djem entrò infatti tra i più grandi anfiteatri del mondo romano, collocandosi dopo Roma e Capua e davanti ad Arles e Nîmes. La costruzione africana venne realizzata più tardi rispetto a quella di Roma. Gli architetti poterono così perfezionare percorsi interni, distribuzione del pubblico e organizzazione degli spazi, trasformando El Djem in una macchina teatrale sofisticata e perfettamente organizzata. Corridoi concentrici, ingressi assiali, scale di collegamento, gallerie e accessi separati permettevano di governare il movimento di decine di migliaia di persone. La distribuzione del pubblico seguiva una gerarchia rigidissima: vicino al podio prendevano posto i personaggi più importanti della città, mentre il resto della popolazione occupava progressivamente le zone superiori. Il velarium, il grande tendaggio che proteggeva gli spettatori dal sole tunisino, era sostenuto da una complessa rete di pali, corde e ancoraggi fissati sulla sommità. Sotto l’arena si sviluppava invece un mondo invisibile fatto di celle, passaggi tecnici e ambienti destinati agli animali e agli spettacoli. Il podio, alto oltre tre metri, era rivestito di marmo e decorato con intonaci dipinti. Accanto ai percorsi principali si aprivano piccole stanze ornate di mosaici e nicchie decorative, mentre persino alcuni ambienti di servizio conservavano pavimentazioni musive, dettaglio rarissimo in edifici destinati ai giochi gladiatori. Anche la scelta dei materiali racconta il prestigio della città. Interamente costruito in pietra da taglio, senza il largo uso del mattone tipico degli anfiteatri italiani, El Djem sviluppò un carattere architettonico profondamente africano. Gli architetti utilizzarono persino un modulo punico invece dell’unità di misura romana tradizionale, reinterpretando il modello imperiale secondo materiali, tecniche e sensibilità locali. Gli spettacoli occupavano un ruolo centrale nella vita della città, e proprio qui emerge una delle differenze più interessanti rispetto al mondo romano italico. A Thysdrus le venationes, le celebri cacce con animali feroci, sembrano aver avuto un successo persino superiore ai combattimenti gladiatori tradizionali. La popolazione africana nutriva una fascinazione particolare per gli animali selvaggi e per la caccia. Alcuni studiosi collegano questa fascinazione anche alla diffusione del culto di Dioniso nell’Africa romana, divinità associata non solo al vino ma anche al dominio simbolico sulle belve feroci. I mosaici rinvenuti nelle ville della città restituiscono ancora oggi tutta la forza di questo immaginario. Tigri, leoni, pantere, cinghiali e zebù compaiono in scene di caccia e combattimento costruite con una violenza narrativa sorprendente. Canalizzazioni e cisterne raccoglievano l’acqua piovana attraverso un sofisticato sistema di recupero idrico. Il monumento, alto circa 36 metri, appartiene inoltre ai pochissimi anfiteatri del mondo romano ad aver conservato quasi integralmente i suoi tre livelli di gallerie e arcate. Con il passare dei secoli cambiò funzione: divenne fortezza, rifugio e luogo di resistenza. Arabi, Bizantini, bey tunisini e Francesi attraversarono queste mura lasciando ferite ancora visibili sulle facciate. L’anfiteatro di El Djem restituisce il momento in cui il mondo romano incontrò l’Africa e da quell’incontro nacque una città capace di trasformare i modelli imperiali in qualcosa di completamente proprio: una monumentalità africana costruita con la ricchezza dell’olio, la pietra del territorio e l’ambizione di una delle città più potenti dell’Africa romana. Nell’ombra dell’anfiteatro, tra il beige polveroso della luce e della pietra, una donna cammina curva nel silenzio, quasi assorbita dai blocchi antichi, mentre la trama del suo mantello sembra confodersi con la loro geometria. Testo e foto © Scilla Nascimbene Tratto dal reportage sul viaggio in Tunisia: LINEE DI SABBIA. Per leggere l’intero reportage, clicca qui. Potrebbero interessarti anche Il reportage sulla Triade Capitolina e sui culti domestici rinvenuti negli scavi dell’antico Lazio: LA TERRA DEGLI DEI (per leggere il reportage clicca qui) Il reportage sull’antica città di Praeneste, capitale di eleganza e spiritualità, con il santuario della Fortuna Primigenia (per vedere il reportage clicca qui) Il reportage sull’imperatore Adriano, su Tivoli e la Valle dell’Aniene: L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE (per vedere il reportage clicca qui) LE CASE TROGLODITE DI MATMATA, TUNISIA IL FORTINO DI TISAVAR
Il fortino di Tisavar

TUNISIA Tra il vento e le dune del Sahara, il fortino di Tisavar è uno dei pochi esempi di architettura romana nel deserto tunisino. Costruito tra il II e il III secolo d.C., probabilmente sotto l’imperatore Commodo, nei pressi dell’oasi di Ksar Ghilane, faceva parte del Limes Tripolitanus, il sistema difensivo creato da Roma per controllare le rotte carovaniere, sorvegliare il territorio e presidiare i punti d’acqua lungo le vie del deserto. Oggi restano rovine basse e compatte, ma è ancora leggibile la struttura originaria: una pianta rettangolare, mura in pietra adattate all’ambiente desertico e una posizione strategica su un leggero rilievo. Probabilmente il fortino ospitava piccoli contingenti militari incaricati di sorvegliare le piste dirette verso il sud della Tunisia. Per vedere il reel del Fortino di Tisavar suFacebook — clicca quiInstagram — clicca qui Testo e foto © Scilla Nascimbene Tratto dal reportage sul viaggio in Tunisia: LINEE DI SABBIA. Per leggere l’intero reportage, clicca qui. Potrebbero interessarti anche L’ANFITEATRO ROMANO DI EL DJEM, TUNISIA Il reportage sulla Triade Capitolina e sui culti domestici rinvenuti negli scavi dell’antico Lazio: LA TERRA DEGLI DEI (per leggere il reportage clicca qui) Il reportage sull’antica città di Praeneste, capitale di eleganza e spiritualità, con il santuario della Fortuna Primigenia (per vedere il reportage clicca qui) Il reportage sull’imperatore Adriano, su Tivoli e la Valle dell’Aniene: L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE (per vedere il reportage clicca qui) LE CASE TROGLODITE DI MATMATA, TUNISIA (clicca qui)
Le case troglodite di Matmata

Le case troglodite raccontano una storia che attraversa i secoli. La nostra guida Mustafa ci spiega che molte di queste abitazioni vennero scavate tra i 700 e i 900 anni fa dalle comunità berbere della regione. Tutto veniva realizzato a mano. Prima si scavava il grande cortile centrale, poi l’ingresso e le stanze, ricavate direttamente nella roccia e nell’argilla, e infine la grande cisterne sotterranee per raccogliere l’acqua piovana. «Le popolazioni berbere scesero dalle zone montuose anche per una ragione pratica: lavorare la terra risultava meno faticoso che continuare a spaccare la roccia della montagna», aggiunge Mustafa. Queste abitazioni nascono come risposta al clima estremo del sud tunisino. Durante l’estate le temperature esterne raggiungono i 45 – 50 gradi, mentre all’interno delle stanze la temperatura resta intorno ai 25 gradi grazie all’isolamento naturale della terra. Fino al 1968-1969 molte famiglie vivevano ancora stabilmente nelle case troglodite. Le forti piogge e le alluvioni di quegli anni provocarono però danni e crolli, spingendo parte della popolazione a trasferirsi verso la nuova Matmata, costruita a circa dieci chilometri dal villaggio originario. Oggi gli abitanti di Matmata vivono queste case durante i periodi più caldi. Quando il sole rende difficile restare all’aperto, le antiche case sotterranee tornano a riempirsi di vita, grazie alla loro temperatura fresca e costante. Una di queste abitazioni, oggi trasformata in museo e aperta ai visitatori, è stata utilizzata come set cinematografico per alcune scene di Star Wars Episode IV: A New Hope, contribuendo a rendere Matmata conosciuta anche nel mondo del cinema. Per vedere il reel delle case troglodite di Matmata suFacebook — clicca quiInstagram — clicca qui Testo e foto ©Scilla Nascimbene Tratto dal reportage sul viaggio in Tunisia: LINEE DI SABBIA. Per leggere l’intero reportage, clicca qui. Potrebbero interessarti anche: L’OASI DI KSAR GHILANE IL FORTINO DI TISAVAR L’ANFITEATRO ROMANO DI EL DJEM LA CHECHIA: IL CAPPELLO TUNISINO
Poli, i Conti e Innocenzo XIII: storia di un feudo e di un papa

MONTI PRENESTINI, LAZIO Un esercito avanza compatto tra le colline.I cavalieri, chiusi nelle armature, montano cavalli fieri e robusti.Le lance si incrociano, ma le bandiere restano alte, ben visibili. È la battaglia del Metauro, in cui muore Asdrubale.Un evento che segna la fine di un progetto di potere. La scena è affrescata su una parete del Salone dei Ricevimenti di Palazzo Conti. Siamo sui Monti Prenestini, a Poli, antico castrum arroccato su una massa tufacea, «al cui centro svetta un alto campanile, come un albero maestro di una nave in rotta verso ovest». Il Salone dei Ricevimenti e il linguaggio del potere Oriente e Occidente negli affreschi Nel Salone dei Ricevimenti, tutte le scene d’armi raccontano lo stesso tema: lo scontro tra Oriente e Occidente.Non come memoria del passato, ma come dichiarazione simbolica di potere. La famiglia Conti e la Chiesa di Roma Attraverso queste immagini, la famiglia Conti — grande casata feudale legata da secoli ai vertici dell’esercito pontificio e alla difesa della Chiesa di Roma — afferma la propria appartenenza a un ordine che guarda oltre i confini del feudo, verso una dimensione universale. I Conti di Segni e il destino di Poli A rendere Poli un luogo centrale non è la sua dimensione, ma la storia della famiglia che lo governò. Da qui passarono idee, uomini e decisioni che cambiarono Roma e la Chiesa. I Conti di Segni furono signori del feudo di Poli, Guadagnolo e delle loro pertinenze dal 1208 al 1808, per sei secoli consecutivi. Due papi, una stessa visione Innocenzo III Da questa famiglia uscirono due papi, appartenenti a epoche diverse ma uniti da una stessa visione del potere della Chiesa. Il primo fu Innocenzo III, eletto nel 1198, uno dei pontificati più forti del Medioevo. Con lui la Chiesa di Roma affermò il proprio ruolo universale, ponendosi come autorità politica oltre che spirituale e favorendo nuovi movimenti religiosi, come quello francescano. Innocenzo XIII Il secondo fu Innocenzo XIII, eletto nel 1721. In lui quella visione si tradusse in diplomazia, opere e trasformazioni urbane, lasciando un segno concreto nella Roma moderna. La cappella privata e il sogno di Innocenzo III Quella visione di Chiesa universale, a Palazzo Conti, prende forma nelle immagini. Nella cappella privata, adiacente al Salone dei Ricevimenti, gli affreschi raffigurano il celebre sogno di Innocenzo III: San Francesco sostiene la Chiesa sul punto di crollare. L’iscrizione latina Sopra l’ingresso della cappella compare una scritta in latino:«LOTHARIUS COMES HAEC MAIORUM EXEMPLA SECUTUSUT SUA PONTIFICES GENS IMITETUR AVOS». Tradotta: «Il conte Lotario, seguendo gli esempi degli antenati, affinché la sua stirpe imiti gli avi pontefici». La profezia di Lotario Un papa nascerà in quelle stanze Il riferimento è a Lotario II Conti, vissuto nella seconda metà del Cinquecento. Quelle parole sono un auspicio dinastico: l’invito a guardare agli antenati pontifici come modello e orizzonte per la famiglia. È in questo senso che Sergio Giubilei parla di profezia nel volume Innocenzo XIII, papa di Poli. La profezia di Lotario (Susil Edizioni, 2022): non una previsione consapevole, ma una frase che acquista significato solo col tempo, quando la storia sembra rispondere a quell’auspicio. In queste stanze nascerà davvero un papa. Innocenzo XIII e il governo della città Il pontefice delle pagnotte Quando Michelangelo Conti diventa papa con il nome di Innocenzo XIII (1721), il suo pontificato rivela subito un tratto umano e concreto. All’indomani dell’elezione si fece portare una pagnotta da ogni fornaio di Roma per verificarne peso, qualità e prezzo, con l’obiettivo di impedire speculazioni a danno dei più poveri. Da qui l’appellativo con cui passò alla storia: il Pontefice delle Pagnotte. Riforme e opere A quell’attenzione per la vita quotidiana si affianca uno sguardo altrettanto saldo sull’istituzione. Innocenzo XIII introduce il gioco del lotto per rimpinguare le casse statali allora in difficoltà e interviene sul tema degli affitti, decretando una forma di equo canone per contenerne gli squilibri. Sul piano internazionale rafforza i rapporti con le grandi potenze cristiane e fonda le Università di Caracas e dell’Avana. Roma, il paesaggio e i Conti Sotto il suo pontificato prende avvio il progetto della scalinata di Trinità dei Monti, pensata per collegare il colle all’asse di via Condotti e rendere leggibile uno snodo centrale della città. Sarà il suo successore a portare a termine l’intervento, destinato a diventare uno dei luoghi di aggregazione più riconoscibili di Roma. Poco distante, un altro palazzo della famiglia Conti entra nel paesaggio simbolico della città.Il Palazzo Conti, oggi noto come Palazzo Poli, apparteneva alla casata. Quando nel Settecento prese forma la Fontana di Trevi, parte della dimora venne inglobata nella nuova scenografia: i Conti persero alcune finestre, ma il palazzo divenne lo sfondo di uno dei luoghi più celebri al mondo. Non meno nota è la Torre dei Conti, prima abitazione romana della famiglia Conti, posta accanto ai Mercati Traianei e commissionata da papa Innocenzo III. Il cuore accanto alla Madonna della Mentorella I papi della famiglia Conti contribuirono a rendere grande la Chiesa di Roma nel mondo. Molte di quelle visioni, di quelle decisioni e di quelle scelte presero forma a Poli, piccolo feudo dei Monti Prenestini, divenuto nel tempo uno snodo silenzioso di potere politico e religioso. Nonostante la visione cosmopolita dei membri della casata, il legame con le proprie radici rimase indissolubile, come testimonia la vicenda di Innocenzo XIII. Nelle sue ultime volontà dispose che il suo cuore fosse deposto nel santuario della Madonna della Mentorella, a Guadagnolo, allora parte del feudo dei Conti, accanto al simulacro della Vergine davanti al quale, da bambino, andava a pregare. Il suo potere aveva attraversato continenti e oceani. Il suo cuore riposa lì. Lettura consigliata Sergio Giubilei e Beatrice Giubilei, Innocenzo XIII Papa di Poli. La profezia di Lotario. Susil Edizioni. Testo e foto © Scilla Nascimbene in collaborazione con Terre di Otium Ringrazio il sociologo Sergio Giubilei Renato Chioccia, Barbara Putzolu, Chiara Perini e Fabio Petrucci di Terre di Otium Per approfondire il territorio Per scoprire itinerari, eventi culturali ed esperienze nei borghi dell’area tiburtina, della Valle dell’Aniene,
L’anello di Carvilio. Il volto nel cristallo di rocca

Un cristallo dal colore dell’acqua limpida Aceneta, dal colore dell’acqua limpida. Così gli antichi chiamavano il cristallo di rocca che sormonta l’anello di Carvilio, un gioiello datato al I secolo d.C. e ritrovato all’interno di una sepoltura scoperta nella zona dei Castelli Romani. L’anello, oggi, è custodito nel Museo Archeologico di Palestrina, dove rappresenta uno dei manufatti più toccanti e significativi dell’intera collezione. Il ritrovamento avvenne in una tomba fuori dall’ordinario, in cui gli archeologi scoprirono due corpi mummificati: Aebutia e Carvilio, madre e figlio. Le analisi hanno confermato che Carvilio morì prima della madre, e che Aebutia, al momento della sepoltura, fu adornata proprio con quel gioiello straordinario. Il volto del figlio, sospeso nel cristallo All’interno del cristallo di rocca lavorato a cabochon — una lavorazione liscia, convessa e priva di sfaccettature, pensata per esaltare trasparenza e profondità — è visibile una miniatura tridimensionale del volto di Carvilio.Un ritratto minuscolo, realizzato con una precisione sorprendente. Non si tratta di un ornamento portato in vita:Aebutia fu deposta nella tomba indossando l’anello solo in quel momento, come un ultimo gesto di vicinanza, un modo per trattenere accanto a sé l’immagine del figlio perduto. La resa tecnica della miniatura lascia intuire l’opera di un artigiano altamente specializzato. La trasparenza dell’aceneta amplifica la delicatezza del volto inciso, trasformando il cristallo in un piccolo reliquiario privato. Una sepoltura che parla del culto di Iside La sepoltura di Aebutia e Carvilio presenta caratteristiche che si discostano dalle consuetudini funerarie romane.I corpi, deposti tra ghirlande di fiori, non furono cremati — come prevedeva l’uso — ma parzialmente imbalsamati con resine, unguenti ed essenze profumate. Questa conservazione, rara nel contesto romano, rimanda direttamente alle pratiche egizie, indicando che madre e figlio appartenessero a una comunità legata al culto di Iside, molto diffuso a Roma e nelle regioni vicine in età tardo-repubblicana e imperiale. Il significato rituale del gioiello Nel contesto isiaco, la protezione nell’aldilà e il valore simbolico degli oggetti funerari sono centrali.Iside è una dea madre, protettrice della vita, della morte e della rinascita. Deporre Aebutia con un anello contenente il volto del figlio significa inscrivere il loro legame dentro un orizzonte religioso che parlava di continuità, protezione e possibilità di rinascita. L’anello di Carvilio diventa così più di un gioiello:è un segno di fede, di affetto e di memoria, affidato alla limpidezza del cristallo di rocca e alla capacità del reperto di attraversare i secoli. Testo e foto © Scilla Nascimbene in collaborazione con Terre di Otium Leggi il reportage completo sul Museo Archeologico di Palestrina e sul Tempio della Fortuna Primigenia: PRAENESTE. LA CITTÀ DI FORTUNA Potrebbero interessarti anche: Il reportage sulla Triade Capitolina e sui ritrovamenti di Montecelio: LA TERRA DEGLI DÈI Il reportage sui borghi dei Monti Prenestini, Tiburtini, e della Valle del Giovenzano: DESIDERI NELLE SCATOLE DI LATTA Il reportage su Tivoli e la Valle dell’Aniene: L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE
Praeneste. La città di Fortuna

PALESTRINA, LAZIO Un bambino bendato viene calato nel pozzo.Con le mani cerca una tavoletta di legno.Fuori, qualcuno attende in silenzio. Così, a Praeneste, nell’antico Lazio, si interrogava la Fortuna Primigenia.La risposta era affidata alle Sortes, due tavolette di legno con un messaggio inciso: il verdetto della dea. Ce lo racconta Cicerone (De Divinatione, 44 a.C.), con ironia e distacco:«Chi di noi uomini eruditi ricorrerebbe alle Sortes?È pressappoco lo stesso che giocare ai dadi:cose nelle quali vale l’azzardo e il caso». Eppure, per molti resta la convinzione che il futuro dipenda da un destino guidato dal caso.Come scriverà secoli dopo Federico II di Prussia, nell’Anti-Machiavel (1734),«tra tutti gli dèi pagani, Fortuna e Azzardo sono gli unici a essere sopravvissuti». Oggi Praeneste è Palestrina, arroccata sui Monti Prenestini.Conserva il suo santuario colossale:un teatro del sacro con una storia millenaria.Memoria non solo di un culto, ma di una città ricchissima e cosmopolita,una piccola capitale di eleganza e spiritualità. La città di Fortuna. Chi era Fortuna? Fortuna era presente nella vita dei Romani, nei proverbi e negli autori latini: Tra le divinità italiche era una delle più diffuse e popolari. Lo storico Daniele Miano, nel libro La dea Fortuna (Carocci, 2018), spiega che il suo culto era complesso: a lei venivano attribuiti poteri e significati diversi, dal caso alla fecondità, dalla protezione politica alla sorte individuale. Per questo si rivolgevano a lei persone di ogni rango: re, aristocratici, filosofi, commercianti, madri, liberti e schiavi.Tutti uguali al cospetto della sorte. A distinguersi era il luogo del culto. Uno su tutti. «Non ho mai visto una Fortuna più fortunata di quella di Praeneste» Scriveva il filosofo Carneade di Cirene, dopo la visita del 155 a.C. (Cicerone, De divinatione). Origini di Praeneste: una città tra Oriente e Occidente Praeneste ha origini nel Neolitico. La sua posizione, sulle alture che dominano la Valle del Sacco, tra il mare e l’interno del Lazio, si trovava sulle rotte che collegavano l’Etruria, Roma e il Mediterraneo orientale. Già tra il VII e il VI secolo a.C., in città arrivavano avori, oggetti egizi, ceramiche pregiate, gioielli provenienti da terre lontane. A parlarne sono le necropoli: tombe ricche di manufatti esotici, testimonianza di una comunità cosmopolita e aperta agli scambi. Praeneste era un ponte tra Oriente e Occidente, molto prima di diventare celebre per il suo santuario. Il Santuario della Fortuna Primigenia La grande ricchezza arrivò nel II secolo a.C, quando Praeneste, entrata nell’orbita di Roma assieme a Tibur (l’odierna Tivoli), conobbe un periodo di grande splendore legato soprattutto al commercio degli schiavi. Nelle agorà degli Italici a Delo, in Grecia, i prenestini e i tiburtini facevano affari d’oro. Questo alimentò una competizione fra le due città, che cercarono di superarsi monumentalizzando il culto delle rispettive divinità tutelari: Furono costruiti i due grandi santuari, esempi di architettura ellenistica, ispirati ai grandi complessi sacri greci, costruiti su terrazzamenti artificiali che si sviluppano in altezza. Il percorso ascensionale, dal basso verso l’alto, era parte integrante dell’esperienza sacra: salire equivaleva ad avvicinarsi alla divinità. Il santuario di Fortuna a Praeneste è considerato uno dei complessi sacri più imponenti dell’Italia antica. L’origine del culto Il culto della Fortuna Primigenia ha origini antichissime e precede la costruzione del santuario. Cicerone racconta che nacque da una leggenda. “Devi recarti sul monte e scavare”. Ogni notte le stesse voci lo perseguitavano nel sogno. Era diventata un’ossessione. Numerio stava per impazzire. Finché, un giorno salì su quel monte, il Monte Ginestro, dove un’ulivo aveva trasudato miele. Così gli avevano detto le voci. Numerio iniziò a scavare e trovò due tavolette di quercia incise con parole misteriose. Con il legno dell’ulivo “miracoloso” costruì una cassetta, vi ripose le tavolette e le depose in un pozzo. Secondo la tradizione, il santuario sarebbe sorto attorno a quel pozzo, tuttora visibile. Lui era Numerio Suffustio, nobile prenestino, vissuto molti molti anni fa. Forse solo nelle leggende. Le Sortes: la voce della dea Le tavolette nel pozzo erano le famose Sortes praenestine. Solo un bambino prescelto poteva toccarle. Veniva bendato e calato nel pozzo, mentre le donne aspettavano sedute su una panca, chiedendo protezione per la maternità. Il bambino estraeva una tavoletta: sopra era scritto il responso della dea, interpretato dai sacerdoti. Accanto al pozzo rimane quella panca di pietra. Lì si trovava una statua della Fortuna Primigenia che teneva in braccio Giove, Giunone e i bambini, simbolo della potenza generatrice e del destino che governa la nascita. La testa della statua, rinvenuta nel pozzo durante gli scavi, è conservata nel Museo Archeologico di Palestrina. Un doppio culto A Praeneste, il culto di Fortuna Primigenia aveva un duplice aspetto: – materno, connesso alla nascita e alla fertilità – affidato alle Sortes;– oracolare, legato al destino e alla divinazione – affidato a sacerdoti o patres. Chi si recava al santuario seguiva due diversi percorsi rituali, a seconda del motivo della visita: la ricerca di un responso dell’oracolo o la richiesta di protezione per la maternità. Intorno al complesso sacro esistevano officine e botteghe che producevano ex voto, statuine e immagini sacre: una vera e propria produzione in serie. L’atmosfera doveva ricordare quella dei moderni santuari: un luogo di fede, ma anche di artigianato, scambi e ritualità quotidiana. Gli scavi hanno portato alla luce un lungo tratto della strada romana lastricato in basalto che collegava Praeneste a Roma: lì passavano i mercanti, i viaggiatori e i fedeli diretti al santuario. Un reperto che restituisce la percezione di una città viva. Praeneste romana: tragedia e splendore La guerra civile e la strage di Silla La storia di Praeneste si intreccia drammaticamente con la guerra civile tra Mario e Silla (I secolo a.C.).Praeneste si schierò con Mario, il capo della fazione popolare, che fu sconfitta. La vendetta fu spietata. Silla fece uccidere tutti gli uomini delle famiglie più illustri. La classe dirigente originaria di Praeneste venne così cancellata. Nelle necropoli prenestine, infatti, i nomi delle antiche famiglie scompaiono improvvisamente e vengono sostituiti da nuovi nomi: sono quelli dei veterani di Silla, che ricevettero in premio le terre e le
La terra degli dèi

CAMPAGNA ROMANA E SABINA, LAZIO Nella Campagna Romana, dove Montecelio domina le colline tufacee, il paesaggio conserva la memoria dei culti domestici e rurali dedicati alle divinità che vegliavano sulla casa, sui campi e sulla continuità della vita: tracce di un mondo che negli dèi cercava un rifugio contro l’incertezza del potere terreno e una speranza di rinascita.È una terra da cui la storia continua ad affiorare. La stessa che, nel 1992, riportò alla luce la Triade Capitolina: prova che il sacro, nei borghi del Lazio antico, non è mai del tutto scomparso.Il viaggio prosegue verso la Sabina e tra i suoi “annosi ulivi”, sulle pendici ventilate dei Monti Lucretili, dove la raccolta segue ancora i gesti di un tempo e il paesaggio conserva intatto il suo ritmo lento. Quella notte nella Tenuta dell’Inviolata “Apparve prima una testa, al centro”. Nel silenzio della Tenuta dell’Inviolata, tra i filari di rovi e la polvere di Guidonia Montecelio, un gruppo di tombaroli stava scavando, quando qualcosa resistette ai colpi.Era l’estate del 1992. La terra restituì tre volti. “Una testa virile con una cascata di riccioli fluenti, una barba maestosa che incorniciava un volto severo e imponente, poi un’altra, coperta da un elmo corinzio che sovrastava il volto duro, eppure delicato, di una vergine guerriera. Da ultimo apparvero le fattezze solenni, regali e al tempo stesso soavi, di una sposa divina, assisa a fianco agli altri personaggi.”— Valerio Massimo Manfredi, Gli dèi dell’Impero. Erano Giove, Minerva e Giunone: la Triade Capitolina, simbolo supremo della religione di Stato di Roma. I tombaroli capirono immediatamente il valore della scoperta. Nel giro di poche ore, il gruppo marmoreo lasciò la Tenuta dell’Inviolata, diretta verso la Svizzera, dove un collezionista privato era pronto ad acquistarlo per una somma enorme.Secondo alcune ricostruzioni, oltre cinque miliardi di lire. Ma l’euforia non durò a lungo. Nel marzo del 1993, due membri della banda — convinti di non aver ricevuto la loro parte — minacciarono di rivolgersi ai Carabinieri. Le prime informazioni raggiunsero così il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale. Da quel momento prese avvio un’indagine leggendaria. Intercettazioni, interrogatori, pedinamenti: i sospetti si accumulavano e la pressione diventava insostenibile. Fu allora che un intermediario anonimo contattò gli investigatori annunciando la restituzione della Triade. Nel 1994 il gruppo marmoreo venne recuperato e riportato in Italia. La banda fu condannata. Si era così conclusa l’Operazione Giunone. Dopo il restauro e un’esposizione alle Terme di Diocleziano, la Triade Capitolina trovò dimora definitiva nel Museo Civico Archeologico “Rodolfo Lanciani” di Montecelio. La Triade Capitolina Un unicum dell’arte romana La Triade Capitolina di Montecelio è scolpita in marmo lunense — il pregiato marmo bianco estratto nelle cave di Luni, presso l’attuale Carrara — e misura circa un metro e venti di lunghezza per ottanta centimetri d’altezza. Il gruppo raffigura Giove, Giunone e Minerva, le tre massime divinità dell’Olimpo romano, sedute su un trono cerimoniale e incoronate da piccole Vittorie alate — acefale — poggiate sulla spalliera. Giove, Giunone e Minerva sullo stesso trono, simbolo di unità divina e politica Il modello si ispira al culto della Triade Capitolina del Campidoglio, dove Giove, Giunone e Minerva erano venerati insieme ma in statue distinte. A Montecelio, invece, le tre divinità condividono un unico trono, fuse in una sola composizione: un unicum nella plastica romana, simbolo dell’armonia tra la sfera divina e quella terrena, dell’unità religiosa e politica dell’Impero. Al centro è Giove, a dorso nudo, con il mantello che si ripiega sulla spalla sinistra. La testa, coronata da foglie di quercia, mostra una barba e una capigliatura voluminose, dai lunghi riccioli: espressione del potere divino secondo la classica iconografia greca e romana. Nella mano destra regge il fascio di fulmini, nella sinistra, oggi mancante, doveva impugnare lo scettro. Ai piedi, l’aquila dalle ali spiegate, simbolo sacro della divinità. Alla sua sinistra siede la sposa Giunone, incoronata di petali di rosa e contrassegnata dal pavone nell’atto di fare la ruota — simbolo di regalità e rinascita. Indossa un chitone, la veste lunga e leggera dell’abbigliamento greco-romano, stretta sotto il seno e coperta da un mantello che le scende con pieghe regolari. La statua è priva di entrambe le braccia, ma si ipotizza che, nella mano destra, reggesse una patera, la coppa sacra usata per le offerte rituali di vino o profumo agli dèi, mentre nella sinistra lo scettro. Sull’altro lato si trova Minerva, dea guerriera e della sapienza. Porta un elmo corinzio e un chitone fissato da fibule, che lasciava libere le braccia per il combattimento. Si pensa che, nella mano sinistra – mancante – reggesse la lancia, appoggiandola sulla spalla, e con la destra sollevasse l’elmo sul capo, come veniva raffigurata in segno di pace. Ai suoi piedi, la civetta, è il simbolo notturno della conoscenza. Nonostante la raffinatezza del gruppo, l’opera non fu mai del tutto completata: i piedi di Minerva risultano appena sbozzati, il pavone di Giunone privo di piume, il trono solo abbozzato. Il restauro moderno ha rivelato inoltre tracce di colore. La scultura, pur incompiuta, fu esposta per secoli, come dimostrano le antiche riparazioni visibili. Gli studiosi datano l’opera al tardo periodo antonino (160–190 d.C.) o ai primi decenni del III secolo, riconoscendo nel modellato dei volti e nei panneggi lo stile dei grandi atelier dell’Urbe. La villa il sacello della Triade Il culto domestico e la quiete dell’otium Il gruppo scultoreo fu rinvenuto all’interno di una villa romana nella parte più fertile dell’ager Tiburtinus, tra le vie Tiburtina e Nomentana, lungo l’antico tracciato della via Tiburtino-Cornicolana.Costruita in età tardo repubblicana e ampliata tra il I e il II secolo d.C., era una residenza di otium: luogo di riposo e contemplazione, dove l’aristocrazia romana si ritirava per dedicarsi alla filosofia e ai piaceri della campagna.Davanti al criptoportico — una galleria voltata che fungeva da passeggiata coperta e terrazza panoramica — sorgeva il sacello che custodiva le statue di Giove, Giunone e Minerva. L’eredità dei Silani e l’ombra di Commodo Gli studiosi collegano il complesso alla gens Servilia, antica famiglia senatoria dell’Africa Proconsolare, il cui
Eremo di Sant’Alberto di Butrio

EREMO DI SANT’ALBERTO DI BUTRIO “Silenzio” è la prima parola che si legge ancor prima di avvicinarsi all’eremo. Un campanile dritto tra le nuvole ricorda che quello è un luogo di fede. Una grande quercia fa ombra sull’ingresso claustrale e un parco curato con germogli in fiore circonda assieme alle dolci colline pavesi l’appartato complesso altomedievale. Spesse mura in pietra e finestre molto piccole, per far entrare poca luce. Quanto basta per accompagnare la preghiera. C’è poca gente. E nessuno disturba la pace di quel luogo immerso nel verde e nell’azzurro di un cielo limpido, dove l’aria sa ancora di buono e vien voglia di farne una scorpacciata nei polmoni, per immagazzinare dentro qualcosa che fa bene davvero. Quindi mi avvicino, in silenzio, fino a un ingresso, aspettandomi un luogo buio, illuminato da poche candele. Gli affreschi dell’Eremo di Sant’Alberto di Butrio E, invece, una tavolozza di colori, tenui e brillanti al tempo stesso, ricopre le curve delle volte, delle arcate e le lunette della piccola chiesa di Sant’Antonio. Scene di fede, profeti, ma anche nobili cavalieri e una principessa salvata dal drago del male. Figure di santi a grandezza naturale decorano i pilastri, facendo da cornice a un piccolo altare, umile e raccolto. E tutt’intorno stelle che brillano, come in un romantico quadro naïf. Disegni semplici, piatti come quelli dei mosaici bizantini e che, come loro, si fanno guardare. L’occhio non si sposta. E rimango a osservare quei dipinti in cui, nonostante la semplicità delle forme, mi incuriosisce la ricerca di una certa eleganza e raffinatezza. Pare sia stato un frate il loro magnifico autore, lasciandoci il nome del committente, ma non il suo. Le figure dipinte mi ricordano quelle delle lettere iniziali dei manoscritti miniati: rari gioielli lasciati da monaci, anch’essi rimasti anonimi, curvi per anni sugli scrittoi per rendere preziosi i codici antichi.Sono uomini che al centro della loro vita non hanno messo se stessi ma Dio, proprio come Sant’Alberto, che qui decise di ritirarsi. Questo è un luogo perfetto per il raccoglimento: protetto dall’Appennino alle spalle, ma aperto su una valle rasserenante. Come una finestra sul mondo. Quello puro. “God’s window”, la finestra di Dio: si chiama così una terrazza panoramica in Sudafrica. Ma penso che questa sia, non meno di quella, un’incantevole finestra di Dio e anche dei pochi frati che hanno deciso di vivere qui, assieme alla fede e al silenzio. Discreti, non si avvicinano se non sono io a cercarli. L’eremo è un posto del rispetto. E nel rispetto ogni cosa è in ordine e curata. Perché questa è una casa di cura. La pace cura lo spirito. La grotta di Sant’Alberto e le origini dell’Eremo di Sant’Alberto di Butrio L’eremo, in località Abbadia Sant’Alberto, una frazione ancora inviolata dell’Oltrepo pavese, appare quasi nascosto da una verde chiostra montana, u uno sperone roccioso che emerge dal fondo valle. La tradizione racconta che, nel 1030, Alberto andò ad abitare in solitudine in una grotta nei pressi dell’eremo e che, un giorno, un nobile cavaliere passando di lì mentre andava a caccia, notò che il suo cane si era fermato dinanzi a lui. Il cavaliere capì che quello era un eremita e raccomandò alle sue preghiere il figlioletto muto dalla nascita che, dopo essere stato benedetto da Alberto, iniziò a parlare. Il nobile era il marchese Malaspina. In segno di riconoscenza, fece costruire, accanto alla grotta, la chiesa di Santa Maria, e probabilmente qualche locale intorno alla torre, per Alberto e per il gruppo di fedeli che pian piano si erano raccolti intorno a lui, costituendo la prima comunità monastica di quei luoghi. Si narra che Alberto abitò in quella grotta per molti anni e lì morì nel 1073. Oggi quella grotta non esiste più, ma una piccola e semplice cappella è stata costruita, agli inizi del secolo scorso, nel luogo in cui, secondo quanto ci è tramandato, si trovava quella originale, in mezzo ai verdi boschi di castagni. Quando ci si trova davanti, è impossibile non pensare a quell’uomo, Sant’Alberto, raccolto tra le umide pareti di quelle rocce, protetto dal mantello impenetrabile della sua fede. La struttura dell’Eremo di Sant’Alberto di Butrio L’eremo appare costituito da elementi romanici strutturati in modo artisticamente incongruo e che si sono accostati nel tempo. Il chiostrino Dell’antico complesso monastico rimane attualmente un’ala dove si conserva il pozzo e il cosiddetto chiostrino, adornato da pregevoli capitelli romanici, mentre l’antica torre, che in origine serviva a proteggere l’eremo dalle incursioni dei pirati e dalle insurrezioni popolari, viene tramutata in campanile. La Chiesa di Sant’Antonio Il primo ambiente che accoglie il visitatore è la chiesa di Sant’Antonio, risalente al 1300 circa, custode degli incantevoli affreschi quattrocenteschi che parlano un linguaggio semplice e locale, certamente lontano dalle novità rinascimentali degli stessi anni. Scene di fede, figure di santi ma anche soggetti di gusto fiabesco, dai colori delicati e raffinati e spesso privi di solidità corporea e di riferimenti spaziali, come a voler porre queste figure al di fuori del tempo. La Chiesa di Santa Maria La più antica, fatta edificare dal marchese Malaspina come ex voto in seguito al miracolo di Sant’Alberto, verso la metà dell’XI secolo. La chiesa, a un’unica navata e costruita con solidi blocchi di pietra dell’Appennino di taglio incongruente, è molto suggestiva, pur essendo priva di decorazioni. È un edificio romanico nella sua accezione più pura: la sua struttura, disassata e non simmetrica, mostra perfettamente il romanico inteso come esaltazione della difformità, che rispecchia volutamente quella dell’uomo. La cappella di Sant’Alberto Costruita verso la fine del XI secolo, la cappella conserva le reliquie del santo, insieme a due interessanti affreschi in prossimità dell’altare: quello sulla destra raffigura un miracolo compiuto da Sant’Alberto a un banchetto; l’affresco di sinistra rappresenta la Madonna con il Bambino e i Santi, tra cui Sant’Antonio, raffigurato con il famoso fuoco. Sulla cornice è riportata, con una scrittura gotica, la data del 23 settembre 1484. La storia dell’Eremo di Sant’Alberto di Butrio L’abbazia diventò negli anni un centro spirituale importantissimo e vi soggiornarono
Il Crepuscolo dei Nani

SAN MAURO FORTE Tra mille anni, quando nuove popolazioni della Terra – o di altri pianeti – troveranno i resti della nostra civiltà, cosa penseranno di noi? Da questa riflessione è nata l’installazione Il Crepuscolo dei Nani (Zwergen Dämmerung – Extinction Chapter One), ideata da Max Papeschi, inaugurata il 4 agosto 2025 a San Mauro Forte e posizionata ai piedi della Torre Normanna. È la prima parte di un ciclo che porta il visitatore a confrontarsi con il declino della civiltà contemporanea. L’artista immagina che i celebri guerrieri di terracotta di Xi’an vengano ritrovati da una razza aliena dopo l’estinzione dell’umanità e ricostruiti con le teste di comuni nani da giardino: un esercito ironico e perturbante, che rovescia i simboli del potere in caricatura domestica. È un’allegoria del presente, un cortocircuito visivo che invita a riflettere sulla fragilità della nostra civiltà, tra intelligenza artificiale, crisi culturale e spopolamento. A San Mauro Forte, paese dove le piazze, spesso vuote, raccontano la realtà dello spopolamento e dell’emigrazione, l’installazione assume un valore particolare. Venticinque dei cinquantadue nani-soldati che compongono l’opera presidiano la Torre Normanna fino a settembre 2025, trasformandosi in un picchetto d’onore surreale che dialoga con le pietre medievali e ne rinnova lo spirito di guardia. Il Crepuscolo dei Nani è una riflessione allegorica sul declino e sull’appiattimento culturale, ma anche un invito a guardare con occhi alieni e distaccati la nostra epoca, con le sue contraddizioni e la sua inquietudine. La Torre Normanna di San Mauro Forte Alta e solitaria, simbolo medievale di San Mauro Forte, la Torre Normanna è ciò che rimane dell’antico castello smantellato nel XVI secolo. Risale al XI–XII secolo, epoca normanna, quando i feudatari costruirono rocche e fortificazioni per consolidare il controllo sul territorio lucano, ed era parte di un castello fortificato, probabilmente eretto su resti di strutture longobarde o bizantine. Al suo interno, la sala ottagonale, in origine dotata di camino, latrina e persino di un pozzo, era coperta da una volta a ombrello traforata al centro per lasciar passare fumo e luce. In quello spazio, spartano ma ingegnoso, i soldati trovavano rifugio e calore. Col tempo, la rocca perse la funzione militare e venne inglobata nei palazzi nobiliari che sorsero intorno, divenendo punto di riferimento urbano e simbolo identitario. Testo e foto © Scilla Nascimbene In collaborazione con Basilicata Rurale