I Sassi di Matera

I Sassi di Matera

Un paesaggio che si apre come l’Inferno di Dante I Sassi di Matera, un tempo “vergogna d’Italia”, oggi patrimonio UNESCO, raccontano la lunga storia dell’uomo che ha saputo trasformare la roccia in dimora, rifugio e memoria. Un viaggio tra le case-grotta, le chiese rupestri e le voci di una città che da millenni resiste e si rinnova. Il deserto visionario di Carlo Levi “Quando uscii dalla stazione e mi guardai intorno, cercai invano con gli occhi la città. La città non c’era. Ero su una specie di altopiano deserto. In questo deserto sorgevano, sparsi qua e là, otto o dieci grandi palazzi di marmo. Mi misi finalmente a cercare la città… arrivai a una strada, che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case, e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera… La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune. Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi. Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l’Inferno di Dante.” Così Carlo Levi descrive Matera, nel suo celebre romanzo del 1945, Cristo si è fermato a Eboli. I Sassi. Dal degrado alla rinascita I Sassi, due distretti noti come Sasso Caveoso e Sasso Barisano, sono costituiti da abitazioni scavate direttamente nella pietra calcarenite della Murgia materana. In questi insediamenti l’uomo ha abitato dall’età del Bronzo, sviluppando un sistema stratificato, servito da cisterne, cunicoli e canali per la raccolta dell’acqua. La nostra guida, Marisa Loperfido, ci spiega che la presenza umana in quest’area risale però a tempi ancora più remoti: già nel Paleolitico la Murgia era frequentata, e i primi segni di insediamento stabile e di scavo della roccia si datano a circa 7.000 anni fa, nel Neolitico.Fin dall’inizio, l’uomo seppe adattarsi a un ambiente povero di risorse, sfruttando le cavità naturali e la duttilità della pietra per ricavare dimore, ricoveri e cisterne. Questo legame antico ha plasmato un vero e proprio paesaggio culturale: il risultato dell’opera congiunta della natura e dell’ingegno umano, dove la morfologia del territorio e la pietra tenera della Murgia hanno favorito la nascita e la diffusione dell’habitat rupestre. La “vergogna d’Italia” Nel XIX e fino alla metà del XX secolo, i Sassi subirono un forte degrado: alta densità abitativa, scarsa igiene, convivenza con animali e malattie endemiche portarono a soprannominarli “vergogna d’Italia”. Lo sfollamento Negli anni ’50, grazie anche al libro Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, questa situazione drammatica venne messa in luce. Nel 1952 venne emanata la Legge Colombo per il risanamento, che portò allo sfollamento della popolazione dai Sassi fino al 1965. Il recupero e il riconoscimento internazionale Nel 1990 l’area fu riconosciuta come zona protetta con l’istituzione del Parco della Murgia.Tre anni dopo, nel 1993, sia il Parco che i Sassi di Matera furono dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, a testimonianza del loro valore universale e della straordinaria continuità di vita che essi raccontano A partire dagli anni ’80, iniziò un processo di recupero urbanistico e edilizio, culminato con l’iscrizione dei Sassi e del Parco delle Chiese Rupestri tra i patrimoni dell’umanità UNESCO nel 1993. Matera Capitale Europea della Cultura 2019 La città vive oggi una rinascita culturale ed economica. È stata Capitale Europea della Cultura nel 2019. I Sassi ospitano musei, gallerie, ristoranti, boutique e hotel di charme ricavati nelle grotte, con un perfetto connubio tra antico e moderno. Matera ha anche fatto da set per capolavori come La Passione di Cristo di Mel Gibson, Il Vangelo secondo Matteo, e più recentemente No Time to Die. La città stratificata nei secoli Le parti della città appartengono a epoche diverse. I Sassi. Matera popolare e rupestre, antichissima. Sasso Caveoso e Sasso Barisano sono i quartieri più iconici. Furono abitati senza interruzione dall’età del Bronzo fino agli anni ’50 del Novecento. La Civita. Matera medievale e nobile È il quartiere sorto sul promontorio centrale che divide i due Sassi. Centro politico e religioso fin dal Medioevo: al suo apice svetta la cattedrale. Qui risiedevano i ceti nobiliari e le famiglie più influenti, in palazzi con corti interne, logge e stemmi scolpiti. Il Piano. Matera rinascimentale, barocca e moderna Si estende sopra i Sassi e la Civita, verso l’altopiano. A partire dal XV-XVI secolo, con l’espansione urbanistica, nacquero qui piazze, conventi e palazzi signorili. È la zona che accoglie oggi la Matera ottocentesca e moderna, con i grandi assi urbani, il Palazzo Lanfranchi, piazza Vittorio Veneto e gli eleganti corsi cittadini. Il “Piano” segnava il passaggio dalla città rupestre a una città di pietra costruita in elevato, secondo modelli architettonici più ampi e ariosi. La Gravina di Matera Grotte, eremi e antiche chiese di pietra Il nucleo antico della città si sviluppa sulla scarpata del crepaccio che taglia in due la valle, noto come Gravina di Matera, dove un incredibile complesso di grotte si aggrappa alla montagna. Molte furono abitate dagli eremiti. Si conservano la Chiesa di San Pietro Barisano (in alto), dell’XI secolo, in gran parte scavata nella montagna, e la Chiesa di Sant’Agostino (in basso) della fine del XVI secolo, edificata su una cripta rupestre del XI. Le chiese rupestri Arte e spiritualità. Tra Bizantini e Medioevo Sono quasi 130 le chiese rupestri censite, molte con affreschi, altari e sculture. Sono in parte scavate, in parte completate da strutture murarie o ipogee e risalgono alla civiltà monastica greco-bizantina fra l’VIII e ilXIII secolo. Alcune di esse ospitano importanti esposizioni d’arte contemporanea, soprattutto nella stagione estiva. Per le visite alle Chiese Rupestri tel. 328/43.6444.00, associazionepatrimoniorupestre@gmail.com. La cattedrale Esempio di romanico pugliese La cattedrale, intitolata ai protettori Sant’Eustachio e la Madonna della Bruna, domina il paesaggio di Matera dalla cima del colle della Civita, il punto più alto tra i due Sassi. L’edificio è un pregevole esempio di romanico pugliese (XIII secolo). La facciata, in pietra locale, è scandita dal grande rosone centrale a 16 raggi e dal portale sormontato da una lunetta scolpita a bassorilievo con l’immagine della Madonna

Il Cuccù di Matera

Il cuccù di Matera - Il maestro artigiano Mario Daddiego con il cuccù, il Bottegaccio. Matera, Basilicata

Simbolo, tradizione e arte al Bottegaccio di Mario Daddiego Il cuccù di Matera è uno degli oggetti più emblematici dell’artigianato locale: un fischietto di argilla a forma di gallo, modellato e decorato a mano con colori vivaci. Il suo suono bitonale richiama il verso del cuculo, da cui prende il nome, e da secoli accompagna riti, feste e simboli della cultura lucana. Simbolismo antico Il cuccù di Matera non è un semplice giocattolo o un oggetto ornamentale: è un portatore di luce e fertilità, un amuleto contro le tenebre e gli spiriti maligni. Già in epoca magno-greca (IV secolo a.C.), manufatti simili venivano deposti nelle tombe infantili: il gallo, con il suo canto, annunciava l’arrivo del giorno, offrendo ai bambini morti prematuramente la possibilità simbolica di “vedere la luce”. Tradizioni popolari Il Bottegaccio e il maestro Mario Daddiego A custodire e rinnovare questa tradizione è il maestro artigiano Mario Daddiego, che accoglie i visitatori nel suo laboratorio, Il Bottegaccio, nel cuore dei Sassi di Matera. Spesso il primo incontro avviene proprio attraverso il fischio allegro di un cuccù, che introduce a un mondo fatto di arte, colori e memoria. La bottega, attiva da generazioni, è molto più di un negozio: un vero laboratorio creativo dove prendono forma maioliche, mosaici, presepi in cartapesta, vetrate artistiche, e soprattutto rielaborazioni delle antiche terrecotte neolitiche di Serra d’Alto (V–IV millennio a.C.), testimonianze di una tradizione che aveva già raggiunto grande raffinatezza in tutto il Sud Italia. Daddiego porta avanti anche la ricerca sulla ceramica lucana preromanica, influenzata dall’arte greca, e su quella protoitaliota del Pittore di Pisticci, dando vita a opere che dialogano continuamente tra passato e presente. Accanto alla bottega, è attiva una scuola di apprendisti, un luogo di trasmissione del sapere artigiano e di sperimentazione per nuove linee di produzione. 📍 Il Bottegaccio di Mario DaddiegoVia Madonna dell’Idris, 10/11 – Matera☎️ Tel. 0835.311158🌐 ilbottegaccio.it Visite gratuite alla Grotta artigiana adiacente alla bottega, su prenotazione. Testo e foto © Scilla Nascimbene Leggi anche I SASSI DI MATERA LA MADONNA DELLA BRUNA, MATERA LA CUPA CUPA LA CASA GROTTA NARRANTE, MATERA

Casa Grotta Narrante, Matera

Casa Grotta Narrante. Matera

Un museo nella roccia Un interno rupestre tra famiglia e animali Una casa scavata nella roccia composta da due vani comunicanti, davanti allo scenario della Murgia Materana e alle alture dell’antica Civita. La Casa Grotta Narrante è un’abitazione rupestre autentica trasformata in museo immersivo, testimonianza di come vivevano le famiglie contadine prima delle bonifiche degli anni ’50–’60.  La vita quotidiana nella casa grotta Un contesto domestico completo di cucina, serbatoio per raccolta dell’acqua piovana (cantero) è attiguo a spazi in cui vivevano gli animali, tra oggetti quotidiani autentici come aratri, scale, forchettoni, credenze, il largo piatto tradizionale chiamato uauattid e il letto con materassi imbottiti di foglie di mais. Nella stanza principale si svolgevano le attività quotidiane. In un angolo si trova la cucina, dove la famiglia si riuniva per il pranzo. A fianco è posizionato il letto, molto alto, sia per proteggersi dall’umidità, sia per recuperare spazio per riporre sacchi pieni o per far scorrazzare pulcini e galline. I bambini dormivano nel letto con i genitori; i più piccoli nella culla o nell’ultimo cassetto del comò.  Acqua e servizi igienici. La dura realtà La casa non era servita da acqua né da servizi igienici. I bisogni fisiologici si facevano dentro un vaso in terracotta che veniva svuotato in gettatoi esterni che confluivano nel torrente. Salendo le scale si trova la bocca della cisterna che serviva per la raccolta dell’acqua piovana. Accanto, c’era la stalla dove venivano custoditi gli animali: il mulo, le galline il maiale, tenuti in casa perché erano un bene prezioso per la sopravvivenza della famiglia e perché riscaldavano gli ambienti con il loro calore. Il mulo narrante e la memoria contadina Sulle pareti sono appese foto di famiglia, immagini sacre e un grande schermo che simula l’interazione con un mulo narrante, simbolo della dura vita dei contadini. La visita può comprendere anche audioguide o commenti narrati che arricchiscono la comprensione del contesto storico. 📍 La Casa Grotta NarranteVia Madonna delle Virtù, 27 – Matera🌐 casagrottanarrante.com Testo e foto © Scilla Nascimbene Leggi anche I SASSI DI MATERA LA MADONNA DELLA BRUNA, MATERA IL CUCCÙ DI MATERA LA CUPA CUPA

La Madonna della Bruna, Matera

La Madonna della Bruna. Capella laterale della Chiesa di San Francesco d'Assisi. Matera, Basilicata

Chiesa di San Francesco d’Assisi Nel cuore del Piano di Matera, il quartiere più antico della città, tra piazza del Sedile, via Ridola e l’affaccio sui Sassi, la facciata barocca della Chiesa di San Francesco d’Assisi appare come un candido sipario, sormontato dalla statua dell’Immacolata, con San Francesco e Sant’Antonio ai lati. La chiesa è custode della Madonna della Bruna e della memoria materana. Tra la cripta rupestre e gli altari barocchi Varcando l’ingresso, il sacro si mescola al silenzio delle grotte. Due acquasantiere in pietra calcarea, frutto di assemblaggio di elementi risalenti alla fine del XIII secolo, poggiano su colonnine sormontate da capitelli decorati con raffigurazioni vegetali e antropomorfe.  Una navata conduce all’abside. Sopra l’altare maggiore, un polittico del Quattrocento, attribuito a Lazzaro Bastiani o Bartolomeo Vivarini, incornicia con i suoi santi a tempera un organo a canne, costruito dai Fratelli Ruffatti nel 1955. Attraverso una botola accanto al presbiterio, si scende nella cripta rupestre dedicata ai Santi Pietro e Paolo. Affreschi medievali ricoprono le pareti con figure di santi e una scena che ricorda il passaggio di papa Urbano II, nel 1093. Le cappelle laterali raccontano storie di fede e d’arte. Si conservano la statua lignea di Sant’Antonio, scolpita da Stefano da Putignano, il sarcofago dell’“avvocato dei poveri” Eustachio Paulicelli e una tela del 1580 con l’Immacolata di Antonio Stabile. Madre, regina e patrona di Matera La prima cappella a sinistra custodisce l’anima della città: la statua della Madonna della Bruna, patrona di Matera, raffigurata in abito bianco mentre, con sguardo tenero e regale, regge il Bambino tra le braccia. La statua fu realizzata nel 1792 in legno scolpito e rivestito di un abito sontuoso, cucito da maestranze napoletane, che dona a Maria l’aspetto di una regina e al tempo stesso di una madre vicina al popolo. La festa del 2 luglio. Fede e rito collettivo Ogni 2 luglio la città si trasforma. All’alba, la processione dei pastori accompagna l’antica icona della Vergine tra botti festosi e canti popolari. Nel pomeriggio, la statua della Madonna della Bruna viene issata su un carro trionfale di cartapesta, creato da artigiani locali, trainato da muli e scortato da cavalieri per le strade del centro. E quando il sole tramonta, accade il rito più atteso: lo strazzo del carro. Il popolo lo assalta, lo smembra, ne raccoglie i frammenti come reliquie. È un gesto antico, nato da leggende che parlano di protezione e promesse e che oggi è diventato un rito collettivo, un’esplosione di appartenenza e fede. La costruzione del carro Ogni anno il carro viene realizzato da un maestro cartapestaio materano diverso, scelto dal comitato festa. È costruito interamente in cartapesta e legno, con una tecnica antica che unisce artigianato e arte sacra. I lavori iniziano mesi prima e durano a lungo, perché il carro può arrivare anche a 12 metri di altezza. La lunetta della Cattedrale, con la Madonna col Bambino, è il “segno scolpito” di questa protezione: un’immagine che accoglie chi entra e vigila dall’alto sull’intera città. Origine del culto Il culto risale al 1389, quando Papa Urbano VI istituì la festa della Visitazione della Vergine Maria (2 luglio). Proprio in quell’anno la Madonna della Bruna venne proclamata protettrice di Matera. Leggenda e voto secolare Secondo la tradizione, nel 1389 la Madonna apparve a un contadino o a un cavaliere (le versioni variano) e gli affidò un’icona sacra da portare in città, chiedendo che fosse venerata.Il vescovo e i fedeli, in processione, accolsero la Vergine e l’icona fu portata nella Cattedrale. Ma, giunti alle porte della città, la Madonna “svanì”, lasciando solo l’immagine. Da allora Matera la riconobbe come sua protettrice e la chiamò “Bruna”, sia perché venerata il 2 luglio, giorno della Visitazione (in latino ad Brunam diem), sia perché “bruna” richiama un colore scuro, segno di antichità e sacralità. Testo e foto © Scilla Nascimbene Leggi anche I SASSI DI MATERA LA CUPA CUPA IL CUCCÙ DI MATERA LA CASA GROTTA NARRANTE, MATERA

La cupa cupa

La cupa cupa, Chiesa di Sant'Antonio Abate. Sasso Barisano, Matera, Basilicata

Lo strumento dei Sassi La cupa cupa è uno strumento musicale popolare tipico dell’Italia meridionale, formato da un recipiente coperto da una stoffa e da una lunga canna sottile. La leggenda del poverello – Secondo una leggenda, fu inventata più di cinquecento anni fa da un poverello che vagava per i Sassi di Matera chiedendo un pezzo di carne per sfamarsi. Il privilegio della carne – All’epoca solo i ricchi potevano permettersi di mangiare carne: allevavano il maiale, lo ingrassavano con gli avanzi e avevano lo spazio per custodirlo. Il canto che vince la balbuzie – Il mendicante allora si recava vicino alle case di chi stava per uccidere il maiale e intonava una canzone di questua. Era balbuziente, ma non quando cantava: la musica gli dava voce. Un suono grave e ancestrale – La cupa cupa si suona frizionando la canna con la mano umida o con un panno, producendo un suono profondo e vibrante – da cui il nome (cupo = grave). Un gesto antico, una ricchezza simbolica – Un gesto che oggi può sembrare buffo o persino osceno, ma che per i nostri avi evocava la vera ricchezza: la fertilità, la continuità della vita, la prole. Testo e foto © Scilla Nascimbene Leggi anche I SASSI DI MATERA LA MADONNA DELLA BRUNA, MATERA IL CUCCÙ DI MATERA LA CASA GROTTA NARRANTE, MATERA

La Maillé Brézé

Le Voyage à Nantes 

Ormeggiata lungo Quai de la Fosse a Nantes, La Maillé Brézé (maglia spezzata), è un cacciatorpediniere della Marina francese costruito nei cantieri navali di Nantes, varato nel 1953 ed entrato in servizio quattro anni più tardi. Progettata per proteggere la flotta dagli attacchi aerei e dalla minaccia dei sommergibili, la Maille-Brézé era equipaggiata con cannoni, siluri, radar e sistemi di difesa tra i più avanzati dell’epoca. Per oltre trent’anni navigò nelle file della flotta francese prima di essere disarmata nel 1988. Salvata dalla demolizione grazie all’impegno di un’associazione di volontari, oggi la Maille-Brézé è l’unica nave della Marina francese trasformata in museo e visitabile dal pubblico. Il percorso conduce attraverso la plancia di comando, i ponti operativi, il centro informazioni di combattimento e gli alloggi dell’equipaggio, offrendo uno sguardo sulla tecnologia navale francese durante la Guerra Fredda. (Solo con visite guidate previa prenotazione su Maillé Brézé) Testo e foto ©Scilla Nascimbene Realizzato per Le Voyage à Nantes ed Explore France in collaborazione con Barbara Lovato e Bénédicte Péchereau all’interno del reportage Le Voyage à Nantes. Leggi il reportage completo sulla città di Nantes: Le Voyage à Nantes. Ringrazio Barbara Lovato di Explore France Bénédicte Péchereau di Le Voyage à Nantes La guida Gianni Cudazzo

Les Machines de l’Île

Le Voyage à Nantes 

Sull’Île de Nantes, strane costruzioni, tanto fantasiose quanto complesse dal punto di vista tecnico, realizzate in ferro e legno, sono frutto dell’ingegno di Pierre Orefice e François Delarozière. L’associazione de Les Machines de l’Île ha ridato vita a una zona industriale dismessa e abbandonata, rivalutando in modo artistico gli antichi mestieri di costruzione navale. I progettisti, gli ingegneri e gli operai che lavoravano nei cantieri navali, chiusi nel 1987, sono stati ingaggiati per costruire queste opere di grandi dimensioni, vendute in tutto il mondo. (A Tolosa si trova il minotauro, in Cina c’è il drago gigante). La loro immaginazione esplora le cime degli alberi, la savana e i fondali oceanici. Les Machines de l’Île sono uno zoo di macchine monumentali in movimento – all’incrocio tra i mondi immaginati da Jules Verne, l’universo meccanico di Leonardo da Vinci e la storia industriale di Nantes –  che prendono forma in giostre animate e con sembianze animali, come quelle esposte nelle Galerie des Machines. Un airone di 8 metri di apertura alare, con a bordo passeggeri, sorvola la galleria. Piante vere si mescolano a piante e animali meccanici come formiche, ragni, colibrì, bradipi e camaleonti. La visita alla galleria è scandita dagli interventi dei macchinisti che spiegano la storia e il funzionamento di queste strane creature, di cui a volte è possibile prendere il controllo. Carrousel des Mondes Marins Un capitello su cui sono rappresentati dei paesaggi con gli abitanti di tutti gli oceani sormonta il Carrousel des Mondes Marins. L’interno si sviluppa in tre piani che si muovono in maniera autonoma. Rappresentano gli abissi, i fondali marini e la superficie e sono animati da macchine che riproducono il bestiario degli oceani fantastici delle storie di Jules Verne. Le macchine sono un inno alla potenza dell’oceano.  Il carosello poggia su una struttura a tamburo in cemento che riprende l’architettura delle banchine della Loira. La giostra (alta 25 m, con un diametro di 22 m) si lega con la storia dei cantieri navali e ne esalta l’immaginazione verniana tipicamente nantese, in cui i visitatori sono spettatori di figure strane e inquietanti che roteano in un gigantesco circo, dagli abissi alla superficie. Immancabile è il giro sul dorso del Grand Éléphant, una vera e propria architettura in movimento. La compagnia Les Machines de l’Île finanzia un programma di riabilitazione degli elefanti asiatici, sfruttati a lungo per lavorare. A lato delle Galerie des Machines si trova l’hangar à Bananes, così chiamato perché anticamente venivano stoccati i prodotti provenienti dalle colonie e dalle Antille. L’hangar ospita uno spazio per mostre d’arte contemporanea, caffè e ristoranti con vista sulla Loira. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Realizzato per Le Voyage à Nantes ed Explore France in collaborazione con Barbara Lovato e Bénédicte Péchereau all’interno del reportage Le Voyage à Nantes. Leggi il reportage completo sulla città di Nantes: Le Voyage à Nantes. Ringrazio Barbara Lovato di Explore France Bénédicte Péchereau di Le Voyage à Nantes La guida Gianni Cudazzo

Restituiti dal mare – I Bronzi di Riace

CALABRIA Il mare ce li ha restituiti, regalandoci l’emozione di riaverli nella civiltà, ma nessuno ha mai trovato il corredo della loro storia e ancora oggi gli studiosi di tutto il mondo indagano per far affiorare il mistero che quel mare si è, invece, tenuto per sé. Il viaggio dei Bronzi di Riace inizia centinaia di anni fa. Non sappiamo quanti chilometri avessero già percorso, né la loro destinazione, ma solo il punto in cui si sono fermati, fino a quel 16 agosto 1972, quando il sub Stefano Mariottini, durante un’immersione a otto metri di profondità e a trecento dalla riva, scorge una spalla spuntare dalla sabbia.  Siamo in un territorio appartenente all’antica Magna Grecia, sulle coste ioniche di Marina di Riace, in un tratto esposto a forti correnti e venti di burrasca.  Fu di certo colpa di una tempesta quel giorno. Era successo anche a Ulisse, nel suo viaggio di ritorno verso Itaca. Ma nessuno ha mai raccontato il terrore di quei marinai, né scritto del veliero che non riuscivano più a governare e che trasportava le due statue. Pesavano troppo, quasi cinque quintali, così, nel tentativo estremo di salvare l’imbarcazione, abbatterono l’albero maestro e calarono i Bronzi in acqua, a pochi metri dalla terraferma. Il fondale non era profondo in quel punto. E sarebbero tornati a prenderli: una pratica all’epoca consueta. Le enormi statue, però, rimasero lì, tra sabbie e correnti, accanto ai ventotto anelli di piombo che reggevano le vele.  Probabilmente quegli uomini sprofondarono insieme alla loro nave. Ma il relitto non fu mai trovato. Solo il mare custodisce la verità, come ha custodito per secoli le due statue, fino al giorno in cui hanno finalmente rivisto la luce. Incuranti del passare del tempo, quasi si fossero svegliate da un profondo lungo sonno.  UN ASPETTO “DIVINO” Osservando i Bronzi rimaniamo affascinati dalla loro bellezza. Sono nudi, alti, di una perfezione quasi irraggiungibile. Le loro forme prestanti ma armoniose. Il loro atteggiamento deciso ma elegante. Hanno una postura simile, ma uno ha un’attitudine dominante, uno sguardo minaccioso e sembra più giovane: è chiamato “A”. “B” è più remissivo, la sua espressione malinconica. La posizione di braccia e mani indica che reggevano una lancia e uno scudo; i segni sul capo fanno pensare a un elmo. La loro dimensione doveva apparire imponente agli uomini della Grecia di duemilacinquecento anni fa, la cui altezza media (1,65 metri) era di molto inferiore ai due metri raggiunti dalle statue. L’insieme dei particolari e la disposizione incrociata delle figure, detta “chiastica” poiché ricorda la lettera χ dell’alfabeto greco, ha permesso, infatti, agli archeologi di riconoscere due originali greci del V secolo a.C. . Le statue bronzee a quei tempi erano lucenti, di un colore simile all’oro o al rame, costantemente lucidate con oli e resine per sembrare fuochi accesi. La superficie, ormai ossidata, era policroma, per i diversi metalli utilizzati. Riusciamo ancora a scorgere il rosso nelle labbra e nei capezzoli di rame, il bianco nel marmo dell’unica cornea rimasta nel più anziano; il color avorio in quelle del più giovane, in calcite. La sua bocca socchiusa, come attraversata da un respiro vitale, mostra denti d’argento: particolare unico nella storia dell’arte. Le perfette proporzioni del corpo rispecchiano l’ideale estetico descritto da Policleto nel suo trattato Canone, da cui deriva l’odierna espressione “canone di bellezza”. Il loro modello ci appare “moderno”. Solo l’organo genitale, di dimensioni ridotte, non corrisponde alla nostra idea di virilità, bensì a quella degli antichi Greci, che consideravano volgare un membro troppo esteso. CHI, DOVE, QUANDO? I pochi indizi che abbiamo sui Bronzi riguardano il luogo e la data di nascita e ci arrivano dalle terre rimaste al loro interno, quelle che il bronzista non è riuscito a rimuovere una volta terminato il processo di fusione della statua, e che sono state eliminate dai restauratori perché l’alto contenuto di sali marini le aveva rese corrosive. Le analisi sui residui organici delle terre di fusione hanno rivelato che “il Giovane” è in realtà più vecchio del “Vecchio” di circa vent’anni e che le terre delle due statue provengono da luoghi diversi. Il Bronzo A, datato al 450 – 460 a.C. verrebbe dalla pianura di Argo. B, risalente al 430 – 420 a. C., sarebbe originario della regione di Atene. Che le statue siano state realizzate in tempi e in luoghi distinti lo suggerisce anche il fatto che il loro bronzo non derivi dallo stesso bagno di fusione. Il braccio destro e l’avambraccio sinistro di B sono, fatto assai raro, un’aggiunta di età romana: ciò significa che, almeno fino al II secolo d.C., le sculture erano esposte in pubblico, fissate su dei piedistalli da cui furono rimosse.  Al momento del loro ritrovamento, infatti, dai piedi spuntavano i “tenoni”, i perni di piombo che servivano ad ancorare i Bronzi ai loro basamenti.  Per quanto riguarda la loro realizzazione, la maggior parte degli studiosi propende per la tesi dei due autori distinti, scartando l’idea di ricondurre le due opere allo stesso artista in fasi diverse della sua carriera.  I possibili nomi sono da ricercare negli scultori di fama immortale attivi ad Atene e Argo nel periodo classico, tra cui Fidia, l’artefice del Partenone. Ciò che differenzia maggiormente le due figure è lo spirito che le anima, che i Greci chiamavano ethos, l’attitudine; termine che per gli archeologi identifica anche l’iconografia con cui viene rappresentata una divinità, rendendola immediatamente riconoscibile. Dato che solo dei e eroi erano raffigurati nudi – poiché la nudità aveva un valore etico, rappresentava la bellezza-virtù – e i Bronzi non sono riconoscibili, quindi non effigiano divinità, gli storici dell’arte hanno ipotizzato alcune identificazioni dei personaggi rappresentati in nomi di eroi-guerrieri solo sulla base della letteratura greca rimasta.  IN CERCA DI UN NOME L’archeologo Paolo Moreno ritiene rappresentino dei personaggi mitologici appartenenti allo stesso gruppo statuario presente nell’agora di Argo, i Sette contro Tebe: la mitica spedizione della città di Argo contro quella di Tebe. In quel caso A sarebbe Tideo, feroce guerriero dell’Etolia, forte della sfrontatezza della sua giovane

I colori di Nik Spatari

CALABRIA, LOCRIDE Una storia di passione e di bellezza, di Calabria e di universo, di colori e di natura.  Prima di tutto, una storia d’amore: quella di Nik Spatari e Hiske Maas. Lui è calabrese, pittore, scultore, architetto con un talento innato. Un autodidatta che si è nutrito della frequentazione e della collaborazione coi grandi del Novecento, da Picasso a Led Corbusier, da Jean Cocteau a Max Ernst.  Lei è olandese con un’esperienza internazionale in ambito artistico; è creativa, pragmatica, manageriale. I due si conoscono a Parigi ma, per realizzare il loro sogno, scelgono Mammola, nel cuore antico della Locride: un ambiente ostile e affascinante dove, nel 1969, si trasferiscono. Tra sogni, fatica e difficoltà burocratiche, riescono ad acquistare e a restaurare in maniera innovativa l’ex complesso monastico di Santa Barbara e l’ex stazione calabro-lucana, ripristinando sette ettari di terreno per costituire il museo all’aperto. Nasce il MuSaBa: il Parco Museo Laboratorio Santa Barbara.  Costruiscono successivamente una foresteria e la “Rosa dei venti”, un’ala annessa dove sono esposte alcune meravigliose opere di Nik.  Nella sua arte, le forme sono frammentate in geometrie e colori,  diventando parti di armonie universali.  Nik ha lavorato alle sue creazioni fino al suo ultimo giorno, arrivato tre anni fa. Al MuSaBa è rimasta Hiske: una donna tenace e instancabile, nonostante l’età.  Ci accoglie e ci racconta il sogno realizzato con il marito: il loro cantiere-laboratorio in cui operano ancora oggi artisti di tutto il mondo.  Un sogno che, a suo dire, “non finirà mai. Come non finisce la luce, la fantasia, il vento, l’arte”. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.308 di Itinerari e Luoghi – Marzo 2023, all’interno del reportage Cariddi è il mare, in collaborazione con Viral Passport e Reggio Calabria Welcome

Nel regno del cirmolo

AUSTRIA, CARINZIA, Turracher Höhe L’altopiano di Turracher Höhe si trova in una delle più estese foreste di pini cembri d’Europa.  Il cembro, detto anche cirmolo, è l’unica conifera ad avere 5 aghi per ciuffo e cresce tra i 1500 e i 2300 metri, anche se ultimamente questa fascia altitudinale si è alzata, a causa dei cambiamenti climatici.  Sia il legno che le pigne sono particolarmente apprezzati per le loro proprietà e a Turracher Höhe 70 piccoli produttori realizzano oltre 100 prodotti: mobili, oli essenziali, birra, grappe, sciroppo, marmellate e persino il cioccolato. “Il cembro è la regina delle Alpi” mi dicono Josef e Melanie Lackner “ha una crescita molto lenta, perciò col tempo non si deforma. È il legno preferito da noi falegnami perché perdona e non si spacca facilmente durante la lavorazione; inoltre tiene lontano le tarme e, quando si apre un armadio in un’antica fattoria, esce il profumo anche dopo 200 anni!”.  Eva Schmölzer ha invece inventato una ricetta per fare lo sciroppo – ottimo per la tosse – aggiungendo zucchero, menta, limone e cannella alle pigne che raccoglie solo 3 settimane all’anno – come consentito – mentre coi trucioli confeziona dei profumatissimi cuscini per dormire sonni sereni: l’essenza del cirmolo riduce infatti la frequenza cardiaca, migliorando la qualità del sonno, ha un potere antibatterico e anche antiallergico. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.301 di Itinerari e Luoghi – Giugno 2022, all’interno del reportage IL MAGGIORDOMO DELLE MALGHE, in collaborazione con l’Ente della Carinzia  Foto di copertina ©Scilla Nascimbene

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