CAMPAGNA ROMANA E SABINA, LAZIO
Frammento di sarcofago con figura di Nereide – probabilmente a cavallo di un mostro marino – (II – IV sec. d.C.). Marmo di Proconneso. Proveniente dalla Tenuta dell’Inviolata. Museo Civico Archeologico “Rodolfo Lanciani”. Guidonia Montecelio, Lazio.
Nella Campagna Romana, dove Montecelio domina le colline tufacee, il paesaggio conserva la memoria dei culti domestici e rurali dedicati alle divinità che vegliavano sulla casa, sui campi e sulla continuità della vita: tracce di un mondo che negli dèi cercava un rifugio contro l’incertezza del potere terreno e una speranza di rinascita.
È una terra da cui la storia continua ad affiorare. La stessa che, nel 1992, riportò alla luce la Triade Capitolina: prova che il sacro, nei borghi del Lazio antico, non è mai del tutto scomparso.
Il viaggio prosegue verso la Sabina e tra i suoi “annosi ulivi”, sulle pendici ventilate dei Monti Lucretili, dove la raccolta segue ancora i gesti di un tempo e il paesaggio conserva intatto il suo ritmo lento.
Quella notte nella Tenuta dell’Inviolata
“Apparve prima una testa, al centro”.
Nel silenzio della Tenuta dell’Inviolata, tra i filari di rovi e la polvere di Guidonia Montecelio, un gruppo di tombaroli stava scavando, quando qualcosa resistette ai colpi.
Era l’estate del 1992.
La terra restituì tre volti.
“Una testa virile con una cascata di riccioli fluenti, una barba maestosa che incorniciava un volto severo e imponente, poi un’altra, coperta da un elmo corinzio che sovrastava il volto duro, eppure delicato, di una vergine guerriera. Da ultimo apparvero le fattezze solenni, regali e al tempo stesso soavi, di una sposa divina, assisa a fianco agli altri personaggi.”
— Valerio Massimo Manfredi, Gli dèi dell’Impero.
Erano Giove, Minerva e Giunone: la Triade Capitolina, simbolo supremo della religione di Stato di Roma.
Triade Capitolina, fine II – inizi III sec. d.C, proveniente dalla Tenuta dell’Inviolata. Museo Civico Archeologico “Rodolfo Lanciani”. Guidonia Montecelio, Lazio.
I tombaroli capirono immediatamente il valore della scoperta. Nel giro di poche ore, il gruppo marmoreo lasciò la Tenuta dell’Inviolata, diretta verso la Svizzera, dove un collezionista privato era pronto ad acquistarlo per una somma enorme.
Secondo alcune ricostruzioni, oltre cinque miliardi di lire.
Ma l’euforia non durò a lungo. Nel marzo del 1993, due membri della banda — convinti di non aver ricevuto la loro parte — minacciarono di rivolgersi ai Carabinieri. Le prime informazioni raggiunsero così il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale.
Da quel momento prese avvio un’indagine leggendaria.
Intercettazioni, interrogatori, pedinamenti: i sospetti si accumulavano e la pressione diventava insostenibile. Fu allora che un intermediario anonimo contattò gli investigatori annunciando la restituzione della Triade.
Nel 1994 il gruppo marmoreo venne recuperato e riportato in Italia.
La banda fu condannata.
Si era così conclusa l’Operazione Giunone.
Dopo il restauro e un’esposizione alle Terme di Diocleziano, la Triade Capitolina trovò dimora definitiva nel Museo Civico Archeologico “Rodolfo Lanciani” di Montecelio.
La Triade Capitolina
Un unicum dell’arte romana
La Triade Capitolina di Montecelio è scolpita in marmo lunense — il pregiato marmo bianco estratto nelle cave di Luni, presso l’attuale Carrara — e misura circa un metro e venti di lunghezza per ottanta centimetri d’altezza.
Il gruppo raffigura Giove, Giunone e Minerva, le tre massime divinità dell’Olimpo romano, sedute su un trono cerimoniale e incoronate da piccole Vittorie alate — acefale — poggiate sulla spalliera.
Giove, Giunone e Minerva sullo stesso trono, simbolo di unità divina e politica
Il modello si ispira al culto della Triade Capitolina del Campidoglio, dove Giove, Giunone e Minerva erano venerati insieme ma in statue distinte. A Montecelio, invece, le tre divinità condividono un unico trono, fuse in una sola composizione: un unicum nella plastica romana, simbolo dell’armonia tra la sfera divina e quella terrena, dell’unità religiosa e politica dell’Impero.
Al centro è Giove, a dorso nudo, con il mantello che si ripiega sulla spalla sinistra. La testa, coronata da foglie di quercia, mostra una barba e una capigliatura voluminose, dai lunghi riccioli: espressione del potere divino secondo la classica iconografia greca e romana. Nella mano destra regge il fascio di fulmini, nella sinistra, oggi mancante, doveva impugnare lo scettro. Ai piedi, l’aquila dalle ali spiegate, simbolo sacro della divinità.
Alla sua sinistra siede la sposa Giunone, incoronata di petali di rosa e contrassegnata dal pavone nell’atto di fare la ruota — simbolo di regalità e rinascita. Indossa un chitone, la veste lunga e leggera dell’abbigliamento greco-romano, stretta sotto il seno e coperta da un mantello che le scende con pieghe regolari. La statua è priva di entrambe le braccia, ma si ipotizza che, nella mano destra, reggesse una patera, la coppa sacra usata per le offerte rituali di vino o profumo agli dèi, mentre nella sinistra lo scettro.
Sull’altro lato si trova Minerva, dea guerriera e della sapienza. Porta un elmo corinzio e un chitone fissato da fibule, che lasciava libere le braccia per il combattimento. Si pensa che, nella mano sinistra – mancante – reggesse la lancia, appoggiandola sulla spalla, e con la destra sollevasse l’elmo sul capo, come veniva raffigurata in segno di pace. Ai suoi piedi, la civetta, è il simbolo notturno della conoscenza.
Nonostante la raffinatezza del gruppo, l’opera non fu mai del tutto completata: i piedi di Minerva risultano appena sbozzati, il pavone di Giunone privo di piume, il trono solo abbozzato. Il restauro moderno ha rivelato inoltre tracce di colore.
La scultura, pur incompiuta, fu esposta per secoli, come dimostrano le antiche riparazioni visibili. Gli studiosi datano l’opera al tardo periodo antonino (160–190 d.C.) o ai primi decenni del III secolo, riconoscendo nel modellato dei volti e nei panneggi lo stile dei grandi atelier dell’Urbe.
La villa il sacello della Triade
Il culto domestico e la quiete dell’otium
Il gruppo scultoreo fu rinvenuto all’interno di una villa romana nella parte più fertile dell’ager Tiburtinus, tra le vie Tiburtina e Nomentana, lungo l’antico tracciato della via Tiburtino-Cornicolana.
Costruita in età tardo repubblicana e ampliata tra il I e il II secolo d.C., era una residenza di otium: luogo di riposo e contemplazione, dove l’aristocrazia romana si ritirava per dedicarsi alla filosofia e ai piaceri della campagna.
Davanti al criptoportico — una galleria voltata che fungeva da passeggiata coperta e terrazza panoramica — sorgeva il sacello che custodiva le statue di Giove, Giunone e Minerva.
L’eredità dei Silani e l’ombra di Commodo
Gli studiosi collegano il complesso alla gens Servilia, antica famiglia senatoria dell’Africa Proconsolare, il cui declino fu causato dalla follia di Commodo, figlio di Marco Aurelio. L’imperatore accusò molti senatori di lesa maestà per eliminarli e confiscarne i beni: tra le vittime anche i Servilii Silani, la cui villa divenne proprietà imperiale.
È il volto fragile del potere, reso celebre da Joaquin Phoenix ne Il Gladiatore: Commodo come emblema di eccesso e corruzione, in contrasto con la saggezza perduta di Marco Aurelio, l’ultimo imperatore filosofo.
Mentre la politica travolge le famiglie senatorie, la Triade Capitolina resta nel sacello: Giove, Giunone e Minerva continuano a rappresentare la pietas privata, il culto intimo della casa e della stirpe, la memoria di un mondo che cercava negli dèi un rifugio contro l’incertezza del potere terreno.
L’antica Corniculum
La storia della Triade Capitolina non è solo un’avventura di archeologia e giustizia: è la voce della terra stessa che l’ha custodita per secoli.
Una terra fertile, solcata dall’Aniene, che ancora oggi si rivela come un archivio del sacro.
Lì, dove oggi si estende la Tenuta dell’Inviolata – oggi area naturale protetta – un tempo si trovava il cuore dei Cornicolani, una delle popolazioni più antiche del Lazio protostorico.
Il loro centro principale, Corniculum, sorgeva su un’altura di tufo che domina la Campagna Romana, lo stesso luogo dove oggi si trova Montecelio: una posizione strategica tra i rilievi dei Monti Cornicolani e il margine della pianura, lungo un asse di collegamento che già in età arcaica univa le valli del Tevere e dell’Aniene alla Sabina.
I riti e le divinità della vita quotidiana
In quel paesaggio fertile, tra le case e i santuari, i culti si intrecciavano alla vita quotidiana.
Il Genius Cucullatus, fanciullo col cappuccio — dal latino cucullus, “cappuccio” — vegliava sul focolare e sulla continuità della vita. Era una figura protettiva della sfera domestica o rurale, rappresentata sempre in dimensioni contenute e con un’esecuzione semplice ma intenzionale, tipica di questa tipologia votiva.
Al suo fianco, Ercole Sospitalis, “colui che soccorre”, rappresentava la forza che difende e sostiene, legata al lavoro dei campi, alla protezione dei confini e alla fatica quotidiana.
E Dioniso, dio del ciclo della vita e della rinascita, ricordava il ritmo con cui la terra e l’uomo si rinnovano ogni anno.
Tra i riti della forza e della rinascita vi erano anche quelli della guarigione.
Nei santuari si deponevano piccole offerte votive — mani, piedi, occhi, organi — modellate in terracotta.
Ogni ex voto era una preghiera o un ringraziamento, un segno di fiducia nella cura e nel potere del divino.
Un patrimonio che oggi rivive nelle sale del museo di Montecelio, dove i reperti si fanno racconto della storia e della fede di un popolo antico.
Il Museo Civico Archeologico “Rodolfo Lanciani”
A Montecelio, nelle sale del convento settecentesco di San Michele Arcangelo, il Museo Civico Archeologico “Rodolfo Lanciani” raccoglie le testimonianze di questo territorio.
Dedicato al grande topografo e archeologo Rodolfo Lanciani (1845–1929), originario di Montecelio, il museo si ispira al principio che guidò i suoi studi: ricomporre il legame tra scienza, memoria e paesaggio.
All’ombra dei lecci del Giardino dei Frati, il passato torna visibile e la continuità tra storia e memoria trova qui una forma concreta.
Dalle ville romane al paesaggio agricolo
Il museo raccoglie reperti provenienti dalle aree circostanti, offrendo un viaggio attraverso la storia millenaria del territorio tiburtino e sabino.
Dai santuari dell’Inviolata alle ville rustiche che un tempo punteggiavano le colline cornicolane, il museo ricostruisce la vita quotidiana del territorio.
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Tra i reperti, spicca un grande dolio d’impasto proveniente da Corniculum, datato ai secoli X-IX sec. a.C.. Il vaso in terracotta, in cui sono state trovate tracce di olio, è una delle più antiche testimonianze dello sfruttamento alimentare dell’olivo.
I ritrovamenti nelle villa romana della Martellona e nelle necropoli raccontano, invece, il rapporto fra i vivi e i morti, tra la fatica dei campi e la speranza nella rinascita, espresso nei materiali votivi dedicati agli dèi della salute e della fertilità.
È un viaggio che, dalle radici materiali, conduce alla dimensione simbolica dell’arte e del sacro.
Arte, memoria e immortalità
Tra le piccole stanze del convento, la Triade Capitolina — con Giove, Giunone e Minerva sullo stesso seggio — rappresenta il cuore del museo.
Accanto, il busto di Settimio Severo conserva la dignità dell’impero, mentre le figure di Dioniso ed Ercole fanciullo richiamano la forza, la giovinezza e la ciclicità della vita.
Dalla Tenuta dell’Inviolata proviene un frammento di sarcofago strigilato con figura di defunta (fine III secolo d.C.). Le scanalature, ispirate allo strigile usato per detergere il corpo, evocano il gesto purificatore dell’acqua e il perdurare della memoria nel culto familiare.
La stessa fiducia nella rinascita permea il grande sarcofago con Galatomachia (170–190 d.C.), decorato con la lotta fra Greci e Galati: una scena di forza e pathos che celebra la vittoria dell’ordine sul caos, della vita sulla dissoluzione.
Dalla mostra fotografica al Giardino dei Frati
Al piano superiore del museo, una mostra fotografica racconta la vita quotidiana di Montecelio tra Ottocento e Novecento.
Sono immagini che restituiscono il ritmo lento del paese e mostrano come la memoria collettiva si intrecci con quella archeologica, in una continuità di gesti, spazi e sguardi.
Il percorso continua all’aperto, nel Giardino dei Frati, dove i lecci e gli ulivi secolari accompagnano il visitatore verso la luce.
I pannelli riportano le parole di Rodolfo Lanciani, che racchiudono l’anima del luogo:
«Io ricordo ancora l’epoca, perduta quasi nelle brume del passato, quando, possessore di tanti bellissimi annosi ulivi, andavo a riposare sotto la loro ombra…»
Qui scienza e natura si incontrano: il passato diventa una trama viva di terra e conoscenza, dove la ricerca archeologica si lega al paesaggio ancora fertile di olivi.
È una terra che non smette di restituire storie, immagini e voci: la stessa che, in una notte d’agosto del 1992, riportò alla luce la Triade Capitolina — prova che il sacro, in questa parte di Campagna Romana, non è mai del tutto scomparso.
Paesaggi dell’olio
Dall’alto di Montecelio, lo sguardo segue le colline che scendono nella Campagna Romana e risalgono verso la Sabina, dove gli ulivi disegnano da secoli la stessa trama di pietra, terra e lavoro.
Le pendici dei Monti Lucretili, i pianori tufacei, i terrazzi agricoli, che un tempo alimentavano le ville rustiche, oggi sostengono una delle tradizioni olearie più antiche del Lazio.
Tra Moricone e Palombara Sabina, la coltivazione dell’olivo è documentata sin dall’età romana. Gli agronomi latini descrivevano questi terreni come fertili e ben ventilati: caratteristiche che ancora oggi determinano la qualità del Sabina DOP.
Le varietà autoctone — Carboncella, Leccino, Frantoio — conservano profumi riconoscibili: erba fresca, carciofo, una nota lieve di mandorla.
Qui l’olio non è soltanto un prodotto agricolo: è una conoscenza tramandata. Nei mesi della raccolta i teli si stendono sotto gli alberi, le olive cadono sotto i colpi leggeri dei rastrelli e, nei frantoi, le macine di pietra convivono con le tecnologie moderne.
È un ritmo che appartiene alle famiglie del luogo, come una forma silenziosa di continuità.
Il Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili
Il territorio che accoglie Palombara Sabina e Moricone rientra nel Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili, un’area protetta di oltre 18.000 ettari tra la valle del Tevere e quella dell’Aniene. È un paesaggio fatto di colline coltivate, boschi di querce, castagneti e dorsali montuose che culminano nel Monte Pellecchia, la vetta più alta del parco con i suoi 1.368 metri.
Tra questi rilievi si conservano ambienti ancora integri, dove trovano spazio rapaci come il falco pellegrino, piccoli mammiferi e, nelle zone più silenziose, il lupo appenninico.
La presenza di uliveti secolari, frantoi e forme agricole tradizionali rende il confine tra natura e lavoro umano sottile: il parco tutela non solo la biodiversità, ma anche quel paesaggio rurale che da secoli definisce l’identità della Sabina romana.
Moricone
A pochi chilometri da Montecelio, appoggiato sul versante occidentale dei Monti Lucretili, il borgo di Moricone conserva un centro storico raccolto, fatto di pietra chiara e scorci sulla Sabina. L’impianto medievale è ancora leggibile nel reticolo di vicoli, archi e passaggi che salgono verso il cuore del paese.
Una passeggiata conduce alla Chiesa di Santa Maria Assunta, edificio seicentesco che custodisce tele e decorazioni legate alla tradizione religiosa del luogo, e all’imponente Palazzo Baronale – Castello Savelli, che domina il colle.
Dai vicoli di Moricone la vista si apre sugli uliveti e sulle pendici dei Monti Lucretili: un paesaggio in cui natura, lavoro e memoria si intrecciano da secoli.
È in questa continuità — tra la terra che nutre, gli antichi culti che riaffiorano e la vita quotidiana dei borghi — che si riconosce ancora oggi l’identità più autentica della Campagna Romana e della Sabina.
📝 INFORMAZIONI UTILI
Montecelio
Cosa visitare
Museo Civico Archeologico “Rodolfo Lanciani”
📍 Via XXV Aprile (Piazza Jean Coste), Montecelio – Guidonia Montecelio (RM)
📞 0774 301242
📩 prenotazionemuseolanciani@gmail.com
📱 Facebook – Instagram
🌐 museoarcheologicolanciani.it
Il complesso comprende:
• Chiesa e Convento di San Michele Arcangelo
• Giardino dei Frati (ulivi secolari, terrazza panoramica, pannelli dedicati a Lanciani)
Montecelio medievale
• Vicoli storici, torre e passaggi in pietra
• Panorami sulla Campagna Romana
• Tessuto urbano antico ancora leggibile
Tenuta dell’Inviolata (area protetta)
• Sentieri nel paesaggio agricolo
• Zone di interesse naturalistico e archeologico
• Contesto rurale tradizionale
Moricone
Cosa visitare
Centro storico di Moricone
• Impianto medievale con vicoli, archi e pietra chiara
• Scorci sulla Sabina e sui Monti Lucretili
• Atmosfera autentica e poco turistica
Chiesa di Santa Maria Assunta
• Edificio seicentesco
• Tele e decorazioni legate alla tradizione religiosa locale
• Punto di riferimento spirituale del borgo
Castello Savelli (Palazzo Baronale Savelli)
• Complesso storico che domina il paese
• Stratificazioni architettoniche dal Medioevo in avanti
• Oggi sede di un ristorante e della struttura diffusa La Mora Exclusive
Paesaggi rurali di Moricone
• Uliveti e antiche terrazze coltivate
• Prime pendici dei Monti Lucretili
• Percorsi panoramici a ridosso del borgo
Museo del Paesaggio Agrario dell’Ulivo – Moricone
📍 Piazza Ranne snc – Moricone (RM)
Racconta il ruolo centrale dell’olivicoltura nella storia locale con materiali storici, sezioni multimediali e percorsi dedicati al paesaggio agricolo della Sabina romana.
Dove dormire e mangiare
La Mora Exclusive – Albergo Diffuso & Castello Savelli
Dieci eleganti camere in un palazzo ottocentesco e quattro appartamenti (che portano i nomi dei nonni dei proprietari). A disposizione degli ospiti il centro benessere. A due passi, il Ristorante “Al Castello” propone cucina tradizionale rivisitata nelle sale affrescate del Palazzo Baronale Castello Savelli. Un’unica struttura diffusa nel cuore del borgo medievale di Moricone, tra pietra antica, panorama e quiete.
📍 Via delle Gradinate, 31 – 00010 Moricone (RM)
📞 0774 555877
🌐 lamoraexclusive.com
Per approfondire il territorio
Per scoprire itinerari, eventi culturali ed esperienze nei borghi dell’area tiburtina, della Valle dell’Aniene, della Campagna Romana e della Sabina, visita il sito:
🌐 Terre di Otium – DMO del territorio
Un progetto dedicato alla valorizzazione dei paesaggi, dei borghi minori e dell’eredità culturale che ruota intorno a Tivoli e al Lazio antico.
Testo e foto © Scilla Nascimbene
Reportage realizzato durante il viaggio stampa organizzato da Terre di Otium – Ottobre 2025
Ringrazio
Renato Chioccia, Barbara Putzolu, Chiara Perini e Fabio Petrucci di Terre di Otium
e tutti i miei fantastici compagni!
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