PALESTRINA, LAZIO


Un bambino bendato viene calato nel pozzo.
Con le mani cerca una tavoletta di legno.
Fuori, qualcuno attende in silenzio.


Così, a Praeneste, nell’antico Lazio, si interrogava la Fortuna Primigenia.
La risposta era affidata alle Sortes, due tavolette di legno con un messaggio inciso: il verdetto della dea.


Ce lo racconta Cicerone (De Divinatione, 44 a.C.), con ironia e distacco:
«Chi di noi uomini eruditi ricorrerebbe alle Sortes?
È pressappoco lo stesso che giocare ai dadi:
cose nelle quali vale l’azzardo e il caso».


Eppure, per molti resta la convinzione che il futuro dipenda da un destino guidato dal caso.
Come scriverà secoli dopo Federico II di Prussia, nell’Anti-Machiavel (1734),
«tra tutti gli dèi pagani, Fortuna e Azzardo sono gli unici a essere sopravvissuti».


Oggi Praeneste è Palestrina, arroccata sui Monti Prenestini.
Conserva il suo santuario colossale:
un teatro del sacro con una storia millenaria.
Memoria non solo di un culto, ma di una città ricchissima e cosmopolita,
una piccola capitale di eleganza e spiritualità.


La città di Fortuna.

Chi era Fortuna?

Fortuna era presente nella vita dei Romani, nei proverbi e negli autori latini:

Tra le divinità italiche era una delle più diffuse e popolari. Lo storico Daniele Miano, nel libro La dea Fortuna (Carocci, 2018), spiega che il suo culto era complesso: a lei venivano attribuiti poteri e significati diversi, dal caso alla fecondità, dalla protezione politica alla sorte individuale.

Per questo si rivolgevano a lei persone di ogni rango: re, aristocratici, filosofi, commercianti, madri, liberti e schiavi.
Tutti uguali al cospetto della sorte.

A distinguersi era il luogo del culto. Uno su tutti.

«Non ho mai visto una Fortuna più fortunata di quella di Praeneste»

Scriveva il filosofo Carneade di Cirene, dopo la visita del 155 a.C. (Cicerone, De divinatione).

Origini di Praeneste: una città tra Oriente e Occidente

Praeneste ha origini nel Neolitico.

La sua posizione, sulle alture che dominano la Valle del Sacco, tra il mare e l’interno del Lazio, si trovava sulle rotte che collegavano l’Etruria, Roma e il Mediterraneo orientale.

Già tra il VII e il VI secolo a.C., in città arrivavano avori, oggetti egizi, ceramiche pregiate, gioielli provenienti da terre lontane.

A parlarne sono le necropoli: tombe ricche di manufatti esotici, testimonianza di una comunità cosmopolita e aperta agli scambi.

Praeneste era un ponte tra Oriente e Occidente, molto prima di diventare celebre per il suo santuario.

Il Santuario della Fortuna Primigenia

La grande ricchezza arrivò nel II secolo a.C, quando Praeneste, entrata nell’orbita di Roma assieme a Tibur (l’odierna Tivoli), conobbe un periodo di grande splendore legato soprattutto al commercio degli schiavi.

Nelle agorà degli Italici a Delo, in Grecia, i prenestini e i tiburtini facevano affari d’oro.

Questo alimentò una competizione fra le due città, che cercarono di superarsi monumentalizzando il culto delle rispettive divinità tutelari:

Furono costruiti i due grandi santuari, esempi di architettura ellenistica, ispirati ai grandi complessi sacri greci, costruiti su terrazzamenti artificiali che si sviluppano in altezza.

Il percorso ascensionale, dal basso verso l’alto, era parte integrante dell’esperienza sacra: salire equivaleva ad avvicinarsi alla divinità.

Il santuario di Fortuna a Praeneste è considerato uno dei complessi sacri più imponenti dell’Italia antica.

L’origine del culto

Il culto della Fortuna Primigenia ha origini antichissime e precede la costruzione del santuario. Cicerone racconta che nacque da una leggenda.

“Devi recarti sul monte e scavare”.

Ogni notte le stesse voci lo perseguitavano nel sogno.

Era diventata un’ossessione. Numerio stava per impazzire. 

Finché, un giorno salì su quel monte, il Monte Ginestro, dove un’ulivo aveva trasudato miele.

Così gli avevano detto le voci.

Numerio iniziò a scavare e trovò due tavolette di quercia incise con parole misteriose.

Con il legno dell’ulivo “miracoloso” costruì una cassetta, vi ripose le tavolette e le depose in un pozzo. 

Secondo la tradizione, il santuario sarebbe sorto attorno a quel pozzo, tuttora visibile.

Lui era Numerio Suffustio, nobile prenestino, vissuto molti molti anni fa. 

Forse solo nelle leggende. 

Le Sortes: la voce della dea

Le tavolette nel pozzo erano le famose Sortes praenestine. Solo un bambino prescelto poteva toccarle.

Veniva bendato e calato nel pozzo, mentre le donne aspettavano sedute su una panca, chiedendo protezione per la maternità.

Il bambino estraeva una tavoletta: sopra era scritto il responso della dea, interpretato dai sacerdoti.

Accanto al pozzo rimane quella panca di pietra. Lì si trovava una statua della Fortuna Primigenia che teneva in braccio Giove, Giunone e i bambini, simbolo della potenza generatrice e del destino che governa la nascita.



La testa della statua, rinvenuta nel pozzo durante gli scavi, è conservata nel Museo Archeologico di Palestrina.

Un doppio culto


A Praeneste, il culto di Fortuna Primigenia aveva un duplice aspetto:


– materno, connesso alla nascita e alla fertilità – affidato alle Sortes;
– oracolare, legato al destino e alla divinazione – affidato a sacerdoti o patres.

Chi si recava al santuario seguiva due diversi percorsi rituali, a seconda del motivo della visita: la ricerca di un responso dell’oracolo o la richiesta di protezione per la maternità.


Intorno al complesso sacro esistevano officine e botteghe che producevano ex voto, statuine e immagini sacre: una vera e propria produzione in serie. L’atmosfera doveva ricordare quella dei moderni santuari: un luogo di fede, ma anche di artigianato, scambi e ritualità quotidiana.


Gli scavi hanno portato alla luce un lungo tratto della strada romana lastricato in basalto che collegava Praeneste a Roma: lì passavano i mercanti, i viaggiatori e i fedeli diretti al santuario. Un reperto che restituisce la percezione di una città viva.

Praeneste romana: tragedia e splendore

La guerra civile e la strage di Silla

La storia di Praeneste si intreccia drammaticamente con la guerra civile tra Mario e Silla (I secolo a.C.).
Praeneste si schierò con Mario, il capo della fazione popolare, che fu sconfitta.

La vendetta fu spietata.


Silla fece uccidere tutti gli uomini delle famiglie più illustri. La classe dirigente originaria di Praeneste venne così cancellata.

Nelle necropoli prenestine, infatti, i nomi delle antiche famiglie scompaiono improvvisamente e vengono sostituiti da nuovi nomi: sono quelli dei veterani di Silla, che ricevettero in premio le terre e le proprietà confiscate.

Una frattura storica profonda, leggibile ancora oggi attraverso le epigrafi e i monumenti funerari esposti nel Museo Archeologico di Palestrina.

La Pax Augusta

La città tornò a prosperare con l’età augustea (27 a.C.–14 d.C.). Nel foro fu realizzata una grande fontana monumentale, chiamata la Ninfa del Foro e decorata con animali assieme ai loro piccoli: scrofe e maialini, leonesse e cuccioli, pecore e agnellini. Immagini che celebravano la Pax Augusta, la pace e la fecondità garantite dall’imperatore dopo le turbolenze del I secolo a.C.

Dal santuario al palazzo


Nel corso del tempo, una parte del santuario fu inglobata nel palazzo Colonna, appartenente alla potente famiglia che dominò il territorio per secoli.
Nel Seicento, i Barberini intervennero ulteriormente sulla struttura, ampliandola e affrescandola.

L’assetto architettonico attuale è frutto di un trauma storico: il santuario della Fortuna Primigenia venne infatti rivelato solo dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale che distrussero parte del centro medievale, riportando alla luce le antiche strutture romane.


Oggi il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina si trova proprio in questo edificio, che conserva resti originali del santuario integrati nelle sue sale.

Nelle giornate limpide, dal terrazzo si scorge il mare.

Il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina


Il percorso museale: viaggio tra necropoli, santuari e vita quotidiana

Entrare nel Museo Archeologico Nazionale di Palestrina significa compiere un viaggio attraverso venticinque secoli di storia. Il museo custodisce una collezione ricchissima di reperti: statue, rilievi, oggetti votivi e testimonianze della vita quotidiana di Praeneste.


Il percorso si snoda nei grandi saloni voltati di Palazzo Barberini, costruito sopra le terrazze del santuario della Fortuna Primigenia: muri barocchi, affreschi della scuola degli Zuccari (XVI sec.) e, tutt’intorno, le pietre del Lazio antico.

Le necropoli e l’ostentazione del prestigio

Tombe e cippi

Prima ancora dei corredi preziosi, è la forma delle tombe a raccontare la società di Praeneste. Nella grande necropoli della Colombella, le sepolture parlano di famiglie, mestieri, ambizioni.

Le prime sono semplici fosse, poi compaiono cassoni in tufo e peperino, fino a vere camere funerarie costruite come piccole architetture, chiuse da lastre e coperchi modellati a cappuccina.

All’esterno, i cippi in calcare a forma di pigna, di fiaccola o di busto femminile indicavano la tomba: erano nomi, ruoli, identità.

Molti recano iscrizioni di liberti, imprenditori, artigiani e famiglie emergenti: segno di un mondo sociale dinamico, dove il prestigio si conquistava e si ostentava.

Toeletta e lusso

Nei sarcofagi, la memoria diventa intima. I corredi maschili e femminili parlano di cura, vanità e status sociale.

Le ciste in bronzo

Tra le collezioni più notevoli del Museo Archeologico di Palestrina vi è quella delle ciste bronzee: i “beauty case” delle donne, piccoli contenitori cilindrici decorati a sbalzo.


Le ciste servivano per custodire gioielli, profumi e accessori per la cura del corpo, ma erano anche oggetti di prestigio e status sociale. La Cista Borgiana, in bronzo cesellato ne è l’esempio più raffinato.

La presenza di un numero così elevato di esemplari a Praeneste testimonia una fase di straordinaria vitalità economica e culturale avvenuta nel VII secolo a.C., durante il cosiddetto periodo orientalizzante.


In quest’epoca, Praeneste ebbe un ruolo di primo piano nei commerci con gli Etruschi e con le popolazioni dell’Italia meridionale, in contatto con la Magna Grecia.


Immagini del potere

La città in volto: ritratti e busti

Nelle sale dedicata alla statuaria, Praeneste mostra l’immagine pubblica dei suoi cittadini.

I primi ritratti repubblicani sono severi: riflettono l volontà di mostrare il merito.

Con Augusto, lo stile cambia. I volti si addolciscono, la pelle sembra levigata. È un nuovo modo di comunicare il potere e l’ideale a cui si appartiene.

L’anello di Carvilio: un legame oltre la morte

Uno dei reperti più toccanti e misteriosi del Museo Archeologico di Palestrina è l’anello di Carvilio, datato al I sec. d.C. e proveniente da una sepoltura scoperta nella zona dei Castelli Romani.

Nella tomba furono ritrovati due corpi mummificati, appartenenti a Aebutia e Carvilio, madre e figlio.

Dalle analisi è emerso che Carvilio, morì prima della madre.

La donna portava al dito un gioiello straordinario: un anello d’oro con un cristallo di rocca al centro, dentro il quale è visibile in miniatura tridimensionale il volto del figlio.

La pietra, lavorata a cabochon – convessa, priva di sfaccettature – è un tipo di quarzo chiamato dagli antichi aceneta, che significa “del colore dell’acqua limpida”.

Il culto di Iside e le sepolture di Aebutia e Carvilio

I corpi di Aebutia e Carpiglio, riposti tra ghirlande di fiori, non furono cremati, come prevedeva la tradizione romana, ma parzialmente imbalsamati con resine, essenze e unguenti profumati, segno che i due appartenevano a una comunità di seguaci del culto di Iside.


La pratica dell’imbalsamazione e il valore simbolico dell’anello di cristallo di rocca rimandano infatti all’influenza religiosa egizia, in cui Iside rappresentava la madre universale, protettrice della vita, della morte e della rinascita.


Questa connessione con il culto isiaco — fortemente radicato anche a Roma e nei suoi territori nel tardo periodo repubblicano — aggiunge una dimensione ancora più profonda al dialogo tra Praeneste e l’Oriente, evocato dal Mosaico del Nilo.

Il tempo inciso nella pietra: i Fasti Prenestini

Nel calendario ufficiale della città – i Fasti Prenestini – ogni mese era strutturato a partire da tre date che governavano la vita civile e religiosa:

Tutte le altre date erano contate a ritroso rispetto a queste tre.

A questo si aggiungevano le Nundinae, il ciclo ricorrente di mercato: otto giorni che diventavano “nove” nella conta romana e che regolavano scambi, annunci, decisioni collettive.

Nel calendario erano segnati anche

I Fasti Prenestini furono redatti dal dotto prenestino Marco Verrio Flacco, che in seguito divenne precettore dei nipoti di Augusto.

Il Mosaico del Nilo: visione ellenistica del mondo egizio

Geografia sacra dell’Egitto

Il capolavoro assoluto del museo è il celebre Mosaico del Nilo, uno dei più grandi e antichi mosaici figurativi del mondo romano.
Si tratta di un mosaico pavimentale monumentale, proveniente da un ninfeo del foro di Praeneste, dove l’acqua scorreva sopra le tessere, facendo vibrare i colori con riflessi cangianti.

Realizzato alla fine del II secolo a.C. da un artista alessandrino, il mosaico rappresenta una veduta allegorica dell’Egitto e del corso del Nilo, espressione del gusto ellenistico per l’esotico e il meraviglioso.


La scena è costruita “al contrario” rispetto alla geografia reale: nella parte superiore è raffigurata l’Africa nera, popolata da pigmei intenti alla caccia e alla pesca; nella parte inferiore compaiono invece le città egizie, i templi e i paesaggi della valle del Nilo.
Tra le figure, si distinguono animali, piante e architetture straordinarie, oltre al nilometro, lo strumento che serviva a misurare la piena del fiume e a determinare la fertilità dei campi.

Il mosaico riflette la fascinazione del mondo romano per l’Egitto, diffusa in età ellenistica e repubblicana: possedere oggetti o decorazioni ispirate al Nilo era un segno di cultura e prestigio, di appartenenza a un’élite colta e curiosa verso l’Oriente.


È il segno di una città che guardava all’Egitto tolemaico come a un riferimento culturale e religioso, al punto da identificare, già in età tardo-repubblicana, la propria Fortuna Primigenia con Iside.

  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio
  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio
  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio
  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio
  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio
  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio
  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio
  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio

Un’immagine potente che racconta la grandezza dell’antica Praeneste.

  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio
  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio
  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio
  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio
  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio
  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio
  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio
  • Particolare del Mosaico del Nilo. Fine II sec. a.C. Proveniente dal Foro di Praeneste. Museo Archeologico Nazionale di Palestrina, Lazio

Uscendo dal museo si scendono i gradini tra le terrazze del santuario e si raggiunge il pozzo sacro. Poco più avanti, la città di oggi: Palestrina, distesa sulla valle ai piedi del monte Ginestro.

Alle spalle, tra le sale barocche del palazzo, il santuario continua a parlare: le teste dei ritratti, le ciste di bronzo, l’anello con il volto di Carvilio, il Nilo che scorre tra le tessere del grande mosaico.

Tutto converge verso un’idea antica.


La città di Fortuna.

📝 INFORMAZIONI UTILI

📍 Museo Archeologico Nazionale di Palestrina – Santuario della Fortuna Primigenia – Palazzo Barberini

📍 Piazza della Cortina, 1 — 00036 Palestrina (RM)
📞 +39 06 9538100
📧 drm-laz@beniculturali.it
🌐 https://gabiipraeneste.cultura.gov.it

Il museo si trova nel Palazzo Barberini, costruito sulle terrazze del santuario antico.

Per approfondire il territorio

Per scoprire itinerari, eventi culturali ed esperienze nei borghi dell’area tiburtina, della Valle dell’Aniene, della Campagna Romana e della Sabina, visita il sito:
🌐 Terre di Otium – DMO del territorio

Un progetto dedicato alla valorizzazione dei paesaggi, dei borghi minori e dell’eredità culturale che ruota intorno a Tivoli e al Lazio antico.

Testo e foto © Scilla Nascimbene

Reportage realizzato durante il viaggio stampa organizzato da Terre di Otium – Ottobre 2025

Ringrazio

Renato Chioccia, Barbara Putzolu, Chiara Perini e Fabio Petrucci di Terre di Otium

e tutti i miei fantastici compagni!

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