ABRUZZO, PARCO NAZIONALE DELLA MAIELLA
La prima colonna d’Ercole trovata dagli antichi Greci arrivati per mare da sud. Inospitale, impervia, talvolta inaccessibile, eppure abitata da sempre. Luogo della fatica e dello spirito, la Montagna Madre degli abruzzesi restituisce, compensa con la ricchezza della sua natura, attrae con la sua sacralità e crea con l’uomo un rapporto di osmosi, raccontato nelle semplici poesie di un pastore di Decontra, che in quella dura terra ha vissuto, sognato e gioito “di una cosa così meravigliosa”.
Storie dalla Maiella
La strada per Decontra sale placida, stretta e tortuosa, sul ciglio della Valle dell’Orfento, contorta come i fusti dei pini mughi che ricamano le alte quote del Blockhaus. I botanici li chiamano “krummholz”, legno contorto. Questi origami vegetali forgiati dal vento, dalla neve e dal gelo, che sembrano ricordare il “legno storto” a cui Kant assimilava l’umanità, contesa e alla ricerca di un delicato equilibrio tra il bene e il male, sono testimoni di quel tenace spirito di adattamento che, secondo lo scrittore di Pescina, Ignazio Silone, avrebbe determinato il carattere e deciso il destino delle persone in questa fascia dell’Appennino centrale, nel cuore dell’Abruzzo dei Parchi. Qui abita l’orso, il lupo, il cervo, il camoscio, il capriolo e l’uomo già dai tempi del Paleolitico, trasformando a sua volta il territorio in un paesaggio agropastorale che si confonde con quello della natura, ma di cui la natura si sta riappropriando, a seguito dell’esodo degli abitanti dalla montagna. Morre di pecore avanzano silenziose verso gli stazzi, sui versanti assolati della piana di San Nicolao, sotto la guida serena e abituale di Malic, il loro pastore, e di qualche cane bianco assonnato, suonando con le loro campane rugginose l’epopea non scritta di ciò che per lunghissimi anni è stata la colonna portante della sussistenza di quelle genti: la piccola pastorizia. Terrazzamenti, capanne e muri in pietra a secco, frutto di faticose bonifiche e spietramenti, rimangono i segni di una civiltà contadina e pastorale che sembra essere finita. Eppure esistono ancora luoghi immobili, dove qualcosa di antico e genuino è silenziosamente sopravvissuto. Come nel borgo di Decontra.
MARISA, NONNO PAOLINO E IL CANE VIAGGIATORE
“Questa la devi assaggiare, è una croccantella di pane di solina, facilissima da preparare: erbette, un pizzico di curcuma e dei pomodorini; il piano b per fare un buon aperitivo!”.
Marisa, sembra di conoscerla da sempre. Il suo sorriso, il suo calore e la sua energia fanno sentire a casa chiunque entri nell’Agriturismo Pietrantica che gestisce col marito Camillo. A suo dire, però, non è un posto per tutti.
“Una volta è arrivato un signore con la tv portatile per vedere la partita, ma qui non c’è l’antenna! Un’altra, vedo scendere dalla macchina una ragazza con i pantaloni stretti e i tacchi a spillo: “Siamo in una landa desolata!”, diceva al marito. Ma chi me li ha mandati questi?
Tocca fare le dieci spigolature (suggerimenti)! Così una sera, dopo un bicchiere di vino, abbiamo scritto i dieci buoni motivi per NON andare da Marisa!”.
Intanto, tra una risata e l’altra, assaggio la prima croccantella, ancora calda. “La solina è un grano antico che cresce fino a 1500 metri nei terreni aridi e ghiaiosi della Majella; non vuole coltivarla più nessuno, perché ha una resa bassissima, ma ha un sacco di proprietà ed è diventato presidio slow food. I terreni qui a Decontra sono piccoli e impervi e la seminiamo a spaglio, lanciando i semi con un gesto che ci ha insegnato Nonno Paolino, il papà di Camillo”.
Per un attimo il sorriso di Marisa si smorza. “Mi sembra di vederlo seduto qui o sotto quell’albero. Da quando ci ha lasciati mi manca tantissimo e mi devo ancora abituare.
Lui non era mai arrabbiato e io, invece, ero spesso nervosa e, quando cercava di rasserenarmi, iniziava la frase sempre così: “Purtroppo, fortunatamente…”. Era il suo modo per farmi capire di stare tranquilla e andare avanti, nonostante tutto, perché, in fondo, eravamo fortunati per tante cose”.
Nonno Paolino aveva una serenità che dipendeva dal suo stato mentale, dall’arte del fare, del fare con le sue mani e dalla capacità di sentirsi in un posto soltanto e di esserci completamente. “Se fai il pane” diceva “fai solo il pane, non pensare ad altro!”. Il contrario della nostra quotidianità, dove tutti corrono e vogliono essere sempre da qualche altra parte.
“Tieni questo libro”, mi dice “ parla di Nonno Paolino e raccoglie le sue poesie” (I miei sogni sono stati tutti sulla Majella. Paolo Sanelli. Edizioni Menabò).
Marisa mi spiega che tanti anni fa la montagna era vista come una grossa sofferenza ed è odiata dagli anziani del paese, perché vi hanno passato la gioventù, quindi l’età più bella, trasportando la legna con l’asino e svolgendo lavori pesanti.
Nonno Paolino, invece, raccontava la sua vita come una susseguirsi di sorprese che lui chiamava “gioielli” e che arrivavano a ogni stagione: le rondini che tornavano nei vecchi nidi all’interno della sua casa, i canti degli asini, il richiamo delle quaglie, le aquile che volavano basse sulle sue greggi. L’alba che gli diceva di alzarsi per mungere le mucche. Il tramonto che arrivava per potersi riposare.
“Un’estate sono venuti da noi degli amici” riprende Marisa, “e lui ha voluto portarli a dormire in montagna. Quindi li abbiamo ospitati, o meglio, li abbiamo ospitati a dormire in montagna, sotto le stelle. E, una volta tornati, hanno detto ai loro genitori che era stata l’esperienza più bella della loro vita.
Nonno Paolino diceva che quando dormi in montagna, nel silenzio, apri gli occhi e vedi le stelle, è una cosa meravigliosa.
Aveva vissuto tre mesi in Inghilterra per lavorare, ma lì, a suo dire, pioveva tutti i giorni e si mangiava malissimo. Così era tornato a Decontra, con il suo gregge di pecore. E, proprio dall’Inghilterra, dopo che uscì il libro su di lui, arrivò un giornalista che lo voleva intervistare, ma Nonno Paolino non parlava inglese e il giornalista non capiva l’italiano.
“Vedi”, mi disse il nonno, “gli animali tra loro si intendono e noi non riusciamo a comunicare””.
A un tratto mi vedo spuntare da sotto il tavolo un cagnetto scodinzolante. “Questo è Lucky! Ha 15 anni e accompagna i turisti all’eremo di San Giovanni.
La Majella è la montagna sacra degli abruzzesi, ci sono circa quaranta eremi. Nonno Paolino mi raccontava che, ai tempi dei suoi nonni, i monaci che vivevano negli eremi erano ben voluti dalla popolazione e quando c’era una persona anziana in famiglia si portava da loro che se ne prendevano cura. Spesso ci si recava negli eremi per prendere il petìro, un unguento preparato con grasso ed erbe che veniva applicato per curare i dolori. Oppure ci si andava per consiglio: mo’ si va dagli avvocati, prima per consiglio si andava dai monaci, portando una pagnotta di pane o un pezzo di formaggio!”.
E mentre mi parla dei monaci, del petìro e di Nonno Paolino, lancia una croccantella a Lucky, che la prende al volo, e inizia a raccontarmi che durante un inverno è sparito per tre mesi ed è tornato in primavera tutto contento, col pelo lucido, una targhetta al collo con scritto “Plug” e un numero di telefono.
Marisa chiama e viene a sapere che dei ragazzi avevano trovato il cane sul Blockhaus, si erano affezionati e l’avevano tenuto con loro. Così per quattro anni, ogni inverno, Lucky era andato sul Blockhaus per raggiungere i ragazzi che lavoravano sulle piste da sci. “Plug è qui!” le dicevano al telefono. In primavera il cane tornava a Decontra e Marisa li chiamava: “Lucky è qui!” . Finché un giorno quei ragazzi si sono trasferiti al nord. Ma Lucky, giunto l’inverno, è andato a cercarli sul Blockhaus. Vagava smarrito, perché non riusciva a trovarli e delle persone che lavoravano sugli impianti lo hanno riconosciuto; Marisa e Camillo sono stati avvertiti e sono andati a riprenderlo.
“Da quel giorno, Lucky non è partito più. Forse ha capito che non avrebbe mai più trovato quei ragazzi ad aspettarlo. O forse è diventato vecchio e rimane qui” conclude Marisa. “Non è più un cane viaggiatore”.
Purtroppo fortunatamente …
IL SOGNO DI WILLIAM
“Sono innamorato di questa valle e ho sempre sognato di avere un posto tutto mio dove poter pensare, lavorare, dormire, osservando la luce che cambia e ascoltando gli animali. Quando venivo a camminare qui, mi fermavo sempre a dare un ultimo sguardo vicino a questo pino. Poi mi rimettevo in cammino, mi giravo e tornavo indietro. In questo punto sentivo un’energia positiva, un equilibrio. Per me questo posto è un pacemaker.”
William, 53 anni, di Campo di Giove, storico dell’arte, guida e maestro di sci. Siamo su un piccolo colle al centro della Valle Cerreto, dove pochi alberi riescono a crescere e dove il suo sogno ha preso forma. Si chiama PineCube: un cubo di vetro, legno e metallo, rialzato da terra di 2,5 metri; una sorta di acquario, in cui si entra e ci si guarda intorno. Sembra esserci il vuoto ma, in realtà, c’è un pieno: bramiti di cervi in amore, ululati di lupi in branchi sparsi sui pendii, riflessi di luce che entrano e si spostano. Il tramonto, poi la luna. Al PineCube non si è soli mai. “L’idea di questo progetto mi è venuta nel 2002, ma ho impiegato 10 anni per realizzarlo. Ho incontrato diverse difficoltà sia per riuscire ad acquistare il terreno – il proprietario era emigrato a Boston da più di 50 anni! – sia per ottenere i permessi e quando finalmente ce l’ho fatta, mi hanno dato tutti del matto. Ma perché? – pensavo – compro un pezzo di Parco Nazionale con un panorama bellissimo! Le uniche persone a credere in me sono state mia mamma e una collega con cui ho disegnato il progetto; tutti gli altri hanno cambiato idea solo quando hanno visto il PineCube con i loro occhi e sono arrivati importanti riconoscimenti italiani ed esteri. All’interno ci sono 2-4 posti letto, corrente elettrica con pannello fotovoltaico, connessione internet e una piccola stufa di design per riscaldarsi. È possibile trascorrere una notte in completa privacy: io accompagno i turisti, preparo loro la cena, poi li lascio soli e dormo in un capanno fotografico a 100 m di distanza. Questa struttura è unica in Italia e ne sono un po’ geloso; non la pubblicizzo molto, nonostante abbia un sito dedicato: non voglio che ogni week end ci sia qualcuno, perché la uso per lavorare, elaborare ciò che ho assorbito viaggiando e mi serve la tranquillità. Passo diversi giorni qui, completamente fuori da tutto. Questo è il mio pensatoio, il mio eremo contemporaneo”. Poi William inizia a preparare la cena: carne alla brace, formaggio e pomodori aromatizzati con la santoreggia che abbiamo raccolto lungo il sentiero. Dopo il tramonto il buio scende in fretta e la valle diventa un’arena: possenti cervi si sfidano a bramiti e profondi ululati sembrano arrivare da non molto lontano. Siamo ospiti della Natura.
IL MONASTERO SEPOLTO
“Questo si chiama u strett”.
Siamo nelle gole di San Martino di Fara: striature di licheni, muschi e ossidi di ferro e manganese si interrompono nei buchi carsici delle faglie. Seguiamo Emanuele Di Marco, guida ambientale escursionistica di Majaexperience, fino ai resti dell’abbazia di San Martino in Valle. “Questo era detto il monastero sepolto, poiché una serie di alluvioni e crolli lo aveva ricoperto di detriti. È stato riportato alla luce tra il 2005 e il 2009, ma già alla fine dell’Ottocento gli abitanti di Fara avevano scavato nella parte dell’abside per riesumare i resti di Giovanni Stabile, un monaco guaritore, santo per acclamazione popolare, il cui culto è vivo ancora oggi, tanto che quando un farese si reca nella valle fino all’abbazia dice “sono arrivato a San Giovanni”, benché le sue spoglie non si trovino più lì.
Le gole di San Martino e il monastero sono due dei 95 geositi del Parco Majella sotto la tutela dell’Unesco dal 2021. Adele Garzarella, paleontologa della Commissione Geoparco, e Mariano Spera, laureato in scienze ambientali, ci spiegano che questi siti sono stati scelti per lo stretto legame con l’uomo sin dai tempi antichi, legame che oggi si pone come linea guida del Geoparco, volto allo sviluppo di un turismo sostenibile dal punto di vista ambientale che supporti le comunità locali attraverso un processo di valorizzazione del territorio integrato con le persone.
LA PECORA NERA PORTA FORTUNA
Altro che sventurata: a Pescocostanzo la pecora nera valeva lingotti d’oro!
La loro lana carfagna, resa impermeabile da particolari tecniche di lavorazione, veniva utilizzata per realizzare i mantelli dei pastori e venduta a Firenze e a Napoli per confezionare tessuti pregiati. Grazie al commercio della lana, i pescolani compravano l’oro e la Basilica di Santa Maria del Colle rimane la più ricca di decorazioni in tutto l’Abruzzo. È la bravissima Laura Colaprete a guidarci per le vie del borgo montano dalle tipiche case “a vignale” (a schiera) con l’ingresso al primo piano, pensato per poter uscire comodamente dalle abitazioni durante le grandi nevicate. Magnifici portali in pietra locale recano incise le merche: proverbi o frasi di buon auspicio, di ben altro tenore rispetto al monito della “pietra dello scandalo”, un resto di una colonna tuttora esistente nel Largo di fronte alla chiesa, che stava a ricordare il trattamento riservato agli evasori dei tributi, fatti sedere e messi alla pubblica gogna. Rigorosamente nudi!
DILLO CON UNA PRESENTOSA
Con un cuore è affetto e amicizia, con due è fidanzamento, se c’è anche una mezza luna è matrimonio e amore eterno. “La presentosa è un presente” spiega Roberto Colamarino, orafo di Pescocostanzo “è un ciondolo di buon auspicio che, già dal Settecento, veniva regalato dalla suocera alla nuora quando si presentava a casa oppure dal fidanzato alla fidanzata prima di partire per la transumanza, a significare la sua era una donna impegnata”. La presentosa, indossata tuttora dalle donne abruzzesi e originaria dalle botteghe di Pescocostanzo, L’Aquila, Sulmona e Scanno, si è diffusa in tutta l’Italia meridionale e viene realizzata in diverse varianti. Un altro simbolo di benvenuto nella nuova famiglia era la cannadora, una collana formata da tanti chicchi che la suocera donava alla nuora il giorno del matrimonio, tramandandola di generazioni. La stessa veniva anche regalata, un chicco all’anno, alle bambine, a partire dalla loro nascita, le quali, al compimento della maggiore età, potevano indossare la collana completa. Le sciacquajje, orecchini a forma di navicella con dei pendenti, avevano invece un valore apotropaico: il suono che emettevano, mentre le contadine si recavano alla fontana per prendere l’acqua con la conca di rame sulla testa, serviva per allontanare malocchio e maldicenze.
(Trine d’oro di Colamarino Roberto, Via Colecchi 35, Pescocostanzo, tel. 0864.7640041: realizzazioni artistiche in filigrana e lamina d’oro su modelli di tradizione).
LA PRIMA VOLTA NON SI SCORDA MAI…!
Che questo detto sia originario di Roccascalegna? Le giovani spose del Seicento avrebbero strabuzzato gli occhi udendo tal frase, costrette a consumare la prima notte di nozze col Barone Corvo de Corvis – il cui nome già la dice lunga – in una delle torri del castello. Il vizioso barone aveva infatti riportato in auge questo privilegio medievale a discapito delle contadine che, non potendo far fronte al versamento di una tassa, erano costrette a pagare in natura. Ma un marito geloso aspettò, al posto della novella sposa, il nobile che, invece di essere allietato, fu trafitto a morte, cadendo dalla finestra della torre, dopo aver tentato di aggrapparsi alla parete con la mano insanguinata. Leggenda o verità, per spaventare i compaesani superstiziosi, i vecchi abitanti del paese si sono divertiti per anni a riprodurre l’impronta della mano del barone sulla parete della torre, poi crollata, di cui oggi rimane solo un balconcino, chiamato appunto “dello ius primae noctis”. E se è vero che i detti popolari hanno sempre un fondo di verità, a Roccascalegna proprio non si può dire che il marito geloso muoia cornuto!
Possibilità di sposarsi nella cappella del castello. Per info tel. 0872.987111.
LA FESTA DEI CORNUTI
Che gli uomini non dimentichino a casa i cappelli: servono a nascondere le corna! La sera del 10 novembre, in occasione della festa di San Martino, gli abitanti del comune di San Valentino in Abruzzo Citeriore si armano di cornetti e simboli fallici in vista di una goliardica processione le cui origini risalgono a secoli fa. L’ultimo sposato dell’anno riceve dall’ultimo sposato dell’anno prima “la reliquia”, un fallo di legno antico portato in giro per il paese da un corteo di soli uomini, rigorosamente col cappello, che in passato si soffermava sotto tutte le case di chi aveva “problemi in famiglia”. Oggi, per evitare sommosse popolari, queste soste sono quasi impercettibili ma, quando si passa davanti a certe abitazioni, tra i canti, i tamburelli e gli anziani che sussurrano “Cornuto! Cornuto!”, occhiatine e ghigni maliziosi non si contano! Comunque gli uomini di San Valentino sembrano prendere l’infedeltà con spirito e la serata si conclude nelle cantine e nei ristoranti del posto, davanti a un buon piatto di spezzatino di maiale e a una bottiglia del vino nuovo! Questa tradizione è talmente viva che, per l’occasione, arrivano uomini – ma ormai anche donne – da tutta la regione. Degni di nota gli abitanti di Lanciano che giungono numerosi con un pullman recante una scritta di tutto rispetto:”Associazione cornuti italiani”! L’unico a non divertirsi per nulla è il povero Don Antonio, parroco del paese: prima della festa di San Martino il suo telefono squilla in continuazione, non per avere informazioni sulle sacre liturgie, bensì sulla festa dei cornuti!
D’altronde in Abruzzo anche le tradizioni sono sacre…!
L’ITINERARIO
Punto di partenza: Caramanico Terme
Punto di arrivo: Sulmona
Lunghezza: 210 km
Durata: 5 giorni
L’itinerario parte dal Centro Visita Valle dell’Orfento di Caramanico Terme, sede anche del Museo Naturalistico e Archeologico “P. Barrasso”. Ci si incammina sul sentiero indicato per la Valle del fiume Orfento che, nel corso dei secoli ha scavato la roccia creando una stretta gola. Dopo 1.30 h a piedi, all’incrocio con la SR487 si procede in auto. Oltrepassata la stazione di servizio, svoltare a destra sulla Contrada Riga che si arrampica, attraverso tortuosi tornanti, fino al borgo di Decontra, avvolto da un’atmosfera arcaica; Marisa vi aspetta per un pranzo a base di specialità abruzzesi all’Agriturismo Pietrantica. Si percorre il Sentiero Anello di Valle Giumentina per 2, 3 km fino all’Ecomuseo del Paleolitico della Valle Giumentina, dove sono emerse le tracce delle presenza umana sulla Maiella fin dal Paleolitico inferiore e proseguono le campagne di scavo alla ricerca dell’uomo di Neanderthal.
Continuare sulla SP22, tenere la destra sulla SR487 per 7,6 km fino a San Valentino in Abruzzo Citeriore, famoso in tutta la regione per la folkoristica festa dei cornuti. Ripercorrere l’ultimo tratto della SR487, allo svincolo svoltare a sinistra sulla SP22, parcheggiare al parcheggio (19 km) dopo la Fonte Tettone e continuare a piedi, lungo il sentiero tra i pini mughi, fino alla Tavola dei Briganti, rocce su cui pastori e briganti lasciarono incisi i loro nomi e i loro pensieri.
Le diverse escursioni sul monte Blockhaus sono indicate dalla segnaletica in quota. Tornati all’auto, prendere la SP220, al primo svincolo, girare a U sulla SS614, alla rotonda (15 km), svoltare a destra sulla SP539, al primo svincolo mantenere la destra sulla SP263 fino a Pennapiedimonte, per visitare la Grotta nera, dove concrezioni morbide color avorio, intrise d’acqua (“latte di monte”), formano spettacolari stalattiti. La grotta non è aperta al pubblico: per visite contattare il Parco Majella.
Riprendere la SS263 e percorrerla fino a Fara San Martino, capitale mondiale della pasta, prodotta dal Pastificio De Cecco dal 1886, e meta escursionistica per le strette gole formate dal fenomeno carsico che conducono, tra le pareti a picco, ai resti del Monastero di San Martino in Valle (2 Geositi Unesco del Parco Majella) e fino alla vetta del monte Amaro.
Riprendere la SS263, allo svincolo svoltare a U, continuare, poi girare a destra sulla Contrada Torretta e svoltare a sinistra sulla SS84; al primo svincolo a destra su Via del Campo Sportivo fino a raggiungere Roccascalegna, delizioso borgo dominato dal castello in cima a uno sperone roccioso; immancabile la foto di rito al balconcino dello ius primae noctis: ciò che rimane della torre in cui, nel Seicento, il Barone Corvo de Corvis costringeva le povere contadine, che non potevano far fronte a una tassa, a pagare in natura, consumando con lui la prima notte di nozze. Riprendere la SS84 e percorrerla per 30 km fino a Palena per una visita all’Area faunistica dell’Orso bruno e al Museo dell’Orso Marsicano.
Attualmente l’area faunistica ospita tre esemplari di orso bruno europeo: Caterina, Iris e Margherita, nate e vissute in cattività, dunque non destinate al ritorno in natura; ciascuna con una storia segnata, nel bene e nel male, dall’intervento dell’uomo. Riprendere la SS84 fino a Pescocostanzo (17 km), uno dei borghi storici d’Abruzzo e membro del Club “I borghi più belli d’Italia”.
Deliziatevi tra i vicoli con le tipiche case “a vignale” e non dimenticatevi di far visita alla Basilica di S.Maria del Colle, la più ricca per decorazioni di tutto l’Abruzzo, grazie agli antichi proventi del commercio della lana cafagna. Percorrere la SS84 per 21 km fino a Campo di Giove. Contattate in anticipo William Santoleri per escursioni nella Valle Cerreto concludendo con una cena davanti al fuoco sotto le stelle e una notte indimenticabile al PineCube, tra ululati di lupi e bramiti di cervi. Una volta rimessi in viaggio, percorrere Viale Sulmona, poi svoltare a destra sulla SS487 fino a Pacentro (17 km), un incantevole borgo montano arroccato su una collina alle pendici delle Montagne del Morrone, sul cui centro svettano le torri del Castello Caldora, a guardia della Valle Peligna. Recatevi al Centro I informazioni del Parco per una visita guidata attraverso gli stretti vicoli e alla casa di Marlurita: lei vi aspetta accanto al camino!
Prendere la SR487, alla prima rotonda a sinistra, alla seconda rotonda a destra, poi continuare fino a Sulmona, città natale di Ovidio, famosa al mondo per la produzione di confetti. Di notevole pregio artistico il centro storico; nella cripta della Cattedrale di San Panfilo è allestita una sala dedicata a San Celestino, il santo eremita eletto papa con il nome di Celestino V.
BLOCK NOTES
DURATA 6 giorni
QUANDO tutto l’anno
Come arrivare
In auto: Da ovest A24 Roma-L’Aquila e A25 Torano-Pescara; da nord e da sud-est: A14 fino a Pescara e si prosegue verso l’interno con la A25; da sud-ovest A1 fino a Caianello e poi in direzione Venafro-Roccaraso. In treno: Roma – Sulmona – Pescara. In autobus: le compagnie Arpa e Sangritana collegano i paesi del Parco con Sulmona, Chieti, Pescara, Lanciano e Guardiagrele. In aereo: aeroporto di Pescara.
Dove dormire
Agriturismo Pietrantica, Decontra di Caramanico Terme (PE), tel. 338.4045008, per riscoprire i sapori di una volta, fare il pane e la pasta con Marisa e ascoltare i suoi racconti su Nonno Paolino: 6 camere con bagno e 2 appartamenti con angolo cottura e caminetto, ricavati nei vecchi fienili ristrutturati, Euro 100,00 in 2 pers b&b, www.agripietrantica.com; La Dimora del Falconiere – Luxury Suites, Via Roma, 7, Sulmona, tel. 0864.547025, 351.5457551, Cinzia Simonetti vi ospiterà della casa dei suoi nonni, una delle dimore più antiche di Sulmona, costruita con il criterio antisismico borbonico (“casa baraccata”); nel cuore del centro storico della città, offre sistemazioni di grande comfort e design, contemperando l’architettura dell’edificio. Camera doppia partire da Euro 80,00, www.ladimoradelfalconiere.it. Agriturismo La Pagliarella,Via Sant’Elia 3, Scagnane, tel. 333 436 7723, antico casale in pietra del fine ‘800 immerso nel Parco della Majella. A persona: Euro 40,00 b&b; Euro 50,00 mezza pensione.
Dove mangiare
Alla casa vecchia, Vico I S. Marco, Pacentro, tel. 340.228 9909, Virginia Sciore, papà Giocondo e mamma Stella vi aspettano per una degustazione dei loro formaggi di capra, salumi e prodotti dell’azienda agricola di famiglia: Euro 10,00 -15,00 il tagliere; Locanda del Barone, Cda Case del Barone 1, Caramanico Terme, tel. 085.92584 – 340.5104509, ambiente caloroso a conduzione familiare all’interno della splendida cornice del Parco della Majella serve piatti della cucina abruzzese, valorizzando i grani antichi macinati a pietra: piancozze di grano di solita al ragù di castrato Euro 10,00; stinco di maiale nero d’Abruzzo per 2 persone Euro 18,00, www.locandadelbarone.it; Ristorante da Paolino, Strada Vulpes 34, Pescocostanzo, tel.0864.640080, cucina abruzzese in un locale con pietra a vista e decorazioni campestri rétro, chitarra al tartufo nero Euro 18,00, agnello arrosto Euro 20,00, www.ristorantedapaolino.com.
Acquisti a Km zero
Panificio Il Barone, Via Duca degli Abruzzi 6, Roccascalegna, tel. 0872.987180, la signora Maria sarà lieta di farvi assaggiare il suo pane porchettato, di cui detiene il brevetto: una vera leccornia di Roccascalegna! Soc. Ag. Da come una volta, Contrada San Nicolao, Caramanico Terme, tel. 338.1597893, formaggi freschi e stagionati, piccanti e speziati, creme, pecorino sott’olio, ricotte fresche o salate, prodotte da Marina e Angiolina De Angelis; carne di agnello disponibile nei periodi di Pasqua e Natale, http://dacomeunavolta.it. La bottega delle belle statuine, Via S.Maria Maggiore 41, Pacentro, tel. 0864.41656: manufatti in terracotta di Sara Galterio.
Tradizioni e folklore
Presepe Vivente di Rivisondoli: 5 gennaio; festa di S. Antonio Abate: 17 gennaio, le panicelle di San Biagio a Taranta Peligna: 3 febbraio; processione del Venerdì Santo e la Madonna che scappa a Sulmona: Pasqua; festa di S. Domenico a Pretoro: prima domenica di maggio; la Madonna della Libera a Pratola Peligna: prima domenica di maggio; processione delle Verginelle di Pretoro: 8 maggio; Corsa degli Zingari di Pacentro: prima domenica di settembre; San Martino festa dei cornuti a San Valentino: 10 novembre.
Aree faunistiche
Orso: Palena, tel. 339.8629165, orso@parcomajella.it; lupo: Pretoro, tel. 335.5995995, info@ilgrandefaggio.it; camoscio: Via Donato Ricchiuti 21, Lama dei Peligni, tel. 0872.916010, info@cooperativamajella.it; cervo: Gamberale, tel. 334.9417105, gamberale@parcomajella.it; lontra:Via del Vivaio, Caramanico Terme, tel. 085.922343, info@majambiente.it.
Trekking e visite guidate
Laura Colaprete, accompagnatrice turistica Regione Abruzzo, tel. 348.7656135, laura.colaprete@alice.it; Maja Experience, Fara San Martino, Via Casimiro Gentile, tel. 389.1138621, Lama dei Peligni, Località Colle Madonna, tel. 340.6807479 e www.majexperience.it; Marinella Fioriti, archeologa e guida di Roccascalegna, tel. 335.8767589.
La Transiberiana d’Italia
La storica linea ferroviaria Sulmona – Isernia attraversa il Parco della Majella passando per gli altipiani maggiori d’Abruzzo. Domenica e festivi, treni d’epoca sostano nelle stazioni per visitare i borghi, tel. 0872.222199, www.latransiberiana.com.
Da non perdere
Trascorrere una notte al PineCube di William Santoleri, Monte di Giove, tel. 320/81344997, www.pinecube.eu.
Bibliografia
Paolo Sanelli. I miei sogni sono stati tutti sulla Maiella. Edizioni Menabò; Maiella montagna Madre, Carsa Edizioni; Alessandro Sonsini e Simone Angelucci La Morra. Memorie ed eredità di una pastorizia non transumante. Edizioni Menabò; Adriana Gandolfi, La presentosa. Un gioiello degli Abruzzi fra tradizione e innovazione. Edizioni Menabò.
Sentieri, centri informazioni e info in rete
Testo e foto ©Scilla Nascimbene
Reportage pubblicato sul n.301 di Itinerari e Luoghi – Giugno 2022 in collaborazione con il Parco Majella
Foto di copertina ©Scilla Nascimbene
Ringrazio
Il Direttore Responsabile Daniele Cafieri, il Direttore Enrico Caracciolo, il Caporedattore Gianluca Salcioli, il grafico Gaetano Pignatelli e la Redazione di Itinerari e Luoghi Editoriale C&C.
John Forcone del Parco Majella
William Sartoleri del PineCube, Campo di Giove
Marisa dell’Agriturismo Pietrantica, Deconra
La guida turistica Laura Colaprete
Emanuele Di Marco, guida ambientale escursionistica di Majaexperience