Bertucce del Marocco. Parco di Ifrane

Le bertucce del Medio Atlante: i primati autoctoni del Marocco Una scimmia che si arrampica sugli alberi non è propriamente quello che ci si aspetta di vedere in Marocco. Ma, oltre a falchi, cinghiali e mufloni, i monti del Medio Atlante sono l’habitat di una specie di primati: le bertucce (Macacus sylvanus). Anche se vengono comunemente chiamati “macachi”, queste scimmie sono solo lontani parenti dei macachi che vivono del Sud Est asiatico. Nel Parco di Ifrane, nel cuore del Medio Atlante, si trova una numerosa comunità di bertucce, che corrispondono a un quarto dell’intera popolazione mondiale. Le bertucce (Macacus sylvanus) si nutrono di frutti, foglie e insetti e sono abili arrampicatori, adattandosi perfettamente all’ambiente montano. Si distinguono per il loro comportamento sociale complesso. Minacce e conservazione Nonostante gli sforzi di conservazione, le bertucce continuano a fronteggiare diverse minacce. La loro sopravvivenza dipende da programmi di tutela e dalla sensibilizzazione della popolazione locale. Curiosità: le bertucce di Gibilterra e la leggenda inglese Un gruppo di bertucce simili a quelle del Marocco si trova nel territorio inglese di Gibilterra, custodite da un vero e proprio “ufficiale addetto alle scimmie”. Una leggenda locale narra che il dominio inglese durerà fino a quando sulla rocca ci sarà una scimmia. Testo, foto e video © Scilla Nascimbene Leggi i reportage completi sul Marocco: MAROCCO OFF ROAD, ATTRAVERSO LE VASTITÀ SOTTO LE STELLE DEL SAHARA
Magici fiordi

NORVEGIA – BERGEN, HARDANGERFJORD E SOGNEFJORD Il tramonto che finisce con l’alba e il lungo buio artico. Labirinti di fiordi che dividono gli altipiani, ghiacciai e cascate che si uniscono al mare e distese di frutteti che coprono le colline dove riposano gli eroi vichinghi. La musica dell’Hardanger fiddle e quella di Edvard Grieg “che ha il sapore del merluzzo”. In viaggio sulle strade panoramiche, in treno tra le renne selvatiche e a pelo d’acqua nelle gole degli stretti bracci di mare, in mezzo a uno spettacolo di riflessi e di villaggi naïf. La strada si inerpica lenta lungo i tornanti di Vikafjell, risalendo il brullo entroterra macchiato dall’ultima neve, mentre un ruscello si dirige verso valle dopo una limpida e solenne cascata. Il canto melodioso di un uccello si fa trasportare dal vento che scuote il risveglio dei cespugli e i teneri germogli alla ricerca della luce, che sovrasta il ricordo del buio inverno artico. Il sole splende alto e illumina la baia di Vik, davanti alla cappa innevata del ghiacciaio Jostedalsbreen che imbianca l’orizzonte, incorniciato dal verde brillante delle praterie e dal profondo blu del Sognefjord. Un ultimo breve tratto e arriveremo al mare. La radio trasmette una musica country che fa immaginare mondi remoti, come quelli che si stagliano oltre il nastro d’asfalto. Modeste casette di legno dipinte di rosso amarena si annidano solitarie tra i mucchi di neve. Si chiamano hytte: vivaci segni di una cultura nordica dall’anima outdoor, in cui lo stretto legame con la natura prende il nome di friluftsliv che significa “vita all’aria aperta”. Le case più vecchie hanno ancora il bagno all’esterno e sono arredate da semplici sedili di legno coperti da stoffe di lana e un jøtul, una stufa di ghisa alimentata con corteccia di betulla. “Ciò che mi sbalordisce di questa piccola e periferica società” scrive il tedesco Hans Magnus Enzensberger nel suo libro Ah, Europa! “è un inconscio gioco di prestigio che le è sempre riuscito negli ultimi 170 anni: rimanere indietro nel tempo e allo stesso tempo precederlo”. La Norvegia è infatti una delle più moderne nazioni del mondo, in cui le tradizioni rimangono ancorate al suo forte spirito green. Bergen, capitale dei fiordi Secondo un’antica leggenda nordica, il merluzzo guidava nelle reti interi branchi di pesci e si usava appendere al soffitto di casa il pesce essiccato, in auspicio di abbondanti forniture di stoccafisso a Bergen e di un ricco guadagno per la Lega Anseatica, che aveva la sua sede nel quartiere di Bryggen, oggi patrimonio dell’Unesco. I commercianti tedeschi, che gestirono gli affari norvegesi per 400 anni, raggiunsero un potere incontrastato proprio grazie all’esportazione dello stoccafisso: il vero tesoro dei locali. “La mia musica ha il sapore del merluzzo”, affermava Edvard Grieg, celebre compositore e figlio di un mercante di pesce di Bergen. Anche la scrittrice Lilian Leland, autrice di Traveling Alone. A Woman’s Journey Around the World, descrisse la città come un luogo in cui “Tutto sa di pesce. Si mangia pesce, si beve pesce, si annusa pesce e si respira pesce”. Capitale Europea della Cultura nel 2000, Bergen è oggi una località all’avanguardia e accogliente al tempo stesso, che conserva, nella fila di coloratissime case di legno lungo il Vågen, il ricordo del suo passato come porto anseatico, ma attira altresì un gran numero nei giovani grazie alla sua università e ospita collezioni d’arte, festival e concerti, tra cui particolarmente suggestivi sono quelli che si tengono nell’auditorium accanto alla casa museo di Edvard Grieg, sulle rive del lago Nordåsvannet. Dopo una visita al mercato del pesce, al quartiere di Bryggen e al centro storico, per un’impagabile vista dall’alto si può scegliere tra la storica funicolare Fløibanen che conduce in cima al Monte Fløyen o la funivia Ulriksbanen, che raggiunge la vetta del Monte Ulrik, il più alto delle sette montagne che incastonano la città. Bergen è anche il punto di partenza per visitare i fiordi, attraversandoli in treno, o in un viaggio on the road, su una delle 18 strade strade panoramiche, contrassegnate dal simbolo del nodo nordico, nelle cui aree di sosta architettura e design si inseriscono nel paesaggio attraverso particolari installazioni artistiche. Tra Hardangerfjord e Sognefjord Chiunque si metta in viaggio lungo le strade panoramiche che collegano gli stretti bracci di mare, rimarrà incantato dal susseguirsi delle vaste distese di silenziosa serenità che si percorrono seguendo l’andamento dei fiordi o valicando gli impervi passi montani, tra coste solitarie e vivaci cittadine, specchi d’acqua dolce e laghi ghiacciati fino a estate inoltrata. A soli 80 km da Bergen, la regione dell’Hardanger è una terra di forti contrasti e scenari idilliaci, ai piedi delle cime innevate del ghiacciaio Folgefonna. L’altopiano dell’Hardangervidda, il più grande altopiano d’Europa e regno delle renne selvatiche, attrae ogni anno escursionisti, scalatori, appassionati di trekking e di mountain bike e amanti della natura, che qui si fa ammirare in fragorose cascate, come Vøringsfossen, una delle principali attrazioni della Norvegia, con un’altezza di 182 metri di cui 145 metri in caduta libera. A Steindalsfossen si può camminare tranquillamente dietro la cascata senza bagnarsi, mentre l’adrenalina sale alle stelle sporgendosi dalla Trolltunga (Lingua del Troll), una stretta lingua di roccia che si protende per 700 metri nel vuoto, davanti al lago Ringedalsvatnet. La località di Voss, mecca degli sport estremi, fa da snodo verso il bellissimo Sognefjord, il fiordo più lungo e più profondo della Norvegia, che si estende per 204 km dalla costa a nord di Bergen. Incantevoli villaggi, come Vikøyri e Balestrad si affacciano sulle sue rive accanto alle sepolture vichinghe, testimonianze degli antichi insediamenti dei gloriosi guerrieri. Nelle piccole aziende agricole a conduzione familiare si coltivano fragole, lamponi, mirtilli rossi e alberi da frutto, con cui vengono prodotti deliziosi succhi di frutta, da sorseggiare insieme a un saporito pezzo di gamalost, il formaggio prodotto a Vik, le cui origini risalgono all’epoca vichinga. Gli appassionati della lettura si sentiranno cullati a Fjærland, il villaggio del libri. Chi è alla ricerca del brivido potrà invece “volare” appeso una zip line
Chiudi gli occhi e soffia

VALLE D’AOSTA, VAL D’AYAS Un trionfo di foreste e amabili vedute. Chilometri di tracciati per sciare su discese selvagge, camminare nel silenzio tra boschi e antichi rascard o accompagnati dal grido delle aquile sul manto delle nevi perenni. Storie di sabotier, di contadini e artigiani, di campani e di fiori, “di chi vuole essere nuvola per respirare il cielo”. “Ricordo un grande campo e distese di erbe selvatiche e mia nonna che si chinava a raccoglierle, scegliendole con attenzione. Mia nonna si chiamava Giovanna, come me. Era una curatrice: le persone venivano anche da lontano per farsi curare con le erbe e io ero orgogliosa di lei. Mi spiegava i rimedi che conosceva e mi raccontava le storie dei fiori. Oggi sono io a raccontarle e a raccontarmi attraverso di loro nelle mie Tisane d’Autore”. Giovanna Barbato, 61 anni, titolare dell’erboristeria “Le Village” nel cuore di Champoluc, inizia a parlami della sua vita, in particolare di un periodo davvero buio che l’ha segnata profondamente, durante il quale, per ritrovare la serenità, ha scelto di isolarsi, cercando rifugio nella natura, intraprendendo“un cammino fatto di emozioni, verso l’ignoto”. Doveva tacere. E ha iniziato a parlare attraverso le tisane. Così sono nate Tisane d’Autore®. “Ho dovuto salvare i miei figli”, riprende Giovanna, “come il cardellino raffigurato sulla scatola della tisana Il gioco del vento. È un infuso energizzante, a base di zenzero e curcuma, ma anche di zucca e carota, di cui va ghiotto il piccolo uccello, ritratto mentre cerca di mettere in salvo il suo nido dal vento e ha bisogno di energia. Le erbe mi riportano a quando, da piccola, andavo con mia nonna a cercare qualche foglia per una medicazione o per preparare un infuso. Col tempo le ho studiate e ho imparato a raccoglierle. Ho scoperto le loro storie e ho trasformato questa mia passione in un’esperienza emotiva per il benessere dell’anima. Desidero che il profumo e il gusto delle mie tisane trasportino chi le beve in un mondo magico dove rifugiarsi, coccolarsi e amarsi”. Giovanna ha racchiuso natura e storie, realtà e sogni in una scatola, disegnata da giovani artisti. Al suo interno, accanto alla tisana, una poesia: parla di fiori, di emozioni, di lei. “Ora sono leggera. Sono aria nuova. Ti racconto di chi vuole essere nuvola per respirare il cielo. Chiudi gli occhi e soffia”. (Tratto dalla Tisana d’Autore Il respiro del cielo di Giovanna Barbato). Il costruttore di suoni “Scrive Claude Lévi-Strauss che il mito non è una storiella che si racconta […] ma è per l’uomo la stoffa stessa dello stare al mondo, un orizzonte di riferimento così tanto presente nella vita di tutti, che alla fine non lo si riconosce più. E infatti Lévi-Strauss diceva ai suoi studenti: andate proprio dove non vi aspettate di trovare nulla. Là troverete il mito”. Nel suo libro Campanacci d’Italia Giovanni Mocchi spiega che è forse questo il motivo per cui, nella nostra cultura, in pochi hanno saputo cogliere il valore materiale e morale della campana che, coi suoi rintocchi, accompagna la vita di tutti i giorni, i momenti di festa e di pericolo, fino all’ultimo saluto. Esiste un legame profondo tra l’uomo e questo strumento e per i pastori scegliere i campani è quasi un rito: significa comporre la sinfonia che li accompagnerà nella solitudine dei giorni e delle notti al pascolo. È la ricerca del suono che hanno nel cuore, udito fin dall’infanzia, come la voce dei familiari. “Se regali una campana a una persona, è come se regalassi un pezzo di te, perché ognuno sceglie quella che emette un suono in armonia con se stesso”. Sono nella frazione Isollaz di Challand-Saint-Victor, nel laboratorio di Mauro Savin, fabbro, artista, concertista, compositore, annoverato tra i migliori organettisti italiani. L’unico costruttore di campani in tutta la Val d’Aosta. “Penso che il fabbro sia il capostipite di una vallata, perché ognuna ha un timbro di suono legato a chi ha costruito i campani”. È stato il padre a insegnargli l’arte di lavorare il ferro, mentre il nonno, primo fisarmonicista professionista della Valle d’Aosta, gli ha trasmesso una grande eredità musicale: molti dei suoi brani sono entrati, infatti, a far parte del patrimonio tradizionale della regione. Già i suoi avi erano forgiatori di campani, ma quelli di Mauro Savin hanno una caratteristica unica: il loro suono non è casuale, ma è il frutto di una affinata ricerca sonora eseguita con i diapason. I modelli che realizza riproducono i progressivi quarti di tono della scala musicale: i capi al pascolo diventano così interpreti di singolari armonie. “Quando i pastori vengono ad acquistare i campani, ne propongo alcuni con timbri calibrati tra loro: sentirli suonare insieme è per me qualcosa di magico. A volte impiegano ore per sceglierli e ne ascoltano anche 500: sono come musicisti che ben conoscono la sonorità della loro mandria, proprio perché l’hanno scelta e la distinguono da quella delle altre.” Mauro mi spiega che i campani, utili per allontanare le vipere grazie alle loro vibrazioni, consentono ai pastori non solo di rintracciare i capi a distanza, ma anche di capire come stanno o cosa stanno facendo. Ogni bovino ha infatti un proprio modo di battere il campano che il pastore conosce bene. Anche gli animali lo usano per attirare la sua attenzione e addirittura per comunicare tra loro stessi: se viene cambiato il campanaccio a una mucca, questa non è più riconosciuta dalla mandria e cominciano le battaglie per ristabilire la gerarchia. Mauro mi fa ascoltare i diversi timbri delle note: alcuni, ovattati e afoni, sono detti “maschili” e vengono scelti per gli animali con una forte personalità; agli individui con un carattere più mite vengono invece abbinati i timbri “femminili”, più morbidi e cristallini. I suoi campani sono numerati e il codice viene riportato su un registro assieme al nome dell’acquirente e alla sua destinazione. Sono montati su collari da lui realizzati, decorati con intrecci di cuoio e impreziositi con borchie e sculture di ottone, secondo la tradizione valdostana. “Impiego circa 12 ore per
Purtroppo, fortunatamente

ABRUZZO, PARCO NAZIONALE DELLA MAIELLA La prima colonna d’Ercole trovata dagli antichi Greci arrivati per mare da sud. Inospitale, impervia, talvolta inaccessibile, eppure abitata da sempre. Luogo della fatica e dello spirito, la Montagna Madre degli abruzzesi restituisce, compensa con la ricchezza della sua natura, attrae con la sua sacralità e crea con l’uomo un rapporto di osmosi, raccontato nelle semplici poesie di un pastore di Decontra, che in quella dura terra ha vissuto, sognato e gioito “di una cosa così meravigliosa”. Storie dalla Maiella La strada per Decontra sale placida, stretta e tortuosa, sul ciglio della Valle dell’Orfento, contorta come i fusti dei pini mughi che ricamano le alte quote del Blockhaus. I botanici li chiamano “krummholz”, legno contorto. Questi origami vegetali forgiati dal vento, dalla neve e dal gelo, che sembrano ricordare il “legno storto” a cui Kant assimilava l’umanità, contesa e alla ricerca di un delicato equilibrio tra il bene e il male, sono testimoni di quel tenace spirito di adattamento che, secondo lo scrittore di Pescina, Ignazio Silone, avrebbe determinato il carattere e deciso il destino delle persone in questa fascia dell’Appennino centrale, nel cuore dell’Abruzzo dei Parchi. Qui abita l’orso, il lupo, il cervo, il camoscio, il capriolo e l’uomo già dai tempi del Paleolitico, trasformando a sua volta il territorio in un paesaggio agropastorale che si confonde con quello della natura, ma di cui la natura si sta riappropriando, a seguito dell’esodo degli abitanti dalla montagna. Morre di pecore avanzano silenziose verso gli stazzi, sui versanti assolati della piana di San Nicolao, sotto la guida serena e abituale di Malic, il loro pastore, e di qualche cane bianco assonnato, suonando con le loro campane rugginose l’epopea non scritta di ciò che per lunghissimi anni è stata la colonna portante della sussistenza di quelle genti: la piccola pastorizia. Terrazzamenti, capanne e muri in pietra a secco, frutto di faticose bonifiche e spietramenti, rimangono i segni di una civiltà contadina e pastorale che sembra essere finita. Eppure esistono ancora luoghi immobili, dove qualcosa di antico e genuino è silenziosamente sopravvissuto. Come nel borgo di Decontra. MARISA, NONNO PAOLINO E IL CANE VIAGGIATORE “Questa la devi assaggiare, è una croccantella di pane di solina, facilissima da preparare: erbette, un pizzico di curcuma e dei pomodorini; il piano b per fare un buon aperitivo!”. Marisa, sembra di conoscerla da sempre. Il suo sorriso, il suo calore e la sua energia fanno sentire a casa chiunque entri nell’Agriturismo Pietrantica che gestisce col marito Camillo. A suo dire, però, non è un posto per tutti. “Una volta è arrivato un signore con la tv portatile per vedere la partita, ma qui non c’è l’antenna! Un’altra, vedo scendere dalla macchina una ragazza con i pantaloni stretti e i tacchi a spillo: “Siamo in una landa desolata!”, diceva al marito. Ma chi me li ha mandati questi? Tocca fare le dieci spigolature (suggerimenti)! Così una sera, dopo un bicchiere di vino, abbiamo scritto i dieci buoni motivi per NON andare da Marisa!”. Intanto, tra una risata e l’altra, assaggio la prima croccantella, ancora calda. “La solina è un grano antico che cresce fino a 1500 metri nei terreni aridi e ghiaiosi della Majella; non vuole coltivarla più nessuno, perché ha una resa bassissima, ma ha un sacco di proprietà ed è diventato presidio slow food. I terreni qui a Decontra sono piccoli e impervi e la seminiamo a spaglio, lanciando i semi con un gesto che ci ha insegnato Nonno Paolino, il papà di Camillo”. Per un attimo il sorriso di Marisa si smorza. “Mi sembra di vederlo seduto qui o sotto quell’albero. Da quando ci ha lasciati mi manca tantissimo e mi devo ancora abituare. Lui non era mai arrabbiato e io, invece, ero spesso nervosa e, quando cercava di rasserenarmi, iniziava la frase sempre così: “Purtroppo, fortunatamente…”. Era il suo modo per farmi capire di stare tranquilla e andare avanti, nonostante tutto, perché, in fondo, eravamo fortunati per tante cose”. Nonno Paolino aveva una serenità che dipendeva dal suo stato mentale, dall’arte del fare, del fare con le sue mani e dalla capacità di sentirsi in un posto soltanto e di esserci completamente. “Se fai il pane” diceva “fai solo il pane, non pensare ad altro!”. Il contrario della nostra quotidianità, dove tutti corrono e vogliono essere sempre da qualche altra parte. “Tieni questo libro”, mi dice “ parla di Nonno Paolino e raccoglie le sue poesie” (I miei sogni sono stati tutti sulla Majella. Paolo Sanelli. Edizioni Menabò). Marisa mi spiega che tanti anni fa la montagna era vista come una grossa sofferenza ed è odiata dagli anziani del paese, perché vi hanno passato la gioventù, quindi l’età più bella, trasportando la legna con l’asino e svolgendo lavori pesanti. Nonno Paolino, invece, raccontava la sua vita come una susseguirsi di sorprese che lui chiamava “gioielli” e che arrivavano a ogni stagione: le rondini che tornavano nei vecchi nidi all’interno della sua casa, i canti degli asini, il richiamo delle quaglie, le aquile che volavano basse sulle sue greggi. L’alba che gli diceva di alzarsi per mungere le mucche. Il tramonto che arrivava per potersi riposare. “Un’estate sono venuti da noi degli amici” riprende Marisa, “e lui ha voluto portarli a dormire in montagna. Quindi li abbiamo ospitati, o meglio, li abbiamo ospitati a dormire in montagna, sotto le stelle. E, una volta tornati, hanno detto ai loro genitori che era stata l’esperienza più bella della loro vita. Nonno Paolino diceva che quando dormi in montagna, nel silenzio, apri gli occhi e vedi le stelle, è una cosa meravigliosa. Aveva vissuto tre mesi in Inghilterra per lavorare, ma lì, a suo dire, pioveva tutti i giorni e si mangiava malissimo. Così era tornato a Decontra, con il suo gregge di pecore. E, proprio dall’Inghilterra, dopo che uscì il libro su di lui, arrivò un giornalista che lo voleva intervistare, ma Nonno Paolino non parlava inglese e il giornalista non capiva l’italiano. “Vedi”, mi disse il nonno, “gli animali tra
Quella baita ai piedi dei larici

AUSTRIA, TIROLO, VALLE DELLA WIPPTAL Sotto le vette del Padauner Kogel, dove il verde dei larici incontra vallate di fiori gialli e pascoli chiusi da recinti intrecciati alla maniera di un tempo, c’è una baita antica come le prime cattedrali, in cui si vive assieme a una famiglia contadina, si cuoce il cibo nel forno a legna e si dorme nel profumo degli aghi di pino, che distende il respiro e fa bene al cuore. È l’ora del tramonto nelle valli intatte della Wipptal e alla fattoria Steckholzer si mungono le mucche, si prepara la cena e si mettono le oche nel recinto vicino ai conigli, al riparo dalle volpi che si aggirano nella notte. Sembrerebbe un bucolico momento di fine giornata, ma la faccenda con le oche è un’impresa che ha dell’incredibile e assomiglia a una scena di un film comico! Il tutto inizia così: la contadina Martina, unica donna della famiglia Wolf, proprietaria della fattoria, si avvicina alle oche cercando di prenderle, ma queste iniziano a correre come forsennate scappando in tutte le direzioni e la povera Martina dietro di loro! Arriva quindi Simon, il figlio più piccolo, e la scena si ripete di nuovo, come in una giostra! Accorre poi in aiuto anche qualche cliente della Guesthouse e, tra fiatone e risate, tutte le oche sono finalmente al sicuro! Per fortuna le mucche sono più collaborative e, dalla stalla, si dirigono da sole nella stanza della mungitura, posizionandosi sulla piattaforma per essere munte. Una dopo l’altra, quando Daniel le chiama, ognuna con il suo nome. Così all’alba e al tramonto. La vita nella fattoria è fatta di gesti che si ripetono da secoli nello stesso modo. Certo, prima non esistevano i trattori, i macchinari per raccogliere il fieno e nemmeno le mungitrici automatiche. A dire il vero, fino agli anni Settanta, non c’era nemmeno la strada che collegava la piccola frazione di Padaun al fondovalle. Gli abitanti di un tempo, costretti a portare tutto sulle loro spalle attraverso un sentiero, cercavano di sfruttare i materiali che avevano a disposizione e si nutrivano coi prodotti della loro terra e del loro allevamento che, abbinati in diversi modi, erano alla base di piatti molto semplici, oggi rimasti tipici della tradizione tirolese. Respirare la pace Nella vita contadina serve pazienza e tanto lavoro. Ma quella valle è un posto magico e quando si respira la sua aria, profumata dalle erbe aromatiche, sembra di respirare la pace. Lo sa bene Martina che, con il marito Daniel, si è trasferita, ventitré anni fa, in quella baita, accanto a un piccolo ruscello che percorre immense vallate coperte da fiori gialli. In quell’angolo alpino si sente solo lo scrosciare dell’acqua, il fruscio del vento e i campanacci delle loro mucche e delle caprette di Heidi, la signora della fattoria accanto, da cui Martina compra le uova, il burro, dell’ottimo speck e un delizioso formaggio fresco. Di tanto in tanto, il silenzio è rotto da radi colpi che si ripetono con ritmo e fanno pensare a un vecchio taglialegna È Daniel che ripara il recinto, quello costruito in anni di lavoro assieme al suo papà. Oltre un chilometro di recinto schrägzaun, intrecciato secondo antiche le tradizioni di quella valle, senza utilizzare chiodi, poiché i contadini di un tempo non ne disponevano. Ci spiega Martina che lo schrägzaun resiste anche alle grandi nevicate ma, per ogni metro, servono dieci pali intrecciati tra loro, alti 1,80 m l’uno, alcuni dei quali vengono conficcati nel terreno venti centimetri, altri più in profondità. È necessario quindi tanto lavoro e una continua manutenzione e sono rimasti pochi i contadini che costruiscono questo tipo di recinto, che serve per delimitare la proprietà, ma soprattutto per contenere le mucche all’interno di un prato, mantenendo intatta l’erba degli altri pascoli destinata a fieno per l’inverno. Alla fattoria, infatti, i bovini mangiano solo il fieno dei loro campi e vengono portati in alpeggio durante l’estate. Nella stalla ci sono attualmente quaranta mucche di razza Brown Swiss, importata dal Lechtal a Padaun da Johann Wolf, il bisnonno di Daniel. La malga, menzionata in un documento del 1313, è infatti gestita dalla stessa famiglia da sei generazioni e deve il nome ad Anton Steckholzer, originario di Vipiteno, che l’acquistò nel 1835. Quella baita ai piedi dei larici ha davvero tanti anni, forse come le secolari conifere che coprono le pareti del Padauner Kogel, dalla cui cima si ammira uno spettacolo incantevole. Difficile andarsene da un posto così. Anna Steckholzer, infatti, bisnonna di Daniel, non abbandonò la fattoria nemmeno quando rimase da sola, dopo che tutti i suoi fratelli non fecero più ritorno dalla guerra e, nel 1925, sposò Johann Wolf. Oggi Daniel, Martina e i loro tre figli continuano la tradizione di famiglia e vivono al piano superiore, mentre il primo piano è occupato da sei stanze per gli ospiti, con il soffitto ancora originale in legno di larice. Accanto ai cuscini, un sacchetto di stoffa contiene aghi di pino, per favorire il respiro e rilassare il cuore durante la notte, secondo le usanze degli antichi contadini. Alla fattoria Steckholzer ci si sente a casa: si può dar da mangiare agli animali assieme a Daniel, preparare i dolci tirolesi con Martina, partire per le escursioni nelle valli della Wipptal o semplicemente riposarsi sulle sedie di fronte al ruscello, mentre, nel silenzio, si respira la pace. Il Kaiserschmarrn “Vieni in cucina, prepariamo il Kaiserschmarrn!”, mi dice Martina. Gli ingredienti per questo dolce tipico sono già sul tavolo: il latte delle loro mucche, le uova e il burro di Heidi, lo zucchero, la marmellata di mirtilli e la passata di mela. “Tanti anni fa, i contadini non avevano a disposizione molta carne e spesso preparavano il Kaiserschmarrn anche come secondo piatto”, mi spiega, mentre inizia a sbattere le uova con molto vigore. “Kaputt!”, esclama, “si è rotta la frusta!”. Ma alla fine, il Kaiserschmarrn è venuto ugualmente da leccarsi i baffi! Ingredienti per 4 persone: 3 uova, 120 gr di farina 00, 220 ml di latte, un
Più vicini al cielo

TRENTINO ALTO ADIGE, ALTA PUSTERIA Pallide cattedrali di roccia, al confine tra il finito e l’immenso, disegnano orizzonti verticali e silenziose ombre, sotterrando gli echi della Grande Guerra. A valle, concerti di torrenti suonano insieme al vento le melodie dei masi, mentre le renne della Croda Rossa vagano nella notte seguendo il bagliore della luna piena. Era da quarant’anni che non si vedeva al Waldruhe. Il blu cobalto del petto e le piume color terra bruciata si confondono tra le frange ombrose dei larici e i fili d’erba incandescenti di sole, davanti all’incantevole spettacolo della Meridiana di Sesto. Fiero come un pavone e tuttavia guardingo, il raro gallo cedrone si concede per pochi istanti, dileguandosi tra gli sterpi e i bassi arbusti dell’oscura macchia boschiva, mentre, nel cielo azzurro, una poiana plana nelle correnti ventose, di fronte alla terrazza della stube tirolese. Siamo sul Monte di Fuori, nell’ultimo angolo della valle: qui non esiste il traffico, perché finisce la strada. Nulla disturba la pace e il waldruhe: il “silenzio del bosco”, nome che il nonno Johann diede alla prima locanda, quando la aprì nel suo antico maso. “I miei nonni hanno aperto la stube nel 1973” mi racconta Stefan “prima non c’era la terrazza e nemmeno la strada, ma solo un piccolo sentiero. Gli ospiti arrivavano coi cavalli e, in inverno, con la slitta. I miei nonni preparavano una minestra d’orzo, un po’ di speck, le mezzelune fatte in casa e poco altro e avevano alcune camere dove si poteva dormire: sono le nostre camere antiche, in legno di cirmolo, con i vecchi mobili tirolesi dipinti a mano da un artigiano del paese. Abbiamo voluto mantenerle, perché fanno parte dell’anima della casa”. Stefan Senfter, 41 anni, gestisce dal 2007 l’antica Gasthof Waldruhe assieme a sua moglie Monica e il ristorante porta il marchio Slowfood, che per loro deve essere sinonimo di buono, pulito e giusto. “Devi dare tanto della tua anima” mi dice Stefan. “La mia soddisfazione è quella di far alzare con un sorriso le persone che vengono qui, come già facevano i miei nonni e poi i miei genitori. Anche se ho dato una mia interpretazione, i segreti della mia cucina sono quelli che ho imparato dalla mia mamma e dalla mia nonna. A me piace conoscere gli ospiti. Spiego loro i piatti, perché vengono preparati e serviti così. Racconto le nostre tradizioni e, a volte, la nostra storia. Questo maso ha cinquecento anni: si chiama Maurer, che significa muri, perché al confine del bosco c’erano i muri di sassi, fatti con le pietre rimosse dai campi per poter coltivare le patate. Era una zona molto povera e tutto è cambiato negli anni Cinquanta – Sessanta, con l’avvento del turismo: una realtà completamente nuova che ha portato il benessere e ha modificato l’aspetto della vallata. In questo posto però si respira ancora l’atmosfera di cento anni fa. Oggi è mio fratello Martin che si occupa del maso e fa anche il boscaiolo, perché il maso non porta guadagni. Lo vivi. Insegni ai tuoi figli come tenerlo e così gli trasmetti le tue radici: per questo porto avanti il Waldruhe. Per noi il maso è qualcosa di molto antico. È la nostra identità. Solo chi ci è nato può prendersene cura. Nessuno qui ti vende un maso: sarebbe come vendere il cuore”. È quasi l’ora del tramonto e Stefan deve tornare in cucina per preparare la cena e girare l’arrosto nel forno. Mi accompagna fino all’inizio della strada. Dove finiscono i larici. “Senti il fruscio del vento?” mi chiede “questo è il silenzio del bosco”. In soli 20 minuti a piedi dal Waldruhe, lungo la “Via della meditazione” si raggiunge la Cappella del Bosco, costruita per i contadini durante la Prima Guerra Mondiale (vedi quinto itinerario). Gli schlutzkrapfen di Stefan Senfter I deliziosi ravioli a mezzaluna fatti in casa sono un grande classico del ricettario tradizionale altoatesino che a Sesto non viene farcito con spinaci o ricotta, ma con patate lesse, passate nello schiacciapatate. Ingredienti per 4 persone: Per l’impasto: 125 g di farina di segale, 125 g di farina di frumento, 1 uovo, 60 ml di acqua tiepida, 1 cucchiaio di olio, sale. Per il ripieno: 250 g di patate farinose, 50 g di cipolle tritate finemente, 1 spicchio d’aglio tritato finemente, 30 g di burro, mezzo porro, erba cipollina tagliata finemente, sale e pepe. Per guarnire: parmigiano grattugiato, burro, erba cipollina tagliata finemente. Preparazione Impasto: unire le farine in una scodella e aggiungere il sale. Mescolare l’uovo con l’acqua tiepida e l’olio, incorporare alle farine e amalgamare bene fino a ottenere un impasto liscio e omogeneo. Coprire con un canovaccio e far riposare per 30 minuti. Ripieno: lessare e sbucciare le patate e passarle nello schiacciapatate. Dorare il porro tagliato finemente nel burro assieme alla cipolla e all’aglio, unire al composto di patate e condire con sale e pepe. Tirare la pasta fino a ottenere una sfoglia sottile. Con un coppapasta rotondo ritagliare dei dischetti di circa 7 cm di diametro. Disporre un cucchiaino di ripieno al centro. Inumidire il bordo con acqua, piegare a mezzaluna e sigillare bene i bordi con la pressione dei polpastrelli. Far bollire gli Schlutzkrapfen in acqua salata. Cospargere di parmigiano e servire con burro fuso e erba cipollina. Tempo di cottura 5- 6 minuti. Le renne della Croda Rossa Kelly ha il pelo scuro color del bosco e le corna calde e vellutate. Le sento pulsare tra le mani. “È perché stanno stanno ancora crescendo” mi dice Christian. Kelly è una delle cinque renne che vivono sui Prati di Croda Rossa, detta anche Cima Dieci. L’idea di far arrivare le nordiche bestiole sulle Dolomiti di Sesto risale a una ventina d’anni fa. Tutto partì da Christian Tschurtschenthaler che, all’epoca, organizzava viaggi in motoslitta, mostrando ai turisti le bellezze di quel paradiso montano. Ma quanto rumore quella motoslitta! E che puzza di carburante! Serviva un mezzo in armonia con la natura. Così chiese ai bambini quale fossero, secondo loro, gli animali
Il maggiordomo delle malghe

AUSTRIA, CARINZIA, TURRACHER HÖHE Nel Parco della Biosfera Unesco dei Monti Nockberge, sul versante meridionale e soleggiato delle Alpi austriache, quello più lieve, dalle cime rotonde che profumano di valeriana celtica. Tra laghi e pascoli, camminando a piedi nudi su morbide torbiere in una delle più grandi foreste di pini cembri d’Europa o conquistando le vette in arditi trekking o sulle due ruote, per poi rigenerarsi in un bagno termale alla maniera degli antichi contadini. Momenti di benessere alpino per riposare il corpo e la mente e fare il pieno di energie. Christian amava indossare l’abito blu e i mocassini italiani, perfetti con la sua la 24 ore: era un manager di una banca di Klagenfurt. “Il mio lavoro era molto impostato” racconta. “Tutto seguiva una check-list; oggi invece se piove devo cambiare programma”. Christian Weinländer, tuttora impeccabile in abiti tradizionali, inizia a raccontarmi in che modo è finito a Turracher Höhe, uno splendido altopiano al confine tra la Carinzia e la Stiria, costellato da tre laghi alpini, all’interno del Parco della Biosfera Unesco dei Monti Nockberge, una catena montuosa che raggiunge i 2441 m di altezza e la cui particolarità è quella di avere le cime rotonde coperte di erba, habitat di animali e piante endemiche, sopravvissute all’ultima era glaciale, che risparmiò quei monti dal gelo. “Un giorno la banca è fallita” riprende “la situazione è diventata insostenibile e mi sono licenziato. Poi ho trovato un annuncio sul giornale: “È quello che fa per me!” mi sono detto. Questo lavoro lo facciamo solo io ed Elmar a Turracher Höhe. Spesso, vedendoci insieme e in abiti tipici, ci scambiano per musicisti e ci chiedono dove suoniamo!”. Christian sorride; lui ed Elmar Ebner sono i maggiordomi delle malghe, esperte guide naturalistiche molto attente ai particolari e al benessere degli ospiti, ai quali riservano piccole sorprese, come dei veri maggiordomi. “In questi posti tranquilli e incontaminati le persone si rilassano e trascorriamo insieme delle belle giornate; quando attraversiamo a piedi nudi la torbiera, molti mi dicono che sembra di camminare sulle nuvole”. Gli chiedo quale sia la sua escursione preferita: “La gita all’alba sul lago”, risponde; “io ed Elmar prepariamo la colazione mentre il sole si alza e si specchia sull’acqua. Ogni alba è diversa ed è sempre un momento molto intenso. In banca guadagnavo di più” conclude Christian “ma qui mi sento più ricco”. (Programma “Maggiordomo delle malghe” e prenotazioni: www.almbutler.at) Una strana coppia Per un rapporto duraturo non bisogna necessariamente essere simili: lo dimostrano anche due individui che fanno coppia fissa da parecchio tempo nei monti Nockberge. Partiamo dal piccolo: la nucifraga (dal latino nux “noce” e frangere “rompere”) o nocciolaia: un uccellino previdente e con una memoria di ferro che, prima dell’inverno, si dà un gran da fare per accumulare le provviste, cioè i semi dei pini cembri, scovati all’interno delle pigne che apre con molto impegno, trasportandoli per tutta la foresta per nasconderli con cura in posti sicuri. Chissà se, come noi umani, in quei momenti la nocciolaia pensa “lo metto qui che non me lo dimentico”; sta di fatto che, come spesso succede, quei posti si perdono nell’oblio, anche perché, sebbene l’indaffarata creatura, che nasconde fino a centomila semi in una stagione, riesca a ritrovarli quasi tutti, nella quantità qualcosa sfugge… Nascono così i pini cembri. D’ora in poi, quando ne vedremo uno piccolo, penseremo all’istante: “Li avevi messi lì!”. Nel regno del cirmolo L’altopiano di Turracher Höhe si trova in una delle più estese foreste di pini cembri d’Europa. Il cembro, detto anche cirmolo, è l’unica conifera ad avere 5 aghi per ciuffo e cresce tra i 1500 e i 2300 metri, anche se ultimamente questa fascia altitudinale si è alzata, a causa dei cambiamenti climatici. Sia il legno che le pigne sono particolarmente apprezzati per le loro proprietà e a Turracher Höhe 70 piccoli produttori realizzano oltre 100 prodotti: mobili, oli essenziali, birra, grappe, sciroppo, marmellate e persino il cioccolato. “Il cembro è la regina delle Alpi” mi dicono Josef e Melanie Lackner “ha una crescita molto lenta, perciò col tempo non si deforma. È il legno preferito da noi falegnami perché perdona e non si spacca facilmente durante la lavorazione; inoltre tiene lontano le tarme e, quando si apre un armadio in un’antica fattoria, esce il profumo anche dopo 200 anni!”. Eva Schmölzer ha invece inventato una ricetta per fare lo sciroppo – ottimo per la tosse – aggiungendo zucchero, menta, limone e cannella alle pigne che raccoglie solo 3 settimane all’anno – come consentito – mentre coi trucioli confeziona dei profumatissimi cuscini per dormire sonni sereni: l’essenza del cirmolo riduce infatti la frequenza cardiaca, migliorando la qualità del sonno, ha un potere antibatterico e anche antiallergico. La valeriana celtica Sembra davvero incredibile che un’umile pianticella dai fiori gialli che si confonde nell’erba sia davvero tanto preziosa! Siamo nella Schiestelscharte, a 2024 m di quota, lungo l’incantevole strada panoramica Nockalmstrasse che attraversa il Parco Biosfera dei Monti Nockberge e un profumo intenso e speziato cosparge l’aria. “Viene dalle radici, non dai fiori!” mi dice il ranger Stefan Schmölzer, mentre sistema un tradizionale recinto a bordo strada, realizzato senza chiodi e unito da anelli di rami di abete rosso piegati a fuoco (ringzaun). La valeriana celtica (speick) cresce sopra i 1800 m solo sui monti Nockberge. Le sue proprietà curative e riequilibranti erano conosciute già 2500 anni fa, quando veniva esportata in Africa e in Oriente per profumare la pelle delle spose prima delle nozze o aggiunta ai bagni e al vino, per il suo effetto calmante sul sistema nervoso centrale e stimolante su quello autonomo: i suoi estratti, infatti, rilassano senza provocare spossatezza e rivitalizzano il corpo e la mente senza eccitare. La valeriana celtica è oggi una pianta protetta: solo due agricoltori hanno il permesso di raccoglierla da metà agosto a metà settembre, in quantitativi controllati dal Parco della Biosfera dei monti Nockberge. La ditta tedesca Speick è l’unica al mondo autorizzata a utilizzare questa preziosa pianta alpina per i suoi prodotti
Alpaca therapy

AUSTRIA, TIROLO, REGIONE DI SEEFELD Non solo vette, laghi e strepitose vedute: questo altopiano tirolese ha mille risorse per sorprendervi, ma delle morbide bestiole cercheranno di rubare la scena. “Tieni questa coperta e siediti sulla collina. Verranno loro da te”. Un po’ di relax in mezzo al verde è proprio quello che ci vuole dopo una mattinata in giro per malghe, mucche e sentieri nella vallata di Gaistal. Scelgo il mio angolo di prato e mi sdraio sulla coperta. È chiara e molto morbida. È fatta con la lana delle docili bestiole della fattoria. Sono sull’altopiano di Seefeld, a 20 km da Innsbruck, ma sembra di essere in mezzo alle Ande, con tutti quegli alpaca intorno a me. Mi accomodo, con un immenso desiderio di gustarmi la pace di quel posto e quei meravigliosi animali che pascolano. C’è qualcuno, però, che ha deciso di “assaggiarmi”. È un incantevole, piccolo batuffolo bianco, arrivato in compagnia di un suo simile. Vuole fare la mia conoscenza e inizia a morsicarmi delicatamente le guance con le labbra. E il naso… ma non lo molla più! Poi si fissa sui miei capelli, li prende in bocca e li mastica.“Me li starà mangiando?” mi chiedo. A dire il vero non l’ho capito e, mentre cerco in tutti i modi di sottrarre i miei capelli dalla sua bocca ruminante, vedo arrivare dalla fattoria una signora con un biberon in mano. “Lei è Hermine!” mi dice, riferendosi a quel cucciolo che mi stava divorando i capelli. “Ha solo un mese!” continua. “Tieni il biberon: è l’ora del latte”. Incredula e felice come una bambina, prendo quel caldo biberon tra le mani e, all’istante, Hermine lascia i miei capelli e inizia a succhiare. “Allora è una femminuccia!” penso tra me e me, mentre con tutta calma, la guardo, la accarezzo e la annuso. Profuma di latte e di cucciolo, fa mille versetti e sembra avere la voracità di chi ha intenzione di far fuori il biberon fino all’ultima goccia. Invece no. A un certo punto Hermine smette di succhiare, mi scambia per la sua “coperta” e, con una dolcezza indescrivibile, si addormenta sulle mie gambe. Ci ha divise un acquazzone, un gelido scroscio d’acqua che mi ha costretta a cercare riparo nello shop della fattoria. Lì ho comprato un cuscino, lungo e stretto. È morbido. Profuma di alpaca. Quando lo annuso, mi emoziona e mi ricorda Hermine. Da fine maggio a fine ottobre, la fattoria Tiroler Bio Alpakas di Seefeld organizza tour privati o escursioni di gruppo tra boschi, prati e malghe dell’altopiano, accompagnati dalle mansuete bestiole, con tanto di picnic tirolese. Grazie al loro carattere paziente e affettuoso, gli alpaca vengono impiegati sempre più spesso per scopi di pet therapy: una pratica terapeutica “dolce” che sfrutta i benefici dell’interazione tra l’uomo e gli animali da compagnia e che sembra avere sorprendenti effetti positivi sulla salute e sulla psiche umana. Per info www.bioalpakas.at. Chi preferisse passeggiare tra le montagne con dei simpatici lama, può rivolgersi all’Hotel Charlotte di Seefeld (www.hotel-charlotte.com). Per vivere un’esperienza con i bellissimi bovini delle Highlands scozzesi, contattare il maso Zottlhof (www.zottlhof.com). Nella fattoria sono in vendita i prodotti naturali “Tiroler Heutraum” (www.tirolerheutraum.at) realizzati con erbe raccolte a mano nella valle di Leutasch. La regione di Seefeld La regione di Seefeld si trova a un’altitudine di 1.200 metri, è adagiata su un altopiano ed è composta da cinque località: Leutasch, Mösern/ Buchen, Reith, Scharnitz e Seefeld. Già prima dell’età romana, il sentiero sopra Scharnitz, nella valle dell’Inn, rappresentava un importante collegamento. A quell’epoca l’altopiano era ancora coperto d’acqua, fatto da cui deriva il nome (See: lago; feld: campo). Seefeld è stato menzionato per la prima volta nel 1022, quando vi erano già una cappella sul lago e una fortezza.. Al 1384 risale il miracolo eucaristico che sarebbe avvenuto nella chiesa parrocchiale di Sant’Osvaldo, nell’attuale centro pedonale. La basilica, in cui si conserva la reliquia del miracolo, divenne meta di pellegrinaggio. Per ospitare i fedeli, accanto ad essa fu costruito un monastero, oggi sede di un resort a cinque stelle a conduzione familiare (www.klosterbraeu.com).Il vero sviluppo iniziò nel 1912 con la costruzione della ferrovia Karwendelbahn, a cui seguirono eleganti hotel, funivie e strutture di vario genere. Oggi la regione è in grado di offrire tutto l’anno e agli ospiti di ogni età un’ampia scelta di attività per le vacanze. Gli oltre 60 rifugi della regione rappresentano piccole oasi ad alta quota, raggiungibili a piedi, in bici o con gli impianti di risalita. Seefeld vanta un glorioso passato sportivo: fu teatro dei Giochi olimpici invernali nel 1964 e 1976 e dei Giochi olimpici giovanili nel 2012 e, nel 2019, della 52esima edizione dei mondiali delle discipline di sci nordico “FIS Mondiali di Sci Nordico 2019“. Il lago Wildsee Vicino alla zona pedonale di Seefeld, questo incantevole lago è il luogo ideale per rilassarsi. D’estate ci si può rinfrescare nei pressi del lido e lungo la zona balneabile “Waldbad”, mentre chi desidera beneficiare dell’acqua alpina di Seefeld può effettuare il percorso idroterapico pubblico Kneipp, accanto al lago. È presente un punto noleggio delle barche per godersi dall’acqua il magnifico panorama delle montagne. Valle Gaistal, il paradiso delle malghe L’incontaminata vallata Gaistal si estende dalla località di Leutasch, dalla frazione Klamm verso ovest, tra la catena del Mieminger Kette e il gruppo del Wettersteingebirge. I cinque parcheggi tra Klamm e la fine della strada pubblica che costeggia il fiume Salzbach sono il punto di partenza per le escursioni alle malghe, ai rifugi e alle baite. Non è raro incontrare caprioli, camosci, cervi e aquile reali, che nidificano lungo le pareti scoscese del gruppo Wetterstein. L’imperatore Massimiliano I d’Asburgo (1459 – 1519)amava questo luogo per la caccia. La vallata era anche uno dei luoghi preferiti dal poeta Ludwig Ganghofer (1855 – 1920), che possedeva una casa di caccia (“Castello Hubertus”) poco sopra la malga Tillfussalm. Con il suo famoso romanzo Il silenzio nel bosco, ha reso immortale il fascino di questa paradiso alpino. Allo scrittore è stato dedicato il sentiero
Sulle tracce dei Walser

I Walser, giunti dalla valle perduta “Prima del grande gelo, le montagne toccavano il cielo e lo sorreggevano. Non c’era neve sulle vette, ma tanti fiori e lievi ali di farfalle. Le cime erano sacre, fatte per gli dei, ma non esistevano confini. Gli uomini incontravano nei boschi le divinità. I bambini e i folletti ruzzolavano insieme nei cortili. Gli gnomi la sera rubavano le slitte per scivolare sul prato e le mamme chiamavano le fate per cullare i loro piccoli. Un giorno tutto finì e fu colpa di un uomo. Si chiamava Ulisse. Si chiama sempre Ulisse quello che varca i confini…” Questo narra un’antica leggenda Walser, un popolo giunto da una valle perduta, al di là del confine svizzero. Alla ricerca di nuove terre al disgelo dei ghiacciai I Walser (dal tedesco Walliser, abitante del Canton Vallese) sono una popolazione di origine germanica proveniente dall’alta Valle del Rodano. Approfittando di una fase climatica in cui i ghiacciai si erano ritirati e molti valichi alpini erano percorribili per gran parte dell’anno, nel giro di due secoli (XII e XIII) si insediarono nelle valli meridionali del Monte Rosa e nella Val Formazza, arrivando fino al Canton Ticino. Isolati dalla piccola glaciazione Durante la “Piccola Glaciazione” (XVII sec.) però, l’abbassamento di 1° C ogni vent’anni fece accrescere i ghiacciai, bloccando le antiche vie di comunicazione. Le singole comunità rimasero isolate e furono talvolta costrette ad abbandonare le tradizionali attività legate all’agricoltura e alla pastorizia, emigrando in cerca di lavoro in vallate sempre più a basse quote. L’inizio del mito L’isolamento dalla terra d’origine favorì il nascere della leggenda di una valle perduta, al di là dei ghiacci del Monte Rosa, detta anche “Valle dei camosci”. Una sorta di eden alpino, patria di origine delle popolazioni Vallesi. Si diffuse anche il mito di una città famosa, sommersa dai ghiacciai: la città di Felik, tuttora ricordata nei toponimi dell’omonimo ghiacciaio e della punta Felik. Alla scoperta della valle perduta E, poiché tutto ciò che è avvolto dal mistero affascina, nel 1778, sette ragazzi gressonari partirono in cordata da Gressoney alla ricerca della famosa valle. Aggrappati a una roccia emergente dai ghiacci, in prossimità del Colle del Lys, videro in lontananza una vallata verdeggiante e tornarono certi di aver avvistato la valle perduta. Da allora, quello sperone roccioso si chiama “Roccia della Scoperta”. Un giornale parigino parlò di “Nuova età dell’oro”. Ma la vallata in lontananza era in realtà la Valle di Zermatt. La valle perduta era solo una favola: era il mito della patria lontana. “Cammina come un Walser!” si diceva un tempo, per qualificare il passo lungo e cadenzato tipico di questi popoli di camminatori. Ripercorriamo due itinerari, attraverso i quali, questo popolo, valicando i passi e attraversando i ghiacciai, è giunto alle pendici del Monte Rosa e nella Val Formazza. PRIMO ITINERARIO Grande sentiero Walser Dal Colle del Teodulo alla Valsesia Percorso per escursionisti esperti Partiamo dal Colle del Teodulo (3317 m). Da una parte, l’inconfondibile sagoma del Monte Cervino, dall’altra l’imponente catena del Monte Rosa ci trasmettono un senso di colossale maestosità. Vicino a noi la cresta dei Breithorn. L’aria è rarefatta. Il silenzio è rotto solo dal grido delle aquile e dal precipitare delle valanghe. Il sole è accecante, rispecchiato dal manto delle nevi perenni. Eppure qui un tempo crescevano i fiori, come raccontano le antiche leggende Walser. Dovevano essere coraggiosi questi popoli. La montagna non perdona. Impervi crepacci inghiottono chiunque faccia un passo non cauto, per riportarlo sotto i ghiacci, e ricondurlo nella ricca città di Felik, sommersa dalle morene del Lys. Si cammina con fatica sulla cresta. Un passo dopo l’altro. Ed ecco che ci appare, nascosto dalle nuvole, il candido manto del Plateau Rosa. La Val d’Ayas Attraversiamo il Testa Grigia in direzione del Castore e arrivati al Ghiacciao di Verra, iniziamo a scendere in un’incredibile affascinante vallata. È la Valle di Ayas. Un gruppo di tre stambecchi sembra volerci accompagnare nella nostra discesa. Quanto vorremmo avere in prestito la loro agilità! Dal Lago Blu a Champoluc Arriviamo in un luogo incantato, sulle rive del Lago Blu. Anche gli scheletri degli alberi che interrompono coi loro riflessi il blu intenso del lago, sembrano avere un gran fascino in questo angolo di paradiso. Attraverso un ponticello giungiamo ai Piani Di Verra Superiori, scavati dalle correnti di un apparente rigagnolo d’acqua che, in millenni, ha formato una vallata incantevole.Oltrepassando le intime casette di Saint Jacques, ritorniamo nella civiltà: siamo nel centro di Champoluc, rinomata località sciistica, del comprensorio Monterosa SKI. La Valle del Lys E, visto che noi non camminiamo come i Walser, approfittiamo degli efficientissimi impianti di risalita che ci permettono comodamente di attraversare la valle di Gressoney-la-Trinité (detta anche Valle del Lys, dall’omonimo fiume), il Passo dei Salati, fino ad arrivare ad Alagna, in Valsesia e sui ghiacci del Ghiacciaio Indren. SECONDO ITINERARIO Dal Passo del Gries alla Val Formazza Il Lago di Morasco Ci troviamo sul passo del Gries. Il sentiero è stretto, ma i nostri occhi lasciano spesso il selciato, rapiti dal turchese di un laghetto alpino che sembra disegnato dalla mano innocente di un bimbo e colorato coi Caran D’ache. Siamo in balia del vento che soffia con forti raffiche. Alcune pale eoliche girano a ritmi diversi. In poco meno di due ore, arriviamo in un palcoscenico di montagne che racchiude in una vasta conca il Lago di Morasco. I contrafforti rocciosi si specchiano nell’acqua come in un dipinto. Si sente il respiro dei fiori e il loro profumo. Un timido ruscello scende fino al lago. Anche un camoscio, senza far rumore, raggiunge le rive per bere. La pace sembra abitare qui, eppure questo posto nasconde una storia. Sotto il bacino, esisteva un villaggio Walser dal XV secolo, abitato da venti famiglie che furono espropriate negli anni Trenta, per la costruzione della centrale idroelettrica. Morasco, il paese sommerso Il progresso chiede spazio. E qui l’uomo non ha risparmiato nemmeno se stesso. Racconta un’anziana signora che sua nonna, abitante di una