Restituiti dal mare – I Bronzi di Riace

CALABRIA Il mare ce li ha restituiti, regalandoci l’emozione di riaverli nella civiltà, ma nessuno ha mai trovato il corredo della loro storia e ancora oggi gli studiosi di tutto il mondo indagano per far affiorare il mistero che quel mare si è, invece, tenuto per sé. Il viaggio dei Bronzi di Riace inizia centinaia di anni fa. Non sappiamo quanti chilometri avessero già percorso, né la loro destinazione, ma solo il punto in cui si sono fermati, fino a quel 16 agosto 1972, quando il sub Stefano Mariottini, durante un’immersione a otto metri di profondità e a trecento dalla riva, scorge una spalla spuntare dalla sabbia.  Siamo in un territorio appartenente all’antica Magna Grecia, sulle coste ioniche di Marina di Riace, in un tratto esposto a forti correnti e venti di burrasca.  Fu di certo colpa di una tempesta quel giorno. Era successo anche a Ulisse, nel suo viaggio di ritorno verso Itaca. Ma nessuno ha mai raccontato il terrore di quei marinai, né scritto del veliero che non riuscivano più a governare e che trasportava le due statue. Pesavano troppo, quasi cinque quintali, così, nel tentativo estremo di salvare l’imbarcazione, abbatterono l’albero maestro e calarono i Bronzi in acqua, a pochi metri dalla terraferma. Il fondale non era profondo in quel punto. E sarebbero tornati a prenderli: una pratica all’epoca consueta. Le enormi statue, però, rimasero lì, tra sabbie e correnti, accanto ai ventotto anelli di piombo che reggevano le vele.  Probabilmente quegli uomini sprofondarono insieme alla loro nave. Ma il relitto non fu mai trovato. Solo il mare custodisce la verità, come ha custodito per secoli le due statue, fino al giorno in cui hanno finalmente rivisto la luce. Incuranti del passare del tempo, quasi si fossero svegliate da un profondo lungo sonno.  UN ASPETTO “DIVINO” Osservando i Bronzi rimaniamo affascinati dalla loro bellezza. Sono nudi, alti, di una perfezione quasi irraggiungibile. Le loro forme prestanti ma armoniose. Il loro atteggiamento deciso ma elegante. Hanno una postura simile, ma uno ha un’attitudine dominante, uno sguardo minaccioso e sembra più giovane: è chiamato “A”. “B” è più remissivo, la sua espressione malinconica. La posizione di braccia e mani indica che reggevano una lancia e uno scudo; i segni sul capo fanno pensare a un elmo. La loro dimensione doveva apparire imponente agli uomini della Grecia di duemilacinquecento anni fa, la cui altezza media (1,65 metri) era di molto inferiore ai due metri raggiunti dalle statue. L’insieme dei particolari e la disposizione incrociata delle figure, detta “chiastica” poiché ricorda la lettera χ dell’alfabeto greco, ha permesso, infatti, agli archeologi di riconoscere due originali greci del V secolo a.C. . Le statue bronzee a quei tempi erano lucenti, di un colore simile all’oro o al rame, costantemente lucidate con oli e resine per sembrare fuochi accesi. La superficie, ormai ossidata, era policroma, per i diversi metalli utilizzati. Riusciamo ancora a scorgere il rosso nelle labbra e nei capezzoli di rame, il bianco nel marmo dell’unica cornea rimasta nel più anziano; il color avorio in quelle del più giovane, in calcite. La sua bocca socchiusa, come attraversata da un respiro vitale, mostra denti d’argento: particolare unico nella storia dell’arte. Le perfette proporzioni del corpo rispecchiano l’ideale estetico descritto da Policleto nel suo trattato Canone, da cui deriva l’odierna espressione “canone di bellezza”. Il loro modello ci appare “moderno”. Solo l’organo genitale, di dimensioni ridotte, non corrisponde alla nostra idea di virilità, bensì a quella degli antichi Greci, che consideravano volgare un membro troppo esteso. CHI, DOVE, QUANDO? I pochi indizi che abbiamo sui Bronzi riguardano il luogo e la data di nascita e ci arrivano dalle terre rimaste al loro interno, quelle che il bronzista non è riuscito a rimuovere una volta terminato il processo di fusione della statua, e che sono state eliminate dai restauratori perché l’alto contenuto di sali marini le aveva rese corrosive. Le analisi sui residui organici delle terre di fusione hanno rivelato che “il Giovane” è in realtà più vecchio del “Vecchio” di circa vent’anni e che le terre delle due statue provengono da luoghi diversi. Il Bronzo A, datato al 450 – 460 a.C. verrebbe dalla pianura di Argo. B, risalente al 430 – 420 a. C., sarebbe originario della regione di Atene. Che le statue siano state realizzate in tempi e in luoghi distinti lo suggerisce anche il fatto che il loro bronzo non derivi dallo stesso bagno di fusione. Il braccio destro e l’avambraccio sinistro di B sono, fatto assai raro, un’aggiunta di età romana: ciò significa che, almeno fino al II secolo d.C., le sculture erano esposte in pubblico, fissate su dei piedistalli da cui furono rimosse.  Al momento del loro ritrovamento, infatti, dai piedi spuntavano i “tenoni”, i perni di piombo che servivano ad ancorare i Bronzi ai loro basamenti.  Per quanto riguarda la loro realizzazione, la maggior parte degli studiosi propende per la tesi dei due autori distinti, scartando l’idea di ricondurre le due opere allo stesso artista in fasi diverse della sua carriera.  I possibili nomi sono da ricercare negli scultori di fama immortale attivi ad Atene e Argo nel periodo classico, tra cui Fidia, l’artefice del Partenone. Ciò che differenzia maggiormente le due figure è lo spirito che le anima, che i Greci chiamavano ethos, l’attitudine; termine che per gli archeologi identifica anche l’iconografia con cui viene rappresentata una divinità, rendendola immediatamente riconoscibile. Dato che solo dei e eroi erano raffigurati nudi – poiché la nudità aveva un valore etico, rappresentava la bellezza-virtù – e i Bronzi non sono riconoscibili, quindi non effigiano divinità, gli storici dell’arte hanno ipotizzato alcune identificazioni dei personaggi rappresentati in nomi di eroi-guerrieri solo sulla base della letteratura greca rimasta.  IN CERCA DI UN NOME L’archeologo Paolo Moreno ritiene rappresentino dei personaggi mitologici appartenenti allo stesso gruppo statuario presente nell’agora di Argo, i Sette contro Tebe: la mitica spedizione della città di Argo contro quella di Tebe. In quel caso A sarebbe Tideo, feroce guerriero dell’Etolia, forte della sfrontatezza della sua giovane

Azzurra e verde solitudine

RETE METROPOLITANA NORD SARDEGNA Un mare glauco, smaltato, che si confonde col cielo, e scogli cupi come il bronzo antico accompagnano lungo i sentieri, tra “il muggito delle onde” e il profumo delle euforbie e dei cespugli aromatici, nel distacco dal mondo, “come se la loro azzurra e verde solitudine, animata solo da noi, ci appartenesse, fosse il lembo della terra destinato alla nostra esistenza”. “Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo”.  Un linguaggio alto quello di Grazia Deledda, dettato dall’amore verso la sua “terra divina, fatta meravigliosa da Dio e dagli uomini”. Una “povera, deserta e solitaria terra” di cui la scrittrice, la prima donna italiana a ricevere un premio nobel, conosceva ogni rupe e i suoi colori: lo scarlatto delle piante di limonium che si ramificano come coralli, i grappoli d’oro della ginestra, il bianco candido dell’asfodelo o del giglio selvatico. Sentieri poco conosciuti resistono selvaggi al codice del tempo, inerpicandosi, tra le macchie di lentisco, sulle montagne lussureggianti di verzura, coi fianchi coperti di boschi e di pittoreschi grandi alberi, “che disegnano frange d’ombra d’una freschezza indescrivibile”.  Esistono luoghi in cui si respira la solitudine e la natura regala preziosi momenti di pace. Gli stessi in cui Grazia Deledda si rifugiava per dare ristoro alle sue profonde e avverse emozioni. Lungo la foce del fiume Coghinas L’aria profuma di elicriso, di ginepro, di essenze quasi agrumate e i folti cespugli di finocchietto marino e del fico degli ottentotti risaltano sulla candida sabbia. Seguiamo le nostre guide, Annamaria e Antonio, lungo il sentiero che costeggia la sponda sinistra del fiume Coghinas, in prossimità della sua foce, divisa dal mare aperto da un imponente cordone dunale. In quella zona lagunare, nel comune di Valledoria, alcune piante alofite, come le tamerici, si sono adattate all’acqua salmastra, mentre tra i canneti e i giunchi trovano rifugio oltre 150 specie di uccelli. L’area è stata classificata come sito di interesse comunitario della Rete Natura 2000 e dichiarata zona di protezione speciale per la quantità di animali che la popolano. Il censimento dell’avifauna è opera di Giosuè Serreli, un appassionato ornitologo e fotografo naturalista che lavora al chiosco, situato in prossimità del parcheggio alla foce del fiume. Da metà marzo a fine ottobre, Giosuè organizza escursioni in barca per osservare gli uccelli, che si lasciano tranquillamente avvicinare poiché abituati alla sua presenza e al rumore della sua imbarcazione. L’ecosistema fluviale del fiume Coghinas è una palestra naturalistica a cielo aperto che può essere esplorata in assoluta libertà a piedi, in bici o noleggiando un kayak o una canoa. Un bagno nelle terme naturali Il Coghinas è un confine naturale geografico e geologico, poiché divide la zona del quaternario, di natura vulcanica, da quella del paleozoico, di struttura granitica. Oltre il fiume si trovano, infatti, i graniti della Gallura, generati da un magma che si è lentamente cristallizzato sotto terra, diversamente dalle rocce vulcaniche, che si sono formate dalla solidificazione di una lava emersa in superficie. In prossimità di tale faglia geologica, si riscontra la presenza di sorgenti termali, la cui temperatura oscilla tra i 40° ed i 70° C. Il nome Coghinas in sardo significa “cucina”, poiché le caldissime acque erano usate in antichità anche per cucinare. Oltre alle terme di Casteldoria, un complesso termale nella località di Santa Maria Coghinas, attualmente chiuso per restauro, diverse spiagge libere dislocate lungo le anse del fiume offrono la possibilità di immergersi nelle acque curative e nei fanghi di natura vulcanica, in grado di apportare significativi miglioramenti alle persone che soffrono di patologie tra cui reumatismi, artrosi, dermatiti e problemi respiratori. In cima al Monte Ussoni “Una camminata nella natura ci deve riportare a lei” mi dice Antonio Muntoni, guida ambientale escursionistica, mentre prendiamo il sentiero per raggiungere la cima del Monte Ussoni. “Camminare nella natura è una terapia”, continua Antonio. Da anni si dedica a far scoprire la sua terra che considera ancora vergine dal punto di vista escursionistico, poiché custodisce spazi enormi da esplorare e aree dimenticate. “In quei luoghi, dove si cammina senza incontrare nessuno per ore, si torna a contatto con la natura, con le sue piante, gli animali, il vento, i suoni e i silenzi”. Nonostante nelle regioni del Nord Sardegna la fetta trainante del turismo sia quella balneare, negli ultimi vent’anni sono sempre più numerosi i visitatori alla ricerca di un turismo esperienziale, di sentieri poco battuti, ma anche delle piccole realtà del territorio, nate grazie alle persone che hanno creduto e investito nella loro terra, dando vita a piccole aziende ecosostenibili. I pini alieni e i carbonai Salendo lungo il sentiero che conduce alla cima del Monte Ussoni, si può godere della frescura sotto l’ombra di enormi pini. “Sono piante aliene” mi dice Antonio. “In Sardegna abbiamo pini spontanei solo in due aree del sud ovest”. Antonio mi racconta che quei pini sono stati piantati circa 60 – 70 anni fa, a seguito di un programma di rimboschimento. I boschi originari erano infatti composti da querce, lecci, sughere e roverelle, abbattuti di oltre due terzi tra la metà del 1800 e la metà del 1900. Il grande lavoro di taglio fu opera dei carbonai, mandati dai Savoia, a cui la Sardegna apparteneva. Il legname veniva accatastato e bruciato lentamente fino a diventare carbone, caricato nei sacchi di iuta e portato con i carretti o a dorso di mulo verso le zone costiere, per essere imbarcato verso l’Italia del

CampZero – Active Luxury Resort

CampZero

VALLE D’AOSTA, CHAMPOLUC CAMPO BASE DI PASSIONI Riempite le valigie con le vostre passioni. Il resto lo porterete a casa dentro di voi. Un intenso profumo di bosco fa da concierge all’ingresso del resort, accogliendo con un senso di benessere i nuovi arrivati. 1568, come l’altitudine in cui ci si trova, è il nome di questa fragranza, diffusa negli ambienti interni e creata da un profumiere francese per CampZero, un lussuoso “campo base” magnificamente allestito nell’intima Val d’Ayas, ai piedi delle grandi vette del Monte Rosa entrate nella storia dell’alpinismo. 45°50’48″N di latitudine e 7°44’00″E di longitudine. Località Frachey, una frazione di Champoluc: il più rinomato centro turistico della valle, in posizione strategica per la vicinanza agli impianti del Monterosa Ski che, con 180 chilometri di piste, collegano la Val d’Ayas a quella di Gressoney, fino ad arrivare ad Alagna. In questa terra di antiche tradizioni walser, dove il fascino dei vecchi rascard è in perfetta armonia con lo sfondo delle nevi perenni, la natura accoglie il design di CampZero, poiché questo ha fatto un patto con gli alberi, rimanendo al di sotto delle loro cime, senza voler disturbare quello splendido sipario boschivo alle pendici delle imponenti pareti rocciose, lungo le rive del torrente Evançon. Il primo Active Luxury Resort della Valle d’Aosta, dedicato agli amanti della montagna, dello sport e del benessere. Un vero e proprio hotel a cinque stelle con una marcia in più. IL CASO Non si può proprio dire che per CampZero il caso non ci abbia messo lo zampino. Tutto iniziò da Silvio Scaglia, il suo proprietario, famoso imprenditore italiano, fondatore di Fastweb e grande appassionato di montagna, innamoratosi di una bellissima abitazione del Seicento accanto alla chiesetta di Antagnod. Condizione imprescindibile per la vendita di quella casa: acquistare anche un terreno di 9000 metri quadrati nella piana di Villy a Champoluc. Scaglia accettò con entusiasmo e quel prato, sul quale dapprima fu realizzato un campo da golf, divenne la base di partenza per un grande progetto. L’IDEA L’idea di costruire un resort nacque proprio dal suo proprietario, perennemente in giro per il mondo per impegni lavorativi negli hotel a cinque stelle, nei quali però, a suo parere, mancava sempre qualcosa: il concetto di lusso in quegli ambienti era davvero noioso. Ecco l’idea di costruire un resort a cinque stelle diverso dagli altri e il suo prato a Champoluc era proprio il posto perfetto! IL PROGETTO – UN PICASSO IN VAL D’AYAS Il progetto proposto dagli architetti dello studio Bladidea piacque molto a Scaglia e alla Sovrintendenza, anche perchè l’edificio sarebbe rimasto volutamente al di sotto dell’altezza dei pini, nel rispetto totale dell’ambiente. La struttura, inaugurata nell’estate 2018, è una reinterpretazione in chiave contemporanea degli antichi borghi valdostani, le cui abitazioni si sviluppavano intorno ad un nucleo centrale, ma non è difficile scorgervi le  linee spezzate di un quadro di Kandinsky, le solide geometrie delle opere di Cezanne o quelle prospettive scomposte scaturite dalla genialità di Pablo Picasso. Un’inconfondibile trama di angoli, forme e profili si incontra in un incastro di volumi che riflettono differenti scorci del paesaggio circostante attraverso le ampie vetrate a tutt’altezza delle stanze e delle aree comuni, confondendo i confini tra ambiente e design in un elegante effetto dinamico, che rispecchia l’animo sportivo del resort, e ricomponendo il frammentato skyline delle sfaccettature in una visione unitaria di raffinato equilibrio, condizione ricercata dall’aspetto più spirituale della filosofia di CampZero. IL SASSO NELLA FORESTA “Immaginate di aver trovato un grande sasso nella foresta: costruiteci intorno le stanze”. La geniale idea del signor Scaglia prende forma negli ambienti interni attraverso uno stile essenziale e l’uso di tre materie prime: cemento armato a vista, legno di larice valdostano non trattato e corten. 30 suite di 55 mq disposte su due piani sono raggiungibili attraverso un ponte tibetano, sospeso in mezzo a banchi di nuvole stilizzate e illuminate con colori diversi, a seconda che sia l’alba o il tramonto. I tre bracci che ospitano le camere si sviluppano intorno all’anima ideale e fisica del resort: CampZero climbing wall, un enorme blocco di calcestruzzo che riproduce un sasso ideale e contiene la sala boulder, con 40 itinerari dal terzo all’ottavo grado, per principianti e professionisti, con la possibilità di cimentarsi nel bouldering. All’interno ci si arrampica “su roccia”, all’esterno su ghiaccio: un’esperienza per ora unica al mondo legata ad un resort, grazie alla spettacolare cascata di ghiaccio che ricopre la parte esterna della parete di arrampicata durante il periodo invernale. Intorno a questo nucleo centrale si sviluppano le aree comuni, a partire da una hall a doppia altezza con due braceri sospesi, le cui forme ricordano quelle del ghiaccio, arrivando alla reception e al desk per lo sport, la base di partenza per grandi avventure fuori dal resort. Completa la hall una libreria di montagna, con varie guide book – vere e proprie guide per possibili itinerari da intraprendere – libri di alpinismo, ma anche di poesie e giochi da tavolo per momenti di relax davanti al calore del fuoco nei camini accesi, o gustandosi un aperitivo a fine giornata presso il Boulder Bar, citato nei BarAwards italiani come il miglior bar dei cinque stelle in Italia. La creatività dell’interior designer Nisi Magnioni mette in risalto il forte legame tra la struttura e la montagna mediante disposizioni ordinate di picozze, moschettoni e piattelli da skilift che vanno a ritmare lo spazio di alcune pareti, proponendosi come opere d’arte permanenti, mentre sulle ampie vetrate delle aree comuni lo skyline delle vette circostanti, con l’indicazione delle relative quote, trasmette il fascino di ambite mete da esplorare. I VOLTI DELLA MONTAGNA E DI CAMPZERO La montagna è il luogo ideale per ritrovare quiete, tranquillità e anche se stessi ma, nello stesso tempo, è sfida, adrenalina, emozioni, sogni. CampZero è in grado di offrire questi due grandi volti con una serie di programmi dedicati a tutti gli ospiti: dai più sportivi, agli amanti del relax totale. LA MONTAGNA È RELAX – IL WELLNESS Una spa all’interno permette di rigenerare il

Un viaggio per rivedere le stelle

IL CAMMINO DI DANTE Da Ravenna a Firenze, lungo i sentieri che Dante percorse durante gli anni dell’esilio.  Un cammino sulle orme del Poeta e nell’universo del suo pensiero, nella consapevolezza che, solo abbandonando ciò che ci porta verso l’oblio, arriveremo“a riveder le stelle” La poesia di Dante è trapuntata di stelle. La sua Commedia è intrisa di riferimenti ai loro moti e alla loro luminosità. Il suo viaggio ultraterreno si snoda tra luoghi e personaggi, scienza e metafisica, allegorie e misteri divini ma, alla fine di ogni cantica, appare la soave visione del firmamento. “E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno XXXIV, 139). Per Attilio Momigliano (critico letterario, 1883 – 1952) le stelle sono la meta di Dante. La luce dopo il buio. La salvezza dopo l’oblio. Il suo percorso è spirituale. Il suo viaggio è anche il nostro (“nel mezzo del cammin di nostra vita”) e noi oggi lo chiamiamo per nome, anzi, con il suo diminuivo. Lui si chiamava Durante Alighieri, ma per noi è semplicemente Dante: il padre della lingua italiana, il poeta che inventò l’Italia, come scrive Aldo Cazzullo nel suo libro A riveder le stelle (Mondadori). L’Italia è nata dalla cultura e della bellezza, dai libri e dagli affreschi. Dalla grande eredità latina, ma anche dai poeti che vennero dopo di lui, come Boccaccio, che per primo definì la sua Commedia “Divina” e la lesse in pubblico. L’Italia è nata dall’arte e dagli artisti, da quelle volte stellate che prendono forma nelle tessere dei mosaici che ricoprono i soffitti e le pareti dei mausolei della basiliche di Ravenna, città in cui Dante aveva vissuto a lungo, rimanendo incantato dalle splendide superfici blu cobalto tempestate di stelle in cui intravedeva il divino e da cui prese ispirazione per gli ultimi canti del Paradiso: la fine del suo viaggio verso la luce. Oggi possiamo tornare sui suoi passi; non quelli attraverso i tre regni dell’aldilà, ma ripercorrendo i sentieri che condussero“il ghibellin fuggiasco”, durante gli anni dell’esilio, periodo in cui scrisse la sua opera, da Firenze, sua città natale, fino a Ravenna, il suo “ultimo approdo”, dove sono conservate le sue spoglie. Rivedremo luoghi citati nella Commedia, accompagnati dai versi danteschi, esposti a ogni punto di sosta, e dalla suggestione che il Poeta, quasi otto secoli fa, si trovasse a passare da quelle parti. Visiteremo la città dei Da Polenta e di Paolo e Francesca, ma anche antichi eremi avvolti nel silenzio, per un incontro con la nostra interiorità.  Come la Divina Commedia, infatti, anche il Cammino di Dante vuole essere un viaggio dentro noi stessi, un percorso sulle orme del Poeta e nell’universo del suo pensiero, nella consapevolezza che, solo abbandonando ciò che ci porta verso l’oblio, arriveremo“a riveder le stelle”. RAVENNA. L’oro e la luce È mattina. I raggi del sole filtrano nelle trifore del catino absidale della Basilica di San Vitale, abbagliando coi riflessi sulle tessere d’oro un Cristo Imperatore imberbe assiso sul globo celeste mentre, dalle pareti sottostanti, l’imperatore Giustiniano e la grande imperatrice Teodora, avvolta da gemme e madreperle, assistono tra un corteo di ancelle e dignitari di corte. Nell’attiguo Mausoleo di Galla Placidia, le strette monofore impediscono al bagliore del giorno di penetrarvi: dentro è una “glauca notte rutilante d’oro”, come D’Annunzio definì Ravenna. Un oro che tanto affascinò anche Gustav Klimt che, dopo due visite in città, iniziò a inondare le sue tele di straordinari manti dorati, o Oscar Wilde, che dedicò a Ravenna una sua poesia e il jazzista Cole Porter, che compose Night and day ispirato dai mosaici del mausoleo. Riverberi di oro e luce vibrano all’interno della Basilica di Sant’ Apollinare Nuovo, diffusi dalle fasce musive laterali, ove si fronteggiano silhouettes di martiri e vergini, iconografie di un’arte paleocristiana e bizantina di cui rimane nel Battistero Neoniano l’edificio battesimale meglio conservato al mondo, con la sua cupola tripartita in fasce girevoli di mosaici, che ci appaiono sorprendenti anche nella piccola Cappella di Sant’Andrea dell’attiguo Museo Arcivescovile, ove un Cristo-guerriero campeggia tra un intreccio di visioni e cromie di un Oriente lontano e l’iscrizione “Aut Lux his nata est aut capta hic libera regnat” (O la luce è nata qui, o, fatta prigioniera, qui libera regna) ci riporta ancora al tema della luce.  Il giallo delle ossa di Dante Se tanto travagliata fu la vita del Poeta, in perenne peregrinare da una corte all’altra, non fu da meno la sorte delle sue spoglie, custodite, tra una serafica penombra, all’interno di un tempietto neoclassico accanto alla Chiesa di San Francesco, ove si tennero i funerali, a seguito della sua morte avvenuta il 13 settembre 1321. Nel 1519 i furbi frati francescani, cui Dante era devoto, praticarono un foro nella parete del sarcofago al fine di sottrarle ai fiorentini, giunti a Ravenna per trafugarle. Da quel momento le spoglie non trovarono pace: per più di quattro secoli i frati le nascosero in posti diversi per sottrarle ai pericoli, fino a perdere memoria della loro collocazione, scoperta per caso durante dei lavori. Furono riposte nell’attuale sacello solo dopo la Grande Guerra mentre, dalla scomparsa del Poeta, pellegrini e visitatori continuarono a rendere omaggio alla sua tomba, ignari del fatto che fosse vuota. FAENZA. L’Atene della Romagna Il ranocchio sul medaglione della fontana, accanto alla Cattedrale di Faenza, non doveva esserci. Ma soprattutto non doveva trovarsi all’interno delle tubature il giorno dell’inaugurazione, nel 1621, con tutta la popolazione riunita intorno al primo fonte pubblico del centro città. Immaginiamo l’espressione degli architetti, quando si resero conto che dalla fontana non usciva acqua: tutta colpa di un ranocchio rimasto incastrato nei tubi! Leggenda o verità, oggi l’acqua zampilla con brio, quindi il ranocchietto deve essersi salvato; rimane però quello in bronzo lasciato dalla manovalanza per non svanire nell’anonimato: un piccolo scherzo, un po’ nascosto ma molto famoso, perché pare che accarezzarlo porti fortuna! Una fortuna che certamente ha avuto la città fin dai tempi antichi, grazie alla sua posizione all’incrocio di due importanti vie di comunicazione: un itinerario romano che univa

Pelle di pietra

SARDEGNA Sculture naturali di rocce granitiche modellate dal maestrale ci accolgono al nostro arrivo in Gallura, spuntando dalla macchia mediterranea provata dalla siccità. Muraglie di fichi d’India costeggiano il nastro d’asfalto, in un’orda disordinata di pale, spine e fiori di un giallo denso, come l’aria calda che si respira in questa terra a tratti primordiale, ma dal fascino insistente, nel suo lento scivolare di montagne che si gettano nell’acqua, tra creste nervose di schiuma, avanzando in un mare azzurro mescolato a un turchese che ubriaca lo sguardo. Dentro a quelle montagne scabre, quasi afgane, irte di nuraghe e pastori ostinati, abita la sostanza di un territorio in parte sconosciuto. “Nell’aria c’è l’odore del sole, di fuoco puro e di pietra secca. Ma di brughiera anche. E di spoglie di serpi. Odore di Sardegna”. (Ettore Vittorini. Sardegna come un’infanzia) LAND ROVER EXPERIENCE ITALIA TOUR SARDEGNA 23 – 28 luglio 2020 PRIMA TAPPA: GOLFO ARANCI – ALÀ DEI SARDI – SU GOLOGONE È mattina presto quando sbarchiamo dalla pancia della Sardinia Ferries sulle coste frastagliate di Golfo Aranci, il “Gulfu di li Ranci” (Golfo dei Granchi), come lo chiamavano gli antichi cartografi, e i 17 equipaggi del Team Land Rover Experience Italia sono pieni di entusiasmo e adrenalina, pronti per inoltrarsi nel cuore dell’isola. Un impianto irregolare di muretti a secco imbrigliano la strada, tra avanzi di cortili, recinti e campi incolti, dove possenti corbezzoli hanno piegato i loro fusti per non essere spezzati dalle raffiche di vento. Una vegetazione arsa s’infittisce a tratti, forse per la presenza di vene d’acqua, e vigne basse di Vermentino di Gallura DOCG si alternano a uliveti, tra alberi di mirto, ortiche e more selvatiche e grappoli di fiorellini lilla incastonati nell’ocra polveroso del selciato. Seguiamo gli sterrati del Campionato Mondiale di Rally. Per chilometri non si scorge né un uomo né un tetto, ma solo il distacco dal mondo. Finché un emiciclo di pietre granitiche appare in un spazio montano, sul Monte Limbara. In un paesaggio di una bellezza silenziosa e di una misteriosa verginità, dove panorama si spalanca a ventaglio sulle coste della Corsica e sull’Arcipelago della Maddalena, tra un complicato profilo di boschi di cedri del Libano e piante di erica scoparia. Un percorso tra pini marittimi sulle pendici di Monte Pino ci immette nel comprensorio di Tempio, noto per la produzione e la lavorazione del sughero, fino ad arrivare al paesino di Berchidda, famoso per il vino Vermentino e un evento di Jazz di risonanza mondiale. Il sentiero rimbalza dalle pietraie infuocate all’ombra delle sughere, con la loro carne vegetale esposta al vento, circoncisa per estrarre il materiale nella prima parte della corteccia più vicina al suolo, con la storia criptata nei fusti contorti, alla ricerca dei raggi del sole, mentre tintinni di greggi, ammassati sotto l’ombra spessa degli alberi, interrompono il silenzio di questa terra, tra stazzi abbandonati e pecore sparse che brucano tranquille i magri ciuffi di erba secca. La strada s’inerpica sulla terra bruciata, maculata dalle chiazze verdi del lentisco, in una fornace a cielo aperto, in cui girano pigramente decine di pale eoliche sull’altipiano di Buddusò. Dopo una sosta per il pranzo in un agriturismo immerso fra alberi di sughero secolari, costeggiamo le rive del Lago Coghinas e arriviamo nel territorio  di Alà dei Sardi, il più importante distretto del granito in Sardegna, abitato dall’era neolitica, con quasi venti siti fra torri, villaggi e tombe di Giganti. Foreste di lecci e querce sono il regno di muflone e aquila, mentre vertiginose vallate con ruscelli che formano laghetti e cascate, si aprono tra gli sterrati pianeggianti coperte dalla macchia mediterranea. La giornata volge al termine. Il convoglio Land Rover è finalmente arrivato in Barbagia e, dopo un elettrizzante guado, gli equipaggi possono rilassarsi nell’incantevole Hotel Su Gologone, nei pressi dell’omonima sorgente, all’interno del territorio di Oliena. SECONDA TAPPA: SU GOLOGONE – SUPRAMONTE DI ORGOSOLO – PRATOBELLO – SU GOLOGONE Andare in Barbagia e scoprirla sono due cose diverse. Qui non esiste il mare, ma panorami di granito e chiazze di macchia mediterranea, che trasmettono a chi li attraversa la sensazione di essere finiti in un luogo sospeso, cristallizzato in un momento preciso del tempo in cui questa terra ha messo dimora stabile, per lasciarsi conquistare solo dall’interesse del viaggiatore rapace di scorci selvaggi, come gli equipaggi del Team Land Rover Experience, partiti di buon mattino dalle sorgenti di Su Gologone per addentrarsi in una Barbagia insolita, arrampicandosi sulle sue groppe arse, protette dalla mole dolomitica del Supramonte, su cui svettano le guglie del Monte Corrasi. Polvere e pietre si dipanano sotto le ruote, tra sterrate, boschi di lecci e una vegetazione priva di slanci verticali, ma ricchissima di profumi essenziali emanati dalle piante resinose, dal timo e dal rosmarino, abituati a sopravvivere in un ambiente spesso avaro, ma seducente nei suoi colori ruvidi e accesi, che sfumano a volte l’uno nell’altro, in una vibrante cromia. Raggiungiamo le pendici di Monte Novo San Giovanni. La valle, lontanissima, sembra una culla gonfia di veli verdi, sopra la quale profili di boschi si stagliano sull’azzurro dell’orizzonte, in un complicato grumo di pixel arborei. Dopo emozionanti chilometri di off-road, un’improvvisa fioritura di oleandri, agitata da un alito di vento caldo, colora la strada, mischiando il suo profumo a quello delle euforbie, tra speroni di alberi con le unghie piantate sul letto di un torrente, dove caprette e vitelli mansueti, incuriositi dal nostro passaggio, sono lasciati allo stato brado per scegliere le erbe spontanee, dalle cui essenze deriva la bontà dei formaggi sardi. È giunta l’ora di pranzo e un gruppo di pastori ci aspettano in un agriturismo nella località di Portobello. Hanno preparato il maialino arrosto e altre specialità. In Sardegna i piatti tipici traggono le loro origini dall’adattamento e dalla penuria delle materie prime. Il “porceddu”, per esempio, tradizionalmente cotto in una buca sottoterra, nasce dalla necessità di mangiarsi il frutto di un furto senza farsi troppo notare, mentre il pane carasau era uno dei pani secchi che doveva durare a

Quella baita ai piedi dei larici

AUSTRIA, TIROLO, VALLE DELLA WIPPTAL Sotto le vette del Padauner Kogel, dove il verde dei larici incontra vallate di fiori gialli e pascoli chiusi da recinti intrecciati alla maniera di un tempo, c’è una baita antica come le prime cattedrali, in cui si vive assieme a una famiglia contadina, si cuoce il cibo nel forno a legna e si dorme nel profumo degli aghi di pino, che distende il respiro e fa bene al cuore. È l’ora del tramonto nelle valli intatte della Wipptal e alla fattoria Steckholzer si mungono le mucche, si prepara la cena e si mettono le oche nel recinto vicino ai conigli, al riparo dalle volpi che si aggirano nella notte. Sembrerebbe un bucolico momento di fine giornata, ma la faccenda con le oche è un’impresa che ha dell’incredibile e assomiglia a una scena di un film comico! Il tutto inizia così: la contadina Martina, unica donna della famiglia Wolf, proprietaria della fattoria, si avvicina alle oche cercando di prenderle, ma queste iniziano a correre come forsennate scappando in tutte le direzioni e la povera Martina dietro di loro! Arriva quindi Simon, il figlio più piccolo, e la scena si ripete di nuovo, come in una giostra! Accorre poi in aiuto anche qualche cliente della Guesthouse e, tra fiatone e risate, tutte le oche sono finalmente al sicuro! Per fortuna le mucche sono più collaborative e, dalla stalla, si dirigono da sole nella stanza della mungitura, posizionandosi sulla piattaforma per essere munte. Una dopo l’altra, quando Daniel le chiama, ognuna con il suo nome. Così all’alba e al tramonto. La vita nella fattoria è fatta di gesti che si ripetono da secoli nello stesso modo. Certo, prima non esistevano i trattori, i macchinari per raccogliere il fieno e nemmeno le mungitrici automatiche. A dire il vero, fino agli anni Settanta, non c’era nemmeno la strada che collegava la piccola frazione di Padaun al fondovalle. Gli abitanti di un tempo, costretti a portare tutto sulle loro spalle attraverso un sentiero, cercavano di sfruttare i materiali che avevano a disposizione e si nutrivano coi prodotti della loro terra e del loro allevamento che, abbinati in diversi modi, erano alla base di piatti molto semplici, oggi rimasti tipici della tradizione tirolese.  Respirare la pace Nella vita contadina serve pazienza e tanto lavoro. Ma quella valle è un posto magico e quando si respira la sua aria, profumata dalle erbe aromatiche, sembra di respirare la pace.  Lo sa bene Martina che, con il marito Daniel, si è trasferita, ventitré anni fa, in quella baita, accanto a un piccolo ruscello che percorre immense vallate coperte da fiori gialli. In quell’angolo alpino si sente solo lo scrosciare dell’acqua, il fruscio del vento e i campanacci delle loro mucche e delle caprette di Heidi, la signora della fattoria accanto, da cui Martina compra le uova, il burro, dell’ottimo speck e un delizioso formaggio fresco. Di tanto in tanto, il silenzio è rotto da radi colpi che si ripetono con ritmo e fanno pensare a un vecchio taglialegna È Daniel che ripara il recinto, quello costruito in anni di lavoro assieme al suo papà. Oltre un chilometro di recinto schrägzaun, intrecciato secondo antiche le tradizioni di quella valle, senza utilizzare chiodi, poiché i contadini di un tempo non ne disponevano. Ci spiega Martina che lo schrägzaun resiste anche alle grandi nevicate ma, per ogni metro, servono dieci pali intrecciati tra loro, alti 1,80 m l’uno, alcuni dei quali vengono conficcati nel terreno venti centimetri, altri più in profondità. È necessario quindi tanto lavoro e una continua manutenzione e sono rimasti pochi i contadini che costruiscono questo tipo di recinto, che serve per delimitare la proprietà, ma soprattutto per contenere le mucche all’interno di un prato, mantenendo intatta l’erba degli altri pascoli destinata a fieno per l’inverno.  Alla fattoria, infatti, i bovini mangiano solo il fieno dei loro campi e vengono portati in alpeggio durante l’estate. Nella stalla ci sono attualmente quaranta mucche di razza Brown Swiss, importata dal Lechtal a Padaun da Johann Wolf, il bisnonno di Daniel.  La malga, menzionata in un documento del 1313, è infatti gestita dalla stessa famiglia da sei generazioni e deve il nome ad Anton Steckholzer, originario di Vipiteno, che l’acquistò nel 1835. Quella baita ai piedi dei larici ha davvero tanti anni, forse come le secolari conifere che coprono le pareti del Padauner Kogel, dalla cui cima si ammira uno spettacolo incantevole. Difficile andarsene da un posto così.  Anna Steckholzer, infatti, bisnonna di Daniel, non abbandonò la fattoria nemmeno quando rimase da sola, dopo che tutti i suoi fratelli non fecero più ritorno dalla guerra e, nel 1925, sposò Johann Wolf. Oggi Daniel, Martina e i loro tre figli continuano la tradizione di famiglia e vivono al piano superiore, mentre il primo piano è occupato da sei stanze per gli ospiti, con il soffitto ancora originale in legno di larice.  Accanto ai cuscini, un sacchetto di stoffa contiene aghi di pino, per favorire il respiro e rilassare il cuore durante la notte, secondo le usanze degli antichi contadini.  Alla fattoria Steckholzer ci si sente a casa: si può dar da mangiare agli animali assieme a Daniel, preparare i dolci tirolesi con Martina, partire per le escursioni nelle valli della Wipptal o semplicemente riposarsi sulle sedie di fronte al ruscello, mentre, nel silenzio, si respira la pace. Il Kaiserschmarrn “Vieni in cucina, prepariamo il Kaiserschmarrn!”, mi dice Martina. Gli ingredienti per questo dolce tipico sono già sul tavolo: il latte delle loro mucche, le uova e il burro di Heidi, lo zucchero, la marmellata di mirtilli e la passata di mela.  “Tanti anni fa, i contadini non avevano a disposizione molta carne e spesso preparavano il Kaiserschmarrn anche come secondo piatto”, mi spiega, mentre inizia a sbattere le uova con molto vigore.  “Kaputt!”, esclama, “si è rotta la frusta!”.  Ma alla fine, il Kaiserschmarrn è venuto ugualmente da leccarsi i baffi! Ingredienti per 4 persone: 3 uova, 120 gr di farina 00, 220 ml di latte, un

Desideri nella scatole di latta

LAZIO, MONTI TIBURTINI, PRENESTINI E VALLE DEL GIOVENZANO Nell’imponente scenario di monti e vallate che preannunciano l’orizzonte romano, Tivoli diventa una porta per scoprire i suoi borghi. Scogliere fossili, castelli, ville imperiali, tappeti di fiori e persino i resti di un dinosauro. Tra sacro e profano, miti e tradizioni dei Monti Tiburtini, Prenestini e della Valle del Giovenzano  La chiamano la donna dei desideri. Custodisce sogni. In tante scatole di latta. “Quando ero piccola, vicino a casa c’era un negozio che vendeva tutto, in maniera sfusa, e ogni cosa era contenuta in una scatola di latta. Per merenda andavo sempre a comprare una doppia spalmata di crema al cioccolato, che la signora prendeva da una bellissima scatola e mi metteva sul pane”. Lei è Marina De La Penne, una donna davvero affascinante, come la storia racchiusa in tutte le sue scatole, più di 1500.  “Erano gli anni ’70, quando un amico mi portò a trovare sua nonna Eloisa: vicino alla macchina da cucire, aveva una scatola Saiwa piena di lenzuola. Si accorse che mi piaceva tantissimo, la svuotò e me la regalò.Da quel momento iniziai a cercare scatole di latta per mercatini, negozi e cantine, soprattutto quelle che contenevano prodotti alimentari, realizzate in Italia tra la fine dell’Ottocento e il 1950. Ho pensato poi di catalogarle e di condividerle poiché, tramite le litografie, ripercorrono un secolo di cambiamenti storici, di gusto e di stile del nostro paese. E’ nata così, a Gerano, La Casa delle Antiche Scatole di Latta: l’unico museo italiano nel suo genere che, nel 2020, ha compiuto 20 anni. Le scatole di latta venivano usate per contenere tutto ciò che teme l’umido (biscotti, polveri da sparo, sementi); erano preziose e molto curate, ma anche costose ed erano cedute ai negozianti dietro il pagamento di una cauzione; per questo nel dopoguerra furono sostituite da quelle di cartone, leggere ed economiche, che potevano essere buttate.  Ogni tanto ne trovo una davanti all’uscio che mi viene regalata da qualcuno.  Tutte queste scatole, passate di casa in casa, per me hanno una loro vita, sono pezzi di storia. Seguono il destino delle piccole cose”.  E, mostrandomele, ne apre una. Trova un bigliettino e sorride. “Questo è un gioco che avevo iniziato a fare coi bambini: ognuno scriveva su un pezzo di carta il suo desiderio e lo metteva in una scatola a scelta. Adesso queste scatole sono piene di bigliettini; mi hanno anche proposto di fare un libro per raccoglierli tutti… “Voglio stare sempre con Sara e fare il fotografo famoso” scrive Antonio 2020 ”.  Se passate a Gerano, non dimenticatevi di andare da Marina: una scatola attende il vostro desiderio. www.casadellescatole.org Arriva la Madama! Vi siete mai chiesti da dove provenga quest’espressione usata per indicare il sopraggiungere delle forze dell’ordine?  Ce lo spiegano Marina Monaco e Lucrezia Corbot al Castello Orsini di Castel Madama, durante la loro “intervista impossibile a Madama Margherita”, un colloquio immaginario dal fascino teatrale, basato su fatti realmente accaduti. Protagonista: Emanuela Colasanti nelle vesti dell’illustre Margherita d’Austria, detta “Madama”, figlia dell’imperatore Carlo d’Asburgo e sempre accompagnata da un lungo corteo di guardie a sua difesa, da cui la frase “arriva la Madama!”.  Fu l’unica donna ad aver avuto il privilegio di sposarsi nella Cappella Sistina, purtroppo, a suo dire, con l’uomo sbagliato, Ottavio Farnese, e in mezzo ai ponteggi di Michelangelo!  Da Margherita prendono il nome due fastosi edifici romani:Villa Madama, sua residenza di campagna, e Palazzo Madama, ove abitava, oggi sede del Senato, ereditati dal primo marito, Alessandro Medici, insieme al castrum Sacti Angeli che, in suo onore, fu chiamato Castel Madama.  Il piccolo borgo, arroccato sui Monti Tiburtini, conserva nel suo territorio  i resti di quattro acquedotti romani, tra cui il maestoso Anio Novus, ed è famoso per il carnevale castellano e per il palio Madama Margherita. Questa festa, ricorrente nel mese di luglio, rievoca l’arrivo della Madama nel borgo (1538) tramite balli, giostre, banchetti e sfilate in abiti rinascimentali. Ad altra epoca si lega invece l’attuale aspetto di Castello Orsini, restaurato da un vero e proprio archistar dell’Ottocento: Oreste Vulpiani, ingegnere idraulico, viaggiatore e collezionista d’arte. Il Vulpiani, durante i lavori di remise en forme della fortezza medievale  – ove risiedeva dalla nascita e che, in seguito, donò alla popolazione di Castel Madama – si costruì una sala da bagno di tutto rispetto e, mentre i suoi inservienti erano costretti a gettare i propri escrementi da una finestrella che dava sulla campagna, per le fisiche necessità egli stava comodamente seduto su un vaso cinese di ceramica bianca e blu, potendo poi decidere di passare al bidet o alla vasca, da cui fuoriusciva l’acqua calda, grazie a un ingegnoso scaldabagno a legna.  Un ultimo curioso aneddoto: alla fine dell’“intervista impossibile”, quando Marina e Lucrezia chiesero a Madama Margherita se fosse realmente venuta nel loro borgo, la donna affondò nei ricordi. Tanti, ricchi di particolari e di emozioni. Poi però le sopraggiunse il dubbio che fosse tutto frutto di un sogno… Non sappiamo quindi se la nobildonna visitò o meno Castel Madama ma, visti gli anni trascorsi, per quest’amnesia non possiamo proprio farle una colpa… Tito, il dinosauro di Rocca di Cave É stato soprannominato affettuosamente “Tito”: un gigante un po’ impacciato con la testa piccola e il collo e la coda lunghissimi. 112 milioni di anni fa pesava oltre 600 chili, era lungo 6 metri e, pur essendo un Titanosauro, la specie animale più grande mai vissuti nel pianeta, era affetto da nanismo insulare, anche se quando morì era solo un adolescente e avrebbe potuto crescere ancora un po’! Tito è stato ritrovato nel 2016 da un abitante del posto mentre costruiva un muretto a secco con sassi prelevati dalla scogliera di Rocca di Cave: all’interno di uno di essi era contenuto un tessuto spugnoso che i paleontologi hanno identificato in tre frammenti ossei del più antico rappresentante dei Titanosauri in Europa meridionale, il primo dinosauro erbivoro quadrupede dal collo lungo scoperto in Italia. La somiglianza con il parente africano “Ciro”, ridisegna la

Il Cammino di fede e solidarietà

LOMBARDIA E VENETO Un percorso tra prati e cielo, avvolti dal profumo dei fiori e delle erbe selvatiche, sostando nel silenzio dei piccoli oratori campestri o in basiliche che custodiscono tesori dell’arte. Tra vigne, torbiere e borghi, torri e castelli, attraverso una natura generosa, come la sua gente che ha dato vita a grandi santi e a un’idea che ha cambiato la storia. Una goccia cade increspando la superficie dell’acqua e quelle parole, dipinte sul fondo della vasca, appaiono tremule e poco chiare. La campana ha appena finito di battere i rintocchi per annunciare il mezzodì, con quasi venti minuti di ritardo. “La campana suona al mezzogiorno del luogo, quando il sole è esattamente al meridiano” mi dice Giovanni. Mi sporgo, avvicinandomi al fondo della vasca fino a leggere la scritta: Il tuo volto Signore io cerco. “Le verità sono spesso nascoste” mi spiega Giovanni “dobbiamo usare il pensiero per andare in profondità. La goccia che cade e increspa l’acqua rappresenta la speranza che non muore mai”. Quell’intimo oratorio campestre, in località Bezzetti, a Volta Mantovana, è un luogo di forte devozione e il vescovo di Mantova che lo aveva benedetto nell’anno giubilare, monsignor Egidio Caporello, si recava spesso a pregare per ritrovare se stesso. Lo aveva confidato a Giovanni: l’architetto Giovanni Zandonella Maiucco, che quella piccola chiesa, dedicata alla Madonna del Carmine, l’ha progettata e costruita con l’aiuto e l’entusiasmo di tutti gli abitanti del borgo. Giovanni è convinto che l’architettura non siano i muri, ma lo spazio che questi raccolgono e, in quello spazio, attraverso la luce e il silenzio, ci si avvicini all’Altissimo.  Tutto è nato dalla spontaneità della gente, nel 1996, quando una comunità rurale, fatta dagli ultimi contadini che avevano vissuto quella terra da sempre, ha deciso di costruire un oratorio nuovo. La chiesa e il campanile sono disegnati nel rispetto di una rigida geometria, partendo dal ritmo ternario. Accanto, un cipresso, che si innalza nella sua verticalità, è una delle piante del “Giardino dell’Eden”, un progetto che prevede la messa a dimora di tutti gli alberi citati nella Bibbia, affiancati dai brani in cui vengono menzionati. Sotto il cipresso trova riparo un’edicola della Via Crucis, disegnata da Giovanni e che sviluppa le sue forme dal cubito ebraico: la croce, il lumino e uno spazio per nascondere e scambiarsi le cose, come facevano i suoi nonni, che si scrivevano le lettere d’amore e le mettevano in un buco di un gelso. Al centro, una bellissima formella, realizzata da un abitante del posto. “Era andato in pensione”, mi racconta Giovanni “di mestiere faceva il meccanico e il collaudatore di marmitte. Durante una messa, gli avevo confidato che mi sarebbe piaciuto trovare un artista per realizzare le formelle, ma la comunità non aveva più fondi. Lui non mi ha detto nulla e un giorno mi ha portato le quattordici formelle della Via Crucis che aveva scolpito per noi”. Accanto a ogni edicola, oltre all’albero e ai fiori spontanei, un masso erratico racconta la storia geologica del territorio: una zona morenica, in cui le glaciazioni hanno determinato il trasporto di grandi massi provenienti dall’area trentina, dal veronese e dal bresciano. Il masso serve al pellegrino per sedersi e per mangiare, in ogni stagione, i frutti del Giardino dell’Eden e degli alberi da frutta che sono stati piantati. Le iniziative del Giardino dell’Eden e della Via Crucis rimangono chiuse nei confini di quella piccola frazione, finché Giovanni decide di scrivere un libro per raccontare tutto quello che i “Cittadini Comunità Bezzetti” avevano realizzato: Una Via Crucis nel Cammino di fede e solidarietà, con un’introduzione redatta dal vescovo, alcune preghiere e i commenti delle stazioni, scritte da quattordici preti di paese. Ed ecco che un giorno arriva l’idea di realizzare la quindicesima stazione, quella della Resurrezione. Per commentarla all’interno del libro era necessaria una persona autorevole. “Telefono al mio amico prete” mi racconta Giovanni. “Dove sei?” chiede all’amico. “Sono a Gerusalemme” gli risponde. “A Gerusalemme? Senti, fai scrivere il commento della Resurrezione a qualche prelato di lì!”. La richiesta, inizialmente non accolta come una buona idea, viene poi riportata al segretario del patriarca.  Dopo due mesi, a Corte Bezzetti, arriva con tanto di sigillo, l’intervento scritto del patriarca di Gerusalemme da inserire nel libro, unitamente ai commenti degli altri preti. La comunità è incredula e commossa. Come segno di ringraziamento, Giovanni pensa di regalare al patriarca una formella uguale a quella della quindicesima stazione. Poi decide di inviargli l’originale: “Il giorno di Pasqua, quando le donne sono andate al sepolcro, lo hanno trovato aperto e Cristo non c’era” mi spiega Giovanni. “Quando la gente passerà di qui e si fermerà davanti alla quindicesima stazione, la troverà vuota”. Il patriarca scrive nel suo commento: “È un Mistero che la nostra mente non può comprendere né spiegare. Può essere solo accolto e custodito nel cuore, con fiducia e amore”. Oggi la formella di Corte Bezzetti che rappresenta la Resurrezione è appesa fuori dal patriarcato di Gerusalemme, collegando così due mondi: quello calpestato da Cristo e l’altro, che ne ripercorre la memoria. “Noi vediamo solo ciò che sappiamo” conclude Giovanni “pertanto chi passa da questi luoghi vedrà ciò che sa. Per tutto il resto deve affrontare l’impervio percorso della ricerca”. Sulle orme della fede e dell’umanità È il 26 settembre 1813. Un tripudio di festa e un accorrere sorprendente di devoti, sbucati da ogni contrada del mantovano, accoglie la Beata Paola, restituita alla sua gente e alle sue colline quando si vendemmia e si raccolgono i frutti della terra. “Va’ a Monastero di Santa Lucia: là troverai ciò che cerchi, la tua divina Madre e il tuo divino Sposo”. Tutto era iniziato così. Più di trecento anni prima. Da quel richiamo che Paola ripetutamente sentiva dentro di sé. Era nata nel 1443 in una frazione di Volta Mantovana, da una famiglia benestante molto religiosa e vicina alla corte dei Gonzaga di Mantova. Fu in quella città che Paola entrò, all’età di quindici anni, nel Monastero di Santa Lucia, vestendo l’abito delle clarisse

Più vicini al cielo

le 3 cime di lavaredo

TRENTINO ALTO ADIGE, ALTA PUSTERIA Pallide cattedrali di roccia, al confine tra il finito e l’immenso, disegnano orizzonti verticali e silenziose ombre, sotterrando gli echi della Grande Guerra. A valle, concerti di torrenti suonano insieme al vento le melodie dei masi, mentre le renne della Croda Rossa vagano nella notte seguendo il bagliore della luna piena. Era da quarant’anni che non si vedeva al Waldruhe. Il blu cobalto del petto e le piume color terra bruciata si confondono tra le frange ombrose dei larici e i fili d’erba incandescenti di sole, davanti all’incantevole spettacolo della Meridiana di Sesto. Fiero come un pavone e tuttavia guardingo, il raro gallo cedrone si concede per pochi istanti, dileguandosi tra gli sterpi e i bassi arbusti dell’oscura macchia boschiva, mentre, nel cielo azzurro, una poiana plana nelle correnti ventose, di fronte alla terrazza della stube tirolese.  Siamo sul Monte di Fuori, nell’ultimo angolo della valle: qui non esiste il traffico, perché finisce la strada. Nulla disturba la pace e il waldruhe: il “silenzio del bosco”, nome che il nonno Johann diede alla prima locanda, quando la aprì nel suo antico maso. “I miei nonni hanno aperto la stube nel 1973” mi racconta Stefan “prima non c’era la terrazza e nemmeno la strada, ma solo un piccolo sentiero. Gli ospiti arrivavano coi cavalli e, in inverno, con la slitta. I miei nonni preparavano una minestra d’orzo, un po’ di speck, le mezzelune fatte in casa e poco altro e avevano alcune camere dove si poteva dormire: sono le nostre camere antiche, in legno di cirmolo, con i vecchi mobili tirolesi dipinti a mano da un artigiano del paese. Abbiamo voluto mantenerle, perché fanno parte dell’anima della casa”. Stefan Senfter, 41 anni, gestisce dal 2007 l’antica Gasthof Waldruhe assieme a sua moglie Monica e il ristorante porta il marchio Slowfood, che per loro deve essere sinonimo di buono, pulito e giusto. “Devi dare tanto della tua anima” mi dice Stefan. “La mia soddisfazione è quella di far alzare con un sorriso le persone che vengono qui, come già facevano i miei nonni e poi i miei genitori. Anche se ho dato una mia interpretazione, i segreti della mia cucina sono quelli che ho imparato dalla mia mamma e dalla mia nonna.  A me piace conoscere gli ospiti. Spiego loro i piatti, perché vengono preparati e serviti così. Racconto le nostre tradizioni e, a volte, la nostra storia. Questo maso ha cinquecento anni: si chiama Maurer, che significa muri, perché al confine del bosco c’erano i muri di sassi, fatti con le pietre rimosse dai campi per poter coltivare le patate. Era una zona molto povera e tutto è cambiato negli anni Cinquanta – Sessanta, con l’avvento del turismo: una realtà completamente nuova che ha portato il benessere e ha modificato l’aspetto della vallata. In questo posto però si respira ancora l’atmosfera di cento anni fa. Oggi è mio fratello Martin che si occupa del maso e fa anche il boscaiolo, perché il maso non porta guadagni. Lo vivi. Insegni ai tuoi figli come tenerlo e così gli trasmetti le tue radici: per questo porto avanti il Waldruhe. Per noi il maso è qualcosa di molto antico. È la nostra identità. Solo chi ci è nato può prendersene cura. Nessuno qui ti vende un maso: sarebbe come vendere il cuore”.  È quasi l’ora del tramonto e Stefan deve tornare in cucina per preparare la cena e girare l’arrosto nel forno. Mi accompagna fino all’inizio della strada. Dove finiscono i larici.  “Senti il fruscio del vento?” mi chiede “questo è il silenzio del bosco”. In soli 20 minuti a piedi dal Waldruhe, lungo la “Via della meditazione” si raggiunge la Cappella del Bosco, costruita per i contadini durante la Prima Guerra Mondiale (vedi quinto itinerario). Gli schlutzkrapfen di Stefan Senfter I deliziosi ravioli a mezzaluna fatti in casa sono un grande classico del ricettario tradizionale altoatesino che a Sesto non viene farcito con spinaci o ricotta, ma con patate lesse, passate nello schiacciapatate.  Ingredienti per 4 persone: Per l’impasto: 125 g di farina di segale, 125 g di farina di frumento, 1 uovo, 60 ml di acqua tiepida, 1 cucchiaio di olio, sale. Per il ripieno: 250 g di patate farinose, 50 g di cipolle tritate finemente, 1 spicchio d’aglio tritato finemente, 30 g di burro, mezzo porro, erba cipollina tagliata finemente, sale e pepe. Per guarnire: parmigiano grattugiato, burro, erba cipollina tagliata finemente. Preparazione Impasto: unire le farine in una scodella e aggiungere il sale. Mescolare l’uovo con l’acqua tiepida e l’olio, incorporare alle farine e amalgamare bene fino a ottenere un impasto liscio e omogeneo. Coprire con un canovaccio e far riposare per 30 minuti. Ripieno: lessare e sbucciare le patate e passarle nello schiacciapatate. Dorare il porro tagliato finemente nel burro assieme alla cipolla e all’aglio, unire al composto di patate e condire con sale e pepe. Tirare la pasta fino a ottenere una sfoglia sottile. Con un coppapasta rotondo ritagliare dei dischetti di circa 7 cm di diametro. Disporre un cucchiaino di ripieno al centro. Inumidire il bordo con acqua, piegare a mezzaluna e sigillare bene i bordi con la pressione dei polpastrelli. Far bollire gli Schlutzkrapfen in acqua salata. Cospargere di parmigiano e servire con burro fuso e erba cipollina. Tempo di cottura 5- 6 minuti. Le renne della Croda Rossa Kelly ha il pelo scuro color del bosco e le corna calde e vellutate. Le sento pulsare tra le mani. “È perché stanno stanno ancora crescendo” mi dice Christian. Kelly è una delle cinque renne che vivono sui Prati di Croda Rossa, detta anche Cima Dieci. L’idea di far arrivare le nordiche bestiole sulle Dolomiti di Sesto risale a una ventina d’anni fa. Tutto partì da Christian Tschurtschenthaler che, all’epoca, organizzava viaggi in motoslitta, mostrando ai turisti le bellezze di quel paradiso montano. Ma quanto rumore quella motoslitta! E che puzza di carburante! Serviva un mezzo in armonia con la natura. Così chiese ai bambini quale fossero, secondo loro, gli animali

Il maggiordomo delle malghe

AUSTRIA, CARINZIA, TURRACHER HÖHE Nel Parco della Biosfera Unesco dei Monti Nockberge, sul versante meridionale e soleggiato delle Alpi austriache, quello più lieve, dalle cime rotonde che profumano di valeriana celtica. Tra laghi e pascoli, camminando a piedi nudi su morbide torbiere in una delle più grandi foreste di pini cembri d’Europa o conquistando le vette in arditi trekking o sulle due ruote, per poi rigenerarsi in un bagno termale alla maniera degli antichi contadini. Momenti di benessere alpino per riposare il corpo e la mente e fare il pieno di energie. Christian amava indossare l’abito blu e i mocassini italiani, perfetti con la sua la 24 ore: era un manager di una banca di Klagenfurt. “Il mio lavoro era molto impostato” racconta. “Tutto seguiva una check-list; oggi invece se piove devo cambiare programma”. Christian Weinländer, tuttora impeccabile in abiti tradizionali, inizia a raccontarmi in che modo è finito a Turracher Höhe, uno splendido altopiano al confine tra la Carinzia e la Stiria, costellato da tre laghi alpini, all’interno del Parco della Biosfera Unesco dei Monti Nockberge, una catena montuosa che raggiunge i 2441 m di altezza e la cui particolarità è quella di avere le cime rotonde coperte di erba, habitat di animali e piante endemiche, sopravvissute all’ultima era glaciale, che risparmiò quei monti dal gelo. “Un giorno la banca è fallita” riprende “la situazione è diventata insostenibile e mi sono licenziato. Poi ho trovato un annuncio sul giornale: “È quello che fa per me!” mi sono detto. Questo lavoro lo facciamo solo io ed Elmar a Turracher Höhe. Spesso, vedendoci insieme e in abiti tipici, ci scambiano per musicisti e ci chiedono dove suoniamo!”. Christian sorride; lui ed Elmar Ebner sono i maggiordomi delle malghe, esperte guide naturalistiche molto attente ai particolari e al benessere degli ospiti, ai quali riservano piccole sorprese, come dei veri maggiordomi. “In questi posti tranquilli e incontaminati le persone si rilassano e trascorriamo insieme delle belle giornate; quando attraversiamo a piedi nudi la torbiera, molti mi dicono che sembra di camminare sulle nuvole”. Gli chiedo quale sia la sua escursione preferita: “La gita all’alba sul lago”, risponde; “io ed Elmar prepariamo la colazione mentre il sole si alza e si specchia sull’acqua. Ogni alba è diversa ed è sempre un momento molto intenso. In banca guadagnavo di più” conclude Christian “ma qui mi sento più ricco”. (Programma “Maggiordomo delle malghe” e prenotazioni: www.almbutler.at)  Una strana coppia Per un rapporto duraturo non bisogna necessariamente essere simili: lo dimostrano anche due individui che fanno coppia fissa da parecchio tempo nei monti Nockberge. Partiamo dal piccolo: la nucifraga (dal latino nux “noce” e frangere “rompere”) o nocciolaia: un uccellino previdente e con una memoria di ferro che, prima dell’inverno, si dà un gran da fare per accumulare le provviste, cioè i semi dei pini cembri, scovati all’interno delle pigne che apre con molto impegno, trasportandoli per tutta la foresta per nasconderli con cura in posti sicuri. Chissà se, come noi umani, in quei momenti la nocciolaia pensa “lo metto qui che non me lo dimentico”; sta di fatto che, come spesso succede, quei posti si perdono nell’oblio, anche perché, sebbene l’indaffarata creatura, che nasconde fino a centomila semi in una stagione, riesca a ritrovarli quasi tutti, nella quantità qualcosa sfugge… Nascono così i pini cembri.  D’ora in poi, quando ne vedremo uno piccolo, penseremo all’istante: “Li avevi messi lì!”. Nel regno del cirmolo L’altopiano di Turracher Höhe si trova in una delle più estese foreste di pini cembri d’Europa. Il cembro, detto anche cirmolo, è l’unica conifera ad avere 5 aghi per ciuffo e cresce tra i 1500 e i 2300 metri, anche se ultimamente questa fascia altitudinale si è alzata, a causa dei cambiamenti climatici. Sia il legno che le pigne sono particolarmente apprezzati per le loro proprietà e a Turracher Höhe 70 piccoli produttori realizzano oltre 100 prodotti: mobili, oli essenziali, birra, grappe, sciroppo, marmellate e persino il cioccolato. “Il cembro è la regina delle Alpi” mi dicono Josef e Melanie Lackner “ha una crescita molto lenta, perciò col tempo non si deforma. È il legno preferito da noi falegnami perché perdona e non si spacca facilmente durante la lavorazione; inoltre tiene lontano le tarme e, quando si apre un armadio in un’antica fattoria, esce il profumo anche dopo 200 anni!”. Eva Schmölzer ha invece inventato una ricetta per fare lo sciroppo – ottimo per la tosse – aggiungendo zucchero, menta, limone e cannella alle pigne che raccoglie solo 3 settimane all’anno – come consentito – mentre coi trucioli confeziona dei profumatissimi cuscini per dormire sonni sereni: l’essenza del cirmolo riduce infatti la frequenza cardiaca, migliorando la qualità del sonno, ha un potere antibatterico e anche antiallergico. La valeriana celtica Sembra davvero incredibile che un’umile pianticella dai fiori gialli che si confonde nell’erba sia davvero tanto preziosa! Siamo nella Schiestelscharte, a 2024 m di quota, lungo l’incantevole strada panoramica Nockalmstrasse che attraversa il Parco Biosfera dei Monti Nockberge e un profumo intenso e speziato cosparge l’aria. “Viene dalle radici, non dai fiori!” mi dice il ranger Stefan Schmölzer, mentre sistema un tradizionale recinto a bordo strada, realizzato senza chiodi e unito da anelli di rami di abete rosso piegati a fuoco (ringzaun). La valeriana celtica (speick) cresce sopra i 1800 m solo sui monti Nockberge. Le sue proprietà curative e riequilibranti erano conosciute già 2500 anni fa, quando veniva esportata in Africa e in Oriente per profumare la pelle delle spose prima delle nozze o aggiunta ai bagni e al vino, per il suo effetto calmante sul sistema nervoso centrale e stimolante su quello autonomo: i suoi estratti, infatti, rilassano senza provocare spossatezza e rivitalizzano il corpo e la mente senza eccitare. La valeriana celtica è oggi una pianta protetta: solo due agricoltori hanno il permesso di raccoglierla da metà agosto a metà settembre, in quantitativi controllati dal Parco della Biosfera dei monti Nockberge. La ditta tedesca Speick è l’unica al mondo autorizzata a utilizzare questa preziosa pianta alpina per i suoi prodotti

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