Il Cammino Grande di Celestino

Un cammino sulle orme di Pietro da Morrone, il santo eremita eletto papa con il nome di Celestino V. Da L’Aquila a Ortona percorrendo le vie delle transumanze, visitando gli eremi scavati nelle rocce e annodati alle aspre montagne della Majella e del Morrone, per poi giungere al mare. 270 km attraverso 3 riconoscimenti Unesco, di cui due immateriali, come la ricerca di quella verità che fu l’orizzonte del santo lungo il cammino di tutta la vita. “Mi ha sempre colpito un fenomeno della natura. Dal carbonio può venire fuori il carbone o il diamante. Se il carbonio si lascia attraversare dal calore, ecco allora il diamante che meraviglia per la sua bellezza. Se rifiuta il calore, ecco il carbone che sporca e serve solo per esser bruciato”. (Angelo Spina, Riflessioni su San Pietro Celestino). 113 miracoli in vita; molti altri quelli riconosciuti in seguito. Pietro Angelerio (1209-1296), “Colui che per guardare il cielo abbandona la terra”, come scrive Petrarca nel De Vita Solitaria. Eppure Pietro questa terra l’aveva percorsa, “scalzo e cibato di erbe”, mosso da una forza interiore, alla ricerca di quella verità che, quando pervade, trasforma. Dal Molise era giunto in Abruzzo a Castel di Sangro, poi sul monte Porrara e sul Morrone, ma il suo deserto silenzioso, dove nulla può attecchire se non Dio, l’aveva trovato nella dura e arcana bellezza della Majella, la Montagna Madre degli Abruzzesi, in quei posti inaccessibili tanto familiari al suo spirito ascetico, abbarbicati negli anfratti rocciosi o, dagli stessi anfratti trasudati. Il deserto nella Montagna Madre Pietro amava la vita solitaria, ma non era estraneo al mondo: incontrava pastori e regnanti e la fama di sant’uomo che lo accompagnava si era sparsa al tal punto che molti giovani volevano essere suoi seguaci. Così nacquero i cenobi, dove si viveva in comune, come nell’Abbazia di S. Spirito a Majella. “Accompagno nell’eremo pellegrini e turisti; alcuni mi dicono di non essere credenti ma, quando entrano in chiesa, si siedono e ascoltano, non so cosa. Forse qualcuno, inconsapevolmente, viene alla ricerca di quell’oltre che potrebbe essere Dio oppure no. Nella Majella gli eremiti cercavano il deserto, come S.Antonio Abate, per potersi avvicinarsi al divino attraverso un percorso di solitudine, sofferenza e penitenza. Questi luoghi parlano allo spirito e le persone che li visitano mi dicono di sentirsi arricchiti, non solo per aver ammirato la grandiosità del paesaggio, ma da un punto di vista interiore. Non è un caso che sotto gli eremi siano stati trovati resti di edifici di culto pagani o cristiani antichissimi. Addirittura sotto quello di S.Bartolomeo in Legio, gli archeologi hanno scoperto un sito paleolitico di lavorazione della selce. “Sentiamo una forte energia qui”, mi dicono alcuni visitatori; gli inglesi la chiamano health”. Seguo Daniele Palumbo, guida ambientale escursionistica, attraverso i vari edifici dell’Eremo di S.Spirito a Majella, avvolto da una maestosa faggeta nella località di Roccamorice, col tempo diventato un’abbazia a cui facevano capo diversi monasteri, chiese e nuclei eremitici. Pietro si era stanziato in una grotta sottostante verso il 1245 con due altri monaci, fondando una comunità religiosa annessa all’ordine dei benedettini e che avrebbe preso in seguito il nome di Celestiniani. Come per tanti uomini del Medioevo, la sua fu una vita fatta di lunghi spostamenti a piedi, tra strade impraticabili e infestate da briganti, peregrinando per le grotte della Majella, dal Molise a Napoli, a Roma e a Lione, per la via Francigena, quando nel 1273 raggiunse il Concilio per impedire la soppressione dell’ordine da lui fondato. L’anno successivo si trasferì nell’Eremo di S.Bartolomeo, poi a S.Giovanni all’Orfento e, infine, a S.Onofrio al Morrone, abbandonando per sempre la Majella. Il papa del gran rifiuto Siamo nel III canto dell’Inferno e Dante scorge “l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto”. Non cita il nome dell’anima dannata, ma gli studiosi riconoscono in tal figura macchiata d’ignavia l’eremita Pietro da Morrone. Era ormai vecchio. Desiderava solo ritrarsi in solitudine, ma i messi papali lo raggiunsero nella grotta di S.Onofrio e gli comunicarono di essere stato eletto papa: “Videro attraverso l’apertura della finestra un uomo vecchio, attonito ed esitante, per così grande novità, con la barba incolta, pallido in volto e nelle gote portava i segni della macerazione e del digiuno, con le palpebre gonfie e negli occhi neri un velo di pianto, e una rozza tonaca, ma il volto incuteva rispetto. Infatti la dimora e l’aspetto, la veste e il gesto lo mostravano beato; i messaggeri, a capo scoperto, caddero in ginocchio e lui pure si prostrò a terra” (J. Stefaneschi, Opus Metricum, II,5). Pietro guardò il Crocifisso e, dopo aver a lungo pregato, accettò e partì da Sulmona per L’Aquila a dorso di un asino, scortato da Carlo D’Angiò e dal suo corteo reale, per essere incoronato papa con il nome di Celestino V, nella Basilica di S.Maria di Collemaggio, da lui fatta costruire. Era il 29 agosto 1294. Il suo primo atto papale in quella città fu quello di indire una grande Perdonanza, l’indulgenza plenaria di tutti i peccati: il primo vero Giubileo della storia (www.perdonanza-celestiniana.it). Dopo solo quattro mesi, “al fine di recuperare la pace e le consolazioni del precedente vivere”, Pietro rinunciò al pontificato per ritornare nella sua grotta, ma il nuovo papa Bonifacio VIII glielo impedì. Così raggiunse il mare per imbarcarsi verso oriente. Fu catturato a Vieste e imprigionato nella fortezza di Fumone, dove morì. Quel giorno era accanto a lui Fra Tommaso da Sulmona: ci racconta che, mentre Pietro recitava i salmi, una croce si illuminò su una parete vicina e, insieme all’uomo, si spense. Dopo 17 anni Pietro fu proclamato santo. Le sue reliquie sono oggi custodite nella Basilica di S.Maria di Collemaggio a L’Aquila. Durante il viaggio di ritorno da Lione (1273), il santo si era fermato proprio in quel punto a dormire, all’interno di una piccola cappella dedicata all’Assunta. Nella notte gli era apparsa in sogno la Madonna: gli aveva chiesto di costruire in quel luogo una grande chiesa. Il Cammino di Celestino diventa grande
Ferrara in bicicletta. Arte, natura e libertà

EMILIA ROMAGNA Città nobile e rurale, di terra e di acqua, sorta intorno a un guado del fiume Po. Raffinata corte rinascimentale che conserva il fascino umanistico della città ideale. Le sue geometrie invadono le tele di De Chirico. Nei suoi ampi viali risiede il silenzio metafisico. Andiamo alla scoperta di questa elegante cittadina gustandoci il piacere di una giornata all’aria aperta LA CAPITALE DELLE BICICLETTE Niente ciceroni con l’ombrellino in mano o noiose audioguide nei musei, nello scrigno degli Estensi, Patrimonio Mondiale dell’Umanità, ci si immerge nella storia pedalando, tra il labirinto di viuzze della zona medievale e dei luoghi ebraici, negli ampi viali rinascimentali, in mezzo al verde dei suoi parchi o lungo il perimetro delle mura e la guida ti passa anche a prendere in bicicletta! Conosco Emanuela Mari, la mia guida turistica per un giorno. Di buon mattino è già nella hall del B&B Hotel, pronta per partire con un gruppetto al femminile di cui faccio parte alla scoperta della città. Manca solo da scegliere la bici, ma a Ferrara ce n’è per tutti i gusti: bici da corsa, mountain bike, bici da signora col cestino, nuove fiammanti, vecchie arrugginite. Già, perché qui la bicicletta più che un mezzo è un vero e proprio stile di vita. I cartelli agli ingressi urbani non mentono: Ferrara città delle biciclette, la capitale italiana delle due ruote, in cui l’utilizzo di questo mezzo da parte degli abitanti è addirittura tra i più alti d’Europa e già solo questa cosa fa venire voglia di noleggiarne una per confondersi tra i residenti nel piacere della pedalata. Dice Emanuela che, secondo una stima, ogni famiglia ferrarese ha almeno tre biciclette, anche perché mai, quando se ne acquista una nuova, si butta quella vecchia. Insomma, a Ferrara la bicicletta è un po’ come il pane e, si sa, anche il pane raffermo può essere utilissimo! Sulle strade la fanno da padroni ciclisti di ogni tipo: signore di una certa col sacchetto della spesa o il cagnetto nel cestino, uomini distinti in giacca e cravatta, spericolati ragazzini con la testa chissà dove, che affiancano sportivi equipaggiati con ogni accessorio tecnico, ma anche vecchietti curvi che, nonostante l’età, non mollano la loro bicicletta, perché l’importante è iniziare a pedalare e poi basta poco e si va! PEDALANDO NELLA COSTELLAZIONE DI ERCOLE Il duca Ercole I doveva essere un uomo ambizioso: grazie a lui possiamo pedalare nel bel mezzo di una costellazione senza indossare la tuta da astronauta. Proviamo a sovrapporre la costellazione di Ercole alla mappa di Ferrara e rimarremo letteralmente sorpresi nel notare la perfetta corrispondenza tra la posizione dei monumenti estensi e quella delle stelle della geometria celeste. Ciò non è un caso, ma un preciso disegno ideato da Pellegrino Prisciani, un dotto astrologo chiamato dal duca insieme all’architetto Biagio Rossetti per il progetto dell’Addizione Erculea: un ampliamento verso nord per inglobare gli antichi borghi fuori dalle mura, ma soprattutto un disegno urbano che rimanesse impresso sull’architettura della città, come segno perpetuo del potere estense. Snodo principale era il Quadrivio degli Angeli: un incrocio tra due assi viari, di cui uno in linea con il Castello. In quell’esatta posizione il Prisciani aveva identificato il massimo splendore del sole, allo zenit durante il solsizio d’estate, e il Rossetti aveva ideato un modo per dare perennità a quella luce, progettando un grande contenitore di raggi solari, il Palazzo dei Diamanti: un edificio ricoperto da una corazza argentea di bugne di pietra bianca a forma di diamante, orientate in modo diverso per riflettere al meglio la luce. Pare addirittura che il duca Ercole avesse fatto nascondere un diamante della sua corona in un cuneo della facciata. I putti del vicino Palazzo Prosperi-Sacrati, affacciati con le gambe a penzoloni sotto il balcone d’ingresso, stanno ancora scommettendo sotto quale bugno si trovi quel “dannato diamante”. Avrebbe di certo voluto chiamarlo così il povero capomastro, ma gli fu tagliata la lingua e poi venne anche accecato. Almeno il duca riuscì a rasserenarsi, senza essere più tormentato dall’idea che quell’uomo, l’unico oltre a lui a conoscerne la posizione, glielo potesse rubare. In effetti l’ubicazione di quella pietra si dice fosse stata calcolata in modo tale da concentrare straordinarie energie telluriche, motivo per cui, all’interno dell’edificio, i più illustri dotti del tempo si riunivano in intense sedute di astrologia e alchimia. Un balcone angolare invita a osservare il palazzo lateralmente, in linea con la prospettiva dei viali, mezzo di cui si servì il Rossetti per unificare gli antichi borghi medievali alla parte rinascimentale, attraverso assi viari portanti, uniti da incroci di rappresentanza, su cui si affacciavano i grandi palazzi signorili, con vasti spazi dedicati a parchi, giardini e ampie piazze, come quella Ariostea, in cui l’ultima domenica di maggio, si tiene il Palio Ferrarese, detto anche “della Pace”, uno dei più antichi d’Europa, dal 1259. Al centro della piazza, di forma ovale, una colonna sostiene la statua di Ludovico Ariosto, che a Ferrara scrisse l’Orlando Furioso. Questa impostazione urbana, grazie alla quale Ferrara fu definita “la prima città moderna d’Europa”, prevedeva: a nord la parte rinascimentale, compresa tra le mura settentrionali e il Corso della Giovecca. A sud la parte medievale, dal Corso della Giovecca fino al tratto murario meridionale. Al centro il Castello Estense, simbolo della città. Tutt’intorno le mura monumentali, oggi patrimonio dell’umanità. La Repubblica Fiorentina aveva mandato il grande Michelangelo nella città di Ferrara per studiare i baluardi orientali di quella cinta muraria che, dotata di torrioni, cannoniere, porte e passaggi, costituiva nel Cinquecento il miglior sistema difensivo in Italia. Gli Estensi, abili strateghi militari, erano però anche amanti della cultura e della bella vita: Ferrara ai loro tempi era la capitale del teatro, della musica, della danza, dei banchetti e delle parate militari. All’interno delle mura i duchi avevano fatto realizzare giardini, terme e luoghi di svago e il fossato veniva inondato per diventare teatro di veri propri tornei militari con enormi zattere. Un modo per esaltare la loro magnificenza e per riposarsi dagli impegni del
Alpaca therapy

AUSTRIA, TIROLO, REGIONE DI SEEFELD Non solo vette, laghi e strepitose vedute: questo altopiano tirolese ha mille risorse per sorprendervi, ma delle morbide bestiole cercheranno di rubare la scena. “Tieni questa coperta e siediti sulla collina. Verranno loro da te”. Un po’ di relax in mezzo al verde è proprio quello che ci vuole dopo una mattinata in giro per malghe, mucche e sentieri nella vallata di Gaistal. Scelgo il mio angolo di prato e mi sdraio sulla coperta. È chiara e molto morbida. È fatta con la lana delle docili bestiole della fattoria. Sono sull’altopiano di Seefeld, a 20 km da Innsbruck, ma sembra di essere in mezzo alle Ande, con tutti quegli alpaca intorno a me. Mi accomodo, con un immenso desiderio di gustarmi la pace di quel posto e quei meravigliosi animali che pascolano. C’è qualcuno, però, che ha deciso di “assaggiarmi”. È un incantevole, piccolo batuffolo bianco, arrivato in compagnia di un suo simile. Vuole fare la mia conoscenza e inizia a morsicarmi delicatamente le guance con le labbra. E il naso… ma non lo molla più! Poi si fissa sui miei capelli, li prende in bocca e li mastica.“Me li starà mangiando?” mi chiedo. A dire il vero non l’ho capito e, mentre cerco in tutti i modi di sottrarre i miei capelli dalla sua bocca ruminante, vedo arrivare dalla fattoria una signora con un biberon in mano. “Lei è Hermine!” mi dice, riferendosi a quel cucciolo che mi stava divorando i capelli. “Ha solo un mese!” continua. “Tieni il biberon: è l’ora del latte”. Incredula e felice come una bambina, prendo quel caldo biberon tra le mani e, all’istante, Hermine lascia i miei capelli e inizia a succhiare. “Allora è una femminuccia!” penso tra me e me, mentre con tutta calma, la guardo, la accarezzo e la annuso. Profuma di latte e di cucciolo, fa mille versetti e sembra avere la voracità di chi ha intenzione di far fuori il biberon fino all’ultima goccia. Invece no. A un certo punto Hermine smette di succhiare, mi scambia per la sua “coperta” e, con una dolcezza indescrivibile, si addormenta sulle mie gambe. Ci ha divise un acquazzone, un gelido scroscio d’acqua che mi ha costretta a cercare riparo nello shop della fattoria. Lì ho comprato un cuscino, lungo e stretto. È morbido. Profuma di alpaca. Quando lo annuso, mi emoziona e mi ricorda Hermine. Da fine maggio a fine ottobre, la fattoria Tiroler Bio Alpakas di Seefeld organizza tour privati o escursioni di gruppo tra boschi, prati e malghe dell’altopiano, accompagnati dalle mansuete bestiole, con tanto di picnic tirolese. Grazie al loro carattere paziente e affettuoso, gli alpaca vengono impiegati sempre più spesso per scopi di pet therapy: una pratica terapeutica “dolce” che sfrutta i benefici dell’interazione tra l’uomo e gli animali da compagnia e che sembra avere sorprendenti effetti positivi sulla salute e sulla psiche umana. Per info www.bioalpakas.at. Chi preferisse passeggiare tra le montagne con dei simpatici lama, può rivolgersi all’Hotel Charlotte di Seefeld (www.hotel-charlotte.com). Per vivere un’esperienza con i bellissimi bovini delle Highlands scozzesi, contattare il maso Zottlhof (www.zottlhof.com). Nella fattoria sono in vendita i prodotti naturali “Tiroler Heutraum” (www.tirolerheutraum.at) realizzati con erbe raccolte a mano nella valle di Leutasch. La regione di Seefeld La regione di Seefeld si trova a un’altitudine di 1.200 metri, è adagiata su un altopiano ed è composta da cinque località: Leutasch, Mösern/ Buchen, Reith, Scharnitz e Seefeld. Già prima dell’età romana, il sentiero sopra Scharnitz, nella valle dell’Inn, rappresentava un importante collegamento. A quell’epoca l’altopiano era ancora coperto d’acqua, fatto da cui deriva il nome (See: lago; feld: campo). Seefeld è stato menzionato per la prima volta nel 1022, quando vi erano già una cappella sul lago e una fortezza.. Al 1384 risale il miracolo eucaristico che sarebbe avvenuto nella chiesa parrocchiale di Sant’Osvaldo, nell’attuale centro pedonale. La basilica, in cui si conserva la reliquia del miracolo, divenne meta di pellegrinaggio. Per ospitare i fedeli, accanto ad essa fu costruito un monastero, oggi sede di un resort a cinque stelle a conduzione familiare (www.klosterbraeu.com).Il vero sviluppo iniziò nel 1912 con la costruzione della ferrovia Karwendelbahn, a cui seguirono eleganti hotel, funivie e strutture di vario genere. Oggi la regione è in grado di offrire tutto l’anno e agli ospiti di ogni età un’ampia scelta di attività per le vacanze. Gli oltre 60 rifugi della regione rappresentano piccole oasi ad alta quota, raggiungibili a piedi, in bici o con gli impianti di risalita. Seefeld vanta un glorioso passato sportivo: fu teatro dei Giochi olimpici invernali nel 1964 e 1976 e dei Giochi olimpici giovanili nel 2012 e, nel 2019, della 52esima edizione dei mondiali delle discipline di sci nordico “FIS Mondiali di Sci Nordico 2019“. Il lago Wildsee Vicino alla zona pedonale di Seefeld, questo incantevole lago è il luogo ideale per rilassarsi. D’estate ci si può rinfrescare nei pressi del lido e lungo la zona balneabile “Waldbad”, mentre chi desidera beneficiare dell’acqua alpina di Seefeld può effettuare il percorso idroterapico pubblico Kneipp, accanto al lago. È presente un punto noleggio delle barche per godersi dall’acqua il magnifico panorama delle montagne. Valle Gaistal, il paradiso delle malghe L’incontaminata vallata Gaistal si estende dalla località di Leutasch, dalla frazione Klamm verso ovest, tra la catena del Mieminger Kette e il gruppo del Wettersteingebirge. I cinque parcheggi tra Klamm e la fine della strada pubblica che costeggia il fiume Salzbach sono il punto di partenza per le escursioni alle malghe, ai rifugi e alle baite. Non è raro incontrare caprioli, camosci, cervi e aquile reali, che nidificano lungo le pareti scoscese del gruppo Wetterstein. L’imperatore Massimiliano I d’Asburgo (1459 – 1519)amava questo luogo per la caccia. La vallata era anche uno dei luoghi preferiti dal poeta Ludwig Ganghofer (1855 – 1920), che possedeva una casa di caccia (“Castello Hubertus”) poco sopra la malga Tillfussalm. Con il suo famoso romanzo Il silenzio nel bosco, ha reso immortale il fascino di questa paradiso alpino. Allo scrittore è stato dedicato il sentiero
Prigioniero di un sogno

GERMANIA, BAVIERA, STRADA ROMANTICA Dall’imponente visione alpestre che spezza l’altopiano bavarese alla valle del Reno, tra nastri d’acqua e montagne coperte di abeti, pendii assolati e località vinicole, città imperiali e borghi fortificati, arte sacra e profana e antiche leggende medievali. Il villaggio sorto in un cratere meteoritico, il paese dei liutai, il negozio del Natale e le “palle di neve”. Poi i castelli, guardiani delle cime, simbolo della Germania romantica e anima di un re che fuggiva dalla realtà per rifugiarsi nel mito. Tra genio e follia. L’orologio da tasca del re si era fermato alle diciotto e cinquantaquattro, a causa dell’infiltrazione dell’acqua. Quello del dottor von Gudden segnava le venti. Erano usciti per una passeggiata, senza più fare ritorno e, proprio quella sera, il dottor von Gudden aveva detto al personale del castello di voler rimanere da solo con il re, mentre di solito i due si allontanavano accompagnati dagli infermieri. La notte è già calata quando i loro corpi senza vita vengono ritrovati nelle acque poco profonde del Lago di Starnberg, il 13 giugno 1886. Il collo del medico riporta evidenti tracce di strangolamento. E il re com’è morto? Ufficialmente a causa di una congestione. C’è chi parla di suicidio; in tanti sono convinti che il re sia stato assassinato. Ma quella tragedia rimane un grande enigma della Storia. Il re viene imbalsamato e il suo cervello analizzato da specialisti per cercare le malformazioni tipiche di un folle. Le trovano e le documentano, arrivando addirittura a sostenere che il suo cervello, che pesa 36 grammi al di sotto della media, è già un segno evidente della sua follia! Principe romantico e sognatore “L’unico vero re di questo secolo”, come lo definì il poeta Paul Verlaine: un sorriso un po’ malinconico, il folto ciuffo di capelli scuri e la figura alta, slanciata: Ludwig II di Baviera, appena ventenne, non guarda l’osservatore nel ritratto ufficiale del pittore Ferdinand von Piloty. Il suo sguardo si perde chissà dove. In un punto indefinito e lontano. Nato il 25 agosto 1845, Ludwig è un Wittelsbach: una casata che regnava sulla Baviera da più di nove secoli, i cui discendenti erano conosciuti per la loro pazzia e i matrimoni tra consanguinei, ripetuti nel tempo, non avevano portato un miglioramento in tal senso. Il padre aveva acquistato l’antico castello dei Signori di Schwangau, che domina tuttora, dai suoi novecento metri, l’altopiano bavarese e due laghi circondati da montagne coperte di abeti: il castello di Hohenschwangau. È in quel luogo incantato che Ludwig trascorre la maggior parte della sua infanzia e dell’adolescenza ed è a quel castello che sono legati i suoi primi e indelebili ricordi. Secondo la leggenda, quella era stata la dimora di Lohengrin, un personaggio di un poema medievale tedesco, figlio di Parsifal, chiamato “il cavaliere del cigno” e raffigurato su un vascello trainato da un cigno. Il nome stesso di Hohenschwangau significa “l’alto paese del cigno”. Nelle sale del castello tutto contribuisce a resuscitare le vecchie leggende medievali dei paesi del Reno, in un gusto eccessivo per la teatralità e per le rievocazioni ripetute alla noia, che sarà ereditato da Ludwig. A Hohenschwangau il mito del cigno è onorato ovunque e quel mito accompagnerà il re per tutta la vita. Ma Ludwig viene educato troppo severamente e inizia a fuggire dalla realtà per rifugiarsi nel sogno. Egli prova disgusto per la folla che rovina le sue emozioni. Ama i fiori e li disegna su tutte le lettere che scrive. Durante i pranzi ufficiali, ordina che ne venga messo un enorme mazzo di fronte al suo posto, per isolarsi dai suoi invitati. Ludwig adora i cigni e inizia a disegnarne ovunque. Le due passioni di Ludwig: Wagner e Sissi Un giorno l’Opera Reale di Monaco mette in cartellone il Lohengrin del musicista Wagner. Ludwig ha quasi sedici anni quando il misterioso cavaliere approda su un vascello tirato da un cigno. Il cavaliere del cigno esiste! L’immaginazione del principe è superata dalla falsa realtà del teatro. L’ossessione wagneriana entra nella sua vita. Nel frattempo Ludwig all’età di diciotto anni diventa re. Il re-mecenate e il musicista-idolo vivono per l’amore dell’arte. Ludwig non bada a spese e, in suo onore, Wagner confeziona un’opera dopo l’altra. Ma questo suo fanatismo per il compositore che, grazie alle elargizioni di corte, conduceva una vita principesca, raggiunge un punto tale che il re si vede costretto dal suo stesso entourage ad allontanare Wagner dalla Baviera. Oltre al musicista, un’altra persona lascia nella vita del monarca un’impronta indelebile: la sua un’incantevole cugina Sissi. Una Wittelsbach di otto anni più di lui. Sissi cresce nel castello di Possenhofen, sulle rive del lago di Starnberg. Ludwig ne è incantato e, nella sua infanzia, notevolmente austera, i momenti trascorsi con lei sono attimi di vera felicità. Ma Sissi parte per Vienna, quale promessa sposa del giovane imperatore d’Austria Francesco Giuseppe. Il problema della successione al trono non risparmia neppure il giovane re bavarese, che accondiscende al matrimonio con la cugina Sophia, sorella di Sissi, che però fa corteggiare per procura, delegando i suoi servitori. Ma il giorno delle nozze, da lui rimandato più volte, non arriverà mai. “Preferirei gettarmi nell’Alpsee piuttosto che sposarmi”. “Mi hanno costretto a fissare la data del matrimonio un po’ come si obbliga una pianta di serra a fiorire”. La causa di quella rottura è la sua omosessualità. Ludwig è in perenne lotta interiore, la sua più grande battaglia. Ma egli aveva dovuto far fronte anche a due vere guerre, quando aveva solo ventun anni e venticinque. Ludwig non ama la guerra. Ogni volta che può, tempera i rigori del regolamento militare con iniziative bizzarre che suscitano grande scalpore: un mattino, passando davanti a una sentinella che monta di guardia e, trovandola un po’ pallida, gli fa portare un sofà. È uno dei primi sovrani a sostenere la nuova idea di Henry Dunant, chiamata Croce Rossa. Obbligato a partecipare ai conflitti europei, tenta la neutralità per preservare l’indipendenza della Baviera e, nonostante detesti le “sciocchezze di Stato”,
Torneranno le farfalle

SICILIA, MADONIE E IBLEI Acropoli barocche e grotte abitate dall’età del rame e case ammonticchiate sulle alture. Terre di aquile reali, di tamburelli, provole e Madonne guerriere. “Un’orgia inaudita di colori” dove l’aria profuma di capperi e di fichi maturi e di gelsomini che si sfaldano al sole. Torneranno le farfalle “Ci mandava le cartoline da tutti i posti in cui andava da soldato e una volta mi portò un orologio che desideravo tanto, piccolo piccolo. Un orologio vero, che funzionava!” Parla Giuseppina, una delle sorelle di Calogero Bracco, un partigiano qualunque, come ce n’erano tanti in Sicilia, ma il suo nome è scritto su una lapide, accanto al monumento ai caduti nel centro di Petralia Sottana. Petralia è un paese tranquillo a mille metri di quota sulla catena delle Madonie, ma in passato era un luogo strategico lungo la strada che da Palermo conduceva a Messina attraverso le montagne e un centro nevralgico del comprensorio, grazie alle sue potenti famiglie nobiliari che avevano un peso anche nella politica nazionale. Il monumento ai caduti fu infatti inaugurato alla presenza del principe Umberto di Savoia, il 21 giugno 1926. Così riporta la scritta che mi indica Pietro Polito, sindaco del paese, sottolineandomi l’importanza di quell’agglomerato montano. “A sfilare a Torino durante la Liberazione c’era il comandante Vincenzo Modica che veniva dalle parti del trapanese. Il suo nome di battaglia era Petralia”, continua il sindaco. “Quel nome gli era stato dato dal suo superiore, Pompeo Colajanni: il leggendario comandante Barbato, in ricordo della sua infanzia, quando i suoi genitori lo portavano negli antichi marcati di questa zona per curare la pertosse”. “Era di mattina presto presto che era ancora buio e non era ancora giorno. E mio fratello partì. Poi non l’ho visto più”. È Rita Bracco che racconta davanti alla telecamera, durante le riprese di un video-documentario che ripercorre gli ultimi tragici sprazzi di vita di Calogero e il giorno della sua morte. Il 9 luglio 1945. Calogero era un giovane di 27 anni, nato a Petralia Sottana, in una famiglia talmente numerosa che il padre, a tavola, contava i figli per controllare che ci fossero tutti. La mamma aveva solo la terza elementare, ma il suo modo di raccontare le favole era pieno di poesia. Ogni sera i suoi figli la ascoltavano, tutti insieme. Quella di riunirsi era sempre stata una loro consuetudine e anche durante i tempi della Guerra, Rita e sua sorella Giuseppina trascorrevano le serate intorno al braciere, recitando il rosario e filando la lana. Avevano amici, cugini e i fidanzati al fronte e comunicavano con loro attraverso delle lettere. Quelle lettere erano tanto attese e le due sorelle avevano notato una coincidenza a dir poco surreale: la sera prima che arrivasse una lettera, entrava nella loro casa una farfalla.“La farfalla ci porta le notizie” avevano iniziato a dirsi. Anche il loro fratello Calogero era al fronte. Scoppiata la Seconda Guerra Mondiale era stato richiamato alle armi nel diciottesimo reggimento Aqui, dopo aver combattuto in Francia e nei Balcani, ma nel giugno 1944 iniziò la sua vita da partigiano. Si era stabilito in Piemonte, nei pressi di Trinità, distinguendosi per coraggio e audacia nelle sue azioni individuali, anche se a volte girava con “finestra chiusa”, un compagno che aveva perso un occhio e portava la benda. Ma quel giorno era solo e decise di andare a comprare le sigarette. Se avesse avvistato i fascisti, sarebbe scappato. Non sapeva che era stato tradito. In cambio di un camion. Era l’8 luglio 1944. “In casa entrò una farfalla. Era bianca. Piccolissima. Mi si appoggiò sulla spalla. In quel momento capì che mio fratello era morto”. Ma non l’8. L’8 Calogero era stato catturato, però era riuscito a scappare. Per poco, perché i fascisti l’avevano portato a Carrù. E lui non conosceva Carrù. Fu la fine, il giorno seguente, dopo torture indegne di un essere umano. Calogero non parlò. Non tradì i suoi compagni. Arrivò dalle sorelle una lettera. Era scritta dal parroco di Trinità, Don Bellisio, che annunciava la morte del fratello. Nel luglio 2015 i paesi di Trinità e Petralia Sottana hanno stretto un gemellaggio, in ricordo di quella giovane vita spesa per la libertà, ripercorrendone la storia in un video-documentario che porta un titolo pieno di poesia, come le favole raccontate dalla quella mamma con la terza elementare: Torneranno le farfalle. Il sentiero geologico urbano La terra su cui poggia Petralia Sottana era parte di un mare antichissimo. Fino al periodo Messiniano, circa 7 milioni di anni fa, la Sicilia era infatti sommersa e la zona della Madonie era una grande barriera corallina che si estendeva fino a Rocca di Cefalù. Gli abitanti di quell’antico mare – i coralli, le spugne, i pesci, i molluschi – sono inglobati nella pavimentazione del centro del paese: il primo sentiero geologico urbano d’Europa. Il corso è stato costruito verso il 1870 utilizzando pietre locali, che gli anziani del paese chiamavano “pietre di lumachella”, riconoscendovi delle sagome simili a quelle delle lumache. Sulla pavimentazione, una serie di borchie di bronzo, realizzate da un artista locale, indica la presenza dei fossili. Affacciata sui panorami del centro dell’isola che si ammirano dai suoi belvedere fino all’Etna, Petralia Sottana, nell’elenco dei borghi Bandiera Arancione del Touring Club, è uno degli oltre 40 Geositi del Parco Regionale delle Madonie, inserito nella lista dei Geoparchi mondiali UNESCO. Nel 1937 è stata scoperta una grotta, detta del Vecchiuzzo, in cui sono state rinvenuti reperti neolitici, ora custoditi in parte nel museo civico locale intitolato ad Antonio Collisani e in parte Museo Salinas di Palermo. I vasi sono di diversa natura e stile, in un numero talmente elevato da far avanzare agli studiosi due diverse ipotesi: la presenza di una fabbrica o di un santuario all’interno di una grande parete rocciosa. Il territorio ha attirato l’uomo fin dai tempi preistorici per la sua grande ricchezza di acqua, roccia calcarea e argilla, elementi preziosi ma responsabili di rovinose frane avvenute durante i secoli e che hanno rimodellato il
Gli artisti liberi

ALBA UN’ENORME E SCONOSCIUTA REAZIONE CHIMICA Non solo terra di tartufi e vini pregiati. Alba, nel cuore delle Langhe, è stata culla di artisti e intellettuali all’avanguardia, quelli fuori dalle righe, i cosiddetti “artisti liberi”, che nel 1956 si riunirono, proprio in quella cittadina, in un congresso di risonanza mondiale che aveva come tema le arti libere e le attività industriali e che si rivelò “un’enorme e sconosciuta reazione chimica”. Certo Pinot Gallizio, l’artista attorno al quale si era riunito il congresso, albese doc, aveva fatto centro con quell’espressione: chi guarda le sue opere rimane allibito dall’incomprensibile mix di vernici, peci, sabbie ed oli che va quasi ad imbrattare i suoi rotoli di tela. Le creazioni di Gallizio e degli artisti liberi sconvolsero, disgregandolo in modo aggressivo, il linguaggio figurativo dell’epoca, il cui ordine fu rigurgitato durante i processi delle nuove sperimentazioni. Tondini di metallo e frammenti di vetro, tubi al neon che illuminano spirali, serie numeriche e lettere per lanciare un messaggio, magari un quesito: che fare? Materiali utilizzati fino ad allora solo nell’ambito industriale furono coraggiosamente presentati in vesti inusuali ed iniettati di una dose di energia, che li promosse dagli scaffali dei magazzini alle sale espositive in cui, attraverso l’interpretazione di artisti rivoluzionari, diventarono protagonisti di opere d’arte. Opere che urlavano voglia di rinnovamento, di libera espressione e rifiuto dei canoni imposti dalle richieste di mercato a favore della fantasia e della libertà artistica, il cosiddetto “immaginismo”. Così il laboratorio diventò una sorta di cantiere della sperimentazione collettiva, in cui una nuova prospettiva fu basata sulla spontaneità dell’artista e sull’esperienza dinamica dei materiali, attraverso processi che ne rivelavano l’imprevedibilità, il mutamento, il divenire, sinonimo del futuro. LA MOSTRA Durante il Congresso del 1956, Pinot Gallizio realizzò, insieme ad altri artisti, Constant, Asger Jorn, Jan Kotik, Piero Simondo, e il figlio Giorgio Gallizio, l’opera Senza titolo (olio e resina su masonite, 155×75 cm), esempio di pittura collettiva che, nel 2018, la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo è riuscita ad acquistare, evitando che fosse venduta all’estero, e oggi la espone con orgoglio all’ingresso della mostra organizzata insieme al Castello di Rivoli Museo d’Arte contemporanea, e allestita negli ambienti della Chiesa di San Domenico ad Alba, dal 22 settembre al 10 novembre 2019. Per un rinnovamento immaginista del mondo.Pellizza da Volpedo (Taner Ceylan), Pinot Gallizio (con Constant, Giorgio Gallizio, Asger Jorn, Jan Kotik e Piero Simondo), Mario Merz: questo il titolo della mostra, nella quale opere di alcuni artisti che parteciparono al congresso, sono presentate accanto a Il Quarto Stato di Pelizza da Volpedo nella riedizione dell’artista turco Taner Ceylan, in cui contadini e braccianti marciano verso il riconoscimento dei loro diritti. Un modo per far emergere le relazioni che intercorrono tra gli artisti liberi, apparentemente proiettati verso una realtà astratta, e la concretezza che è invece nascosta nel loro linguaggio, che ha come fondamento anche un forte impegno sociale, attraverso un articolato intreccio tra arte e politica – arte e verità – arte e tecnica. L’ARTE POVERA DI MARIO MERZ Mario Merz, Architettura fondata dal tempo – Architettura sfondata dal tempo, 1981. Tubolare in ferro, vetri dipinti, morsetti, pietre, acrilico su tela, neon, fascine 300 x 1400 x 400 cm . “Se la forma scompare la sua radice è eterna”: in questo verso del poeta mistico Rumi si ritrova la complessa visione di Mario Merz (1925-2003). Le linee semplici e severe della chiesa di San Domenico accolgono al centro della navata centrale, lo scheletro di una calotta emisferica. Materiali di fortuna si incastrano, in maniera apparentemente instabile, quasi a volerne riparare la struttura, alternando condizioni di apertura e chiusura, trasparenza e opacità. È uno dei famosi igloo di Mario Merz, rappresentazione chiave dell’Arte povera: un’abitazione primordiale e attuale al tempo stesso, simbolo della volta celeste. Un luogo di condivisione attraverso il quale l’artista vuole indagare sul rapporto dell’uomo tra interno ed esterno, individualità e collettività. L’igloo appartiene alla cultura nomade e coerentemente con questo principio esso è la forma che accompagna il cammino dell’artista. L’architettura (l’igloo), che è “fondata” dal tempo della civiltà, è a sua volta “sfondata” e continuamente rimessa in questione e in gioco dinamico dal tempo della natura. PINOT GALLIZIO E LA PITTURA INDUSTRIALE Pinot Gallizio (1902-1964), nato e vissuto ad Alba. Un uomo mite e sovversivo al tempo stesso. Certamente un rivoluzionario. Il re degli zingari, come era conosciuto tra gli albesi, ai quali non era sfuggita una foto che lo ritraeva con due enormi orecchini da zingara indossati orgogliosamente nella sua battaglia a favore delle tribù nomadi in qualità consigliere comunale. “L’uomo è sempre l’uomo”, affermava battagliero nel suo continuo intreccio tra arte e politica. Superati i 50 anni si scoprì artista e pittore a seguito anche dell’incontro con il giovane Piero Simondo e con l’artista danese Asger Jorn. Fu con loro che, nella cantina di casa sua ad Alba, fondò, nel 1955, il Laboratorio Sperimentale del Movimento Internazionale per una Bauhaus Immaginista (M.I.B.I.), sede comune di sperimentazione artistica al confine tra artigianato ed industria, come il nome del movimento “Bauhaus” voleva significare, nonchè centro propulsore di battaglie culturali e politiche. In Gallizio prevalse una riflessione sulla valenza artistica delle reazioni chimiche. L’interesse per le pratiche di associazione e di trasformazione dei materiali lo condusse fra il 1956 ed il 1958 – all’invenzione della “pittura industriale”, dipingendo rotoli di tela lunghi fino a 74 metri, destinati ad essere tagliati e venduti al metro, per smontare l’idea commerciale e elitaria dell’arte. Nella sua opera Senza titolo – o rotolo di pittura industriale (1958 tecnica mista su tela, 349 x 70 cm), il gesto libero viene esaltato da Gallizio attraverso pennellate di resine intrise a polveri e pigmenti che creano un’inusuale fusione di colori e forme disgregate. Accanto al rotolo di Gallizio, l’opera Figurine di Piero Simondo (tempera ed olio su tela, 63 x 63 cm, 1955) è un esempio della ricerca artistica del giovane pittore che, due anni prima, aveva iniziato a dipingere figure astratte, realizzate cucendo a vista teli di cotone
Da Vinci in Lombardia – 500 anni dopo

“Grandissimi doni si veggono piovere da gli influssi celesti ne’ corpi umani […] Questo lo videro gli uomini in Leonardo Da Vinci” (Giorgio Vasari, Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti) Inizia così il Vasari scrivendo di Leonardo nelle sue Vite. Ci siamo affidati a lui per poter raccontare del grande genio, districandoci nella vastità delle sue opere. La versatilità e la ricerca della perfezione Ci consola una confidenza del Vasari, secondo la quale anche lo stesso artista mal conviveva con la sua versatilità. La sua inclinazione ad applicarsi a cose diverse nello stesso tempo e la sua continua ricerca di perfezione lo costringeva a lasciare incompiute molte imprese. 500 ANNI DOPO A 500 anni dalla sua scomparsa (2 maggio 1519), propongo un racconto che contribuisca alla conoscenza di Leonardo e della Lombardia come luogo di formazione di un genio, ripercorrendo la sua produzione durante la sua permanenza in questa regione e partendo da ciò che maggiormente mi ha colpito: i suoi studi sul volo. “Una volta che abbiate conosciuto il volo, camminerete sulla terra guardando il cielo, perché là siete stati e là desidererete tornare” Chi di noi non ha mai sognato di volare?Volare è libertà mentale, è allontanarsi dai problemi della Terra, per raggiungere una dimensione idilliaca di pace interiore.Ma il volo è anche il diritto naturale di tutte le creature nate con le ali.Per questo Leonardo andava nei mercati, comprava gli uccelli in vendita e li liberava dalle gabbie,“restituendoli la perduta libertà”. E osservando quelle ali prendere quota e perdersi nell’orizzonte, avrebbe fatto del volo il suo più grande sogno da realizzare per diventare “immortale” nella mente dei posteri. Da Vinci in Lombardia – 500 anni dopo Dalla bottega del Verrocchio ai Medici Leonardo da Vinci (1452 – 1519) si formò nella bottega di Andrea del Verrocchio, a Firenze, e da subito superò il maestro (“Il che fu cagione ch’ Andrea mai piú non volle toccare colori, sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse piú di lui”. Vasari, Le Vite).Dopo essersi distinto come artista e scienziato alla corte dei Medici, verso i trent’anni andò in cerca di fortuna al di fuori della sua regione natale. MILANO Alla corte degli Sforza Nel 1482 si presentò a Milano, alla corte di Ludovico il Moro, in qualità di musico, portando in dono una lira d’argento a forma di testa di cavallo da lui stesso disegnata. “Superò tutti i musici, che quivi erano concorsi a sonare” (Vasari, Le Vite). Ma non era che l’antipasto di ciò che avrebbe mostrato durante il suo soggiorno a Milano e in Lombardia. La Vergine delle Rocce (dipinto a olio su tavola trasportato su tela, 199 x 122 cm – 1483-86. Museo del Louvre, Parigi) Molto intima la scena rappresentata nella sua prima commissione milanese, almeno quanto il paesaggio scelto come sfondo: uno scenario roccioso che protegge la palpabile emozione di quell’incontro. Doveva trovarsi lungo il corso dell’Adda, Leonardo, nei pressi di Paderno, in un punto in cui il fiume scorre tra rapide spumeggianti e imponenti rocce: i “Tre corni” che, secondo alcuni, avrebbe riprodotto sullo sfondo del dipinto. Peccato non fosse proprio quello che gli avevano chiesto i frati della Confraternita dell’Immacolata Concezione. L’interpretazione del soggetto proposta dall’autore fu definita eretica, poiché l’incontro tra il piccolo Gesù e Giovanni Battista è narrato solo dai Vangeli apocrifi. I frati non saldarono la somma pattuita. E dire che, alle spalle della Vergine, aveva anche dato esempio della nuova prospettiva aerea, già inaugurata nelle terre toscane. Sembrerebbe che l’artista, dato il mancato pagamento da parte della Confraternita, avesse venduto la tavola, ora al Louvre, al re di Francia Luigi XII, mettendo a disposizione, durante la lite giudiziaria, una seconda versione per i frati, ultimata con l’aiuto di allievi, ora alla National Gallery di Londra Nei primi anni milanesi, si interessò agli studi di meccanica, alle invenzioni di macchine militari, approntò scenografie per feste di corte e si dedicò ad alcune Madonne e a dei ritratti. I ritratti e i “moti dell’animo” “Come la figura non sarà laudabile s’essa non mostra la passione dell’animo” (Trattato della pittura, parte terza.) Non guardano l’osservatore i protagonisi dei suoi ritatti milanesi, così nel Ritratto di musico e nella Belle Ferronnière. Nemmeno la Dama con l’ermellino ci degna di uno sguardo, forse perchè “l’occhio è finestra dell’anima”, che per Leonardo “è una cosa che non si può vedere” (Codice Atlantico, a 119 v). E dire che tanto gli interessava il legame tra fisionomia e i moti dell’animo, cioè gli aspetti psicologici e le qualità morali che trasparivano dalle caratteristiche esteriori. Forse anche per questo approfondì gli studi sul corpo umano, in cui fu fondamentale la collaborazione con l’anatomo Marc’Antonio della Torre all’Università di Pavia. Belle Ferronnière – olio su tavola , 63 x4 cm – 1490-95 – Museo del Louvre di Parigi o Museo del Louvre di Abu Dhabi. PAVIA Il cantiere del Duomo e la statua del Regisole A Pavia Leonardo fu chiamato da Ludovico il Moro nel 1490 per un consulto sul cantiere del Duomo. I suoi studi sulla cattedrale pavese sono conservati nel Codice Atlantico, in cui descrive anche la statua del Regisole, che prenderà a modello per l’imponente monumento equestre a Francesco Sforza mai portato a compimento. I disegni della città antica Sono impressionanti le analogie tra alcuni disegni del Manoscritto B, che sembra essere redatto quasi per intero a Pavia, e la memoria di alcuni tradizionali mestieri di fiume praticati su Po e sul Ticino. Dai quei disegni si può ricostruire parte dell’antica città di Pavia di cui non rimangono nemmeno le rovine, come l’anfiteatro di Teodorico e la chiesa di Santa Maria delle Pertiche. Manoscritto B – 23 x 16 cm. Fogli 95. 1487 – 1489. Institut de France. Parigi Il Castello Visconteo Durante il soggiorno pavese, Leonardo rivolge la sua attenzione al Castello, dimora dei Duchi Gian Galeazzo Sforza e Isabella d’Aragona, conducendo alcuni lavori di ingegneria, tra cui l’invenzione di una chiave che permetteva di portare l’acqua calda nel bagno della duchessa. Gli studi
Sulle tracce dei Walser

I Walser, giunti dalla valle perduta “Prima del grande gelo, le montagne toccavano il cielo e lo sorreggevano. Non c’era neve sulle vette, ma tanti fiori e lievi ali di farfalle. Le cime erano sacre, fatte per gli dei, ma non esistevano confini. Gli uomini incontravano nei boschi le divinità. I bambini e i folletti ruzzolavano insieme nei cortili. Gli gnomi la sera rubavano le slitte per scivolare sul prato e le mamme chiamavano le fate per cullare i loro piccoli. Un giorno tutto finì e fu colpa di un uomo. Si chiamava Ulisse. Si chiama sempre Ulisse quello che varca i confini…” Questo narra un’antica leggenda Walser, un popolo giunto da una valle perduta, al di là del confine svizzero. Alla ricerca di nuove terre al disgelo dei ghiacciai I Walser (dal tedesco Walliser, abitante del Canton Vallese) sono una popolazione di origine germanica proveniente dall’alta Valle del Rodano. Approfittando di una fase climatica in cui i ghiacciai si erano ritirati e molti valichi alpini erano percorribili per gran parte dell’anno, nel giro di due secoli (XII e XIII) si insediarono nelle valli meridionali del Monte Rosa e nella Val Formazza, arrivando fino al Canton Ticino. Isolati dalla piccola glaciazione Durante la “Piccola Glaciazione” (XVII sec.) però, l’abbassamento di 1° C ogni vent’anni fece accrescere i ghiacciai, bloccando le antiche vie di comunicazione. Le singole comunità rimasero isolate e furono talvolta costrette ad abbandonare le tradizionali attività legate all’agricoltura e alla pastorizia, emigrando in cerca di lavoro in vallate sempre più a basse quote. L’inizio del mito L’isolamento dalla terra d’origine favorì il nascere della leggenda di una valle perduta, al di là dei ghiacci del Monte Rosa, detta anche “Valle dei camosci”. Una sorta di eden alpino, patria di origine delle popolazioni Vallesi. Si diffuse anche il mito di una città famosa, sommersa dai ghiacciai: la città di Felik, tuttora ricordata nei toponimi dell’omonimo ghiacciaio e della punta Felik. Alla scoperta della valle perduta E, poiché tutto ciò che è avvolto dal mistero affascina, nel 1778, sette ragazzi gressonari partirono in cordata da Gressoney alla ricerca della famosa valle. Aggrappati a una roccia emergente dai ghiacci, in prossimità del Colle del Lys, videro in lontananza una vallata verdeggiante e tornarono certi di aver avvistato la valle perduta. Da allora, quello sperone roccioso si chiama “Roccia della Scoperta”. Un giornale parigino parlò di “Nuova età dell’oro”. Ma la vallata in lontananza era in realtà la Valle di Zermatt. La valle perduta era solo una favola: era il mito della patria lontana. “Cammina come un Walser!” si diceva un tempo, per qualificare il passo lungo e cadenzato tipico di questi popoli di camminatori. Ripercorriamo due itinerari, attraverso i quali, questo popolo, valicando i passi e attraversando i ghiacciai, è giunto alle pendici del Monte Rosa e nella Val Formazza. PRIMO ITINERARIO Grande sentiero Walser Dal Colle del Teodulo alla Valsesia Percorso per escursionisti esperti Partiamo dal Colle del Teodulo (3317 m). Da una parte, l’inconfondibile sagoma del Monte Cervino, dall’altra l’imponente catena del Monte Rosa ci trasmettono un senso di colossale maestosità. Vicino a noi la cresta dei Breithorn. L’aria è rarefatta. Il silenzio è rotto solo dal grido delle aquile e dal precipitare delle valanghe. Il sole è accecante, rispecchiato dal manto delle nevi perenni. Eppure qui un tempo crescevano i fiori, come raccontano le antiche leggende Walser. Dovevano essere coraggiosi questi popoli. La montagna non perdona. Impervi crepacci inghiottono chiunque faccia un passo non cauto, per riportarlo sotto i ghiacci, e ricondurlo nella ricca città di Felik, sommersa dalle morene del Lys. Si cammina con fatica sulla cresta. Un passo dopo l’altro. Ed ecco che ci appare, nascosto dalle nuvole, il candido manto del Plateau Rosa. La Val d’Ayas Attraversiamo il Testa Grigia in direzione del Castore e arrivati al Ghiacciao di Verra, iniziamo a scendere in un’incredibile affascinante vallata. È la Valle di Ayas. Un gruppo di tre stambecchi sembra volerci accompagnare nella nostra discesa. Quanto vorremmo avere in prestito la loro agilità! Dal Lago Blu a Champoluc Arriviamo in un luogo incantato, sulle rive del Lago Blu. Anche gli scheletri degli alberi che interrompono coi loro riflessi il blu intenso del lago, sembrano avere un gran fascino in questo angolo di paradiso. Attraverso un ponticello giungiamo ai Piani Di Verra Superiori, scavati dalle correnti di un apparente rigagnolo d’acqua che, in millenni, ha formato una vallata incantevole.Oltrepassando le intime casette di Saint Jacques, ritorniamo nella civiltà: siamo nel centro di Champoluc, rinomata località sciistica, del comprensorio Monterosa SKI. La Valle del Lys E, visto che noi non camminiamo come i Walser, approfittiamo degli efficientissimi impianti di risalita che ci permettono comodamente di attraversare la valle di Gressoney-la-Trinité (detta anche Valle del Lys, dall’omonimo fiume), il Passo dei Salati, fino ad arrivare ad Alagna, in Valsesia e sui ghiacci del Ghiacciaio Indren. SECONDO ITINERARIO Dal Passo del Gries alla Val Formazza Il Lago di Morasco Ci troviamo sul passo del Gries. Il sentiero è stretto, ma i nostri occhi lasciano spesso il selciato, rapiti dal turchese di un laghetto alpino che sembra disegnato dalla mano innocente di un bimbo e colorato coi Caran D’ache. Siamo in balia del vento che soffia con forti raffiche. Alcune pale eoliche girano a ritmi diversi. In poco meno di due ore, arriviamo in un palcoscenico di montagne che racchiude in una vasta conca il Lago di Morasco. I contrafforti rocciosi si specchiano nell’acqua come in un dipinto. Si sente il respiro dei fiori e il loro profumo. Un timido ruscello scende fino al lago. Anche un camoscio, senza far rumore, raggiunge le rive per bere. La pace sembra abitare qui, eppure questo posto nasconde una storia. Sotto il bacino, esisteva un villaggio Walser dal XV secolo, abitato da venti famiglie che furono espropriate negli anni Trenta, per la costruzione della centrale idroelettrica. Morasco, il paese sommerso Il progresso chiede spazio. E qui l’uomo non ha risparmiato nemmeno se stesso. Racconta un’anziana signora che sua nonna, abitante di una
Cariddi è il mare

CALABRIA, CITTÀ METROPOLITANA DI REGGIO CALABRIA Sulle coste selvagge dove nidificano le tartarughe marine, approdava un tempo la potenza magno-greca. Le sue radici perdurano, inconsapevoli, nel quotidiano. Nella bellezza dei reperti restituiti dal mare e dalla terra. Tra i miti che nascono dalle insidiose correnti dello Stretto, dove la sera le luci dei borghi sembrano lanterne di presepi napoletani. “Io nasco dal mare come una sirena, perché nasco a Bagnara Calabra che è un paese di pescatori; si pesca il tonno e il pesce spada. Ho avuto bisogno di cercare me stessa e ho cominciato dalle mie origini […] Tornare in Calabria è come tornare da mia madre o da mio padre […] Le mie radici sono tutto per me, sono la mia sola sicurezza, l’unica cosa certa della mia vita”. Mia Martini, detta Mimì, indimenticabile interprete della canzone d’autore italiana, raccontava di sé e del suo porto sicuro: Bagnara Calabra, un borgo lambito da spiagge finissime e grotte naturali. Di fronte, lo Stretto di Messina divide la Calabria dalla terra siciliana: un passaggio temuto fin dai tempi antichi a causa della pericolosità nell’attraversarlo. Al suo interno si muovono, infatti, le acque dello Ionio che, davanti a Scilla e a Cannitello, trovano quelle del Tirreno. I due mari si incontrano ma non si mescolano, poiché hanno densità, temperature e salinità diverse. È il loro perenne dislivello a innescare le insidiose correnti: quando lo Ionio è in alta marea, il Tirreno si trova in bassa marea e viceversa. Tale differenza viene colmata gradualmente, attraverso enormi riversamenti d’acqua che per sei ore risalgono lo Stretto da sud verso nord, dando origine alla “corrente montante” e, dopo un’ora di “stanca”, lo attraversano in senso contrario, con la “corrente scendente”, che dura altre sei ore. A causa della morfologia del fondale, profondo e angusto, questi flussi d’acqua, canalizzandosi, acquisiscono ulteriore forza, generando vere e proprie tempeste abissali che, in particolari condizioni meteorologiche, spingono le onde ad accavallarsi le une sulle altre, superando i tre metri di altezza. Durante questo perpetuo riflusso, i due mari si incontrano in uno spazio di marea di soli 20 cm, dando adito a correnti di oltre 6 nodi: come se scorresse un fiume nel mare. Immaginiamoci, in epoca greca, le barche a remi che attraversavano lo Stretto e si trovavano, in assenza di vento, nel bel mezzo di bolle, schiuma e vortici, spostati dalle correnti contro la volontà dei marinai. I Greci avevano intuito che il tutto era ritmato da una cadenza ma, non spiegandosi l’origine di quel fenomeno che rendeva la navigazione pericolosa, ricorsero al mito: Cariddi, un mostro che per tre volte inghiottiva l’acqua e per tre volte la sputava, spingendo le imbarcazioni verso la costa dove c’erano gli scogli, su cui le navi andavano a infrangersi e colavano a picco. Lì abitava Scilla: il mostro che mangiava i naviganti. Quello di Scilla e Cariddi è un mito ancestrale che descrive ancora oggi la geografia e la geomorfologia dello Stretto di Messina ed è legato alla pericolosità delle sue correnti; per attraversarlo le grosse imbarcazioni devono essere guidate da un pilota locale, mentre i sommergibili militari vi possono transitare solo in navigazione superficiale. Le continue correnti che percorrono lo Stretto trasportano nutrienti, dando vita a un ecosistema marino unico per biodiversità e colori. Le profondità del mare di Scilla sono ricoperte dalla prateria di corallo nero più estesa al mondo; più in superficie, gorgonie, coralli molli gialli e rossi creano un incredibile giardino subacqueo. Il suo reef è infatti nell’elenco dei dieci siti di immersioni più belli del Mediterraneo e dei cento più belli al mondo. Dove, secondo i Greci, abitava Scilla, una grande rocca domina l’omonimo borgo. E Cariddi? Cariddi non è in Sicilia, come spesso si pensa, ma è il punto dove si incontrano i mari. Cariddi è il mare. L’eredità magno-greca Terminata la passeggiata lungo Corso Garibaldi, la via pedonale parallela al lungomare di Reggio Calabria, si raggiunge Piazza De Nava, dove l’edificio razionalista a firma dell’architetto Marcello Piacentini ospita il Museo Archeologico Nazionale, aperto nel 1955 per raccogliere le testimonianze della Magna Grecia rinvenute durante il corso di numerosi scavi. Preziosi reperti custoditi rivelano l’amore per il colore, una particolarità del mondo antico, ma si conservano anche oggetti vicini alla nostra quotidianità, come i fiori di terracotta rivenuti nelle tombe, che ricordano la nostra usanza di portare ai defunti fiori freschi o artificiali. I magnifici Bronzi di Riace, ospitati nel museo, testimoniano che anche la nostra idea di bellezza è un’eredità magno-greca. Il museo racconta infatti le radici della nostra cultura e di quella del territorio calabrese, dove ancora la componente greca è viva nelle tradizioni, nella cucina, nei toponimi e nel dialetto, nonostante molti degli abitanti non ne siano consapevoli. Tenacemente attaccati alle loro abitudini, i Calabresi hanno infatti conservato molte testimonianze della vita di un tempo negli usi e nei costumi, nel linguaggio e nei canti, nelle danze, nella musica e nelle feste, nelle leggende, nelle processioni e nelle cerimonie che accompagnano la nascita, le nozze, la morte. Ne è un esempio la consuetudine degli anziani di mettere una moneta in tasca ai loro defunti prima della sepoltura, non sapendo che in realtà quella era un’usanza dei Greci, che erano soliti mettere sugli occhi, sulla bocca o nelle mani dei defunti l’obolo che serviva per pagare Caronte, il traghettatore che avrebbe portato le anime nel mondo ultraterreno. Le tradizioni, che per generazioni sono state vissute come un disvalore, poiché considerate un segno di ignoranza, di povertà e antichità, sono invece un valore aggiunto, poiché costituiscono un collegamento col passato: il relitto di un mondo che è morto altrove e che qui sopravvive, costituendo il cuore di questo territorio, le sue radici. La sopravvivenza della cultura grecanica nell’area metropolitana di Reggio Calabria fu favorita dalla geomorfologia del territorio, che permise alle popolazioni di vivere isolate, ma anche dalla presenza dei monaci eremiti bizantini di rito greco cristiano, detti basiliani, che dal VII secolo si stabilirono nell’entroterra aspromontano. I monaci, provenienti dalla
Le finestre parlano di noi

È curioso come ognuno di noi voglia esprimere qualcosa di se stesso attraverso dettagli.A volte in maniera inconsapevole, talvolta con atteggiamenti sfacciati.C’è chi si veste in stile eccentrico, chi sfoggia una fiammante supercar… Ma ci sono anche tanti altri modi, forse meno appariscenti e lì per lì meno immediati, attraverso i quali un occhio attento può capire qualcosa in più su ciò che sta guardando. Cammino spesso guardando in su, non certo perché non tengo a mente una frase ripetutami mille volte da piccola “Guarda dove metti i piedi!”, ma perché magari vengo attratta da particolari che mi incuriosiscono non poco e in questo, devo ammettere, mi rivedo nel mio cane, che in macchina appoggia il muso al finestrino e osserva tutto con un’attenzione notevole! Adoro guardare certe case di alcuni centri storici, soprattutto la sera quando sono illuminate e riesco a vederne gli interni, le particolari architetture e gli arredi. Ma quando le luci sono spente e non vedo all’interno delle case, sguinzaglio le mie doti di voyeur soffermandomi davanti ad alcune finestre, rimanendo incantata da tanta grazia che le contraddistingue. Nuvole di fiori, cascate di piante, romantiche tendine, adorabili decorazioni… E non riesco proprio a trattenere un esilarante “Wow!”.Così inizio a fantasticare su chi ci vive, immaginandolo mentre si prende cura di ogni minuscolo particolare. Penso che sia una forma di amore e di sensibilità. Sono tanti e innumerevoli i modi in cui da sempre l’uomo ha voluto, decorando le finestre, comunicare un messaggio o esprimere ai passanti un vivace augurio. Chissà perché, spesso, quando ci fermiamo a pensare, andiamo alla finestra, come se, guardando il cielo, i nostri pensieri possano prendere il volo e arrivare chissà dove. Come fanno i messaggi scritti dentro le bottiglie, che vagano tra le onde del mare. Forse per questo e per tanti altri motivi molti di noi amano addobbare le proprie finestre, arricchendole di piante, fiori e poesia.E poiché, come scrive Alda Merini, “La poesia è la vita che hai dentro”, spesso e in qualche modo, le finestre parlano di noi. Testo e foto ©Scilla Nascimbene