Sembrano le rovine di un tempio preistorico. Grandi monoliti di roccia nuda, saccheggiata dal maestrale, si alzano sulla punta del Sinis, in blocchi levigati di arenaria, impastata a granuli di quarzo. 

La barriera affiora in punte scure, venate di viola, che si affilano al sole, graffiando la quiete dell’aria.

Intorno è silenzio. Il mare riempie le conche e si raccoglie in piccole piscine immobili, color giada, turchese e acquamarina, in una serenità zen che induce alla contemplazione.

Il viaggio comincia qui. A Su Pallosu, davanti a un paesaggio quasi lunare.

Siamo sulla costa occidentale della Sardegna, nel Sinis settentrionale, un territorio di formazioni sedimentarie di epoche diverse.

Qui l’uomo viveva già in età nuragica e sui fondali le ricerche archeologiche hanno individuato numerosi depositi sommersi.

Tra questi, il relitto di una nave naufragata tra il IV e gli inizi del III secolo a.C. Trasportava sedici macine in pietra destinate alla lavorazione dei cereali, probabilmente provenienti dalle cave sarde di Mulargia, insieme ad anfore puniche e vetro grezzo.

Il Sinis è una terra distesa tra mare e stagni. Saline e campi coltivati disegnano il paesaggio.

D’estate Sa Salina Manna si prosciuga e sul fondo resta il bianco del sale, mentre all’interno il viola dei campi di lavanda interrompe i colori arsi della campagna.

Punta Su Bardoni

Lungo la costa la macchia mediterranea cresce bassa tra le rocce.

A Punta Su Bardoni, il verde e l’argento delle piante si insinuano tra la pietra, davanti al turchese del mare.

Vicino all’acqua, la roccia dalle sfumature crema, ocra e rosa, in alcuni punti sembra quasi spalmata, in altri si spezza in lastre scure sovrapposte.

Qui, nel 2012, gli archeologi portarono alla luce una tomba datata tra la fine dell’età del Bronzo e gli inizi dell’età del Ferro. Era una sepoltura a cassone, formata da lastre di arenaria disposte a creare una cassa rettangolare, adatta ad accogliere una sola persona.

Ma qualcuno era arrivato prima di loro: la tomba era già stata violata e al suo interno rimanevano soltanto pochi frammenti di ossa umane e di ceramica.

A Su Bardoni in passato si estraeva calcarenite da cave costiere. I blocchi venivano isolati dalla roccia scavando profondi solchi a V o a U lungo i lati.

Oggi Su Bardoni è una frequentata località balneare, con una spiaggia che sembra un mosaico di minuscoli granelli di quarzo, bianchi, traslucidi, grigi e ambrati.

Cantina Contini Cabras

A Cabras c’è una tradizione legata alla Vernaccia. Quando nasce un bambino, alcune famiglie mettono da parte qualche bottiglia della vendemmia di quell’anno e aspettano. Sarà lui, diventato adulto, a scegliere quando stapparla.

Carla, che ci accompagna nella visita alla Cantina Contini racconta che il nonno paterno aveva preparato quelle bottiglie anche per lei, quando era nata. Sono passati i diciott’anni e poi la laurea, ma le sue bottiglie sono ancora chiuse.

Nella bottaia storica

In passato, nella bottaia della Cantina Contini c’erano botti che arrivavano a contenere fino a undicimila litri di vino. Alcune botti di castagno hanno più di cent’anni e vengono utilizzate ancora oggi.

Per l’affinamento della Vernaccia, le botti vengono lasciate intenzionalmente scolme: una parte dello spazio rimane occupata dall’aria e sulla superficie del vino si sviluppa il caratteristico velo dei lieviti flor, responsabile di un processo ossidativo che, per la Vernaccia di Oristano DOC Riserva, dura almeno venticinque anni.

Vernaccia, “del posto”

Il nome della Vernaccia deriverebbe dal latino vernaculum, «del posto».

A Cabras, la storia della vite risale all’età nuragica. Nel sito di Sa Osa, sul fondo di alcuni pozzi, sono stati rinvenuti vinaccioli di Vitis vinifera risalenti a quel periodo. La loro forma testimonia il passaggio dalla vite selvatica a quella domestica: alcuni conservano tracce di pressatura e i materiali organici rinvenuti insieme ai semi hanno restituito indizi di fermentazione.

La famiglia Contini, una storia di generazioni

Anche la storia della famiglia Contini a Cabras ha origini antiche: la sua presenza è documentata almeno dal Seicento. Nel 1898 Salvatore Contini fondò la cantina, dedicando la produzione soprattutto alla Vernaccia, che già nei primi anni del Novecento viaggiava oltre i confini dell’isola.

Durante la Seconda guerra mondiale, con gli uomini richiamati al fronte, fu sua moglie, Anna Maria Dessì, a prendere in mano l’azienda. Con il figlio Attilio la Vernaccia conobbe, negli anni Sessanta, il periodo di maggiore espansione e, nel 1971, la Vernaccia di Oristano divenne la prima DOC della Sardegna.

Nelle sale della cantina, fotografie d’epoca mostrano vendemmie, uomini e donne al lavoro, accanto agli oggetti legati alla produzione del vino.

Il Barrile e Antonio Corriga

Alle pareti è conservata anche un’opera originale di Antonio Corriga (1923-2011), pittore sardo originario di Atzara, donata ai Contini e poi utilizzata per l’etichetta del Barrile, il rosso prodotto con Nieddera, Caddiu e altri vitigni autoctoni della Valle del Tirso e del Sinis. Il nome richiama una tradizione sarda: il barrile era una piccola botticella che la famiglia della sposa riempiva con il proprio vino migliore per offrirlo il giorno delle nozze.


Il marchio Contini e su fassonis

Il legame della famiglia Contini con il territorio di Cabras compare anche nel marchio: la sagoma è quella di su fassonis, l’antica imbarcazione dei pescatori dello stagno.

Costruito con fasci di erbe palustri legati insieme fino a formare uno scafo leggero e affusolato, su fassonis veniva condotto da uno o due pescatori, in piedi e scalzi, che avanzavano affondando lunghe pertiche sul fondo dello stagno. L’imbarcazione aveva una vita breve, circa sei mesi; poi veniva lasciata sulla riva, dove lentamente si decomponeva fino a diventare humus.

Cantina Contini 1898

📍 Via Genova 48/50, 09072 Cabras (OR)
🌐 vinicontini.com

Lo stagno di Cabras

Con i suoi oltre 2.200 ettari, lo stagno di Cabras è il più esteso ambiente palustre della Sardegna e uno dei principali d’Europa. Canali, dune e canneti compongono un habitat di grande biodiversità, popolato anche da numerose specie di uccelli.

Lo stagno comunica con il mare attraverso la peschiera Pontis. Qui la pesca continua ancora oggi e opera il Nuovo Consorzio Cooperative Pontis, che riunisce le cooperative dei pescatori. Protagonista è soprattutto il muggine, dalle cui uova si ricava la bottarga, uno dei prodotti simbolo di Cabras.

Marmilla, verso i paesi nascosti

Dal mare la strada entra nella Sardegna dei piccoli paesi. Più di duecento comuni hanno meno di duemila abitanti e spesso restano fuori dalle rotte più battute. «Dedicatevi alla paesologia», suggerisce lo scrittore Franco Arminio. È qui che il viaggio continua, tra i giovani che rimangono o ritornano nei borghi, formano associazioni e cooperative e mettono a disposizione il loro sapere sul territorio.

Baressa

Un intrico di vicoli scuri. Di roccia dura, vulcanica: il basalto arrivato dalla Giara. E muri di pietra chiara e morbida. L’arenaria degli antichi fondali marini.

Poi i portoni, oltre duecento, che si aprono in ampi cortili dove un tempo entravano i carri.

Baressa si presenta così agli occhi di chi la scopre, passo dopo passo.


Siamo nella Marmilla, regione storica della Sardegna centro-meridionale, ai piedi della Giara, l’altopiano basaltico che domina questo paesaggio. Baressa è un paese di poco più di cinquecento abitanti che conserva una forte anima agricola.

La raccontano anche i murales dipinti sui muri, con scene della vita contadina di un tempo.

Dietro quei grandi portoni arrivavano il grano, le olive, le mandorle. Alcune case avevano il proprio frantoio o una macina, azionata anche dai piccoli cavalli che scendevano dalla Giara.

La Casa Museo e la memoria contadina


Per ritrovare quel mondo basta entrare nella Casa Museo, un’abitazione contadina della seconda metà dell’Ottocento, stretta fra due cortili lastricati. In quello posteriore trovavano posto gli animali e gli attrezzi dei campi; poco distante, nella casa della macina, il frantoio mosso dagli animali, il torchio e la macina del grano.


Dentro, il focolare era il luogo più caldo della casa, dove si cucinava e ci si ritrovava per mangiare e parlare.

Accanto alle camere, c’era la stanza del telaio. Nel 1833, su 166 famiglie, a Baressa erano attivi 110 telai: le donne lavoravano lana e lino destinati soprattutto all’uso familiare.

Il pane dei giorni e delle feste



A Baressa il pane cambiava forma secondo l’occasione. Il civraxiu, grande pagnotta di semola di grano duro, era il pane quotidiano. Per le cerimonie, invece, la pasta veniva lavorata e decorata: il coccoi de is sposus, il pane degli sposi, accompagnava tradizionalmente le nozze.

Mandorli, ulivi e pietre antiche

Tra gli alti muri dei vicoli, cespugli di rosmarino e fichi d’India, compare il campanile di San Giorgio, la chiesa cinquecentesca del paese.

Fuori dal centro abitato cominciano i mandorli, ai quali Baressa dedica la sua festa più importante, la Sagra della Mandorla, che si tiene a settembre, e gli ulivi secolari del Sentiero dei Magnifici.

E ancora, la pietra. Quella che in Sardegna ha costruito nuraghi, dolmen, domus de janas e muretti a secco.

Nel territorio di Baressa rimangono i resti di diversi nuraghi, tra cui Codinas, il più noto, frequentato anche in epoca punica, come testimoniano reperti ceramici del V secolo a.C.

Ascoltare con gli occhi

«Avevo tredici anni, ero sui banchi della terza media. È stato lì che ho incontrato Chiara.

Chiara era una ragazza sorda e seguiva con noi le lezioni, con il supporto di un’interprete. Io mi ricordo che, mentre ascoltavo i professori, l’occhio mi sfuggiva verso di lei. Rimanevo incantata dalle sue mani che trasformavano quello che ci veniva spiegato in lingua dei segni, per Chiara.

È stato lì che ho pensato: “Da grande voglio diventare interprete”».

Elidia era solo una ragazzina quando incontrò Chiara, alle scuole medie di Ales. Un giorno, durante la ricreazione, suonò la campanella. Chiara avvertì forse una vibrazione e le chiese che cosa fosse. Ma Elidia non sapeva spiegarle una cosa semplicissima: che l’intervallo era finito e bisognava tornare in classe. «A scuola impariamo l’inglese e il francese, ma la lingua dei segni non ce la insegna nessuno».

Filomena, la loro professoressa di italiano, storia e geografia, aveva cominciato a fare l’appello in lingua dei segni. Ognuno aveva un segno-nome: Elidia portava i capelli molto lunghi e il suo richiamava proprio i capelli; un compagno aveva un neo sulla fronte e quello era diventato il segno che lo identificava.

Passano gli anni. Elidia si laurea in Lingue a Cagliari. Nel 2021 parte per Venezia. A Ca’ Foscari c’era uno dei pochi percorsi universitari in Italia dedicati alla linguistica per la sordità e i disturbi del linguaggio. «I miei professori erano per la maggior parte sordi, madrelingua LIS», racconta.

Elidia si laurea e prosegue la formazione a Ravenna, fino a diventare ciò che già a tredici anni aveva deciso di essere: interprete di lingua dei segni.

«Quando mi sono laureata ho telefonato alla professoressa Filomena. Appena ha saputo che ero diventata interprete si è commossa e mi ha recitato i versi di Dante:

“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”».

L’uomo è fatto per cercare la conoscenza e, attraverso di essa, dare forma alle proprie aspirazioni.

Elidia Pisu, classe 1998, è tornata a Baressa, nel paese della Marmilla dove è cresciuta. Oggi è interprete di lingua dei segni e operatrice del CEAS Il Mandorlo di Baressa, Centro di Educazione Ambientale e alla Sostenibilità gestito da GEA Ambiente e Turismo, cooperativa che opera con il marchio Ecoistituto Mediterraneo.

Se passate da Baressa, cercate Elidia. Vi racconterà con tanto entusiasmo il suo territorio. E forse vi inviterà anche ad «ascoltare con gli occhi», per cogliere la meraviglia che ci circonda.

Attività ed esperienze

Per attività ed esperienze alla scoperta di Baressa e del territorio circostante:

📞 +39 346 214 0608
Ecoistituto Mediterraneo – GEA Ambiente e Turismo
🌐 ecoistitutomed.it

Il Mandorlo – Albergo Diffuso e Ristorante Rustico

📍Via Is Tellaias 7 – 09090 Baressa (OR)
🌐 albergodiffusoilmandorlo.com

Il Mandorlo è un albergo diffuso ricavato dal recupero di antiche abitazioni di Baressa, restaurate conservando i caratteri dell’architettura rurale tradizionale: pietre a vista, soffitti in legno, loggiati, tessuti e arredi legati alla tradizione locale. Il progetto nasce con l’obiettivo di recuperare le vecchie case del paese sottraendole all’abbandono e permettendo a chi soggiorna di vivere all’interno del borgo. La struttura è gestita da Ecoistituto Mediterraneo – GEA Ambiente e Turismo e ospita anche il CEAS Baressa Il Mandorlo, Centro di Educazione all’Ambiente e alla Sostenibilità.

Baradili

Un’ottantina di abitanti, un campanile che svetta tra piccoli vicoli in pietra e piante grasse che riempiono davanzali e ingressi delle case. Baradili è un paesino silenzioso, raccolto e curato in ogni dettaglio.

È il comune più piccolo della Sardegna, nel cuore della Marmilla. 

Croxiu, i sapori della Marmilla in una scatola


Proprio qui ha sede il GAL Marmilla, che riunisce 43 comuni e lavora allo sviluppo delle comunità rurali del territorio. Ed è qui che incontriamo Croxiu, un progetto nato per mettere insieme produttori di filiere diverse e farli lavorare come una rete.


Croxiu è qualcosa che racchiude, raccoglie e custodisce: un contenitore, un cofanetto. Dentro ci finiscono pasta e culurgiones, formaggi, miele, olio, legumi, zafferano, vino, torrone. Prodotti di aziende diverse che, invece di presentarsi ciascuna per conto proprio, raccontano insieme la Marmilla.


Nel cofanetto sono stati inseriti biglietti d’ingresso per musei e siti del territorio. La scatola diventa così una piccola mappa della Marmilla: prima la assaggi, poi vai a cercare i luoghi da cui arriva.

Nel dicembre 2024 questa rete nata nel più piccolo comune della Sardegna è arrivata fino a Tokyo, dove il GAL Marmilla ha presentato i prodotti di Croxiu nell’ambito dell’evento Sardegna Isola dei Giganti

GAL Marmilla

GAL Marmilla Società Consortile a r.l.
📍Via Baressa 2 – 09090 Baradili (OR)
🌐 galmarmilla.it

Verso il Sud

Dalla Marmilla la strada torna verso il mare e scende nel sud dell’isola. A Sant’Antioco il paesaggio si fa di lagune, saline e antichi mestieri; più a est, la costa passa per Chia e Nora prima di raggiungere le acque di Santa Gilla.

MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia

Si racconta che Michelangelo vedesse già le proprie figure dentro il blocco di marmo. Scolpire significava liberarle dalla materia.

A Sant’Antioco, nel Sulcis, i maestri d’ascia facevano qualcosa di sorprendentemente simile: entravano nel bosco cercando la barca che già esisteva nell’albero. Sceglievano tronchi che avessero già le curvature necessarie alla costruzione dello scafo, perché il taglio potesse seguire l’andamento naturale delle fibre del legno.

Per decenni i maestri d’ascia costruirono e ripararono le imbarcazioni destinate alla pesca e alla navigazione lungo le coste della Sardegna. Conoscevano le essenze del legno, le loro caratteristiche e sapevano già quale posto avrebbe occupato ogni pezzo nella geometria dello scafo.

Il punto di partenza era un modello in scala: da quello prendeva forma l’imbarcazione, pezzo dopo pezzo. Chiglia, prua, poppa e coste formavano l’ossatura; poi arrivava il fasciame a rivestire lo scafo. E l’attrezzo che dava il nome al mestiere era proprio l’ascia, con cui il legno veniva sagomato.

A Sant’Antioco i cantieri dei maestri d’ascia esistono ancora, poco lontano dal luogo che oggi ne conserva la memoria: il MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia.
La sua collezione continua a crescere anche grazie alle famiglie di Sant’Antioco, che negli anni hanno consegnato oggetti e testimonianze appartenuti ai propri familiari.

La laguna di Sant’Antioco e il bisso

Dal cantiere, le barche scendevano nelle acque della laguna. Un ambiente di oltre 650 ettari, profondo in media appena 50 centimetri, dove la pesca ha accompagnato per generazioni la vita di Sant’Antioco.

Nelle acque basse navigavano anche is cius, le tipiche imbarcazioni antiochensi dal fondo piatto, costruite dai maestri d’ascia e utilizzate per la pesca. Poco lontano, le Saline di Santa Caterina, tuttora attive, disegnano un altro paesaggio d’acqua, frequentato anche dai fenicotteri.

Sul fondo vive la Pinna nobilis, il grande mollusco bivalve che a Sant’Antioco chiamano naccara, dal quale un tempo si ricavava il bisso. I pescatori la estraevano utilizzando sa manu de ferru, una lunga asta terminante con una sorta di staffa; d’estate i ragazzi si tuffavano invece per prenderla con le mani.

La Pinna nobilis produce un fascio di sottilissimi filamenti con cui si ancora al fondale. Puliti, filati e tessuti, diventavano il bisso, un materiale prezioso dai caratteristici riflessi metallici, ramati.

Oggi la Pinna nobilis è una specie protetta.


Italo Diana, il maestro del bisso di Sant’Antioco

All’inizio del Novecento la sua lavorazione era ancora molto diffusa a Sant’Antioco. Nel 1914 il fotografo ed editore fiorentino Vittorio Alinari, durante un viaggio in Sardegna, contò circa duecento telai e annotò che per confezionare una sola sottoveste occorrevano almeno novecento “code”, i fasci di filamenti prodotti dalla Pinna nobilis. 

In quegli stessi anni, a Sant’Antioco, Italo Diana imparava a filare e a tessere dalle donne della famiglia che lo avevano cresciuto. Nato nel 1890 e rimasto orfano di madre a otto anni, crebbe in una famiglia composta soprattutto da donne e furono proprio loro a insegnargli a filare, tessere e preparare i materiali per il telaio. Negli anni Venti aprì una scuola con laboratorio, dove le ragazze lavoravano cotone, lana, lino e orbace, ma i manufatti più preziosi nascevano dal bisso. 

La materia prima arrivava direttamente dalla laguna. Diana pagava i pescatori perché gli procurassero le Pinnae intere, ne estraeva i bioccoli di bisso e restituiva le nacchere, che potevano essere vendute o consumate. Nel laboratorio le ragazze lavoravano a gruppi di tre o quattro, alternandosi alla filatura e alla tessitura, mentre Emma, sorella di Italo, si occupava dell’organizzazione della scuola. Da quei telai uscirono bisacce, gilet e capi d’abbigliamento, ma anche lavori destinati molto lontano da Sant’Antioco: un saio per una statua di San Francesco ad Assisi, una mantella per la principessa Mafalda di Savoia e un arazzo che impegnò Italo Diana e Assunta Cabras per circa tre anni. L’arazzo era destinato a Benito Mussolini, in occasione della sua visita nel Sulcis per la fondazione di Carbonia nel 1938. Al centro erano stati tessuti la scritta W IL DUCE e il fascio littorio. L’opera, però, non fu mai consegnata e Diana intervenne sul tessuto, coprendo la scritta con nuovi motivi decorativi. L’anno successivo i telai della scuola furono requisiti per produrre l’orbace destinato alle divise. Con l’inizio della guerra la scuola chiuse e Diana fu richiamato alle armi, ma la lavorazione del bisso continuò attraverso le donne che erano state sue allieve.

Chiara Vigo e il filo del bisso

Tra le custodi di questa antica tradizione, Chiara Vigo lavora tuttora il bisso nel suo laboratorio di Sant’Antioco e ne tramanda la conoscenza. La fibra viene lavorata e tessuta secondo tecniche antiche, trasformandosi nella cosiddetta “seta del mare”.

Museo del Bisso – Chiara Vigo
📍 Viale Regina Margherita 168, Sant’Antioco
🌐 chiaravigo.it

I polipetti di Marisa e il legame con la terra

In un angolo del MuMA ci sono anche piccoli polpi all’uncinetto. Li realizza Marisa e sono diventati il simbolo di GEA Ambiente e Turismo, la cooperativa che gestisce il MuMA e il CEAS. La loro storia arriva dagli ospedali pediatrici, dove polipetti simili vengono collocati nelle culle dei bambini prematuri: i tentacoli, ricordando il cordone ombelicale, avrebbero una funzione rassicurante. GEA ha scelto quell’immagine come simbolo del legame con la propria terra.

MuMA – Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia
📍 Lungomare Cristoforo Colombo – Sant’Antioco (SU)
🌐 MuMA – Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia

Il MuMA Hostel è un ecostello ricavato nell’ex mattatoio comunale e fa parte dello stesso complesso che ospita il MuMA – Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia e il CEAS Isola di Sant’Antioco. Dispone di spazi comuni, sale polivalenti, giardino interno e caffetteria e nel 2018 ha ottenuto la certificazione ambientale Ecolabel UE. All’interno si trova anche un corner shop dedicato all’artigianato e alle produzioni del territorio: libri sulla Sardegna, cosmetici artigianali preparati con erbe di Sant’Antioco e confetture prodotte sull’isola con piante e frutti locali.


🌐 MuMA Hostel

Chia, tra lo stagno e il mare

Arabeschi d’acqua si rincorrono nello stagno, spinti dal maestrale. Sulle rive, le canne si piegano alle raffiche in un fruscio sommesso, mentre i fenicotteri avanzano nell’acqua, in una danza silenziosa.

Una passerella costeggia lo stagno e arriva alla spiaggia. Davanti, l’isolotto di Su Giudeu e il mare cristallino.

Nora, tremila anni davanti al mare

Davanti al mare di Pula, un faro domina la punta di un promontorio. È la Torre del Coltellazzo, costruita dagli Spagnoli nei primi anni del Seicento per sorvegliare la costa e difenderla dalle incursioni dei pirati. La torre sorge nel luogo occupato un tempo dall’acropoli di Nora.

Fondata dai Fenici tra il IX e l’VIII secolo a.C., Nora passò sotto il controllo cartaginese alla fine del VI secolo e divenne poi municipium romano.

Da Nora proviene il più antico documento scritto della Sardegna: la celebre Stele di Nora, oggi conservata al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Ritrovata nel 1773, è una lastra di arenaria con un’iscrizione di otto righe in caratteri fenici, datata tra l’850 e il 725 a.C. Nel testo compare la più antica attestazione conosciuta del nome della Sardegna. Tra il II e il III secolo d.C. Nora visse uno dei suoi momenti di maggiore importanza. Della città romana restano il Foro, il teatro, le terme e le antiche abitazioni. Il bianco, il nero e l’ocra ricorrono nei mosaici pavimentali, tra cui quello che raffigura una Nereide a cavallo di un centauro marino.

Tra il promontorio e il mare si estende la Laguna di Nora, un sistema di canali e isolotti alla foce del rio Arrieras. Il suo Centro di Educazione Ambientale e alla Sostenibilità lavora alla tutela degli ecosistemi marini e costieri e dal 1993 è attivo anche un Centro Recupero dedicato a tartarughe marine e cetacei.

🏛️ Parco Archeologico di Nora
📍 Viale Nora, Pula (CA)
🌐 Fondazione Pula Cultura Diffusa – informazioni e visite
La Fondazione organizza le visite al Parco Archeologico e le eventuali aperture della Torre del Coltellazzo, normalmente accessibile solo in occasione di eventi.

🌿 Centro Visite – CEAS Laguna di Nora
📍 Località Nora, Pula (CA)
🌐 Laguna di Nora – sito ufficiale
Informazioni su visite al Percorso Biodiversità, escursioni in canoa, snorkeling e attività di birdwatching.

MuLag, il Museo della Laguna di Santa Gilla

A Capoterra, pochi chilometri da Cagliari, dove sorge il MuLag, un tempo passavano i treni.

Casa Spadaccino, che oggi ospita il Museo della Laguna di Santa Gilla, nacque nel 1873 come stazione di una ferrovia mineraria. Da qui transitavano i vagoni carichi di ferro e magnetite estratti nelle montagne di Capoterra e diretti verso la costa, fino a Su Loi, dove il minerale veniva depositato in attesa di essere imbarcato.

Nel 1875 la miniera chiuse e quella stazione divenne il centro di una grande azienda agricola. Intorno c’erano greggi, orti, vigneti, oliveti, mandorleti e agrumeti; magazzini, cantine e officine.

Quel paesaggio agricolo è in gran parte scomparso. Ne rimane traccia in alcuni toponimi, come La Vigna e Torre degli Ulivi, mentre Casa Spadaccino continua a essere chiamata dagli anziani di Capoterra Sa Stazioni, la stazione.

Prima della costruzione della cappella dedicata a Sant’Efisio, Casa Spadaccino era anche una delle tappe della processione diretta da Cagliari a Nora. Il carro con la statua del Santo entrava nel cortile e nel loggiato veniva allestito un altare, davanti al quale i fedeli si fermavano a pregare prima di ripartire.

La laguna, tra acqua dolce e mare

Alle porte di Cagliari, nella Laguna di Santa Gilla, l’acqua dolce portata dai corsi d’acqua incontra quella salata del mare. Terre basse, specchi d’acqua e piccoli isolotti formano una delle principali zone umide della Sardegna, frequentata da più di duecento specie di uccelli.

Per secoli la laguna è stata luogo di pesca e di lavoro. Lungo le sue rive sono cresciuti centri abitati e insediamenti industriali, mentre l’uomo ne ha progressivamente trasformato il paesaggio. Il MuLag racconta proprio questo rapporto attraverso le storie di pescatori, salinieri, agricoltori, ingegneri e famiglie che hanno abitato Santa Gilla.

Dal sale al rosa dei fenicotteri

Una delle trasformazioni più importanti del paesaggio della laguna è legata alla produzione del sale. Dall’inizio del Novecento, le acque dolci che ristagnavano nelle zone paludose furono canalizzate e parte dell’area trasformata in vasche per le saline.

In questi ambienti vivono organismi capaci di adattarsi a concentrazioni di sale molto elevate. La salicornia, racconta la guida del MuLag, cresce dove una rosa o un geranio non potrebbero esistere.

Nelle vasche a maggiore concentrazione salina vive anche un’alga microscopica, la Dunaliella salina. Se ne nutre un minuscolo crostaceo, l’Artemia salina, che a sua volta entra nella dieta dei fenicotteri. I pigmenti compiono così un piccolo viaggio attraverso la catena alimentare: alga → crostaceo → fenicottero.

Il rosa delle loro piume comincia da lì.

Durante il periodo riproduttivo, il corteggiamento dei fenicotteri diventa una danza collettiva. Con il collo teso fanno oscillare ritmicamente la testa da una parte all’altra, nel movimento chiamato “testa a bandiera”; poi spalancano le ali nel “saluto d’ala”. Infine arriva la “marcia”: il gruppo avanza compatto, cambia improvvisamente direzione, si ricompone e riparte.

Maschi e femmine danzano insieme, si osservano e, in quella coreografia, si scelgono.

MuLag – Museo della Laguna di Santa Gilla

📍 Piazza Sant’Efisio Martire, 09012 Capoterra (CA)
🌐 mulag.it

Supramonte e Golfo di Orosei

Dal mare del sud il viaggio taglia nuovamente l’isola verso l’interno. Intorno al lago Cedrino, un invaso artificiale formato dallo sbarramento dell’omonimo fiume, all’orizzonte si alzano i rilievi del Supramonte: rocce bianche, altopiani e gole, boschi di lecci e ginepri secolari. Strade tortuose si fanno largo in questo paesaggio aspro, prima che la montagna diventi una bastionata calcarea che precipita verso il Golfo di Orosei.

Cala Fuili

Una lunga scalinata scende tra il calcare e la macchia mediterranea fino a Cala Fuili, una piccola insenatura del Golfo di Orosei, nel territorio di Dorgali. Circa duecento gradini separano la strada dalla spiaggia, tra oleandri, pareti rocciose e un mare che passa dal turchese al blu.

Per secoli raggiungere questa costa dall’interno significava percorrere gli antichi sentieri attraverso i rilievi. Pochi chilometri più a nord di Cala Fuili si trova Cala Gonone, il borgo marino di Dorgali. Il 7 febbraio 1860 venne inaugurata la prima galleria attraverso il monte Bardia, che rese più agevoli i collegamenti tra Dorgali e il mare.

Alla fine dell’Ottocento, per trascorrere l’estate sulla costa si arrivava dai paesi dell’interno con carri, cavalli e buoi. Le giornate trascorrevano tra bagni, passeggiate, soste ai tavolini dei caffè ed escursioni in barca verso le grotte. La più frequentata era quella del Bue Marino, dove allora si poteva ancora incontrare la foca monaca.

Per gli amanti del trekking, da Cala Fuili parte il sentiero costiero che conduce a Cala Luna. Il percorso può essere fatto anche in una sola direzione, rientrando poi via mare verso Cala Gonone.

Verso nord-est

Dal Golfo di Orosei il viaggio continua verso nord, seguendo la costa orientale fino alla Gallura. Le bastionate calcaree del Supramonte lasciano spazio alle rocce granitiche e alle insenature del nord-est, fino al Golfo di Arzachena, alle porte della Costa Smeralda.

Costa Smeralda

Frastagliata e rocciosa, la Costa Smeralda è un susseguirsi di piccole calette, spesso raggiungibili attraverso sentieri nella macchia mediterranea. Il nome, ispirato ai colori del mare di Gallura, nacque negli anni Sessanta del Novecento e indicava originariamente il tratto della costa di Arzachena sul quale avrebbe preso forma il progetto turistico che la rese celebre nel mondo.

Si racconta che il primo incontro di Karim Aga Khan IV, principe ismailita e guida spirituale degli ismailiti nizariti, con questa costa avvenne quasi per caso, durante un volo aereo nel 1960. L’anno successivo 5.000 ettari di terreno erano già nelle sue mani: nacque allora il Consorzio Costa Smeralda, con l’intento di trasformare quel tratto ancora pressoché intatto della Gallura in una destinazione esclusiva per l’alta società internazionale.

Alberghi di lusso, ville, porti turistici, un campo da golf e un centro nautico cambiarono il volto della costa. Hotel e residenze furono costruiti secondo uno stile definito neomediterraneo, pensato per inserirsi nel paesaggio senza stravolgerne le linee. Piccoli insediamenti si insinuano così tra il granito e la vegetazione, in un susseguirsi di contrasti tra pietra, verde e mare.

Due passi ad Alghero

La chiamano Barceloneta, la piccola Barcellona di Sardegna. Basta entrare nel centro per capire perché. Alghero è l’unica città italiana in cui si parla ancora una varietà storica del catalano, l’algherese.

Il legame nasce nel XIV secolo, quando nel 1354 Pietro IV d’Aragona conquistò la città dopo un lungo assedio. Gli abitanti furono espulsi e Alghero venne ripopolata con genti provenienti dalla penisola iberica. Cominciò così una lunga stagione catalana che avrebbe lasciato la propria impronta nell’architettura, nelle tradizioni e soprattutto nella lingua.

Piazza Civica è il cuore della città antica. Tra i tetti emergono la cupola e l’alto campanile della Cattedrale di Santa Maria. La sua costruzione iniziò nel Cinquecento: della prima fabbrica gotico-catalana restano soprattutto la zona absidale e il campanile, mentre la facciata neoclassica appartiene a una fase più tarda.

I bastioni, scanditi dalle torri, seguono il perimetro della città fortificata. Qui si apre il Portal de la Mar, la Porta a Mare, antico accesso alla città dal porto, documentato già nel Trecento.

Davanti alle banchine sono ormeggiate numerose barche a vela. Alghero conserva una lunga tradizione legata alla vela latina, la grande vela triangolare che armava le imbarcazioni utilizzate per la pesca e la navigazione lungo la costa.

Sui Bastioni Magellano, affacciati sul porto, ci fermiamo da Movida, il locale di Daniele Sardu.

A tavola arriva il pa punyat, un pane della tradizione algherese preparato con lievito madre, insieme all’agliata, un piatto tipico della cucina algherese a base di pomodoro fresco e secco, aglio, olio e aceto. «L’aceto serviva anche a conservare il pesce», ci racconta Daniele. Polpo, murena e altri pesci venivano preparati così, secondo ciò che offriva il mare.

La carta degli oli propone extravergini prodotti nel territorio di Alghero, tra DOP, biologici e monocultivar.

Li assaggiamo mentre il sole tramonta sul porto.

«Qui nell’isola dei sardi, ogni andare è un ritornare».

Carlo Levi, Tutto il miele è finito

Testo e foto ©Scilla Nascimbene

In collaborazione con My Export Manager

Ringrazio

Maurizio Cucchiara – My Export Manager

Cantina Contini, Cabras

Elidia Pisu e Ecoistituto Mediterraneo – GEA Ambiente e Turismo / CEAS Baressa Il Mandorlo

I produttori del GAL Marmilla, Baradili

Gianfranco Cabriolu – Enoteca La Vecchia Botte Vinosteria, Villacidro

Veronica Mele e MuMA – Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia di Sant’Antioco

MuMA Hostel, Sant’Antioco

Claudia Morigine e MuLag – Museo della Laguna di Santa Gilla

Giuseppe Tendas – Hotel/Ristorante Ispinigoli

Daniele Sardu – Movida, Alghero

I miei compagni di viaggio Daria, Carmen, Alexandra e Bogdan

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