Sardegna coast to coast

Le piscine naturali di Su Pallosu, nel territorio di San Vero Milis, nel Sinis settentrionale, tra acqua turchese, monoliti e piattaforme rocciose modellate dall’erosione.

Un viaggio coast to coast attraverso la Sardegna, dal mare del Sinis ai piccoli paesi della Marmilla, dalle lagune del Sud al Supramonte e al Golfo di Orosei, fino alla Gallura e ad Alghero. Paesaggi, antichi mestieri, archeologia e incontri raccontano un’isola attraversata da costa a costa.

Azzurra e verde solitudine

RETE METROPOLITANA NORD SARDEGNA Un mare glauco, smaltato, che si confonde col cielo, e scogli cupi come il bronzo antico accompagnano lungo i sentieri, tra “il muggito delle onde” e il profumo delle euforbie e dei cespugli aromatici, nel distacco dal mondo, “come se la loro azzurra e verde solitudine, animata solo da noi, ci appartenesse, fosse il lembo della terra destinato alla nostra esistenza”. “Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo”.  Un linguaggio alto quello di Grazia Deledda, dettato dall’amore verso la sua “terra divina, fatta meravigliosa da Dio e dagli uomini”. Una “povera, deserta e solitaria terra” di cui la scrittrice, la prima donna italiana a ricevere un premio nobel, conosceva ogni rupe e i suoi colori: lo scarlatto delle piante di limonium che si ramificano come coralli, i grappoli d’oro della ginestra, il bianco candido dell’asfodelo o del giglio selvatico. Sentieri poco conosciuti resistono selvaggi al codice del tempo, inerpicandosi, tra le macchie di lentisco, sulle montagne lussureggianti di verzura, coi fianchi coperti di boschi e di pittoreschi grandi alberi, “che disegnano frange d’ombra d’una freschezza indescrivibile”.  Esistono luoghi in cui si respira la solitudine e la natura regala preziosi momenti di pace. Gli stessi in cui Grazia Deledda si rifugiava per dare ristoro alle sue profonde e avverse emozioni. Lungo la foce del fiume Coghinas L’aria profuma di elicriso, di ginepro, di essenze quasi agrumate e i folti cespugli di finocchietto marino e del fico degli ottentotti risaltano sulla candida sabbia. Seguiamo le nostre guide, Annamaria e Antonio, lungo il sentiero che costeggia la sponda sinistra del fiume Coghinas, in prossimità della sua foce, divisa dal mare aperto da un imponente cordone dunale. In quella zona lagunare, nel comune di Valledoria, alcune piante alofite, come le tamerici, si sono adattate all’acqua salmastra, mentre tra i canneti e i giunchi trovano rifugio oltre 150 specie di uccelli. L’area è stata classificata come sito di interesse comunitario della Rete Natura 2000 e dichiarata zona di protezione speciale per la quantità di animali che la popolano. Il censimento dell’avifauna è opera di Giosuè Serreli, un appassionato ornitologo e fotografo naturalista che lavora al chiosco, situato in prossimità del parcheggio alla foce del fiume. Da metà marzo a fine ottobre, Giosuè organizza escursioni in barca per osservare gli uccelli, che si lasciano tranquillamente avvicinare poiché abituati alla sua presenza e al rumore della sua imbarcazione. L’ecosistema fluviale del fiume Coghinas è una palestra naturalistica a cielo aperto che può essere esplorata in assoluta libertà a piedi, in bici o noleggiando un kayak o una canoa. Un bagno nelle terme naturali Il Coghinas è un confine naturale geografico e geologico, poiché divide la zona del quaternario, di natura vulcanica, da quella del paleozoico, di struttura granitica. Oltre il fiume si trovano, infatti, i graniti della Gallura, generati da un magma che si è lentamente cristallizzato sotto terra, diversamente dalle rocce vulcaniche, che si sono formate dalla solidificazione di una lava emersa in superficie. In prossimità di tale faglia geologica, si riscontra la presenza di sorgenti termali, la cui temperatura oscilla tra i 40° ed i 70° C. Il nome Coghinas in sardo significa “cucina”, poiché le caldissime acque erano usate in antichità anche per cucinare. Oltre alle terme di Casteldoria, un complesso termale nella località di Santa Maria Coghinas, attualmente chiuso per restauro, diverse spiagge libere dislocate lungo le anse del fiume offrono la possibilità di immergersi nelle acque curative e nei fanghi di natura vulcanica, in grado di apportare significativi miglioramenti alle persone che soffrono di patologie tra cui reumatismi, artrosi, dermatiti e problemi respiratori. In cima al Monte Ussoni “Una camminata nella natura ci deve riportare a lei” mi dice Antonio Muntoni, guida ambientale escursionistica, mentre prendiamo il sentiero per raggiungere la cima del Monte Ussoni. “Camminare nella natura è una terapia”, continua Antonio. Da anni si dedica a far scoprire la sua terra che considera ancora vergine dal punto di vista escursionistico, poiché custodisce spazi enormi da esplorare e aree dimenticate. “In quei luoghi, dove si cammina senza incontrare nessuno per ore, si torna a contatto con la natura, con le sue piante, gli animali, il vento, i suoni e i silenzi”. Nonostante nelle regioni del Nord Sardegna la fetta trainante del turismo sia quella balneare, negli ultimi vent’anni sono sempre più numerosi i visitatori alla ricerca di un turismo esperienziale, di sentieri poco battuti, ma anche delle piccole realtà del territorio, nate grazie alle persone che hanno creduto e investito nella loro terra, dando vita a piccole aziende ecosostenibili. I pini alieni e i carbonai Salendo lungo il sentiero che conduce alla cima del Monte Ussoni, si può godere della frescura sotto l’ombra di enormi pini. “Sono piante aliene” mi dice Antonio. “In Sardegna abbiamo pini spontanei solo in due aree del sud ovest”. Antonio mi racconta che quei pini sono stati piantati circa 60 – 70 anni fa, a seguito di un programma di rimboschimento. I boschi originari erano infatti composti da querce, lecci, sughere e roverelle, abbattuti di oltre due terzi tra la metà del 1800 e la metà del 1900. Il grande lavoro di taglio fu opera dei carbonai, mandati dai Savoia, a cui la Sardegna apparteneva. Il legname veniva accatastato e bruciato lentamente fino a diventare carbone, caricato nei sacchi di iuta e portato con i carretti o a dorso di mulo verso le zone costiere, per essere imbarcato verso l’Italia del

Torneranno le farfalle

SICILIA, MADONIE E IBLEI Acropoli barocche e grotte abitate dall’età del rame e case ammonticchiate sulle alture. Terre di aquile reali, di tamburelli, provole e Madonne guerriere. “Un’orgia inaudita di colori” dove l’aria profuma di capperi e di fichi maturi e di gelsomini che si sfaldano al sole. Torneranno le farfalle “Ci mandava le cartoline da tutti i posti in cui andava da soldato e una volta mi portò un orologio che desideravo tanto, piccolo piccolo. Un orologio vero, che funzionava!” Parla Giuseppina, una delle sorelle di Calogero Bracco, un partigiano qualunque, come ce n’erano tanti in Sicilia, ma il suo nome è scritto su una lapide, accanto al monumento ai caduti nel centro di Petralia Sottana. Petralia è un paese tranquillo a mille metri di quota sulla catena delle Madonie, ma in passato era un luogo strategico lungo la strada che da Palermo conduceva a Messina attraverso le montagne e un centro nevralgico del comprensorio, grazie alle sue potenti famiglie nobiliari che avevano un peso anche nella politica nazionale. Il monumento ai caduti fu infatti inaugurato alla presenza del principe Umberto di Savoia, il 21 giugno 1926. Così riporta la scritta che mi indica Pietro Polito, sindaco del paese, sottolineandomi l’importanza di quell’agglomerato montano. “A sfilare a Torino durante la Liberazione c’era il comandante Vincenzo Modica che veniva dalle parti del trapanese. Il suo nome di battaglia era Petralia”, continua il sindaco. “Quel nome gli era stato dato dal suo superiore, Pompeo Colajanni: il leggendario comandante Barbato, in ricordo della sua infanzia, quando i suoi genitori lo portavano negli antichi marcati di questa zona per curare la pertosse”.  “Era di mattina presto presto che era ancora buio e non era ancora giorno. E mio fratello partì. Poi non l’ho visto più”. È Rita Bracco che racconta davanti alla telecamera, durante le riprese di un video-documentario che ripercorre gli ultimi tragici sprazzi di vita di Calogero e il giorno della sua morte. Il 9 luglio 1945. Calogero era un giovane di 27 anni, nato a Petralia Sottana, in una famiglia talmente numerosa che il padre, a tavola, contava i figli per controllare che ci fossero tutti. La mamma aveva solo la terza elementare, ma il suo modo di raccontare le favole era pieno di poesia. Ogni sera i suoi figli la ascoltavano, tutti insieme.  Quella di riunirsi era sempre stata una loro consuetudine e anche durante i tempi della Guerra, Rita e sua sorella Giuseppina trascorrevano le serate intorno al braciere, recitando il rosario e filando la lana. Avevano amici, cugini e i fidanzati al fronte e comunicavano con loro attraverso delle lettere. Quelle lettere erano tanto attese e le due sorelle avevano notato una coincidenza a dir poco surreale: la sera prima che arrivasse una lettera, entrava nella loro casa una farfalla.“La farfalla ci porta le notizie” avevano iniziato a dirsi. Anche il loro fratello Calogero era al fronte. Scoppiata la Seconda Guerra Mondiale era stato richiamato alle armi nel diciottesimo reggimento Aqui, dopo aver combattuto in Francia e nei Balcani, ma nel giugno 1944 iniziò la sua vita da partigiano. Si era stabilito in Piemonte, nei pressi di Trinità, distinguendosi per coraggio e audacia nelle sue azioni individuali, anche se a volte girava con “finestra chiusa”, un compagno che aveva perso un occhio e portava la benda.  Ma quel giorno era solo e decise di andare a comprare le sigarette. Se avesse avvistato i fascisti, sarebbe scappato. Non sapeva che era stato tradito. In cambio di un camion. Era l’8 luglio 1944.  “In casa entrò una farfalla. Era bianca. Piccolissima. Mi si appoggiò sulla spalla. In quel momento capì che mio fratello era morto”.  Ma non l’8. L’8 Calogero era stato catturato, però era riuscito a scappare. Per poco, perché i fascisti l’avevano portato a Carrù. E lui non conosceva Carrù. Fu la fine, il giorno seguente, dopo torture indegne di un essere umano. Calogero non parlò. Non tradì i suoi compagni.  Arrivò dalle sorelle una lettera. Era scritta dal parroco di Trinità, Don Bellisio, che annunciava la morte del fratello. Nel luglio 2015 i paesi di Trinità e Petralia Sottana hanno stretto un gemellaggio, in ricordo di quella giovane vita spesa per la libertà, ripercorrendone la storia in un video-documentario che porta un titolo pieno di poesia, come le favole raccontate dalla quella mamma con la terza elementare: Torneranno le farfalle. Il sentiero geologico urbano La terra su cui poggia Petralia Sottana era parte di un mare antichissimo. Fino al periodo Messiniano, circa 7 milioni di anni fa, la Sicilia era infatti sommersa e la zona della Madonie era una grande barriera corallina che si estendeva fino a Rocca di Cefalù. Gli abitanti di quell’antico mare – i coralli, le spugne, i pesci, i molluschi – sono inglobati nella pavimentazione del centro del paese: il primo sentiero geologico urbano d’Europa.  Il corso è stato costruito verso il 1870 utilizzando pietre locali, che gli anziani del paese chiamavano “pietre di lumachella”, riconoscendovi delle sagome simili a quelle delle lumache. Sulla pavimentazione, una serie di borchie di bronzo, realizzate da un artista locale, indica la presenza dei fossili.  Affacciata sui panorami del centro dell’isola che si ammirano dai suoi belvedere fino all’Etna, Petralia Sottana, nell’elenco dei borghi Bandiera Arancione del Touring Club, è uno degli oltre 40 Geositi del Parco Regionale delle Madonie, inserito nella lista dei Geoparchi mondiali UNESCO. Nel 1937 è stata scoperta una grotta, detta del Vecchiuzzo, in cui sono state rinvenuti reperti neolitici, ora custoditi in parte nel museo civico locale intitolato ad Antonio Collisani e in parte Museo Salinas di Palermo. I vasi sono di diversa natura e stile, in un numero talmente elevato da far avanzare agli studiosi due diverse ipotesi: la presenza di una fabbrica o di un santuario all’interno di una grande parete rocciosa. Il territorio ha attirato l’uomo fin dai tempi preistorici per la sua grande ricchezza di acqua, roccia calcarea e argilla, elementi preziosi ma responsabili di rovinose frane avvenute durante i secoli e che hanno rimodellato il

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