Baradili. Il comune più piccolo della Sardegna

MARMILLA, SARDEGNA Un’ottantina di abitanti, un campanile che svetta tra piccoli vicoli in pietra e piante grasse che riempiono davanzali e ingressi delle case. Baradili è un paesino silenzioso, raccolto e curato in ogni dettaglio. È il comune più piccolo della Sardegna, nel cuore della Marmilla. Croxiu, i sapori della Marmilla in una scatola Proprio qui a Baradili ha sede il GAL Marmilla, che riunisce 43 comuni e lavora allo sviluppo delle comunità rurali del territorio. Ed è qui che incontriamo Croxiu, un progetto nato per mettere insieme produttori di filiere diverse e farli lavorare come una rete. Croxiu è qualcosa che racchiude, raccoglie e custodisce: un contenitore, un cofanetto. Dentro ci finiscono pasta e culurgiones, formaggi, miele, olio, legumi, zafferano, vino, torrone. Prodotti di aziende diverse che, invece di presentarsi ciascuna per conto proprio, raccontano insieme la Marmilla. Il progetto nato a Baradili ha affiancato ai sapori del territorio la scoperta dei suoi luoghi della cultura: nei box sono stati inseriti anche biglietti d’ingresso per musei e siti del territorio. La scatola diventa così una piccola mappa della Marmilla: prima la assaggi, poi vai a cercare i luoghi da cui arriva. Nel dicembre 2024 questa rete nata nel più piccolo comune della Sardegna è arrivata fino a Tokyo, dove il GAL Marmilla ha presentato i prodotti di Croxiu nell’ambito dell’evento Sardegna Isola dei Giganti, accompagnati da un catalogo tradotto in giapponese. Da Baradili a Tokyo. In mezzo, una scatola piena di cose da mangiare e di posti da conoscere. GAL Marmilla 📍 GAL Marmilla Società Consortile a r.l.Via Baressa 2 – 09090 Baradili (OR)🌐 www.galmarmilla.it Testo e foto ©Scilla Nascimbene In collaborazione con My Export Manager Potrebbero interessarti anche: BARESSA, TRA MANDORLI E MEMORIE CONTADINE CANTINA CONTINI CABRAS MuLag. IL MUSEO DELLA LAGUNA DI SANTA GILLA MUMA, IL MUSEO DEL MARE E DEI MAESTRI D’ASCIA LE PISCINE DI SU PALLOSU PUNTA SU BARDONI NORA, TREMILA ANNI DAVANTI AL MARE DUE PASSI AD ALGHERO
Baressa, tra mandorli e memorie contadine

MARMILLA, SARDEGNA Un intrico di vicoli scuri. Di roccia dura, vulcanica: il basalto arrivato dalla Giara. E muri di pietra chiara e morbida. L’arenaria degli antichi fondali marini. Poi i portoni, oltre duecento, che si aprono in ampi cortili dove un tempo entravano i carri. Baressa si presenta così agli occhi di chi la scopre, passo dopo passo. Siamo in Marmilla, ai piedi della Giara, in un paese di poco più di cinquecento abitanti che conserva una forte anima agricola. La raccontano anche i murales dipinti sui muri, con scene della vita contadina di un tempo. Dietro quei grandi portoni arrivavano il grano, le olive, le mandorle. Alcune case avevano il proprio frantoio o una macina, azionata anche dai piccoli cavalli che scendevano dalla Giara. La Casa Museo e la memoria contadina Per ritrovare quel mondo basta entrare nella Casa Museo, un’abitazione contadina della seconda metà dell’Ottocento, stretta fra due cortili lastricati. In quello posteriore trovavano posto gli animali, gli aratri e gli attrezzi dei campi; poco distante, nella casa della macina, il frantoio mosso dagli animali, il torchio e la macina del grano. Dentro, il focolare era il luogo più caldo della casa, dove si cucinava e ci si ritrovava per mangiare e parlare. C’era la stanza riservata agli ospiti, la dispensa, il solaio dove si conservavano i cereali. Poi c’era la stanza del telaio. Nel 1833, su 166 famiglie, erano attivi 110 telai. Le donne lavoravano lana e lino destinati soprattutto all’uso familiare. Il pane dei giorni e delle feste A Baressa si serviva un tipo di pane a seconda dell’occasione. Il civraxiu, una pagnotta di semola di grano duro, era il pane quotidiano. Per le cerimonie veniva invece preparato un pane molto decorato: Il coccoi de is sposus, il pane degli sposi. Mandorli, ulivi e pietre antiche Tra gli alti muri dei vicoli, cespugli di rosmarino e fichi d’India, compare il campanile di San Giorgio, la chiesa cinquecentesca del paese. Fuori dal centro abitato cominciano i mandorli, che tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo fioriscono a migliaia e ai quali, a settembre, Baressa dedica la sua festa più importante, la Sagra della Mandorla. E poi gli ulivi secolari, circa un migliaio, alcuni raccolti lungo poche centinaia di metri di campagna nel Sentiero dei Magnifici. E poi, ancora, la pietra. Quella che in Sardegna ha costruito nuraghi, dolmen, domus de janas e muretti a secco. Nel territorio di Baressa rimangono i resti di diversi nuraghi, tra cui Codinas, il più noto, frequentato anche in epoca punica, come testimoniano reperti ceramici del V secolo a.C. Ascoltare con gli occhi «Avevo tredici anni, ero sui banchi della terza media. È stato lì che ho incontrato Chiara. Chiara era una ragazza sorda e seguiva con noi le lezioni, con il supporto di un’interprete. Io mi ricordo che, mentre ascoltavo i professori, l’occhio mi sfuggiva verso di lei. Rimanevo incantata dalle sue mani che trasformavano quello che ci veniva spiegato in lingua dei segni, per Chiara. È stato lì che ho pensato: “Da grande voglio diventare interprete”». Elidia era solo una ragazzina quando incontrò Chiara, alle scuole medie di Ales. Un giorno, durante la ricreazione, suonò la campanella. Chiara avvertì forse una vibrazionee le chiese che cosa fosse. Ma Elidia non sapeva spiegarle una cosa semplicissima: che l’intervallo era finito e bisognava tornare in classe. «A scuola impariamo l’inglese e il francese, ma la lingua dei segni non ce la insegna nessuno». Filomena, la loro professoressa di italiano, storia e geografia, aveva cominciato a fare l’appello in lingua dei segni. Ognuno aveva un segno-nome: Elidia portava i capelli molto lunghi e il suo richiamava proprio i capelli; un compagno aveva un neo sulla fronte e quello era diventato il segno che lo identificava. Passano gli anni. Elidia si laurea in Lingue a Cagliari. Nel 2021 parte per Venezia. A Ca’ Foscari c’era uno dei pochi percorsi universitari in Italia dedicati alla linguistica per la sordità e i disturbi del linguaggio. «I miei professori erano per la maggior parte sordi, madrelingua LIS», racconta. Elidia si laurea e prosegue la formazione a Ravenna, fino a diventare ciò che già a tredici anni aveva deciso di essere: interprete di lingua dei segni. «Quando mi sono laureata ho telefonato alla professoressa Filomena. Appena ha saputo che ero diventata interprete si è commossa e mi ha recitato i versi di Dante: “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”». L’uomo è fatto per cercare la conoscenza e, attraverso di essa, dare forma alle proprie aspirazioni. Elidia Pisu, classe 1998, è tornata a Baressa, nel paese della Marmilla dove è cresciuta. Oggi è interprete di lingua dei segni e operatrice del CEAS Il Mandorlo di Baressa, Centro di Educazione Ambientale e alla Sostenibilità gestito da GEA Ambiente e Turismo, cooperativa che opera con il marchio Ecoistituto Mediterraneo. Se passate da Baressa, cercate Elidia. Vi racconterà con tanto entusiasmo il suo territorio. E forse vi inviterà anche ad «ascoltare con gli occhi», per cogliere la meraviglia che ci circonda. Attività ed esperienze Per attività ed esperienze alla scoperta di Baressa e del territorio circostante: 📞 +39 346 214 0608Ecoistituto Mediterraneo – GEA Ambiente e Turismo🌐 ecoistitutomed.it Dove dormire a Baressa Il Mandorlo – Albergo Diffuso e Ristorante Rustico 📍Via Is Tellaias 7 – 09090 Baressa (OR)🌐 albergodiffusoilmandorlo.com Il Mandorlo è un albergo diffuso ricavato dal recupero di antiche abitazioni di Baressa, restaurate conservando i caratteri dell’architettura rurale tradizionale: pietre a vista, soffitti in legno, loggiati, tessuti e arredi legati alla tradizione locale. Il progetto nasce con l’obiettivo di recuperare le vecchie case del paese sottraendole all’abbandono e permettendo a chi soggiorna di vivere all’interno del borgo. La struttura è gestita da Ecoistituto Mediterraneo – GEA Ambiente e Turismo e ospita anche il CEAS Baressa Il Mandorlo, Centro di Educazione all’Ambiente e alla Sostenibilità. Testo e foto ©Scilla Nascimbene In collaborazione con My Export Manager Potrebbero interessarti anche: BARADILI. IL COMUNE PIù PICCOLO DELLA SARDEGNA CANTINA CONTINI CABRAS MuLag. IL MUSEO
I Vezo del Madagascar: coloro che lottano contro il mare

Giovane donna Vezo, isola di Grande Mitsio, arcipelago delle Mitsio, Madagascar. Sul volto, il masonjoany, una pasta tradizionale utilizzata come cosmetico e protezione dal sole. Si ottiene sfregando il legno dell’albero di masonjoany su una pietra con un po’ d’acqua, fino a ottenere una pasta da applicare sulla pelle. Coloro che lottano contro il mare I Vezo sono pescatori seminomadi delle coste del Madagascar. «Coloro che lottano contro il mare». È così che si definiscono. Il nome Vezo viene ricondotto al verbo “pagaiare”. Rita Astuti, antropologa della London School of Economics, che ha vissuto a lungo tra loro e ha dedicato loro People of the Sea. Identity and Descent among the Vezo of Madagascar, racconta che erano gli stessi Vezo a spiegarle il proprio nome attraverso il gesto del remo: quando più persone pagaiano insieme sulla stessa piroga, una scandisce il ritmo: «ve-zo! ve-zo!» Essere Vezo è un modo di fare Per Astuti, essere Vezo è un’attività, un way of doing, un modo di fare. Sanno nuotare, costruire piroghe, navigare, pescare, mangiare e vendere il pesce, ma anche camminare sulla sabbia soffice senza perdere il fiato. Portano sul corpo «i segni dell’essere Vezo». Quando lei stessa nuotò nell’oceano, le dissero: «Sei Vezo.» Quando imparò a mangiare il pesce mettendo in bocca insieme carne, pelle e lische, inghiottendo carne e pelle e sputando le lische, le dissero che era «davvero Vezo». E le spiegarono: se vai a pescare ogni giorno, lotti con il mare e sai pagaiare una piroga, allora sei Vezo. Perché essere Vezo è quello che hai imparato a fare. Si può diventare Vezo. E si può smettere di esserlo. Una persona che lascia la costa, si trasferisce nell’interno e cambia modo di vivere cessa di essere Vezo e diventa Masikoro. La piroga, il re e il peso del passato I re sakalava che governavano quella regione del Madagascar consideravano i Vezo propri sudditi. Il re arrivava sulla costa per riscuotere tributi — tartarughe marine e pesci particolarmente pregiati — e per chiedere chi fossero i loro antenati e da dove venissero. Pagare il tributo significava riconoscersi suoi sudditi. Rispondere alle domande sugli antenati significava entrare nella storia e nella genealogia del regno. I Vezo non volevano essere interrogati. Quando arrivava il re, prendevano la piroga e andavano in mare. I Vezo non volevano spiegare chi erano attraverso il loro passato. Perché essere Vezo è quello che sai fare, quello che fai. Prendere la piroga non significa scappare. Significa rifiutare che il passato stabilisca una volta per tutte chi sei e quello che puoi fare. Testo e foto ©Scilla Nascimbene
Turris Libisonis, crocevia del Mediterraneo

Duemila anni fa Porto Torres si chiamava Turris Libisonis. Era una colonia romana affacciata sul Golfo dell’Asinara e il suo porto la collegava alle grandi rotte del Mediterraneo. Il mio nome è Caius Vehilius Rufus «Il mio nome è Caius Vehilius Rufus. Vissi a Turris Libisonis intorno al 100 d.C. Ero un liberto». A parlare è un uomo vissuto quasi duemila anni fa. O almeno così ha scelto di farlo parlare il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano di Porto Torres, attraverso il racconto che accompagna la sua urna cineraria. Caius era stato uno schiavo e aveva conquistato la libertà. Alla fine della sua vita volle che le sue ceneri fossero custodite in un’urna di marmo realizzata a Roma, «per mostrare a tutti quanto fossi diventato importante». Sul coperchio dell’urna Caius volle delle maschere teatrali. «Perché la vita per me è proprio come uno spettacolo!», scrive il museo prestando voce alla sua storia. Caius Vehilius Rufus viveva a Turris Libisonis quando la colonia stava attraversando una delle sue stagioni più prospere. Porto Torres, antico crocevia del Mediterraneo La storia di Caius racconta qualcosa anche della città in cui visse. Turris Libisonis era cresciuta intorno al suo porto, affacciato sulle grandi rotte del Mediterraneo. Da qui passavano navi, merci e uomini provenienti dalla Penisola Iberica, dalla Gallia, dall’Africa e dalla penisola italiana. Il porto contribuì a trasformare la colonia in uno dei principali centri della Sardegna in epoca romana, un luogo di scambio in cui insieme alle merci viaggiavano religioni, culti e culture. Turris Libisonis: l’unica colonia romana della Sardegna “Turris Libisonis” era l’unica colonia romana in Sardegna (“autem una quae vocatur ad Turrem Libisonis” Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia”, III, 7,85). Le ipotesi sul fondatore La città venne fondata probabilmente tra il 46 e il 41 a.C. da Giulio Cesare o dal figlio adottivo Ottaviano Augusto. Secondo le fonti, Cesare rimase bloccato per circa un mese nei porti della Sardegna a causa delle tempeste. Durante quel soggiorno avrebbe conosciuto la fertilità del territorio e la posizione strategica del Golfo dell’Asinara. Proprio allora potrebbe essere nata l’idea di fondare una colonia su questo tratto di costa, realizzata soltanto negli anni successivi. Le ipotesi sull’origine del nome Il nome è composto da due elementi: “Turris”, che potrebbe far riferimento alla presenza di un nuraghe presso la foce del fiume Mannu, e “Libisonis”, da riconnettere forse alla denominazione antica del Nord Africa (Libya), regione che ha avuto fin dall’età preistorica continui rapporti con la Sardegna. Una città aperta a diverse culture Il porto era il cuore economico della colonia, ma anche il luogo dove ogni giorno si incontravano mercanti, marinai, funzionari imperiali e viaggiatori provenienti da ogni parte del Mediterraneo. Gli altari dedicati alle divinità egizie, le iscrizioni provenienti da Ostia, i mosaici realizzati da artigiani romani e le anfore giunte dall’Africa e dalla Penisola Iberica raccontano una città aperta al mondo e a culture diverse. Le grandi opere pubbliche Dall’acquedotto al bacino portuale La prosperità della colonia si rifletteva nelle sue grandi opere pubbliche. Un acquedotto lungo circa trenta chilometri riforniva la città d’acqua, mentre il porto continuava ad ampliarsi per sostenere traffici sempre più intensi. Nato alla foce del Rio Mannu, in un tratto naturalmente riparato, tra il II e il III secolo d.C. fu trasformato in un vero bacino portuale nell’area dell’attuale Darsena. Il vento Aquilonis: la diga a difesa del porto Sotto l’impero di Settimio Severo o di Caracalla (200 d.C) venne costruita una diga per proteggere le navi dall’Aquilonis, il vento grecale, che ancora oggi mette in difficoltà la navigazione. La ricchezza della colonia: edifici pubblici e dimore private La prosperità del porto trasformò profondamente Turris Libisonis. La colonia si arricchì di edifici pubblici, eleganti dimore private e di uno dei più vasti complessi termali della Sardegna romana. La memoria di Turris Libisonis Il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano Oggi la memoria di Turris Libisonis vive grazie agli scavi archeologici e ai reperti conservati nel Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano. Tra le rovine riemerge il volto della colonia romana: le Terme Centrali, la Domus di Orfeo, le strade lastricate percorse dai carri, le tabernae dove si vendevano prodotti artigianali e alimentari e gli edifici che un tempo si affacciavano sul porto. Le Terme Centrali Le Terme Centrali, costruite intorno al 300 d.C., rappresentavano uno dei più grandi complessi termali della Sardegna romana. Per secoli la tradizione popolare le identificò con il Palazzo di Re Barbaro, il governatore che, secondo la leggenda, fece martirizzare Gavino, Proto e Gianuario. Il percorso termale iniziava nel frigidarium, l’ampia sala dedicata ai bagni in acqua fredda, con due grandi vasche rivestite di marmo e decorate da raffinati mosaici policromi. Da qui si passava al tepidarium, ambiente di transizione con acqua tiepida, e infine ai calidaria, destinati ai bagni caldi e alle saune. Il cuore dell’impianto era il praefurnium, un grande forno alimentato a legna che produceva l’aria calda necessaria a riscaldare gli ambienti. Attraverso il sistema dell’hypocaustum, l’aria circolava sotto i pavimenti, sostenuti da centinaia di piccoli pilastrini in laterizio chiamati suspensurae, e risaliva lungo le pareti attraverso speciali mattoni, mantenendo le sale a una temperatura costante di circa 30 °C. Un vano coperto da una volta a botte, noto con il nome di criptoportico, datato al I-II sec. d.C., accoglieva i frequentatori delle terme per passeggiate, incontri o esercizi ginnici. La Domus di Orfeo Sotto il portico d’ingresso delle terme gli archeologi hanno riportato alla luce una domus costruita intorno alla metà del III secolo d.C., appartenuta a un ricchissimo cittadino romano. La fontana trilobata La casa era organizzata attorno a un cortile con fontana e presentava ambienti decorati da affreschi e preziosi mosaici policromi. Tra questi spicca una fontana trilobata decorata da un mosaico che raffigura diciotto specie di pesci e molluschi, mentre in un altro ambiente compare il mosaico delle Tre Grazie, antiche divinità simbolo della gioia di vivere e della fertilità della natura. Il mosaico di Orfeo Il capolavoro della domus si trova nel triclinio, la sala destinata ai
Il Tappeto delle Capre di Maria Lai

A Ulassai, le capre delle montagne diventano segni e intrecci nei tessuti nati dall’incontro tra Maria Lai e le tessitrici della Cooperativa Su Marmuri. Maria Lai e il Tappeto delle capre di Ulassai Corna lunghe, il corpo tracciato con poche linee. Le capre si ripetono sui tappeti e sui cuscini, bianche sul nero, nere sul bianco, una accanto all’altra. Oggi quel disegno è diventato uno dei simboli della Cooperativa Tessile Su Marmuri e della stessa Ulassai. La sua storia comincia nel 1981, quando Maria Lai (1919-2013) inizia a collaborare con le tessitrici della Cooperativa Su Marmuri. È lo stesso anno in cui realizza a Ulassai Legarsi alla montagna, una grande opera collettiva che coinvolge gli abitanti e unisce simbolicamente il paese alla montagna attraverso un lungo nastro di stoffa azzurra. Nello stesso anno, dalla collaborazione con Su Marmuri nasce il Tappeto delle Capre. Dietro quelle piccole figure c’è ancora una volta Ulassai. Dopo aver vissuto a lungo lontano dal paese, Maria Lai torna a Ulassai e ritrova le montagne e le capre che si arrampicano sui pendii. Le osserva e le trasforma in un segno: corna, corpo, poche linee. Una capra dopo l’altra, il paesaggio entra così nella trama del tappeto. Gli intrecci di fili diventano figure e disegni. La collaborazione con Su Marmuri, iniziata nel 1981, prosegue infatti negli anni con numerosi altri motivi, alcuni rimasti inediti. Nella cooperativa i tessuti vengono ancora lavorati al telaio utilizzando materiali naturali – lino, cotone e lana di pecora di produzione locale – e tecniche della tradizione sarda come quella a pibionis, gli “acini d’uva” che creano il caratteristico effetto in rilievo. Accanto ai motivi antichi compaiono disegni contemporanei ispirati alla fauna dell’isola: cinghiali, mufloni e caprette. Ma sono proprio quelle capre dalle lunghe corna ad aver continuato il loro viaggio. Dal primo tappeto sono passate ad altri tessuti e ai cuscini, mantenendo intatto quel profilo essenziale nato dall’incontro tra Maria Lai, le tessitrici e il paesaggio di Ulassai. Un libro dedicato all’artista porta il titolo Maria Lai. Donna tessitrice di legami. Nel Tappeto delle Capre quel titolo trova quasi un’immagine: un filo lega le montagne di Ulassai alle capre, le capre al disegno e il disegno alle mani delle tessitrici che continuano a tramandarlo. B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocità, aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilità) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079 700 0664 🌐 www.hotel-bb.com Testo e foto © Scilla Nascimbene Potrebbero interessarti anche: LA BOTTEGA SARDA DI SASSARI MONTE D’ACCODDI E SASSARI: IL SEGRETO NASCOSTO SOTTO UNA COLLINA DI PIETRE PORTO TORRES: DA COLONIA ROMANA A CAPITALE DI UN REGNO I CULURGIONES LA FREGULA AI FRUTTI DI MARE
Gnocchi di patate viola con gamberi e crema di cavolfiore

Una ricetta dello chef Giovanni Scarpin che unisce pasta fresca fatta in casa, pescato locale e ingredienti di stagione nel cuore di Porto Torres. Gnocchi di patate viola con gamberi: il sapore contemporaneo della cucina turritana Tra i piatti che raccontano la cucina contemporanea di Porto Torres, gli gnocchi di patate viola con gamberi e crema di cavolfiore uniscono la tradizione della pasta fresca fatta in casa ai sapori del Golfo dell’Asinara. La dolcezza dei gamberi incontra la delicatezza del cavolfiore, mentre le patate viola donano agli gnocchi colore e una consistenza particolarmente morbida. È un piatto estivo ideato dallo chef Giovanni Scarpin, che interpreta la cucina del territorio con preparazioni leggere e ingredienti di stagione. Il piatto viene proposto dal Ristorante San Gavino, storico locale di Porto Torres nato alla fine degli anni Sessanta e gestito dal 2001 da Mariella e Daniele. La cucina affianca i grandi classici della tradizione turritana a proposte più creative, mantenendo sempre un forte legame con il pescato locale e i prodotti del territorio. Le patate viola non sono soltanto una scelta estetica. La loro polpa compatta permette di ottenere gnocchi morbidi ma consistenti, mentre il caratteristico colore violaceo è dovuto agli antociani, pigmenti naturali presenti anche nei frutti di bosco. La ricetta dello chef Giovanni Scarpin Ingredienti per gli gnocchi (6 persone) Per la crema di cavolfiore Sbollentare il cavolfiore tagliato a pezzetti fino a mantenerlo al dente. Raffreddarlo immediatamente in acqua e ghiaccio per bloccare la cottura. Una parte del cavolfiore viene frullata con un po’ di acqua di cottura, olio extravergine d’oliva e sale fino a ottenere una crema liscia. L’altra parte viene condita con olio extravergine d’oliva, rosmarino ed erbe aromatiche. Preparazione del condimento In una padella scaldare un filo di olio extravergine d’oliva con uno spicchio d’aglio, oppure aglio in camicia. Aggiungere la bisque di gamberi, preparata con teste e carapaci, quindi unire poco brodo di pesce. Regolare di sale e pepe. Pulire i gamberi eliminando il budello e aggiungere le teste alla salsa per intensificarne il sapore. Cottura e impiattamento Cuocere gli gnocchi in abbondante acqua salata. Scolarli e saltarli delicatamente nella salsa insieme ai gamberi. Stendere sul fondo del piatto la crema di cavolfiore, adagiare gli gnocchi, completare con i gamberi e guarnire con i ciuffetti di cavolfiore conditi alle erbe. Dove assaggiarlo Ristorante Pizzeria San Gavino 📍 Piazza Guglielmo Marconi 12A07046 Porto Torres (SS) ☎️ +39 079 510300 Il Ristorante San Gavino nasce alla fine degli anni Sessanta e dal 2001 è gestito da Mariella e Daniele. Situato ai piedi della Basilica di San Gavino, propone una cucina che valorizza la tradizione gastronomica turritana attraverso piatti di mare e di terra, accanto a ricette contemporanee realizzate con ingredienti del territorio. B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocità, aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilità) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079 700 0664 🌐 www.hotel-bb.com Testo e foto © Scilla Nascimbene
Basilica di San Gavino: il capolavoro romanico di Porto Torres

La più grande basilica romanica della Sardegna racconta oltre millecinquecento anni di storia, tra architettura medievale, antiche leggende e devozione popolare. La Basilica di San Gavino: il più grande monumento romanico della Sardegna Ai lati del portale romanico della Basilica di San Gavino, due angeli scolpiti nella pietra sorreggono una torre merlata. È l’antico simbolo di Torres e ricorda il ruolo che la città ebbe nella Sardegna medievale, quando la basilica rappresentava il centro religioso della diocesi turritana. Accanto agli angeli, figure antropomorfe e motivi geometrici a bassorilievo raccontano la maestria degli scalpellini medievali chiamati a decorare quella che sarebbe diventato il più grande monumento romanico della Sardegna. La Basilica dei Santi Gavino, Proto e Gianuario fu costruita nell’XI secolo sul Monte Agellu, sopra un’area già occupata in età paleocristiana da edifici di culto e da una vasta necropoli. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce i resti di almeno due chiese precedenti, databili tra il V e il VII secolo. Il ritrovamento conferma che questo luogo era già un importante centro della comunità cristiana. La leggenda di Comita e la nascita della basilica La tradizione racconta che il giudice Comita, colpito dalla lebbra, sognò il martire Gavino, che gli indicò il Monte Agellu come il luogo dove edificare una grande chiesa dedicata a lui e ai compagni Proto e Gianuario, promettendogli la guarigione. Una seconda apparizione gli avrebbe confermato la scelta del luogo. Comita fece allora arrivare da Pisa undici maestri scalpellini e muratori e ordinò di recuperare a Balai le reliquie dei tre martiri. L’arrivo di maestranze pisane, protagoniste della diffusione dell’architettura romanica nell’isola, è documentato dalle fonti storiche, che ne confermano il ruolo nella costruzione dell’edificio. Un’architettura unica nel panorama italiano La Basilica di San Gavino rappresenta un esempio unico in Italia di edificio romanico con due absidi contrapposte sui lati corti. Gli ingressi principali si aprono infatti sui lati lunghi, una soluzione architettonica rarissima che la distingue dalla maggior parte delle chiese romaniche europee. Con i suoi 60,65 metri di lunghezza e 19,84 metri di larghezza, San Gavino è il più grande monumento romanico della Sardegna. Venne realizzato con il calcare della Nurra, una pietra chiara che cambia tonalità durante la giornata e che, nelle ultime ore del giorno, si accende di sfumature dorate. Lesene, archetti pensili e strette monofore scandiscono le pareti esterne. Appena oltre l’ingresso, un’acquasantiera marmorea sostenuta dalla figura di una giovane accoglie i fedeli. La morbidezza delle sue forme contrasta con il rigore dell’architettura. L’interno della basilica L’interno è sobrio e diviso in tre navate da colonne marmoree di recupero provenienti dall’antica Turris Libisonis romana e da edifici di età bizantina. I simulacri dei tre martiri Nell’abside opposta all’altare maggiore sono custoditi i simulacri lignei di San Gavino, Proto e Gianuario. Realizzati nei primi decenni del Seicento da una bottega probabilmente napoletana, raffigurano i tre martiri distesi sul letto funebre, con i polsi legati e il segno della decapitazione. Ancora oggi sono al centro della devozione popolare: ogni anno, il 3 maggio, vengono portati in processione fino alla chiesa di Balai vicino, dove rimangono fino alla Pentecoste. La statua equestre di San Gavino Accanto ai simulacri, una statua equestre raffigura San Gavino come un giovane soldato romano e ne richiama il passato militare prima del martirio. L’opera, in legno intagliato, dorato e policromo, venne realizzata nel XVII secolo da una bottega romana. La cripta dei Martiri Sotto la basilica, la cripta dei Martiri custodisce le reliquie dei santi Gavino, Proto e Gianuario. Fu realizzata all’inizio del Seicento, dopo le ricerche promosse nel 1614 dall’arcivescovo Gavino Manca de Cedrelles per ritrovare le spoglie dei tre martiri. Quegli scavi sono considerati tra le prime indagini archeologiche documentate della Sardegna e riportarono alla luce importanti testimonianze delle fasi più antiche del complesso monumentale. La cripta conserva frammenti architettonici, elementi scultorei e piccoli manufatti che raccontano oltre millecinquecento anni di storia del luogo. Visite guidate a Porto Torres Per informazioni e prenotazioni delle visite guidate ai principali luoghi della cultura di Porto Torres è possibile rivolgersi all’Ufficio turistico della Città di Porto Torres. Ufficio turistico: Stazione Marittima/Centro Intermodale, via A. Bassu, 07046 Porto Torres (SS)Visite guidate e laboratori: +39 334 7062913Informazioni turistiche: +39 079 5048008E-mail: info.turistiche@comune.porto-torres.ss.it B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocità, aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilità) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079 700 0664 🌐 www.hotel-bb.com Testo e foto © Scilla Nascimbene Potrebbero interessarti anche: TURRIS LIBISONIS, CROCEVIA DEL MEDITERRANEO MONTE D’ACCODDI: IL SANTUARIO PREISTORICO CHE PRECEDE I NURAGHI LE DOMUS DE JANAS DUE PASSI A SASSARI LA FREGULA AI FRUTTI DI MARE. LA RICETTA DELLO CHEF GIOVANNI MONTE
Culurgiones

La pasta fresca simbolo della Sardegna I culurgiones sono una delle preparazioni più rappresentative della gastronomia sarda. Originari dell’Ogliastra, nella parte centro-orientale dell’isola, sono una pasta fresca ripiena riconoscibile a prima vista per la caratteristica chiusura “a spiga”, realizzata interamente a mano. Questa particolare cucitura, oltre ad avere una funzione pratica, è diventata nel tempo il simbolo stesso dei culurgiones e della straordinaria manualità tramandata di generazione in generazione. Il ripieno tradizionale racconta le origini contadine di questo piatto: patate, formaggi, menta e olio extravergine d’oliva. Ogni paese dell’Ogliastra custodisce una propria variante e molte famiglie conservano ancora oggi una ricetta tramandata nel tempo. L’importanza culturale dei culurgiones è stata riconosciuta anche dall’Unione Europea con il marchio IGP (Indicazione Geografica Protetta), che tutela i Culurgionis d’Ogliastra e il loro tradizionale metodo di preparazione. Per lungo tempo venivano preparati soprattutto durante le ricorrenze religiose e le feste di famiglia. Ancora oggi rappresentano uno dei piatti più identitari della cucina sarda, capaci di raccontare la storia, la cultura pastorale e le tradizioni dell’isola attraverso pochi ingredienti semplici. La versione più conosciuta viene servita con salsa di pomodoro fresco, basilico e una spolverata di pecorino. Nella tradizione più antica erano frequenti anche i condimenti con il sugo di pecora, mentre in alcune zone della Sardegna vengono ancora preparati fritti. La preparazione del laboratorio Margot – L’Arte della Pasta Fresca Durante il mio soggiorno a Sassari ho visitato Margot – L’Arte della Pasta Fresca, un laboratorio artigianale dove i culurgiones vengono preparati ancora oggi a mano secondo la tradizione. Qui mi è stata raccontata la preparazione utilizzata nel laboratorio e sono stati condivisi gli ingredienti del ripieno e i consigli di cottura. Gli ingredienti del ripieno Il ripieno preparato nel laboratorio Margot è composto da: L’equilibrio tra le patate e i tre formaggi dona al ripieno una consistenza morbida e un sapore intenso, mentre la menta aggiunge quella nota aromatica che rende i culurgiones immediatamente riconoscibili. Cottura e condimento Una volta preparati e chiusi con la tradizionale cucitura a spiga, i culurgiones vengono lessati per circa un minuto da quando salgono a galla. Nel laboratorio vengono consigliati con un semplice sugo di pomodoro fresco e basilico, capace di valorizzare il ripieno senza coprirne il sapore. Secondo la tradizione più antica potevano essere serviti anche con sugo di pecora, mentre in alcune zone della Sardegna vengono ancora preparati fritti. Dove acquistarli 📍 Margot – L’Arte della Pasta Fresca 📍 Via Domenico Millelire 7Li Punti – 07100 Sassari 📞 347 040 5480 ✉️ andreamellino@libero.it B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocità, aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilità) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079 700 0664 🌐 www.hotel-bb.com Testo e foto © Scilla Nascimbene Potrebbero interessarti anche: LA FREGULA AI FRUTTI DI MARE
Monte d’Accoddi, il santuario preistorico che precede i nuraghi

A quattro metri di profondità, Ercole Contu era convinto che la risposta fosse ancora sotto i suoi piedi. Ma le pareti di quel pozzo, formate da pietre rimaste immobili per migliaia di anni, rischiavano di crollargli addosso. L’archeologo fu costretto a risalire, deciso a trovare una soluzione per tornare a scavare. Nei suoi appunti continuava a ripetere che lì sotto doveva esserci ancora qualcosa. Una collina di pietre. Così era apparso Monte d’Accoddi quando Ercole Contu era arrivato nella pianura della Nurra, a pochi chilometri da Sassari, all’inizio degli anni Cinquanta. Molti ritenevano che quel cumulo potesse nascondere i resti di un nuraghe. Il santuario preistorico Contu cominciò a scavare e dalla collina emerse tutt’altro: un grande santuario preistorico, con una monumentale rampa d’accesso, un imponente menhir, due grandi lastre di pietra destinate ai rituali e i resti di un antico villaggio dell’Età del Rame. Era una scoperta straordinaria. Eppure, più Contu osservava quel monumento, più era convinto che quel santuario custodisse ancora un segreto. Fu per questo che aprì un pozzo di scavo al centro della piattaforma e raggiunse i quattro metri di profondità. Risalì, con l’intenzione di proseguire le ricerche. Ma i finanziamenti finirono e Contu non tornò mai più in quel pozzo. Il segreto, venti centimetri più in basso Nel 1979 la nuova campagna di scavo fu affidata all’Università di Genova, guidata dall’archeologo Santo Tinè. Tinè studiò gli appunti lasciati da Contu e, grazie a nuove tecniche, riuscì a mettere in sicurezza il pozzo e a riprendere la discesa. La risposta che Contu aveva cercato per anni si trovava appena venti centimetri oltre il punto in cui era stato costretto a fermarsi. Sotto il piano di calpestio emersero i resti di un santuario ancora più antico, rimasto nascosto per millenni all’interno del monumento. Il Tempio Rosso, colore del sacro Gli archeologi lo chiamarono Tempio Rosso, per il colore dell’intonaco che ne rivestiva le pareti. L’intonaco era realizzato con argilla ricca di minerali di ferro, che gli conferivano la caratteristica colorazione dell’ocra rossa, lo stesso pigmento utilizzato anche nelle domus de janas, le tombe preistoriche scavate nella roccia. Per le popolazioni preistoriche il rosso apparteneva al linguaggio del sacro: richiamava il sangue e rappresentava la vita, la morte, il sacrificio e la rigenerazione. L’enigma del menhir Il grande menhir scoperto da Ercole Contu custodiva un enigma. Alto circa quattro metri e mezzo, era stato ritrovato disteso sul terreno, accanto al santuario. Normalmente un menhir veniva infisso in una fossa e stabilizzato con pietre poste tutt’intorno. Quando crollava per cause naturali o veniva abbattuto, il basamento tendeva a rompersi e le pietre di sostegno si disperdevano. A Monte d’Accoddi, invece, il monolite conservava il basamento integro. Proprio questo particolare ha portato gli archeologi a ritenere che il menhir fosse stato estratto volontariamente e deposto. Sono state avanzate diverse ipotesi. Una collega la rimozione del menhir alla costruzione del Tempio Rosso, quasi a segnare il passaggio da un culto a un altro, forse a seguito di un evento eccezionale, come un lungo periodo di siccità. Le lastre sacrificali e il culto della Dea Madre Accanto al monolite sono state trovate due grandi lastre di pietra, interpretate dagli archeologi come altari sacrificali, sui quali venivano sacrificati gli animali durante le cerimonie religiose celebrate nel santuario. Una delle lastre presenta alcune cavità naturali che, secondo gli studiosi, potevano rappresentare simbolicamente la bocca della Dea Madre, pronta a ricevere il sangue del sacrificio. Terminate le offerte, la comunità partecipava ai pasti rituali: la carne dell’animale veniva consumata, mentre le ossa erano deposte nelle fosse votive. Proprio le ossa dei suini rinvenute in queste fosse hanno fornito uno degli indizi più preziosi per ricostruire la storia di Monte d’Accoddi. Le analisi al radiocarbonio le hanno datate intorno al 4500 a.C., testimoniando una frequentazione molto antica dell’area. Il culto della Dea Madre era legato alla fertilità, alla terra e alla forza generatrice della natura. In questa lettura anche il grande menhir assume un significato simbolico: la sua forma è stata interpretata come un simbolo maschile, legato alla fecondazione della terra. L’incontro tra il principio maschile e quello femminile richiamerebbe così quello tra il cielo e la terra, la pioggia e il suolo da cui nasce la vita. Un unicum nel Mediterraneo occidentale per la sua architettura Monte d’Accoddi non ha confronti nel Mediterraneo occidentale. A renderlo unico è soprattutto la sua architettura: una grande terrazza tronco-piramidale raggiunta da una lunga rampa che conduce alla sommità del santuario, dove doveva sorgere una struttura destinata alle cerimonie religiose. Prima dei nuraghi I santuari di Monte d’Accoddi precedono di molti secoli la civiltà nuragica. La tecnica costruttiva ciclopica e a secco, con grandi blocchi di pietra, richiama quella utilizzata successivamente nei nuraghi, mostrando come questo modo di costruire fosse presente in Sardegna già in epoca precedente. Frequentato dal Neolitico all’Età del Bronzo La storia di Monte d’Accoddi attraversa un arco di tempo lunghissimo. Il sito conobbe diverse fasi e continuò a essere frequentato dal Neolitico fino all’inizio dell’Età del Bronzo. Dalla sommità lo sguardo spazia ancora oggi fino a Capo Caccia, dominando gran parte della pianura della Nurra. Questa vasta regione del nord-ovest della Sardegna si estende tra il golfo di Alghero e quello dell’Asinara e comprende gran parte del territorio comunale di Sassari. Visitare Monte d’Accoddi 📍 Strada Vicinale Monte d’Accoddi 4, Sassari🌐 montedaccoddi.cultura.gov.it☎️ +39 079 2008072 Il santuario è visitabile con biglietto d’ingresso e visite guidate. Per orari aggiornati, tariffe e prenotazioni è consigliabile consultare il sito ufficiale. B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocità, aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilità) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079
La fregula ai frutti di mare. La ricetta dello chef Giovanni Monte

La fregula è una delle paste più antiche e rappresentative della Sardegna. Si ottiene lavorando semola di grano duro e poca acqua con un movimento circolare delle mani, fino a formare piccole sfere irregolari. Dopo l’essiccazione viene leggermente tostata in forno: è questo passaggio a conferirle il caratteristico colore dorato e il profumo intenso che la distingue da tutte le altre paste. Le sue origini risalgono almeno al Medioevo e ancora oggi la preparazione artigianale viene tramandata in molte famiglie sarde. Lungo le coste dell’isola, soprattutto nel nord e nell’ovest della Sardegna, la fregula incontra il pescato del giorno dando vita a uno dei piatti simbolo della cucina marinara. La pasta viene fatta tostare e cotta lentamente con brodo di pesce, proprio come un risotto. Cozze, vongole, calamari e gamberi rilasciano i loro profumi durante la cottura, mentre un bicchiere di Vermentino di Gallura arricchisce il fondo con le sue note aromatiche. Più che una semplice ricetta, la fregula racconta l’incontro tra due anime della Sardegna: quella contadina, rappresentata dalla semola di grano duro, e quella marinara, legata ai prodotti del mare. La ricetta dello chef Giovanni Monte Durante il mio soggiorno a Sassari ho avuto il piacere di assaggiare la fregula ai frutti di mare preparata dallo chef Giovanni Monte, che mi ha raccontato la sua interpretazione di questo grande classico della cucina sarda e ha condiviso con me la ricetta proposta nel suo ristorante. Ingredienti (2 persone) Preparazione In una padella ampia fate tostare la fregula con un filo di olio extravergine di oliva, l’aglio e la cipolla tritati. Aggiungete le cozze e le vongole crude: aprendosi durante la cottura rilasceranno naturalmente tutto il loro sapore. Sfumate con mezzo bicchiere di Vermentino di Gallura, quindi iniziate ad aggiungere il brodo di pesce poco alla volta, proprio come si farebbe per un risotto. Dopo circa cinque minuti unite i calamari tagliati ad anelli, i gamberi e un cucchiaio di salsa di pomodoro. Continuate la cottura aggiungendo altro brodo quando necessario, fino a quando la fregula risulterà morbida ma ancora piacevolmente consistente. Completate con una spolverata di prezzemolo fresco tritato e servite ben calda. Il ristorante 🍽 Il Cenacolo 👨🍳 Chef: Giovanni Monte 📍 Indirizzo: Via Ozieri 2, 07100 Sassari 📞 Telefono: 079 413 3785 🌐 Sito web: https://ilcenacolo.eatbu.com Il Cenacolo è un ristorante nel centro storico di Sassari specializzato in cucina di mare e mediterranea. È qui che lo chef Giovanni Monte mi ha raccontato la sua interpretazione della fregula ai frutti di mare e ha condiviso la ricetta pubblicata in questa pagina. B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocità, aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilità) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079 700 0664 🌐 www.hotel-bb.com Testo e foto © Scilla Nascimbene Potrebbero interessarti anche: I CULURGIONES, LA PASTA FRESCA DELLA SARDEGNA