Due passi ad Alghero

Alghero conserva un’identità profondamente legata alla Catalogna. Dal centro storico ai bastioni e al porto, un percorso tra architettura, vela latina e sapori della tradizione algherese.

Elidia Pisu. Ascoltare con gli occhi

A tredici anni Elidia Pisu incontrò a scuola Chiara, una ragazza sorda. Guardando le mani dell’interprete che traduceva per lei le lezioni decise che un giorno avrebbe fatto lo stesso lavoro. Da Baressa a Cagliari, Venezia e Ravenna, fino al ritorno nel suo paese della Marmilla: la storia di una vocazione nata sui banchi di scuola.

Cala Fuili

Cala Fuili, Golfo di Orosei, Dorgali, Barbagia, Sardegna.

GOLFO DI OROSEI, DORGALI, SARDEGNA Una lunga scalinata scende tra il calcare e la macchia mediterranea fino a Cala Fuili, una piccola insenatura del Golfo di Orosei, nel territorio di Dorgali. Circa duecento gradini separano la strada dalla spiaggia, tra oleandri, pareti rocciose e un mare che passa dal turchese al blu. Per secoli raggiungere questa costa dall’interno significava percorrere gli antichi sentieri attraverso i rilievi. Pochi chilometri più a nord di Cala Fuili si trova Cala Gonone, il borgo marino di Dorgali. Il 7 febbraio 1860 venne inaugurata la prima galleria attraverso il monte Bardia, che rese più agevoli i collegamenti tra Dorgali e il mare. Alla fine dell’Ottocento, per trascorrere l’estate sulla costa si arrivava dai paesi dell’interno con carri, cavalli e buoi. Le giornate trascorrevano tra bagni, passeggiate, soste ai tavolini dei caffè ed escursioni in barca verso le grotte. La più frequentata era quella del Bue Marino, dove allora si poteva ancora incontrare la foca monaca. Per gli amanti del trekking, da Cala Fuili parte il sentiero costiero che conduce a Cala Luna. Il percorso può essere fatto anche in una sola direzione, rientrando poi via mare verso Cala Gonone. Testo e foto ©Scilla Nascimbene In collaborazione con My Export Manager Potrebbero interessarti anche: NORA, TREMILA ANNI DAVANTI AL MARE PUNTA SU BARDONI MULAG, IL MUSEO DELLA LAGUNA DI SANTA GILLA MUMA, IL MUSEO DEL MARE E DEI MAESTRI D’ASCIA BARESSA, TRA MANDORLI E MEMORIE CONTADINE BARADILI. IL COMUNE PIÙ PICCOLO DELLA SARDEGNA CANTINA CONTINI CABRAS DUE PASSI AD ALGHERO

La Bottega Sarda di Sassari

Gallinella in ceramica con pulcini, simbolo di fertilità nella tradizione sarda. La Bottega Sarda di Sassari

Una bottega nel cuore di Sassari dove ogni oggetto porta con sé una storia: dalle capre di Maria Lai alle Janas, dagli amuleti alle antiche tradizioni del corredo nuziale. In via Cavour, nel centro di Sassari, c’è una bottega dove gli oggetti arrivano da piccoli laboratori e singoli artigiani sparsi per la Sardegna. A sceglierli è Aurora Puxeddu. Aurora prende gli oggetti uno alla volta e li racconta. «Questo non è il solito artigianato», precisa: sono pezzi selezionati, lavorati a mano da piccoli laboratori o singoli artigiani, spesso unici, dietro i quali ci sono una tecnica, una tradizione o una storia. Le gallinelle e le anfore anulari Ci sono le gallinelle con i pulcini, simbolo di fertilità. Accanto, spiccano con i loro colori le anfore anulari, utilizzate come contenitori per i liquidi preziosi, proprio perché ne contenevano una piccola quantità. La bisaccia di Bonorva Appesa a una parete c’è una grande bisaccia di Bonorva, in provincia di Sassari. È la bisaccia della festa, riccamente decorata, che veniva sistemata sul cavallo in occasione della festa del patrono. Il tappeto delle capre Poi Aurora mi mostra un tappeto e alcuni cuscini: capre bianche sul nero e nere sul bianco, una accanto all’altra. «Queste portano a Maria Lai», racconta. L’artista aveva vissuto a lungo lontano dalla Sardegna e, quando torna a Ulassai, il suo paese, ritrova le montagne e le capre che si arrampicano sui pendii. È quel paesaggio, spiega Aurora, a entrare nei suoi disegni. Il lavoro di Maria Lai passa attraverso gli intrecci di fili, combinati per creare figure e segni. Nel 1981 Maria Lai (1919-2013) inizia a collaborare con le tessitrici della Cooperativa Tessile Su Marmuri di Ulassai. Il primo lavoro nato dalla collaborazione con la cooperativa è proprio il Tappeto delle Capre. Quelle capre vengono ridotte all’essenziale: corna lunghe, il corpo tracciato con poche linee. Il disegno diventa negli anni uno dei simboli di Su Marmuri e della stessa Ulassai e continua a passare dai tappeti ai cuscini e ad altri tessuti. Aurora prende un libro dedicato all’artista e comincia a sfogliarlo. Il titolo è Maria Lai. Donna tessitrice di legami. Mi mostra le pagine, i lavori dell’artista, gli intrecci di fili e quel rapporto con la tessitura che ritorna anche nella storia del Tappeto delle Capre. Tra sacro e profano Su un altro piano della bottega, piccoli oggetti d’argento aprono una storia completamente diversa. La gioielleria tradizionale sarda è ricca di amuleti e, racconta Aurora, talvolta il confine fra religione e magia quasi scompare. Alcuni hanno la forma di minuscole teche apribili. All’interno potevano essere custodite preghiere, formule magiche oppure entrambe. C’era persino chi li faceva benedire. Cambiavano forme e decorazioni, ma la funzione rimaneva la stessa: proteggere chi li portava con sé. Anche la gancera, che oggi può essere indossata come collana, arriva dal vestiario tradizionale. Generalmente realizzata in argento, poteva servire a fermare il corpetto, il grembiule o i lembi del copricapo femminile. Il corredo della sposa La brocca racconta invece il matrimonio. Faceva parte del corredo della sposa, soprattutto nelle zone di Oristano e Cagliari e meno nel Sassarese. Era una tradizione particolarmente presente nell’Ottocento, anche se si è tramandata nel tempo. La sua decorazione era un simbolo della ricchezza della famiglia della sposa, ma il corredo comprendeva anche tessuti, ceramiche e cesti. Le Janas Sugli scaffali di Aurora non mancano le Janas, figure della tradizione sarda, proposte nelle interpretazioni di due diverse botteghe artigiane. Le Janas di Roberta Casu La ceramista Roberta Casu, di Sanluri (La Bottega dell’Arte), le modella in terracotta come piccole figure chiare, con grandi copricapi decorati. Il suo lavoro si ispira alle Janas, le creature che la tradizione popolare ha legato alle domus de janas. Fate secondo alcuni racconti, streghe secondo altri, abitavano nelle rocce e potevano aiutare gli uomini, ma punivano chi si dimostrava avido. La Bottega dell’Arte – Roberta Casu, SanluriSito ufficiale Is Femmineddas La bottega Is Femmineddas le rappresenta invece come piccole figure stilizzate, avvolte in una sorta di mantello con cappuccio, nero, rosso, turchese o di altri colori. Pietra, ferro e terra Ati Artisticu Accanto alle Janas, una piccola casetta decorata con un tralcio di vite e grappoli d’uva è la creazione di Ati Artisticu. Il laboratorio artigiano realizza facciate ispirate alle case dei paesi utilizzando la trachite e inserti d’argento: dei minuscoli frammenti di architettura e vita quotidiana. Ati Artisticu – sito ufficiale Francesca Frau Aurora mi mostra poi i manufatti di Francesca Frau, artigiana di Serrenti, che lavora il ferro battuto portando avanti la tradizione di famiglia. Francesca utilizza tecniche antiche come la forgiatura, la fiammatura e la cesellatura, reinterpretandole anche in forme contemporanee. Francesca Frau – sito ufficiale Andrea Farci Prima di uscire dalla Bottega Sarda, mi fermo a guardare la vetrina. Su un tessuto finemente ricamato, un piatto raffigura la gallinella sarda. È opera di Andrea Farci, artigiano che lavora l’argilla rossa secondo la tecnica del “bianco e cotto”: alcune parti dello smalto bianco vengono eliminate per far riaffiorare il colore naturale della terracotta. Un altro oggetto che porta con sé una storia, scelto con cura da Aurora. Ceramiche Artistiche Farci – sito ufficiale Bottega Sarda – Artigianato sardo 📍 Via Cavour 50, Sassari☎️ 079 235268🌐 artigianatobottegasardasassari.it B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocità, aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilità) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079 700 0664 🌐 www.hotel-bb.com Testo e foto © Scilla Nascimbene Potrebbe interessarti anche: DUE PASSI A SASSARI MONTE D’ACCODDI: IL SANTUARIO PREISTORICO CHE PRECEDE I NURAGHI

Punta Su Bardoni

Rocce e mare. Punta Su Bardoni, territorio di Cabras, Sinis, Sardegna.

Tra rocce policrome, macchia mediterranea e mare turchese, Punta Su Bardoni conserva anche tracce del passato: cave costiere e una sepoltura risalente al Bronzo Finale o alla Prima Età del Ferro.

Cantina Contini Cabras

Cantina Contini. Cabras, Sinis, Sardegna.

SINIS, SARDEGNA La Vernaccia di Oristano, una storia di famiglia e le antiche tradizioni dei pescatori dello stagno. Cantina Contini Cabras, il tempo dentro una bottiglia A Cabras c’è una tradizione legata alla Vernaccia. Quando nasce un bambino, alcune famiglie mettono da parte qualche bottiglia della vendemmia di quell’anno e aspettano. Sarà lui, diventato adulto, a scegliere quando stapparla. Carla, che ci accompagna nella visita alla Cantina Contini, racconta che il nonno paterno aveva preparato quelle bottiglie anche per lei, quando era nata. Sono passati i diciott’anni e poi la laurea, ma le sue bottiglie sono ancora chiuse. Nella bottaia storica In passato, nella bottaia della Cantina Contini c’erano botti che arrivavano a contenere fino a undicimila litri di vino. Alcune botti di castagno hanno più di cent’anni e vengono utilizzate ancora oggi. Per l’affinamento della Vernaccia, le botti vengono lasciate intenzionalmente scolme: una parte dello spazio rimane occupata dall’aria e sulla superficie del vino si sviluppa il caratteristico velo dei lieviti flor, responsabile di un processo ossidativo che, per la Vernaccia di Oristano DOC Riserva, dura almeno venticinque anni. Vernaccia, “del posto” Il nome della Vernaccia deriverebbe dal latino vernaculum, «del posto». A Cabras, la storia della vite risale almeno all’età nuragica. Nel sito di Sa Osa, sul fondo di alcuni pozzi, sono stati rinvenuti vinaccioli di Vitis vinifera risalenti a quel periodo. La loro forma testimonia il passaggio dalla vite selvatica a quella domestica; alcuni conservano tracce di pressatura e i materiali organici rinvenuti insieme ai semi hanno restituito indizi di fermentazione. La famiglia Contini, una storia di generazioni Anche la storia della famiglia Contini a Cabras ha origini antiche: la sua presenza è documentata almeno dal Seicento. Nel 1898 Salvatore Contini fondò la cantina, dedicando la produzione soprattutto alla Vernaccia, che già nei primi anni del Novecento viaggiava oltre i confini dell’isola. Durante la Seconda guerra mondiale, con gli uomini richiamati al fronte, fu sua moglie, Anna Maria Dessì, a prendere in mano l’azienda. Con il figlio Attilio la Vernaccia conobbe, negli anni Sessanta, il periodo di maggiore espansione e, nel 1971, la Vernaccia di Oristano divenne la prima DOC della Sardegna. La famiglia è rimasta uno dei valori della Contini. Nelle sale della cantina, fotografie d’epoca mostrano vendemmie, uomini e donne al lavoro, accanto agli oggetti legati alla produzione del vino. Il Barrile e Antonio Corriga Alle pareti è conservata anche un’opera originale di Antonio Corriga (1923-2011), pittore sardo originario di Atzara, donata ai Contini e poi utilizzata per l’etichetta del Barrile, il rosso prodotto con Nieddera, Caddiu e altri vitigni autoctoni della Valle del Tirso e del Sinis. Il nome richiama una tradizione sarda: il barrile era una piccola botticella che la famiglia della sposa riempiva con il proprio vino migliore per offrirlo il giorno delle nozze. Il marchio Contini e su fassonis Il legame della famiglia Contini con il territorio di Cabras compare anche nel marchio: la sagoma è quella di su fassonis, l’antica imbarcazione dei pescatori dello stagno. Costruito con fasci di erbe palustri legati insieme fino a formare uno scafo leggero e affusolato, su fassonis veniva condotto da uno o due pescatori, in piedi e scalzi, che avanzavano affondando lunghe pertiche sul fondo dello stagno. L’imbarcazione aveva una vita breve, circa sei mesi; poi veniva lasciata sulla riva, dove lentamente si decomponeva fino a diventare humus. Cantina Contini 1898 📍 Via Genova 48/50, 09072 Cabras (OR)☎️ +39 0783 290806🌐 https://vinicontini.com La pesca nello stagno di Cabras Con i suoi oltre 2.200 ettari, lo stagno di Cabras è il più esteso ambiente palustre della Sardegna e uno dei principali d’Europa. Canali, dune e canneti compongono un habitat di grande biodiversità, popolato anche da numerose specie di uccelli. Lo stagno comunica con il mare attraverso la peschiera Pontis. Qui la pesca continua ancora oggi e opera il Nuovo Consorzio Cooperative Pontis, che riunisce le cooperative dei pescatori. Protagonista è soprattutto il muggine, dalle cui uova si ricava la bottarga, uno dei prodotti simbolo di Cabras. I campi di lavanda del Sinis Non lontano dallo Stagno di Cabras, a Riola Sardo, Elvio Sulas coltiva lavanda biologica dal 2003. L’idea nacque dopo un viaggio in Provenza; oggi i fiori di Lavanda di Elvio vengono raccolti e distillati per ricavarne olio essenziale e prodotti a base di lavanda. Testo e foto ©Scilla Nascimbene In collaborazione con My Export Manager Potrebbero interessarti anche: BARESSA, TRA MANDORLI E MEMORIE CONTADINE BARADILI. IL COMUNE PIÙ PICCOLO DELLA SARDEGNA MULAG, IL MUSEO DELLA LAGUNA DI SANTA GILLA MUMA, IL MUSEO DEL MARE E DEI MAESTRI D’ASCIA LE PISCINE DI SU PALLOSU PUNTA SU BARDONI NORA, TREMILA ANNI DAVANTI AL MARE

Le piscine di Su Pallosu

Le piscine naturali di Su Pallosu, nel territorio di San Vero Milis, nel Sinis settentrionale, tra acqua turchese, monoliti e piattaforme rocciose modellate dall’erosione.

Macchie di giada, turchese e acquamarina tra monoliti e rocce modellate dall’erosione. Le piscine di Su Pallosu custodiscono anche le tracce di oltre duemila anni di storia e commerci nel Mediterraneo. 

MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia

Barca tradizionale – MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia – Sant’Antioco, Sulcis, Sardegna

SULCIS, SARDEGNA La barca che esisteva già nell’albero Si racconta che Michelangelo vedesse già le proprie figure dentro il blocco di marmo. Scolpire significava liberarle dalla materia. A Sant’Antioco, i maestri d’ascia facevano qualcosa di sorprendentemente simile: entravano nel bosco cercando la barca che già esisteva nell’albero. Sceglievano tronchi che avessero già le curvature necessarie alla costruzione dello scafo, perché il taglio potesse seguire l’andamento naturale delle fibre del legno. Per decenni i maestri d’ascia costruirono e ripararono le imbarcazioni destinate alla pesca e alla navigazione lungo le coste della Sardegna. Conoscevano le essenze del legno, le loro caratteristiche e sapevano già quale posto avrebbe occupato ogni pezzo nella geometria dello scafo. Il punto di partenza era un modello in scala: da quello prendeva forma l’imbarcazione, pezzo dopo pezzo. Chiglia, prua, poppa e coste formavano l’ossatura; poi arrivava il fasciame a rivestire lo scafo. E l’attrezzo che dava il nome al mestiere era proprio l’ascia, con cui il legno veniva sagomato. A Sant’Antioco i cantieri dei maestri d’ascia esistono ancora, poco lontano dal luogo che oggi ne conserva la memoria: il MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia. La laguna di Sant’Antioco: barche, saline e fenicotteri Dal cantiere, le barche scendevano nelle acque della laguna. Un ambiente di oltre 650 ettari, profondo in media appena 50 centimetri, dove la pesca ha accompagnato per generazioni la vita di Sant’Antioco. Cefali, seppie e polpi popolano queste acque. Nelle acque basse della laguna navigavano anche is cius, le tipiche imbarcazioni antiochensi utilizzate per la pesca. Barche dal fondo piatto, costruite proprio dai maestri d’ascia, realizzate ancora oggi a Sant’Antioco in piccoli cantieri a conduzione familiare. Le Saline di Santa Caterina sono tuttora attive e nelle loro acque si alimentano i fenicotteri, mentre la laguna ospita una vegetazione adattata all’elevata salinità e numerose specie di uccelli. Pinna nobilis e bisso, la seta del mare Sul fondo vive la Pinna nobilis, il grande mollusco bivalve che a Sant’Antioco chiamano naccara. Un tempo veniva raccolta anche per ricavarne il bisso. Dalla barca i pescatori utilizzavano sa manu de ferru, un’asta lunga sei o sette metri terminante con una sorta di staffa: agganciavano la conchiglia, imprimevano una rotazione e la estraevano dal fondale. D’estate i ragazzi si tuffavano invece per prenderla con le mani, proteggendosi dai bordi taglienti con un tovagliolo. La Pinna nobilis produce il bisso, un fascio di filamenti sottilissimi con cui si ancora al fondale. Una volta raccolti, puliti, filati e tessuti, quei filamenti diventavano un tessuto prezioso dai caratteristici riflessi metallici, vicini al rame. Oggi la Pinna nobilis è una specie protetta e il bisso non può più essere prelevato dal mare. Novecento “code” per una sottoveste di bisso All’inizio del Novecento la lavorazione del bisso era ancora molto diffusa a Sant’Antioco. Nel 1914 il fotografo ed editore fiorentino Vittorio Alinari visitò l’isola durante un viaggio in Sardegna e contò circa duecento telai. Rimase colpito dalla lavorazione del bisso e annotò che per confezionare una sola sottoveste occorrevano almeno novecento “code”, i fasci di filamenti prodotti dalla Pinna nobilis. Italo Diana, il maestro del bisso di Sant’Antioco In quegli stessi anni, a Sant’Antioco, Italo Diana imparava a filare e a tessere dalle donne della famiglia che lo avevano cresciuto. Nato nel 1890 e rimasto orfano di madre a otto anni, crebbe in una famiglia composta soprattutto da donne e furono proprio loro a insegnargli a filare, tessere e preparare i materiali per il telaio. Negli anni Venti aprì una scuola con laboratorio, dove le ragazze lavoravano cotone, lana, lino e orbace, ma i manufatti più preziosi nascevano dal bisso. La materia prima arrivava direttamente dalla laguna. Diana pagava i pescatori perché gli procurassero le Pinnae intere, ne estraeva i bioccoli di bisso e restituiva le nacchere, che potevano essere vendute o consumate. Nel laboratorio le ragazze lavoravano a gruppi di tre o quattro, alternandosi alla filatura e alla tessitura, mentre Emma, sorella di Italo, si occupava dell’organizzazione della scuola. Da quei telai uscirono bisacce, gilet e capi d’abbigliamento, ma anche lavori destinati molto lontano da Sant’Antioco: un saio per una statua di San Francesco ad Assisi, una mantella per la principessa Mafalda di Savoia e un arazzo che impegnò Italo Diana e Assunta Cabras per circa tre anni. L’arazzo era destinato a Benito Mussolini, in occasione della sua visita nel Sulcis per la fondazione di Carbonia nel 1938. Al centro erano stati tessuti la scritta W IL DUCE e il fascio littorio. L’opera, però, non fu mai consegnata e Diana intervenne sul tessuto, coprendo la scritta con nuovi motivi decorativi. L’anno successivo i telai della scuola furono requisiti per produrre l’orbace destinato alle divise. Con l’inizio della guerra la scuola chiuse e Diana fu richiamato alle armi, ma la lavorazione del bisso continuò attraverso le donne che erano state sue allieve. Chiara Vigo e il filo del bisso Tra le custodi di questa antica tradizione, Chiara Vigo lavora tuttora la fibra prelevata dalla Pinna nobilis, senza uccidere l’animale. Nel suo laboratorio di Sant’Antioco fila la “seta del mare” e trasmette la conoscenza di questa tradizione del Sulcis. Museo del Bisso – Chiara Vigo📍 Viale Regina Margherita 168, Sant’Antiocoℹ️ Visite su appuntamento🌐 chiaravigo.it La memoria arrivata dalle case di Sant’Antioco La collezione del MuMA continua a crescere grazie alle famiglie di Sant’Antioco. Dal 2015 sono stati gli stessi abitanti a consegnare al museo oggetti e testimonianze appartenuti ai propri familiari. I polipetti di Marisa e il legame con la terra In un angolo del MuMA ci sono anche piccoli polpi all’uncinetto. Li realizza Marisa e sono diventati il simbolo di GEA Ambiente e Turismo, la cooperativa che gestisce il MuMA, il CEAS e la struttura ricettiva che li ospita. La loro storia arriva dagli ospedali pediatrici: polipetti simili vengono collocati nelle culle dei bambini prematuri perché i tentacoli, ricordando il cordone ombelicale, avrebbero per loro una funzione rassicurante. GEA ha scelto quell’immagine come simbolo del legame con la propria terra. MuMA: informazioni per la visita MuMA – Museo del Mare e dei

Nora, tremila anni davanti al mare

Torre del Coltellazzo. Nora, Pula, Sardegna.

Sulla costa di Pula, l’antica Nora conserva tracce della città fenicia, punica e romana. Dalla Stele di Nora ai mosaici, dalla Torre del Coltellazzo alla laguna, un viaggio attraverso quasi tremila anni di storia affacciati sul mare.

MuLag, il Museo della Laguna di Santa Gilla

MuLag, Museo della Laguna di Santa Gilla a Capoterra, Sardegna

CAPOTERRA, CITTÀ METROPOLITANA DI CAGLIARI, SARDEGNA A Capoterra, pochi chilometri da Cagliari, dove sorge il MuLag, un tempo passavano i treni. Casa Spadaccino, che oggi ospita il Museo della Laguna di Santa Gilla, nacque infatti nel 1873 come stazione di una ferrovia mineraria. Da qui transitavano i vagoni carichi di ferro e magnetite estratti nelle montagne di Capoterra e diretti verso la costa, fino a Su Loi, dove il minerale veniva depositato in attesa di essere imbarcato. Nel 1875 la miniera chiuse e quella stazione divenne il centro di una grande azienda agricola. Intorno c’erano greggi, orti, vigneti, oliveti, mandorleti e agrumeti; magazzini, cantine, officine e locali per la lavorazione dei prodotti. Quel paesaggio agricolo è in gran parte scomparso. Ne rimane traccia in alcuni toponimi, come La Vigna e Torre degli Ulivi e la stessa Casa Spadaccino continua a essere chiamata, dagli anziani di Capoterra, Sa Stazioni, la stazione. La sosta di Sant’Efisio Prima della costruzione della cappella dedicata a Sant’Efisio, Casa Spadaccino era una delle tappe della processione diretta da Cagliari a Nora. Il carro con la statua del Santo entrava nel cortile e nel loggiato veniva allestito un altare, davanti al quale i fedeli si fermavano a pregare. Oggi, ogni 1° maggio, la processione continua a fare sosta a Su Loi, nella vicina chiesetta di Sant’Efisio. La Laguna di Santa Gilla, tra acqua dolce e mare La Laguna di Santa Gilla si estende alle porte di Cagliari. In questo territorio, l’acqua dolce portata dai corsi d’acqua incontra quella salata del mare. Terre basse, specchi d’acqua e piccoli isolotti formano una delle principali zone umide della Sardegna, frequentata da più di duecento specie di uccelli. Santa Gilla, una zona umida protetta Santa Gilla è una zona umida di rilevanza internazionale, inserita nella Rete Natura 2000 e tutelata dalla Convenzione di Ramsar, l’accordo internazionale nato per proteggere le zone umide e i loro ecosistemi. Per secoli la laguna è stata luogo di pesca e di lavoro. Lungo le sue rive sono cresciuti centri abitati e insediamenti industriali. Il MuLag – Museo della Laguna di Santa Gilla racconta proprio questo rapporto tra uomo e natura. Una delle sale si chiama “Storie”: sono quelle dei pescatori, dei salinieri, degli agricoltori, degli ingegneri e delle famiglie che hanno abitato e trasformato Santa Gilla. Le saline Una delle trasformazioni più importanti del paesaggio della laguna è legata alla produzione del sale. Dall’inizio del Novecento, le acque dolci che ristagnavano nelle zone paludose furono canalizzate e parte dell’area trasformata in vasche per le saline. Quell’intervento contribuì anche alla conservazione della zona umida, creando ambienti nei quali trovano spazio specie capaci di vivere in condizioni di salinità molto elevate. La salicornia, per esempio, cresce dove molte altre piante non riuscirebbero a sopravvivere: vive – racconta la guida del MuLag – dove una rosa o un geranio non potrebbero esistere. Il rosa, dall’alga al fenicottero Nelle vasche a maggiore concentrazione salina vive un’alga microscopica, la Dunaliella salina. Se ne nutre un minuscolo crostaceo, l’Artemia salina, che a sua volta entra nella dieta dei fenicotteri. I pigmenti compiono così un piccolo viaggio attraverso la catena alimentare: alga → crostaceo → fenicottero. Il rosa delle loro piume comincia da lì.  La danza dei fenicotteri Durante il periodo riproduttivo, il corteggiamento dei fenicotteri diventa una danza collettiva. Con il collo teso fanno oscillare ritmicamente la testa da una parte all’altra, nel movimento chiamato “testa a bandiera”; poi spalancano le ali nel “saluto d’ala”, mostrando per pochi istanti i colori del piumaggio. Infine arriva la “marcia”: il gruppo avanza compatto, cambia improvvisamente direzione, si ricompone e riparte. Maschi e femmine danzano insieme, si osservano e, in quella coreografia, si scelgono. MuLag – Museo della Laguna di Santa Gilla 📍 MuLag – Museo della Laguna di Santa Gilla – Capoterra — Piazza Sant’Efisio Martire, 09012 Capoterra (CA)📞 +39 346 214 0608✉️ info@mulag.it🌐 www.mulag.it Visite su prenotazione. Durata indicativa: circa 1 ora e 30 minuti. Testo e foto ©Scilla Nascimbene In collaborazione con My Export Manager Potrebbero interessarti anche: MUMA, IL MUSEO DEL MARE E DEI MAESTRI D’ASCIA LE PISCINE DI SU PALLOSU PUNTA SU BARDONI NORA, TREMILA ANNI DAVANTI AL MARE BARESSA, TRA MANDORLI E MEMORIE CONTADINE BARADILI. IL COMUNE PIù PICCOLO DELLA SARDEGNA CANTINA CONTINI CABRAS DUE PASSI AD ALGHERO

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