Due passi a Sassari

Sassari ha origini medievali. Nella prima metà del Duecento la città, nel nord-ovest della Sardegna, venne circondata da una cinta muraria, scandita da trentasei torri e quattro porte. Di quelle mura oggi rimane ben poco, così come del castello aragonese che sorgeva nell’attuale Piazza Castello. Alla fine dell’Ottocento Sassari cominciò a espandersi oltre l’antica cinta muraria. Gran parte delle fortificazioni venne abbattuta e fuori dal perimetro medievale prese forma la nuova città ottocentesca. Cosa vedere a Sassari Piazza d’Italia, il Salotto di Sassari Piazza d’Italia nacque al di fuori dell’antico circuito murario. Da sempre luogo frequentato dai sassaresi e ancora oggi uno dei principali punti di ritrovo della città, è conosciuta come “il Salotto di Sassari”. Sulla piazza si affacciano alcuni dei più importanti palazzi di rappresentanza della città ottocentesca. Al centro, Vittorio Emanuele II guarda Sassari dall’alto del monumento realizzato dallo scultore Giuseppe Sartorio. Quando la statua venne inaugurata, nel 1899, ad assistere alla cerimonia c’erano Umberto I e la regina Margherita. Per accogliere i sovrani, Sassari organizzò una grande sfilata di costumi e cavalieri provenienti da tutta l’isola: quella sfilata è considerata la prima edizione moderna della Cavalcata Sarda, una delle feste popolari più importanti della Sardegna. Tra gli edifici che delimitano la piazza, il Palazzo della Provincia ospita alcune sale di pregio, come la Sala Sciuti, decorata con affreschi che raccontano episodi della storia di Sassari e della Sardegna, e gli appartamenti destinati ad accogliere i sovrani durante le visite ufficiali. Nella stanza della regina si conservano ancora arredi dell’epoca, tra cui un letto in stile neorinascimentale realizzato dai Fratelli Clemente. Di fronte, l’elegante Palazzo Giordano Apostoli, costruito nel 1878 in stile neogotico, presenta interni decorati con affreschi, fregi e stucchi ed è oggi sede di Intesa Sanpaolo. Il castello che non c’è più L’attuale Piazza Castello occupa il luogo dove passava l’antica cinta muraria e dove sorgeva il castello aragonese. La fortezza, edificata nel Trecento per controllare militarmente la città, ribellatasi alla Corona d’Aragona, dal 1564 divenne sede del Tribunale della Santa Inquisizione e, con il passaggio della Sardegna ai Savoia nel 1720, tornò ad avere funzione militare. Il castello venne demolito tra il 1877 e il 1880 e Piazza Castello divenne un luogo di passeggio e di incontro per i sassaresi: le famiglie più agiate vi si ritrovavano e nei giorni di festa suonava la banda. Gli scavi hanno riportato alla luce parte del fossato e il barbacane, una struttura difensiva realizzata tra Quattrocento e Cinquecento con l’introduzione delle armi da fuoco. Lungo questo tratto delle mura si apriva Porta Castello, una delle quattro porte della città medievale. Dalla porta partiva l’asse principale che attraversava Sassari fino a Porta Sant’Antonio, sul lato opposto della cinta muraria: l’attuale Corso Vittorio Emanuele II. Corso Vittorio Emanuele II, l’antica strada delle botteghe Un tempo conosciuto come Platha de Cothinas o Ruga de Cothinas, la “strada di pietra”, il Corso era la principale arteria commerciale di Sassari: sotto i portici delle case si aprivano le botteghe di mercanti e artigiani. Ancora oggi, percorrendo il Corso, tra le facciate e le insegne dei negozi, affiorano le tracce della città antica. Teste leonine e capitelli scolpiti decorano i palazzi signorili, come Casa Farris, al civico 23, un edificio quattrocentocentesco con un portico ad archi ribassati e finestre di gusto gotico-catalano. A raccontare la Sassari di un tempo fu Enrico Costa (1841 – 1909), scrittore sassarese che nei suoi libri descrisse palazzi, strade, mura e torri della città. Le sue pagine conservano così l’immagine di una Sassari che oggi, lungo il Corso, si riconosce ancora nei particolari sopravvissuti tra gli edifici più recenti. Tra questi si incontra il Palazzo di Città, realizzato tra il 1826 e il 1829 su progetto dell’architetto piemontese Giuseppe Cominotti. Per decenni sede delle istituzioni comunali, conserva alcune sale di rappresentanza, tra cui la Sala dei Sindaci e la Sala dell’Intregu, legata a uno dei rituali della Discesa dei Candelieri. Il 14 agosto, nella Sala dell’Intregu, si svolge la cerimonia tra il sindaco e il Gremio dei Massai; dal balcone del Palazzo il sindaco si affaccia insieme all’obriere per il tradizionale brindisi augurale “a zent’anni”, prima di unirsi alla festa. Il Palazzo ospita il Teatro Civico, progettato dallo stesso Cominotti sul modello del Teatro Carignano di Torino e inaugurato nel 1829. Verso il Duomo Lasciato Corso Vittorio Emanuele II, il percorso prosegue verso Piazza Santa Caterina, tra portoni, finestre e facciate del centro storico. Sulla piazza si affaccia la chiesa di Santa Caterina, accanto alla Pinacoteca Nazionale di Sassari. La chiesa di Santa Caterina Costruita dai Gesuiti tra il 1579 e il 1609, Santa Caterina è uno dei principali esempi di architettura tardo-rinascimentale di Sassari. La facciata in pietra calcarea, articolata in due ordini, unisce elementi rinascimentali e richiami alla tradizione tardogotica locale. Palazzo Ducale Poco oltre si incontra Palazzo Ducale, fatto costruire tra il 1775 e il 1804 da don Antonio Manca, marchese di Mores e duca dell’Asinara. Considerato la più importante residenza civile di Sassari, dal 1878 ospita il Municipio. Da qui le strade tornano a stringersi tra le case del centro storico. Attraverso Vicolo del Campanile si arriva in Piazza Duomo. Il Duomo di San Nicola Tre grandi arcate scandiscono la facciata barocca del Duomo di San Nicola. Al di sopra, colonne, fregi e una ricca decorazione scolpita nella pietra incorniciano le statue di San Gavino, San Proto e San Gianuario, i martiri turritani. Più in alto, San Nicola, patrono di Sassari, veglia sulla città. Le fasi costruttive La facciata, conclusa entro il primo quarto del Settecento, è una delle più ricche espressioni del barocco in Sardegna. La cattedrale è però il risultato di diverse fasi costruttive. Una chiesa dedicata a San Nicola è documentata già nel 1135. Nel Duecento venne costruito un nuovo edificio in forme romanico-pisane, del quale rimane il campanile quadrato, scandito da archetti pensili e bifore. Tra Quattrocento e Cinquecento la chiesa fu ricostruita in forme gotico-catalane, mentre nel 1756 il campanile venne sopraelevato con il corpo ottagonale concluso dalla
La chechia, il cappello tunisino

La chechia tunisina è uno dei simboli più riconoscibili dell’artigianato del Paese. Questo morbido copricapo cilindrico si diffuse soprattutto dopo l’arrivo dei mori espulsi dall’Andalusia tra il XV e il XVI secolo. Con loro arrivarono tecniche artigianali e conoscenze che trasformarono la Tunisia in uno dei principali centri di produzione della chechia per tutto il Mediterraneo. La lavorazione richiedeva numerosi passaggi e città specializzate: a Gafsa si filava la lana, a El Alia si cardava, mentre Tunisi diventava il centro della tintura e della rifinitura finale. Ancora oggi alcune botteghe conservano queste lavorazioni manuali tramandate nei secoli. La chechia compare anche nell’arte europea del Rinascimento. Uno degli esempi più celebri è il Ritratto di Musico di Leonardo da Vinci, conservato alla Pinacoteca Ambrosiana. Nel dipinto il giovane ritratto indossa un copricapo rosso molto simile a una chechia tunisina, testimonianza degli intensi scambi culturali e commerciali tra le due sponde del Mediterraneo già nel Quattrocento. Oggi la chechia resta un oggetto profondamente legato all’identità tunisina, anche se le botteghe tradizionali sono sempre meno. E attenzione a non confonderla con il fez marocchino: i tunisini tengono molto alla differenza. Il fez è rigido, tronco-conico e strutturato, mentre la chechia tunisina è morbida, flessibile e completamente diversa nella forma e nella lavorazione. Testo e foto © Scilla Nascimbene Tratto dal reportage sul viaggio in Tunisia: LINEE DI SABBIA. Per leggere l’intero reportage, clicca qui.
Il fortino di Tisavar

TUNISIA Tra il vento e le dune del Sahara, il fortino di Tisavar è uno dei pochi esempi di architettura romana nel deserto tunisino. Costruito tra il II e il III secolo d.C., probabilmente sotto l’imperatore Commodo, nei pressi dell’oasi di Ksar Ghilane, faceva parte del Limes Tripolitanus, il sistema difensivo creato da Roma per controllare le rotte carovaniere, sorvegliare il territorio e presidiare i punti d’acqua lungo le vie del deserto. Oggi restano rovine basse e compatte, ma è ancora leggibile la struttura originaria: una pianta rettangolare, mura in pietra adattate all’ambiente desertico e una posizione strategica su un leggero rilievo. Probabilmente il fortino ospitava piccoli contingenti militari incaricati di sorvegliare le piste dirette verso il sud della Tunisia. Per vedere il reel del Fortino di Tisavar suFacebook — clicca quiInstagram — clicca qui Testo e foto © Scilla Nascimbene Tratto dal reportage sul viaggio in Tunisia: LINEE DI SABBIA. Per leggere l’intero reportage, clicca qui. Potrebbero interessarti anche L’ANFITEATRO ROMANO DI EL DJEM, TUNISIA Il reportage sulla Triade Capitolina e sui culti domestici rinvenuti negli scavi dell’antico Lazio: LA TERRA DEGLI DEI (per leggere il reportage clicca qui) Il reportage sull’antica città di Praeneste, capitale di eleganza e spiritualità, con il santuario della Fortuna Primigenia (per vedere il reportage clicca qui) Il reportage sull’imperatore Adriano, su Tivoli e la Valle dell’Aniene: L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE (per vedere il reportage clicca qui) LE CASE TROGLODITE DI MATMATA, TUNISIA (clicca qui)
L’oasi di Ksar Ghilane

Tra le rocce e le distese sabbiose, le palme di Ksar Ghilane segnano l’ingresso dell’oasi. Alimentata da sorgenti termali naturali, rappresenta da secoli uno dei punti di vita e di approvvigionamento più importanti del Sahara tunisino, lungo le antiche rotte carovaniere che attraversavano il deserto. La presenza dell’acqua ha reso possibile la nascita di un paesaggio sorprendente: una fascia verde di palme e coltivazioni circondata da dune e territori aridi. Le oasi, del resto, non sono soltanto sorgenti naturali, ma il risultato di un lavoro umano antichissimo, costruito nei secoli per rendere possibile la vita ai margini del Sahara attraverso sistemi agricoli, canali e coltivazioni adattate al clima. Oggi Ksar Ghilane conserva la sua funzione storica di luogo di passaggio e di sosta. Attorno all’oasi convivono campi tendati, piste percorse dai fuoristrada e carovane di dromedari, in un territorio dove la presenza dell’acqua continua a determinare il rapporto tra uomo e deserto. Deglet nour, le “dita di luce” Viene chiamata “dita di luce” la deglet nour, una delle varietà più diffuse della Phoenix dactylifera, la palma da dattero coltivata nelle oasi del Maghreb. Il nome deriva dal colore dorato e quasi traslucido dei suoi frutti, considerati tra i più pregiati del Nord Africa. La coltivazione richiede ancora molto lavoro manuale: tra primavera ed estate gli agricoltori impollinano le palme femmina arrampicandosi fino alla cima degli alberi, mentre tra autunno e inverno avviene la raccolta dei grandi grappoli di datteri. Per proteggerli dalla polvere del deserto e dai parassiti, i frutti vengono spesso avvolti in sacchi durante la maturazione. Nelle oasi ogni parte della palma viene utilizzata: il tronco e le foglie servono per costruire recinzioni, tetti, porte e piccoli arredi. La palma da dattero resta ancora oggi una delle risorse più importanti della vita sahariana tunisina. La rosa del deserto Nel sud della Tunisia, tra le distese di sabbia e le pianure salate ai margini del Sahara, si trovano strani fiori di pietra. I nomadi li chiamano “rose del deserto”: aggregati di cristalli di gesso nati lentamente dall’acqua e dall’evaporazione. La loro forma ricorda i petali di una rosa: lamine sottili color ocra, beige o arancio che si aprono in rosette irregolari. Questo aspetto nasce in ambienti aridi dove il sottosuolo contiene gesso e sali minerali. L’acqua freatica o le rare piogge sciolgono il solfato di calcio; poi, risalendo lentamente verso la superficie, evaporano sotto il sole. Cristallo dopo cristallo, il gesso cresce inglobando sabbia e formando queste strutture minerali. Verso Ksar Ghilane incontriamo un pastore che attraversa il deserto con il suo gregge di pecore. Tra le dune compare un cavallo bianco coi crini mossi dal vento. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Tratto dal reportage sul viaggio in Tunisia: LINEE DI SABBIA. Per leggere l’intero reportage, clicca qui. Potrebbero interessarti anche: LE CASE TROGLODITE DI MATMATA, TUNISIA IL FORTINO DI TISAVAR L’ANFITEATRO ROMANO DI EL DJEM LA CHECHIA: IL CAPPELLO TUNISINO
Le case troglodite di Matmata

Le case troglodite raccontano una storia che attraversa i secoli. La nostra guida Mustafa ci spiega che molte di queste abitazioni vennero scavate tra i 700 e i 900 anni fa dalle comunità berbere della regione. Tutto veniva realizzato a mano. Prima si scavava il grande cortile centrale, poi l’ingresso e le stanze, ricavate direttamente nella roccia e nell’argilla, e infine la grande cisterne sotterranee per raccogliere l’acqua piovana. «Le popolazioni berbere scesero dalle zone montuose anche per una ragione pratica: lavorare la terra risultava meno faticoso che continuare a spaccare la roccia della montagna», aggiunge Mustafa. Queste abitazioni nascono come risposta al clima estremo del sud tunisino. Durante l’estate le temperature esterne raggiungono i 45 – 50 gradi, mentre all’interno delle stanze la temperatura resta intorno ai 25 gradi grazie all’isolamento naturale della terra. Fino al 1968-1969 molte famiglie vivevano ancora stabilmente nelle case troglodite. Le forti piogge e le alluvioni di quegli anni provocarono però danni e crolli, spingendo parte della popolazione a trasferirsi verso la nuova Matmata, costruita a circa dieci chilometri dal villaggio originario. Oggi gli abitanti di Matmata vivono queste case durante i periodi più caldi. Quando il sole rende difficile restare all’aperto, le antiche case sotterranee tornano a riempirsi di vita, grazie alla loro temperatura fresca e costante. Una di queste abitazioni, oggi trasformata in museo e aperta ai visitatori, è stata utilizzata come set cinematografico per alcune scene di Star Wars Episode IV: A New Hope, contribuendo a rendere Matmata conosciuta anche nel mondo del cinema. Per vedere il reel delle case troglodite di Matmata suFacebook — clicca quiInstagram — clicca qui Testo e foto ©Scilla Nascimbene Tratto dal reportage sul viaggio in Tunisia: LINEE DI SABBIA. Per leggere l’intero reportage, clicca qui. Potrebbero interessarti anche: L’OASI DI KSAR GHILANE IL FORTINO DI TISAVAR L’ANFITEATRO ROMANO DI EL DJEM LA CHECHIA: IL CAPPELLO TUNISINO
Rhum Saint James Martinica

MARTINICA, PICCOLE ANTILLE Le origini: dai Frères de la Charité alla nascita di Saint James La storia di Saint James inizia alla fine del XVII secolo quando, per privilegio di Luigi XIV, i Frères de la Charité ottengono il diritto di gestire un’habitation sucrière a Saint-Pierre, all’epoca cuore economico e culturale della Martinica. In cambio, i religiosi si impegnano a mantenere l’ospedale militare della città. È in questo equilibrio tra lavoro agricolo, distillazione e responsabilità sociale che nasce una delle più antiche storie del rhum martinicano. Nel corso del XVIII secolo, la Martinica vive il pieno splendore del commercio coloniale. La canna da zucchero, introdotta in precedenza dall’Asia attraverso Madeira e le Antille, diventa la ricchezza dell’isola. A Saint-Pierre, città moderna ed elegante, soprannominata la “Parigi delle Antille”, si affermano le grandi “habitations”, dove si producono zucchero, melassa e rhum. La distilleria di Trouvaillant, legata ai Frères de la Charité, cresce rapidamente fino a diventare un punto di riferimento economico e tecnico. Ma la Rivoluzione francese cambia tutto: i beni religiosi vengono confiscati e per anni Martinica diventa terra contesa tra Francia e Inghilterra, fino al definitivo ritorno sotto il controllo francese nel 1814. Paulin Lambert e l’identità internazionale di Saint James La svolta decisiva arriva nel 1890, quando Paulin Lambert, commerciante marsigliese dalla visione moderna, acquista le piantagioni e inaugura una nuova era per Saint James. Lambert aveva già intuito il potenziale del marchio anni prima. Fu lui a scegliere il nome “Saint James” per facilitarne la vendita nelle colonie britanniche. Ma la sua intuizione più celebre arriva nel 1882: la creazione e il deposito del marchio della bottiglia a sezione quadrata. Non una scelta estetica, ma pratica e geniale. La forma quadrata rendeva le bottiglie più resistenti durante i lunghi viaggi marittimi e permetteva di ottimizzare lo spazio nelle stive delle navi. Con il tempo, quella bottiglia diventa un’icona. In alcune regioni dell’Africa occidentale, una bottiglia di Saint James arriva a essere considerata un’unità di scambio ufficiale, al pari dell’olio di palma, dei metalli preziosi e di altri beni di valore. Alla fine del XIX secolo, Saint James intraprende anche una politica di esportazione verso l’Europa e verso le colonie francesi. Negli anni ’50, più di un milione di bottiglie di rhum Saint James vengono spedite in Indocina, Togo e Benin. Il controllo dell’intera filiera e il rhum agricole Sotto la direzione di Lambert, Saint James diventa la prima distilleria della Martinica a controllare l’intera filiera produttiva: dalla coltivazione della canna da zucchero fino all’imbottigliamento e alla commercializzazione. Già nel 1880, la distilleria aveva abbandonato gli alambicchi tradizionali per adottare colonne di distillazione creole, più moderne e performanti, segnando il passaggio decisivo verso la produzione del rhum agricole, ottenuto dal succo fresco di canna e non dalla melassa. Nel XIX secolo, questa organizzazione si traduce anche in un’importante infrastruttura: più di 250 chilometri di ferrovia attraversavano l’isola, collegando i campi di canna alle distillerie. Le locomotive a vapore che attraversavano le piantagioni testimoniano l’estensione della rete ferroviaria agricola, una delle più sviluppate dei Caraibi nel XIX secolo. 1902: l’eruzione della Montagne Pelée L’8 maggio 1902, la Montagne Pelée erutta con una violenza devastante. In pochi minuti Saint-Pierre viene annientata, insieme a più di 30.000 vite e allo stabilimento Saint James di Trouvaillant, completamente distrutto dalla lava. Di quell’epoca sopravvivono miracolosamente alcune bottiglie, considerate un vero tesoro storico, poiché raccontano non solo la storia della distilleria, ma quella dell’isola intera. Ricostruzione, crisi e continuità Dopo la distruzione di Saint-Pierre nel 1902, la distilleria viene ricostruita più a nord, a Sainte-Marie, dove si trova tuttora. Nel XX secolo, la reputazione internazionale del marchio aumenta e Saint James è presente alla corte di Spagna e alla Camera dei Lord in Inghilterra. Nel 1955 la distilleria passa di mano più volte fino ad arrivare, nel 2003, al gruppo La Martiniquaise. Oggi Saint James è uno dei marchi di rhum più emblematici della Martinica e rientra tra i produttori che possono fregiarsi dell’AOC Martinique, l’unica denominazione di origine controllata al mondo dedicata al rhum e legata esclusivamente a questo territorio. Il processo di distillazione e l’autonomia energetica Il cuore della produzione resta la distillazione del succo fresco di canna, il vesou. Dopo la frantumazione e la fermentazione naturale, il “vino di canna” entra nelle colonne creole, dove il vapore separa l’alcol dall’acqua sfruttando le diverse temperature di ebollizione. La bagassa, residuo fibroso della canna, viene bruciata per produrre il vapore che alimenta la distilleria, rendendola quasi autonoma dal punto di vista energetico. Nulla si spreca: è un ciclo chiuso che unisce tecnica, tradizione e sostenibilità. Museo del Rhum Saint-James La Distilleria Saint-James è stata pioniera del turismo del rhum, aprendo nel 1980 un museo dedicato a Sainte-Marie. Nel parco e nella casa padronale del 1872, il museo ripercorre la storia del rhum in Martinica e le fasi dell’arte della distillazione. Sono esposti fotografie, manifesti, macchinari e strumenti, tra cui la locomotiva a vapore che un tempo trasportava la canna da zucchero. Il tesoro di Saint James e la memoria della Martinica La bottiglia quadrata, una storia che si tiene tra le mani Oggi, nel museo di Sainte-Marie, le bottiglie più antiche — dal 1885 al 1976 — raccontano più di un secolo di storia. Ogni annata è una pagina della Martinica: la schiavitù, la resilienza, la rinascita. Saint James non è solo rhum, ma una memoria liquida, un oggetto che racchiude il tempo, la terra e il lavoro di un’isola. E forse è proprio questo il valore della bottiglia quadrata: un’icona di design, ma soprattutto un frammento di storia che si può tenere tra le mani. Museo del Rhum Saint-James 📍 IndirizzoLe Bourg, Sainte-Marie – Martinica 🌐 Sito ufficialehttps://www.rhum-saintjames.com ☎️ Telefono+596 596 69 30 02 🕒 OrariTutti i giorni: 9:00 – 17:00Ingresso a pagamento – visite guidate disponibili 🚂 Da scoprire nei dintorniIl trenino delle piantagioni collega il Museo del Rhum Saint-James al Museo della Banana, attraversando i campi di canna da zucchero.L’Habitation La Salle, completamente restaurata, permette di conoscere tutte le fasi della
San Gregorio da Sassola e il Castello Brancaccio: storia di un borgo dei Monti Prenestini

Il profilo di San Gregorio da Sassola Una strada si arrampica tra gli ulivi e il tufo dorato, poi s’infila in un vallone stretto, quasi una fenditura nella montagna. È qui che appare San Gregorio da Sassola, con le sue case sovrapposte come scaglie di pietra e il castello che le stringe, saldo, sulla cresta dello sperone tufaceo. Avvicinandosi, il borgo rivela una stratificazione di storie, poteri e architetture che vanno ben oltre le sue dimensioni. Il Castello Brancaccio: dalla rocca medievale alla residenza nobiliare Il castello – oggi noto come Castello Brancaccio – nasce nel X secolo come rocca fortificata, presidio strategico tra le valli dei Monti Prenestini e la campagna tiburtina. Nel corso dei secoli cambia volto e funzione, passando di mano tra alcune delle più potenti famiglie della storia laziale: Colonna, Orsini, Barberini, Pio di Savoia, fino ai principi Brancaccio, che ne promossero importanti restauri nell’Ottocento. Intorno alla fortezza si sono stratificati racconti e tradizioni popolari, come quello di passaggi sotterranei utilizzati durante gli assedi: narrazioni che contribuiscono al fascino del luogo, anche quando restano sospese tra memoria orale e storia. Le sale affrescate e l’intervento di Federico Zuccari Il momento di massimo splendore del castello coincide con l’intervento dei Pio di Savoia. Al piano nobile furono realizzati cicli decorativi manieristi attribuiti a Federico Zuccari, uno dei protagonisti dell’arte del secondo Cinquecento.Figure mitologiche, allegorie e simboli si alternano sulle pareti, restituendo l’immagine di una residenza nobiliare pensata non solo per difendersi, ma per rappresentare prestigio e cultura. Un borgo disegnato in due tempi: Medioevo e Seicento San Gregorio da Sassola presenta un impianto urbano singolare: due rami abitativi che si aprono ai lati del castello e si ricongiungono attorno ad esso. Dopo la peste del 1656, il cardinale Carlo Pio di Savoia promosse l’ampliamento del borgo, dando origine al Borgo Pio, riconoscibile per l’assetto più regolare e seicentesco.In pochi metri convivono così il Medioevo compatto delle case addossate e la razionalità dell’espansione barocca, in un dialogo urbanistico raro nel Lazio. Un luogo che conserva il silenzio Oggi San Gregorio da Sassola resta un centro piccolo e raccolto, dove le mura medievali, i portali in tufo e le fontane seicentesche si inseriscono in un paesaggio ancora integro. Il castello, di proprietà comunale, è visitabile su appuntamento ed è utilizzato anche per eventi, mentre il borgo continua a vivere nel ritmo lento di chi lo attraversa, affacciandosi sulla valle dell’Aniene. Per approfondire il territorio Per scoprire itinerari, eventi culturali ed esperienze nei borghi dell’area tiburtina, della Valle dell’Aniene, della Campagna Romana e della Sabina, visita il sito:🌐 Terre di Otium – DMO del territorio Un progetto dedicato alla valorizzazione dei paesaggi, dei borghi minori e dell’eredità culturale che ruota intorno a Tivoli e al Lazio antico. Testo e foto © Scilla Nascimbene Reportage realizzato durante il viaggio stampa organizzato da Terre di Otium – Ottobre 2025 Ringrazio Renato Chioccia, Barbara Putzolu, Chiara Perini e Fabio Petrucci di Terre di Otium e tutti i miei fantastici compagni! Potrebbero interessarti anche: Il reportage sulla Triade Capitolina e sui ritrovamenti di Montecelio: LA TERRA DEGLI DÈI Il reportage sui borghi dei Monti Prenestini, Tiburtini, e della Valle del Giovenzano: DESIDERI NELLE SCATOLE DI LATTA Il reportage su Tivoli e la Valle dell’Aniene: L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE
Nei castagneti dei Monti Prenestini con Gino Ponzo

Nei castagneti dei Monti Prenestini Gino Ponzo porta avanti il lavoro di trasformazione della Mosciarella, seguendo un processo lungo e interamente artigianale. «Prima le castagne erano conosciute. Si vendevano a Roma, nei castelli, si vendevano a etti. La gente passava, le comprava e se le mangiava. Adesso non c’è più questa abitudine. Adesso per venderle bisogna trasformarle». Così parte il racconto di Gino Ponzo, castanicoltore di Capranica Prenestina. La Mosciarella dei Monti Prenestini La Mosciarella dei Monti Prenestini, già citata da Catone nel De agri cultura, è una castagna dal particolare sapore dolce, per secoli alla base del sostentamento alimentare degli abitanti di Capranica. Si ottiene attraverso un processo di essiccazione all’interno di casette in muratura disseminate nei castagneti. L’attività di raccolta e lavorazione delle castagne è oggi portata avanti da un piccolo gruppo di abitanti che si occupa della promozione di questo prodotto locale. I castagneti dei Monti Prenestni I castagneti dei Monti Prenestini sono un’area naturalistica protetta, dichiarata Monumento Naturale, caratterizzata dalla presenza di castagni secolari che da secoli segnano il paesaggio intorno a Capranica Prenestina. Un patrimonio ambientale che è anche agricolo e culturale. La preparazione del bosco Il lavoro nei castagneti inizia all’inizio di settembre, quando il bosco va preparato alla raccolta. Il sottobosco viene tagliato, rastrellato e ripulito. La raccolta autunnale La raccolta avviene in autunno. Le castagne vengono portate nelle casette di essiccazione, che ancora oggi fanno parte del processo produttivo. Qui comincia la fase più lunga e delicata del lavoro. L’essiccazione nelle casette Quaranta giorni di fuoco e attenzione Le castagne restano nell’essiccatoio per circa quaranta giorni, accanto al fuoco, che viene rifatto quattro volte al giorno. Il combustibile è la spolla: le bucce delle castagne essiccate l’anno precedente, utilizzate per mantenere un calore costante e affumicare lentamente. Dalla trebbiatura alla vendita Selezione, imbustamento, trasformazione Terminata l’essiccazione, verso la fine di novembre, le castagne vengono trebbiate: una macchina separa il frutto dalla buccia secca, poi vengono scelte e imbustate. Nei mesi della produzione il lavoro è costante: due persone sono presenti ogni giorno, tre durante la raccolta. «L’unico che non piglia la retribuzione sono io, perché sono il padrone» dice Gino, sorridendo. Perché oggi è necessario trasformare La Mosciarella dei Monti Prenestini è Presidio Slow Food, ma il riconoscimento non basta da solo a rendere sostenibile il lavoro. Oggi il problema principale resta la mancanza di conoscenza. Per questo, per riuscire a venderle, è necessario trasformarle. I prodotti della Mosciarella Dalla Mosciarella nascono: Prodotti che richiedono ulteriori passaggi, collaborazioni con laboratori e pastifici, investimenti. È l’unico modo per dare valore a un prodotto che, venduto tal quale, faticherebbe a trovare mercato. «Noi vendiamo le castagne a 20 euro al chilo, per poter rientrare – continua – e non è che andiamo a guadagnare chissà che cosa, perché il costo è elevatissimo e i mesi di lavoro sono tanti». I castagneti di famiglia Quei castagneti gli sono stati lasciati da suo padre. La cura del bosco, delle casette di essiccazione e dell’intero processo produttivo fa parte delle sue radici. Oggi produrre la Mosciarella richiede pazienza, fatica e mesi di lavoro. Ma smettere significherebbe lasciare andare i castagneti della sua famiglia. E Gino sceglie di continuare. La Mosciarella in cucina 📍 Agromnia Società Agricola S.R.L. 📌 IndirizzoVia di Guadagnolo, Strada Capranica00030 Guadagnolo (RM) 📞 Telefono324 8437089 🌐 Sito webhttps://agromniagricola.it Testo e foto © Scilla Nascimbene in collaborazione con Terre di Otium Per guardare il video dell’intervista a Gino Ponzo su instagram clicca qui, su Facebook clicca qui. Potrebbero interessarti anche: Il reportage sui borghi dei Monti Prenestini, Tiburtini, e della Valle del Giovenzano: DESIDERI NELLE SCATOLE DI LATTA Il reportage sul Museo Archeologico di Palestrina e sul Tempio della Fortuna Primigenia: PRAENESTE. LA CITTÀ DI FORTUNA Il reportage sulla Triade Capitolina e sui ritrovamenti di Montecelio: LA TERRA DEGLI DÈI Il reportage su Tivoli e la Valle dell’Aniene: L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE
A casa delle bufale felici

TORRE LUPARA, CAMPANIA Vicino alla città di Capua, tra querce da sughero e alberi di pepe rosa, la famiglia Iemma alleva le sue bufale in armonia con la natura.Siamo a Torre Lupara, una piccola contrada di Pastorano, circondata dalla pianura dell’agro campano, una terra che i Romani chiamavano Felix (fertile), per la sua generosa ricchezza agricola. Un edificio color terracotta mantiene ai suoi lati quattro torri aggettanti su cui, nel Settecento, ci si appostava per difendere il territorio dai briganti armati di lupara.Fu questo il luogo che Ugo Iemma scelse dopo un viaggio difficile attraverso campagne sconvolte dalla guerra. Ugo Iemma e il suo concetto di felicità L’arrivo a Torre Lupara Alto, di bell’aspetto, con occhi verdi, Ugo Iemma era originario di Salerno e allevava cavalli persiani per la monarchia dell’epoca.Nel 1945 arrivò a Torre Lupara in sella a uno dei suoi cavalli e decise di creare un’azienda fondata su un concetto semplice e rivoluzionario: la felicità delle persone e degli animali. Le villette, i dipendenti e la visione sociale Fece costruire villette a due piani con giardino e orto, assegnandole in comodato ai dipendenti.Acquistò centinaia di ettari di terra per coltivare il foraggio, convinto che il benessere delle persone e l’alimentazione delle bufale avrebbero generato un latte migliore.Nella sua visione, la felicità sarebbe tornata anche nella mozzarella. Lo spirito innovatore della famiglia Iemma Innovazioni nel dopoguerra Nel 1960 Ugo acquistò la prima mungitrice automatica al mondo per le bufale.Dieci anni dopo, in collaborazione con un’industria belga, sviluppò soluzioni tecniche che furono poi adottate anche nell’allevamento bovino. Anni Ottanta e miglioramento genetico Negli anni Ottanta fu allestito a Torre Lupara il primo laboratorio di fecondazione artificiale al mondo dedicato alla bufala, accelerando il miglioramento genetico per via paterna.Parallelamente vennero introdotte nuove metodologie nell’alimentazione, attrezzature moderne e pratiche agricole attente all’ambiente e al benessere animale. L’Azienda Casearia Torre Lupara La tradizione Oggi i tre figli di Ugo — Giuseppe, Alfredo e Cesare — guidano l’azienda mantenendo la stessa filosofia del padre.Le bufale vivono in un ambiente sereno: dispongono di enormi piscine dove immergersi ogni giorno, necessarie perché l’animale è carente di ghiandole sudoripare.Sono allevate con ritmi riproduttivi non intensivi, così da vivere meglio e più a lungo. Uno scuolabus accompagna ogni mattina i figli dei dipendenti alle scuole del territorio. Le famiglie vivono ancora nelle villette costruite da Ugo nel dopoguerra. La produzione Il caseificio produce circa ottomila chili di mozzarella al giorno.L’ottanta per cento viene congelato, trasportato via mare e venduto in tutto il mondo a un prezzo competitivo: il prodotto frozen ha una scadenza di due anni.La mozzarella fresca, certificata come mozzarella di bufala campana DOP, viene distribuita invece nella grande distribuzione. L’accoglienza Manuela, moglie di Cesare Iemma, accoglie i visitatori e li guida attraverso la realtà dell’azienda, dentro un paesaggio agricolo di grande armonia. Mozzarella Experience La filiera raccontata dall’interno Mozzarella Experience è un percorso immersivo che attraversa una delle filiere più rappresentative della Campania: agricoltura, bufale e produzione casearia.Manuela racconta la storia dell’azienda, le tecniche antiche dei casari e l’attenzione verso l’impronta ambientale. Il latte di bufala Spiega le qualità del latte di bufala, ricco di grassi e proteine — quasi il doppio rispetto al latte vaccino — e fondamentale per ottenere una mozzarella dalla consistenza unica. L’esperienza pratica Durante il percorso, gli ospiti possono: Nutrire un vitellino Dare il latte con il biberon ai piccoli dell’allevamento. Fare la mozzarella con le proprie mani Seguiti dai casari, i visitatori modellano la mozzarella partendo dalla pasta filata. Degustare i prodotti Assaggiare mozzarella, ricotta e un gelato considerato da molti una vera sorpresa. È un’immersione nei ritmi e nei gesti di un antico stile di vita rurale, sereno e autentico. Come prenotare Per prenotare una visita al caseificio e partecipare alla Mozzarella Experience, è sufficiente compilare il modulo presente sul sito ufficiale:https://mozzarellaexperience.it/Sarete ricontattati da Manuela, che vi accoglierà tra le sue “bufale felici”. Testo e foto © Scilla Nascimbene
L’anello di Carvilio. Il volto nel cristallo di rocca

Un cristallo dal colore dell’acqua limpida Aceneta, dal colore dell’acqua limpida. Così gli antichi chiamavano il cristallo di rocca che sormonta l’anello di Carvilio, un gioiello datato al I secolo d.C. e ritrovato all’interno di una sepoltura scoperta nella zona dei Castelli Romani. L’anello, oggi, è custodito nel Museo Archeologico di Palestrina, dove rappresenta uno dei manufatti più toccanti e significativi dell’intera collezione. Il ritrovamento avvenne in una tomba fuori dall’ordinario, in cui gli archeologi scoprirono due corpi mummificati: Aebutia e Carvilio, madre e figlio. Le analisi hanno confermato che Carvilio morì prima della madre, e che Aebutia, al momento della sepoltura, fu adornata proprio con quel gioiello straordinario. Il volto del figlio, sospeso nel cristallo All’interno del cristallo di rocca lavorato a cabochon — una lavorazione liscia, convessa e priva di sfaccettature, pensata per esaltare trasparenza e profondità — è visibile una miniatura tridimensionale del volto di Carvilio.Un ritratto minuscolo, realizzato con una precisione sorprendente. Non si tratta di un ornamento portato in vita:Aebutia fu deposta nella tomba indossando l’anello solo in quel momento, come un ultimo gesto di vicinanza, un modo per trattenere accanto a sé l’immagine del figlio perduto. La resa tecnica della miniatura lascia intuire l’opera di un artigiano altamente specializzato. La trasparenza dell’aceneta amplifica la delicatezza del volto inciso, trasformando il cristallo in un piccolo reliquiario privato. Una sepoltura che parla del culto di Iside La sepoltura di Aebutia e Carvilio presenta caratteristiche che si discostano dalle consuetudini funerarie romane.I corpi, deposti tra ghirlande di fiori, non furono cremati — come prevedeva l’uso — ma parzialmente imbalsamati con resine, unguenti ed essenze profumate. Questa conservazione, rara nel contesto romano, rimanda direttamente alle pratiche egizie, indicando che madre e figlio appartenessero a una comunità legata al culto di Iside, molto diffuso a Roma e nelle regioni vicine in età tardo-repubblicana e imperiale. Il significato rituale del gioiello Nel contesto isiaco, la protezione nell’aldilà e il valore simbolico degli oggetti funerari sono centrali.Iside è una dea madre, protettrice della vita, della morte e della rinascita. Deporre Aebutia con un anello contenente il volto del figlio significa inscrivere il loro legame dentro un orizzonte religioso che parlava di continuità, protezione e possibilità di rinascita. L’anello di Carvilio diventa così più di un gioiello:è un segno di fede, di affetto e di memoria, affidato alla limpidezza del cristallo di rocca e alla capacità del reperto di attraversare i secoli. Testo e foto © Scilla Nascimbene in collaborazione con Terre di Otium Leggi il reportage completo sul Museo Archeologico di Palestrina e sul Tempio della Fortuna Primigenia: PRAENESTE. LA CITTÀ DI FORTUNA Potrebbero interessarti anche: Il reportage sulla Triade Capitolina e sui ritrovamenti di Montecelio: LA TERRA DEGLI DÈI Il reportage sui borghi dei Monti Prenestini, Tiburtini, e della Valle del Giovenzano: DESIDERI NELLE SCATOLE DI LATTA Il reportage su Tivoli e la Valle dell’Aniene: L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE