Maria Barbella: da Ferrandina a Sing Sing, la storia della prima donna condannata alla sedia elettrica

Una storia lucana che ha attraversato l’oceano Ferrandina, borgo della Basilicata affacciato sulla valle del Basento, custodisce tra i suoi ricordi una vicenda che ha attraversato l’oceano e ha lasciato un segno nella storia del diritto e della condizione femminile. È la storia di Maria Barbella, nata qui nel 1868, che divenne la prima donna condannata alla sedia elettrica negli Stati Uniti. Dalla Basilicata all’America Come tanti lucani dell’Ottocento, la famiglia Barbella emigrò negli Stati Uniti in cerca di lavoro e dignità. A New York, nel quartiere di Little Italy, Maria lavorava come sarta e contribuiva al sostentamento della famiglia. La sua vita sembrava quella di tante giovani italiane emigrate, segnata dalla fatica quotidiana e dalla necessità di adattarsi a una terra nuova e spesso ostile. Promesse tradite e umiliazioni Maria si legò a Domenico Cataldo, connazionale che le promise il matrimonio. La promessa, però, non fu mantenuta. Al contrario, Maria subì umiliazioni e violenze: Cataldo arrivò persino a costringerla alla prostituzione. La giovane, isolata e disonorata agli occhi della comunità italoamericana, vedeva svanire ogni possibilità di riscatto sociale. Il delitto e la condanna Nel 1895, durante un litigio in un bar di New York, Maria reagì all’ennesimo rifiuto di Domenico Cataldo di sposarla per restituirle l’onore dopo anni di umiliazioni e sfruttamenti. Accecata dalla disperazione, lo colpì alla gola con un rasoio. L’uomo morì poco dopo. Il processo senza difesa Il processo fu rapido e segnato da pregiudizi. Maria non conosceva bene l’inglese e non ebbe un’adeguata difesa legale. La giuria, composta esclusivamente da uomini, la giudicò colpevole di omicidio di primo grado. Fu condannata alla sedia elettrica nella prigione di Sing Sing, diventando la prima donna nella storia americana a ricevere questa sentenza. La mobilitazione e il secondo processo La condanna suscitò scalpore. Catherine Cleary, una donna dell’alta società newyorkese, prese a cuore la sua vicenda e avviò una campagna per salvarla. Anche la stampa cominciò a interessarsi al caso, denunciando le condizioni del processo. Nel secondo processo, gli avvocati dimostrarono che Maria aveva agito sotto la pressione di anni di soprusi, tradimenti e violenze. Il contesto emerse con chiarezza e la giuria la riconobbe colpevole di un delitto d’onore, ridimensionando la responsabilità. Maria ottenne così la grazia ed evitò la sedia elettrica. Una nuova vita nell’ombra Dopo la scarcerazione, Maria Barbella cercò di ricostruirsi una vita. Si sposò, ebbe figli e tornò all’anonimato, portando però con sé il peso di una vicenda che aveva segnato in modo indelebile il suo destino e quello della sua famiglia. Un simbolo della condizione femminile La storia di Maria Barbella è un frammento doloroso della storia delle donne italiane e del fenomeno migratorio dell’Ottocento. Il delitto d’onore in Italia Il contesto in cui maturò il suo gesto è quello del delitto d’onore, che in Italia non fu abolito come attenuante fino al 1981. Il suo caso mette in luce come le donne fossero spesso vittime di un sistema patriarcale che le costringeva a subire violenze e inganni senza possibilità di difesa. Ferrandina e la memoria A Ferrandina resta la memoria di questa donna che da un piccolo borgo lucano arrivò, suo malgrado, sulle prime pagine della cronaca americana. Una via del paese ricorda la sua casa natale, testimone silenziosa di una storia che ha attraversato mari e secoli. Perché raccontarla oggi Raccontare la vicenda di Maria Barbella significa riportare alla luce una pagina dimenticata della storia lucana e italiana, che intreccia emigrazione, condizione femminile e giustizia. È la storia di una donna che da vittima divenne carnefice, ma che nel suo gesto tragico rivelò tutta la durezza di un tempo in cui le donne avevano pochissimi diritti. Testo e foto © Scilla Nascimbene Leggi il reportage OSTINATA BELLEZZA. IN VIAGGIO TRA I BORGHI LUCANI
Nantes, città natale di Jules Verne

FRANCIA, PAESI DELLA LOIRA Jules Verne è nato a Nantes nel 1828, in una casa affacciata sul Corso dei Cinquanta Ostaggi, nell’Île Feydeau. In città segue gli studi in modo molto svogliato, poiché la sua vocazione era quella dei fare il marinaio. Pare che, durante la sua adolescenza, fosse scappato più volte a Saint Nazaire, cercando di imbarcarsi sui galeoni, tentativi vanificati dalla prontezza del padre, che sapeva dove andarlo a cercare per riportarlo “sulla retta via”. Jules Verne intraprende quindi la carriera paterna, diventando avvocato. Si trasferisce a Parigi, ma lì incontra diversi scrittori che stimolano la sua vocazione per la scrittura. La famille Raton Proprio da Nantes prese ispirazione per il suo primo racconto, del 1887: Le avventure della famiglia Raton. A due passi dalla casa di famiglia, sulle rive dell’Erdre, c’era una merceria il cui nome e motto erano: «nonostante gli invidiosi, il topo gottoso vivrà». All’angolo tra il corso dei Cinquanta Ostaggi e la via de la Barillerie si può ancora vedere l’insegna della bottega Au Rat Goutteux:un topo con la gotta, appoggiato a una stampella mentre spinge un carretto pieno di tessuti.Jules Verne ne ha fatto un personaggio centrale del suo racconto, ambientato in un mondo immaginario e in cui filosofeggia sulla vanità delle ambizioni umane. Le navi di Nantes Ma furono le navi che transitavano a Nantes a ispirare i suoi più grandi capolavori, quelle che da piccolo guardava passare dalla Butte Saint Anne, la collina dell’odierno quartiere Chantenay. Jules Verne immaginava viaggi e mondi lontani. Oggi sulla collina si trovano il Museo Jules Verne e una statua che lo raffigura da bambino mentre, con aria sognante, volge lo sguardo verso il fiume e verso il Capitano Nemo, il suo più famoso eroe, ritratto nel bronzo mentre scruta con il binocolo orizzonti remoti. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Leggi il reportage completo LE VOYAGE À NANTES
Hugo Pratt e l’isola del tesoro

“L’ho trovata la mia isola del tesoro. L’ho trovata nel mio mondo interiore, nei miei incontri, nel mio lavoro. Trascorrere la vita in un mondo di fantasia, questa è stata la mia isola del tesoro”. Hugo Pratt Hugo Pratt (1927 – 1995), nome d’arte di Ugo Eugenio Prat, è un romanziere e fumettista che ha disegnato le sue storie raccontando il mondo con una linea. Nasce a Rimini, ma cresce coi nonni a Venezia. Dal nonno, poeta dialettale di origine anglo-francese, Pratt riceve una grande eredità: l’amore per la poesia. Grazie alla nonna inizia a disegnare, coltivando la passione per i fumetti. La nonna, nata in Turchia, lo portava al cinema a vedere i film d’avventura: “Hugo, adesso disegna quello che hai visto”, gli diceva alla fine. A 10 anni Hugo Pratt viene spedito in Abissinia, l’Etiopia dei nostri giorni, dove suo padre Rolando è un ufficiale dell’esercito coloniale italiano. Pratt scopre l’Africa, il fascismo, la guerra, le divise di tanti eserciti, le prime ragazzine, sia bianche che somale ed etiopi. Scopre il deserto, il silenzio. Ma in Africa Pratt perde suo padre, che viene portato in un campo di prigionia da cui non tornerà mai più. Prima di essere arrestato dai soldati inglesi, papà Rolando chiede ai militari di rientrare in casa. Prende un libro, L’isola del tesoro di Stevenson. Lo regala a suo figlio, con questa dedica: “Vedrai che un giorno anche tu troverai la tua isola del tesoro”. Hugo Pratt inizia a viaggiare. Dopo essere stato in Argentina con un gruppo di amici, nel 1967 inventa il personaggio di Corto Maltese, il cui nome significa “svelto di mano”: un marinaio, di fisico asciutto e agile, un non-eroe alla ricerca di avventure, di isole sconosciute, di mappe e tesori nascosti. La vera avventura di Corto Maltese diventa però il viaggio stesso, le persone che incontra. «Non sono un eroe, mi piace viaggiare e non amo le regole, ma ne rispetto una soltanto, quella di non tradire mai gli amici. Ho cercato tanti tesori senza mai trovarne uno, ma continuerò sempre, potete contarci, ancora un po’ più in là…» (Corto Maltese) Attraverso i suoi personaggi, Hugo Pratt esplora il vasto universo del viaggio fisico e mentale. Il suo sogno era quello di un mondo senza frontiere, di viaggiare sentendosi libero tra le diverse etnie. “Aveva ragione mio padre. L’ho trovata la mia isola del tesoro. L’ho trovata nel mio mondo interiore, nei miei incontri, nel mio lavoro. Trascorrere la vita in un mondo di fantasia, questa è stata la mia isola del tesoro”. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Le foto sono state scattate alla mostra “CORTO MALTESE – Sulle rotte dell’avventura”, nelle sale dei Granai di Villa Mimbelli a Livorno, durante il press tour organizzato dalla Fondazione LEM in collaborazione con Open Mind Consulting per Blu Livorno – La Biennale del Mare e dell’acqua. Tutti i diritti riservati. Ringrazio Il Comune di Livorno e gli organizzatori di Blu Livorno – La Biennale del Mare e dell’acqua Gabriele Benucci e Giacomo Niccolini dell’Ufficio Stampa Fondazione LEM Ciro Orazzo di Open Mind Consulting I curatori della mostra “CORTO MALTESE – Sulle rotte dell’avventura” di Villa Mimbelli a Livorno. Fino al 19 ottobre 2025, le sale del Palazzo delle Papesse a Siena ospitano un’ampia mostra di Corto Maltese : “Hugo Pratt, Geografie immaginarie”.
Yves Saint Laurent. Villa Oasis e i Giardini Majorelle

MARRAKECH, MAROCCO Tra i banani, i cactus e le canne di bambù che delimitano i sentieri dei giardini, si sentono i canti dei bulbul, piccoli passeri diffusi nelle zone tropicali. Al suo interno, un edificio dalle linee cubiste, plasmate da un gusto moresco, spicca con il suo vivacissimo blu. Il giardino deve il suo nome a Jacques Majorelle (1886 – 1962), un artista francese, figlio del celebre ebanista di Art Nouveau Louis Majorelle. Trasferitosi nella medina di Marrakech, comprò un palmeto appena fuori dalle mura e, negli Anni Trenta, commissionò all’architetto Paul Sinoir la villa. Amante della botanica realizzò, nel corso di quarant’anni, un giardino tropicale con un bacino centrale dove nidificano centinaia di uccelli: un laboratorio botanico con rari esemplari di piante esotiche, ornato con fontane, laghetti, vasi in ceramica, sentieri, pergolati. Nel 1937 l’artista creò il blu Majorelle, un blu oltremare/cobalto al tempo stesso intenso e chiaro, con cui dipinse le pareti della sua villa e tutto il giardino, che aprì al pubblico nel 1947. A seguito di un incidente d’auto, Majorelle tornò a Parigi e il giardino venne abbandonato per molti anni, fino a che fu scoperto da Yves Saint Laurent e dall’industriale francese Pierre Bergé. I due se ne innamorarono, nel 1980 comprarono il giardino e restaurarono la villa, ribattezzandola Villa Oasis, che divenne la loro dimora. Le ceneri di Yves Saint Laurent sono state disperse nel roseto di Villa Oasis. Nel giardino è stato eretto un memoriale in suo onore. Le sale al piano terra della villa ospitano una collezione di opere di Jacques Majorelle e il Museo berbero, in cui si conservano oltre seicento manufatti, raccolti da due milionari francesi tra le comunità berbere marocchine, distribuite tra le montagne del Rif, l’Oceano Atlantico e il Sahara. Oggi il giardino attira più di 600.000 visitatori all’anno. “Ho scoperto Marrakech molto tardi, è stato uno choc straordinario, soprattutto per il colore. A ogni angolo si incontrano gruppi di persone, uomini e donne, che indossano caffettani rosa, blu, verdi, porpora. È sorprendente: sembrano disegnati, ricordano gli schizzi di Delacroix, mentre non sono altro che il frutto dell’improvvisazione della vita. […] Prima di Marrakech, tutto era nero. Questa città mi ha insegnato cosa sono i colori e ho abbracciato la sua luce, i suoi sfacciati contrasti e le sue intense invenzioni. L’audacia da allora riscontrata nel mio lavoro la devo a questo Paese, alle sue armonie potenti, alle sue combinazioni ardite, al fervore della sua creatività. Questa cultura è diventata la mia, ma non mi bastava semplicemente assorbirla. L’ho presa, trasformata e adattata” (Yves Saint Laurent). 📍 Jardin MajorelleRue Yves Saint Laurent – Marrakech🌐 jardinmajorelle.com Consiglio di prenotare on line la visita in anticipo. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Storia tratta dal Reportage MAROCCO OFF ROAD. ATTRAVERSO LE VASTITÀ, realizzato durante il viaggio AF TRAVEL FIRENZE e SAHARA DESERT TRAVEL Leggi il Reportage completo sul viaggio in Marocco tra deserti, montagne e città: MAROCCO OFF ROAD. ATTRAVERSO LE VASTITÀ.
L’ imperatore Adriano e la stella di Antinoo

LAZIO, TIVOLI, VILLA ADRIANA I suoi anni più belli erano trascorsi in viaggio, negli accampamenti o agli avamposti, e quella villa che aveva fatto costruire ai piedi delle colline di Tivoli era“l’ultimo accampamento del nomade, l’equivalente, in marmo, delle tende da campo e dei padiglioni dei principi asiatici […] Ogni pietra rappresentava il singolare conglomerato d’una volontà, d’una memoria, a volte di una sfida. Ogni edificio sorgeva sulla pianta di un sogno”. È Marguerite Yourcenar a dar voce a uno straordinario imperatore nel suo capolavoro Memorie di Adriano, la“meditazione scritta di un uomo malato che dà udienza ai ricordi” unita al cesello della ricostruzione storica per scoprire il velo del tempo,“il segreto delle sorgenti sotto le pietre”. Adriano era un uomo schivo, ma aveva viaggiato per tutto il suo impero“cercando la libertà più che la potenza”. Aveva portato la pace fino ai confini del regno e riprodotto, nella sua dimora di Tivoli, le architetture che i suoi occhi avevano visto nel mondo. E i colori: “il diaspro, verde come i fondi marini, il porfido poroso come le carni, il basalto, l’ossidiana opaca”. Riflessi d’acqua, forme curve e cupole autoportanti – da lui stesso inventate come quella del Pantheon – che comunicavano col cielo attraverso un largo foro, creavano un effetto illusionistico a Villa Adriana e davano vita al suo sogno fatto di pietra, in cui esprimeva la sua essenza, la sua universalità e la sua politica. Secondo lo storico Grenier, il canopo, una sala banchetti creata intorno a uno specchio d’acqua, raffigurerebbe il mondo pacificato da Adriano: la parte dell’euripo, cioè il canale, sarebbe per Grenier il simbolo del Mediterraneo, le cariatidi testimoni del mondo occidentale e le amazzoni di quello orientale; Mercurio il messaggero della pace, accanto a Marte con lo scudo abbassato. Certamente il canopo rappresentava il canale di Alessandria d’Egitto in cui era affogato Antinoo. Si erano conosciuti in viaggio. Adriano aveva 46 anni e Antinoo 14: era greco, bellissimo e l’imperatore se ne innamorò follemente. Fu per lui un compagno di anni favolosi ma, come scrive Adriano con la penna di Marguerite Yourcenar, “Qualsiasi felicità è un capolavoro” che facilmente si deturpa. La sua era svanita con la morte di Antinoo, annegato misteriosamente nel Nilo, forse immolatosi per salvare il suo amato imperatore, che amministrava culti misterici legati alla rinascita per combattere la paura di morire, abbandonandosi “al mondo oscuro delle sensazioni, quella nera notte dove folgorano e turbinano soli accecanti”. Il degrado avanzava a causa dei calcoli renali di cui soffriva: la cosiddetta “malattia della pietra”, proprio la materia che aveva dato forma ai suoi sogni rendendoli immortali. Una nave, giunta da Alessandria d’Egitto, aveva scaricato obelischi e sfingi per la tomba del giovane a Villa Adriana. “Ha obbedito all’ordine del cielo” era inciso su di essa. In occasione dell’anniversario della morte, il sole entrava attraverso gli oculi dei corpi laterali, illuminando la statua di Antinoo: un orientamento studiato dallo stesso Adriano. L’imperatore osservava l’emisfero celeste nell’intimità del suo appartamento, il “Teatro marittimo”, al centro di una piscina anulare. Il filosofo Cabria gli aveva indicato una stella, nella costellazione dell’Aquila, che dopo la morte di Antinoo aveva iniziato brillare come una gemma. Fu chiamata la stella di Antinoo, fino a pochi secoli fa. “Ogni notte, mi esaurivo a seguirne il corso; ho scorto strane figure in quella parte del cielo. Mi ritennero folle. Ma non m’importava. […] Sono stato padrone assoluto una volta sola, e di un solo essere […] Nel momento in cui io scrivo, io so esattamente quali stelle passano qui, a Tivoli, sopra questo soffitto ornato di stucchi e di pitture preziose, e altrove, laggiù, su un sepolcro”. “Non ho mai compreso come si possa essere sazio di un essere umano. La molteplicità delle conquiste contrasta con il desiderio di enumerare le ricchezze che ogni nuovo amore ci reca, di osservarlo mentre si trasforma; fors’anche, mentre invecchia. […] L’umano mi appaga. Vi trovo tutto, persino l’eternità” (dal libro Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar). Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.308 di Itinerari e Luoghi – Marzo 2023 all’interno del reportage L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE in collaborazione con Tivoli Gran Tour, Terre di Otium e Viral Passport Ringrazio Il Direttore Responsabile Daniele Cafieri, la editor Giulia Viganò, il grafico Roberto De Natale e la Redazione di Itinerari e Luoghi Editoriale C&C. Renato Chioccia Tivoli Gran Tour Le guide Paola Perini, Fiamma Passarelli, Barbara Putzolu, Loredana Fauci e Leandro Teodori. Stefano Acquaviva e Damiano Falzaroni di Viral Passport Leggi il reportage completo su Tivoli e la Valle dell’Aniene: L’ultimo accampamento del nomade
Eric Hebborn. Storia di un falsario

LAZIO, ANTICOLI CORRADO “Se si chiede di lui a un abitante di Anticoli Corrado, ci si sente rispondere che era un‘mbriacone ma un bravo falsario”, mi dice l’anticolana Paula Caccavalle. “Invece era un artista e un interprete magistrale, tanto che alcune delle sue opere furono scambiate per quelle dei più grandi maestri del passato”. Eric Hebborn, inglese, con un’adolescenza tumultuosa, si era trasferito a Roma grazie a una borsa di studio, poi ad Anticoli, in una casa in mezzo al bosco. Lì raccoglieva le galle di quercia, da cui estraeva l’inchiostro per dipingere, con gli aghi degli istrici, sulle pagine bianche dei libri antichi trovate negli antiquari. Hebborn studiava, sperimentava e riuscì a dimostrare che, utilizzando gli stessi materiali dei grandi maestri di cui aveva una profonda conoscenza, era in grado di raggiungere lo stesso risultato. “Ho per le mani un Degas!” disse a un responsabile della famosa galleria Colnaghi di Londra, mostrandogli una sua opera. “Questo è un Corot!” si sentì rispondere. Iniziò così a mettere alla prova il suo talento, riuscendo a ottenere l’attenzione di mercanti, critici e curatori di importanti musei e gallerie, i quali gli certificavano l’originalità delle sue opere – che lui non firmava – attribuendole a Corot, Piranesi, Tiepolo, Mantegna, Poussine, Castiglione, Rubens, e mettendole nel circuito ufficiale delle opere d’arte. I suoi quadri furono venduti per decine di migliaia di sterline anche attraverso le più famose case d’aste, tra cui Christie’s e Sotheby’s. Troppo bello per essere vero Ma un giorno decise di porre fine a questo bluff e scrisse un libro Troppo bello per essere vero: autobiografia di un falsario (Vicenza, Neri Pozza 1994), in cui ammetteva una serie di falsificazioni, fornendo preziosi spunti sulle tecniche dei maestri del passato e denigrando con ironia il circo del falso, giostrato, a suo dire, da presunti esperti d’arte avidi e con poca cultura. “Quel libro ha fatto tremare sicuramente il mondo dell’arte” mi dice Paula Caccavalle, “perché, a quel punto, ogni opera poteva essere messa in discussione”. Hebborn aveva infatti confidato agli amici la sua preoccupazione per la bufera che il libro aveva scatenato. Morì poco dopo in circostanze misteriose. Alcuni quadri da lui rivendicati furono discretamente ritirati; altri sono ancora esposti, poiché molte gallerie non vollero ammetterne la falsità. In ogni casa di Anticoli è appeso un disegno firmato Hebborn. Nella chiesa di Santa Vittoria, accanto all’altare rimane una sfacciata, dissacrante Ultima cena a sua firma, ambientata in un’osteria, in cui Gesù è raffigurato seduto al contrario su una sedia, sopra un tavolo. Hebborn non fu mai apprezzato per le opere a suo nome e viene ricordato a livello internazionale solo come un falsario. Ma, dopo aver conosciuto la sua storia e trovandoci davanti ai capolavori dei grandi pittori, ci sarà un istante in cui ci chiederemo se siano originali, o creati dal beffardo talento di un artista di Anticoli Corrado. Forse un po’‘mbriacone. Senza dubbio geniale. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.308 di Itinerari e Luoghi – Marzo 2023, all’interno del reportage L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE in collaborazione con Tivoli Gran Tour e Viral Passport Ringrazio Renato Chioccia di Tivoli Gran Tour Paula Caccavalle, artista di Anticoli Corrado, e Patrizio Spaventa per il loro racconto di Eric Hebborn Leggi il reportage completo su Tivoli e la Valle dell’Aniene: L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE Potrebbero interessarti anche: Agostina Segatori. Da Anticoli Corrado a Montmatre Tivoli, la città che ha illuminato Roma
Agostina Segatori. Da Anticoli Corrado a Montmartre

LAZIO, ANTICOLI CORRADO Anticoli Corrado ispirava i pittori, ma non gli scrittori: se n’era reso conto anche Pirandello che, per terminare I giganti della montagna si era trasferito in paese a casa del figlio, sposatosi con un’anticolana; ma l’opera rimase incompiuta e Pirandello iniziò a dipingere. Quel borgo di cresta era infatti diventato già dall’Ottocento un punto di ritrovo di pittori, attirati dalla tranquillità del posto e dalle donne che, per necessità, avevano iniziato a fare le modelle, distinguendosi per la disinvoltura nello spogliarsi nude per essere ritratte. “L’arte contamina” dice Paula Caccavalle, artista anticolana, creatrice dell’opera di land art in Piazzetta Agliuvado: alcune modelle, a furia di osservare chi le ritraeva, erano infatti diventate pittrici. C’era anche chi, però, aveva abbandonato l’ambiente di Anticoli per cercare fortuna a Montmartre, come racconta l’attrice Anita Tenerelli dei The Turnabout, nel suo spettacolo teatrale assieme a Craig Periz. Nel 1865 Agostina Segatori si era trasferita a Parigi, città che, inizialmente, le aveva portato non poche soddisfazioni: la donna era infatti arrivata a posare per Corot, che l’aveva ritratta in abito tradizionale in un quadro intitolato Agostina. L’italienne, del 1866, e in un’altra ventina di opere. Fu modella di Manet, Delacroix, Gérome, Renoir e Dantan, con il quale ebbe una relazione sentimentale da cui nacque un figlio che Dantan non riconobbe. Al civico 62 di Boulevard de Clichy, nel cuore di Montmartre, la Segatori aveva aperto un locale in stile ciociaro, il Cafè du Tambourin. In quel cabaret, frequentato da artisti e galleristi, la donna, divenuta l’amante di Van Gogh, aveva organizzato la prima mostra del pittore che, per mancanza di soldi, pagava le pietanze consumate con le sue opere, vendute per pochi franchi quando, nel 1893, dopo un periodo di degrado, il locale fallì. In Donna al Cafè Le Tambourin del 1887 (Museo Van Gogh di Amsterdam), Agostina è, infatti, raffigurata seduta a un tavolo del caffè, con una sigaretta tra le dita, un boccale di birra e lo sguardo perso nel vuoto. La donna morì a Parigi nel 1910, in povertà, lontana dal mondo artistico in cui era vissuta. Al civico 62 di Boulevard de Clichy, il comune parigino ha apposto in suo onore una targa commemorativa. Le opere che la ritraggono sono esposte nei più importanti musei del mondo. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.308 di Itinerari e Luoghi – Marzo 2023, all’interno del reportage L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE in collaborazione con Tivoli Gran Tour e Viral Passport Ringrazio Renato Chioccia di Tivoli Gran Tour Paula Caccavalle, artista di Anticoli Corrado e Patrizio Spaventa L’attrice Anita Tenerelli e Craig Periz dei The Turnabout
Ludwig II di Baviera. Tra genio e follia

GERMANIA, BAVIERA L’orologio da tasca del re si era fermato alle diciotto e cinquantaquattro, a causa dell’infiltrazione dell’acqua. Quello del dottor von Gudden segnava le venti. Erano usciti per una passeggiata, senza più fare ritorno e, proprio quella sera, il dottor von Gudden aveva detto al personale del castello di voler rimanere da solo con il re, mentre di solito i due si allontanavano accompagnati dagli infermieri. La notte è già calata quando i loro corpi senza vita vengono ritrovati nelle acque poco profonde del Lago di Starnberg, il 13 giugno 1886. Il collo del medico riporta evidenti tracce di strangolamento. E il re com’è morto? Ufficialmente a causa di una congestione. C’è chi parla di suicidio; in tanti sono convinti che il re sia stato assassinato. Ma quella tragedia rimane un grande enigma della Storia. Il re viene imbalsamato e il suo cervello analizzato da specialisti per cercare le malformazioni tipiche di un folle. Le trovano e le documentano, arrivando addirittura a sostenere che il suo cervello, che pesa 36 grammi al di sotto della media, è già un segno evidente della sua follia! Principe romantico e sognatore “L’unico vero re di questo secolo”, come lo definì il poeta Paul Verlaine: un sorriso un po’ malinconico, il folto ciuffo di capelli scuri e la figura alta, slanciata: Ludwig II di Baviera, appena ventenne, non guarda l’osservatore nel ritratto ufficiale del pittore Ferdinand von Piloty. Il suo sguardo si perde chissà dove. In un punto indefinito e lontano. Nato il 25 agosto 1845, Ludwig è un Wittelsbach: una casata che regnava sulla Baviera da più di nove secoli, i cui discendenti erano conosciuti per la loro pazzia e i matrimoni tra consanguinei, ripetuti nel tempo, non avevano portato un miglioramento in tal senso. Il padre aveva acquistato l’antico castello dei Signori di Schwangau, che domina tuttora, dai suoi novecento metri, l’altopiano bavarese e due laghi circondati da montagne coperte di abeti: il castello di Hohenschwangau. È in quel luogo incantato che Ludwig trascorre la maggior parte della sua infanzia e dell’adolescenza ed è a quel castello che sono legati i suoi primi e indelebili ricordi. Secondo la leggenda, quella era stata la dimora di Lohengrin, un personaggio di un poema medievale tedesco, figlio di Parsifal, chiamato “il cavaliere del cigno” e raffigurato su un vascello trainato da un cigno. Il nome stesso di Hohenschwangau significa “l’alto paese del cigno”. Nelle sale del castello tutto contribuisce a resuscitare le vecchie leggende medievali dei paesi del Reno, in un gusto eccessivo per la teatralità e per le rievocazioni ripetute alla noia, che sarà ereditato da Ludwig. A Hohenschwangau il mito del cigno è onorato ovunque e quel mito accompagnerà il re per tutta la vita. Ma Ludwig viene educato troppo severamente e inizia a fuggire dalla realtà per rifugiarsi nel sogno. Egli prova disgusto per la folla che rovina le sue emozioni. Ama i fiori e li disegna su tutte le lettere che scrive. Durante i pranzi ufficiali, ordina che ne venga messo un enorme mazzo di fronte al suo posto, per isolarsi dai suoi invitati. Ludwig adora i cigni e inizia a disegnarne ovunque. Le due passioni di Ludwig: Wagner e Sissi Un giorno l’Opera Reale di Monaco mette in cartellone il Lohengrin del musicista Wagner. Ludwig ha quasi sedici anni quando il misterioso cavaliere approda su un vascello tirato da un cigno. Il cavaliere del cigno esiste! L’immaginazione del principe è superata dalla falsa realtà del teatro. L’ossessione wagneriana entra nella sua vita. Nel frattempo Ludwig all’età di diciotto anni diventa re. Il re-mecenate e il musicista-idolo vivono per l’amore dell’arte. Ludwig non bada a spese e, in suo onore, Wagner confeziona un’opera dopo l’altra. Ma questo suo fanatismo per il compositore che, grazie alle elargizioni di corte, conduceva una vita principesca, raggiunge un punto tale che il re si vede costretto dal suo stesso entourage ad allontanare Wagner dalla Baviera. Oltre al musicista, un’altra persona lascia nella vita del monarca un’impronta indelebile: la sua un’incantevole cugina Sissi. Una Wittelsbach di otto anni più di lui. Sissi cresce nel castello di Possenhofen, sulle rive del lago di Starnberg. Ludwig ne è incantato e, nella sua infanzia, notevolmente austera, i momenti trascorsi con lei sono attimi di vera felicità. Ma Sissi parte per Vienna, quale promessa sposa del giovane imperatore d’Austria Francesco Giuseppe. Il problema della successione al trono non risparmia neppure il giovane re bavarese, che accondiscende al matrimonio con la cugina Sophia, sorella di Sissi, che però fa corteggiare per procura, delegando i suoi servitori. Ma il giorno delle nozze, da lui rimandato più volte, non arriverà mai. “Preferirei gettarmi nell’Alpsee piuttosto che sposarmi”. “Mi hanno costretto a fissare la data del matrimonio un po’ come si obbliga una pianta di serra a fiorire”. La causa di quella rottura è la sua omosessualità. Ludwig è in perenne lotta interiore, la sua più grande battaglia. Ma egli aveva dovuto far fronte anche a due vere guerre, quando aveva solo ventun’anni e venticinque. Ludwig non ama la guerra. Ogni volta che può, tempera i rigori del regolamento militare con iniziative bizzarre che suscitano grande scalpore: un mattino, passando davanti a una sentinella che monta di guardia e, trovandola un po’ pallida, gli fa portare un sofà. È uno dei primi sovrani a sostenere la nuova idea di Henry Dunant, chiamata Croce Rossa. Obbligato a partecipare ai conflitti europei, tenta la neutralità per preservare l’indipendenza della Baviera e, nonostante detesti le “sciocchezze di Stato”, dà prova di insospettabili capacità politiche. Per lui la politica è però un affare sporco. Vorrebbe abdicare in favore del fratello, ma il principe Ottone, affetto da una malattia mentale, è richiuso (e vi rimarrà per quarant’anni, fino alla morte). Si rifugia quindi nelle sue montagne, pure e incontaminate, “lontano dall’agitazione degli uomini”. Vive di notte. Fa costruire un’imbarcazione a vapore e la chiama Tristano, l’opera più importante di Wagner. Spesso nel buio si ritrova con Sissi per navigare tra le acque del lago di Starnberg. Dopo
La Ninna nanna di Andrea Parodi

SARDEGNA, CASTELSARDO Le onde si infrangono sulla scogliera di Punta Campulandru. Un giovane gabbiano è appostato in vedetta sulle rocce vulcaniche, screziate dal giallo dei licheni e dal verde dei ciuffi di finocchietto marino. Una cassa musicale diffonde le prime note. Siamo a occhi chiusi, come ci hanno chiesto le nostre guide, Antonio Muntoni e Anna Maria Murru. Hanno voluto farci ascoltare un brano di Andrea Parodi, ex cantante dei Tazenda. Una persona che alla sua terra ha dato voce e che, purtroppo, non c’è più. Le emozioni si fondono con la musica di quella ninna nanna sarda. Sono minuti intensi. Poi riprendiamo il sentiero per raggiungere le acque turchesi di Baia Ostina. Per ascoltare la Ninna Nanna di Andrea Parodi clicca qui https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&opi=89978449&url=https://www.youtube.com/watch%3Fv%3DnaPmi0XVh3M&ved=2ahUKEwierLLam8uJAxVR2QIHHdF2Jn4Q78AJegQIFBAB&usg=AOvVaw1NPfKLhZGFl52OO8N7bErf Testo e foto di ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.311 di Itinerari e Luoghi – Giugno 2023, all’interno del reportage AZZURRA E VERDE SOLITUDINE, in collaborazione con Rete Metropolitana Nord Sardegna e Aeroporto di Alghero. Foto di copertina ©Scilla Nascimbene
Gustav Mahler, le sinfonie del Lago Wörthersee

AUSTRIA, CARINZIA Uno splendido isolamento: così Gustav Mahler amava definire gli anni trascorsi in solitudine nella sua piccola capanna di composizione, nascosta nella foresta di Maiernigg, sulle rive del Lago Wörthersee. Nella pace indisturbata di quell’angolo carinziano, trascorse le estati dal 1900 al 1907 e scrisse molte delle sue opere, tra cui il famoso Adagietto della Sinfonia n.5. La vita durante quei periodi estivi seguiva esattamente lo stesso schema. Mahler si alzava la mattina all’alba e andava a nuotare nel lago, sempre nello stesso punto. Chiamava la domestica che gli preparava la colazione e la portava alla sua capanna, a circa 60 metri sopra la villa che il musicista si era fatto costruire sulle rive del lago. Non le era era permesso prendere il sentiero principale, poiché egli non voleva vedere nessuno prima di iniziare a lavorare. Così ogni mattina la donna doveva arrampicarsi attraverso una ripida scorciatoia con tutti i piatti della colazione: caffè, burro, pane di segale e marmellata, un tipo diverso per ogni giorno. Allestiva il tavolo fuori dalla capanna e tornava dalla medesima scorciatoia, per evitare di incontrarlo lungo la strada. La capanna di composizione non era nient’altro che un’umida stanza di 20 metri quadri senza il bagno. All’interno si trovavano un pianoforte a coda, i libri di Goethe e di Kant, gli spartiti di Bach e una cassaforte dove Mahler custodiva le sue composizioni. Gustav Mahler era nato nel 1860 in Boemia, allora parte dell’impero austro ungarico, da una famiglia di origine ebraica, tra l’affetto della madre Marie e la severità del padre Bernhard, che ne intuì il talento. Fu nella capitale austriaca che conquistò il più prestigioso incarico musicale dell’epoca: quello di direttore dell’Opera della Corte di Vienna, professione che lo indusse a convertirsi alla fede cattolica, la religione ufficiale. Mahler aveva idee d’avanguardia e trasformò radicalmente l’opera seria. Da sala di ritrovo mondano, piena di luci, sempre aperta e frequentata da persone non interessate alla musica, l’auditorium divenne un luogo solo per la musica, dove gli spettacoli, che si svolgevano al buio, in silenzio e a porte chiuse, erano tenuti da artisti di vero talento. Fu sempre nella capitale austriaca che fece l’altra sua grande conquista: la più bella giovane donna di Vienna, Alma Schindler. E Mahler, “celibe per natura e vergine a quarant’anni”, come lo descrive Alma, si innamorò di quella colta e raffinata ragazza, compositrice di musica e musa di famosi artisti austriaci, tra cui Klimt e, nel 1902, la sposò. Ma Alma, diciannove anni più giovane di lui, dovette rinunciare a comporre per assecondare la volontà di Gustav, chiaramente espressa in una lettera di venti pagine che le scrisse prima del matrimonio, in cui le rammentava che, da quel momento, il suo unico compito sarebbe stato quello di moglie. Mahler riservò solo a se stesso il privilegio di comporre; divenne il direttore d’orchestra più celebrato dell’epoca, ma la sua carriera di compositore fu assai controversa. “Io sono, per usare un’espressione di Nietzsche, un uomo che non appartiene al proprio tempo […] Definizione questa che si applica soprattutto ai miei lavori”. “Tre volte senza patria, sono un boemo tra gli austriaci, austriaco tra i tedeschi, ed ebreo tra i popoli del mondo”. Ma “Il mio tempo verrà” sosteneva Mahler. E la storia gli ha dato ragione. Lavorando nove mesi l’anno all’Opera della Corte di Vienna, gli restava solo il periodo estivo per dedicarsi alla composizione. Nell’idilliaca pace di Maiernigg compose quattro sinfonie, ma anche i Canti dei bambini morti, basati su poesie che Friedrich Rückert aveva scritto in seguito alla morte di due suoi figli. Anche Mahler aveva perso sei dei suoi undici fratelli in tenera età e sentiva un forte legame emotivo con il poeta. A quel tempo, però, aveva già due figlie piccole e Alma lo aveva pregato di non terminare quelle opere. “Non riesco a capire come si possa esaltare la morte dei bambini se si è abbracciata la propria figlia, felice e sana, mezz’ora prima. Ricordo di aver esclamato in quel momento: per l’amor del cielo, tu stai chiamando il demonio!” (Alma nelle sue memorie di Gustav Mahler). Mahler pubblicò entrambi i cicli Rückert nel 1905. E il demonio non tardò ad arrivare. Nel luglio del 1907, nella villa sul lago Wörthersee, sua figlia Maria Anna morì tragicamente, all’età di quattro anni, a seguito di una malattia. Alma cadde nella disperazione. Gustav, prostrato dal dolore, abbandonò il suo amato rifugio e vendette la villa. Non fece mai più ritorno a Maiernigg. Nello stesso anno, le crescenti ostilità antisemite lo costrinsero a dimettersi dalla carica di direttore d’orchestra e gli fu diagnosticato un grave difetto cardiaco. Si trasferì negli Stati Uniti, lavorando con successo come direttore del Teatro Metropolitan di New York, fino a che, dovette rientrare a Vienna per essere ricoverato. Alma rimase vicina a lui fino all’ultimo, mentre sulla stampa viennese ogni giorno comparivano articoli, non privi di ignobili pettegolezzi, sulle condizioni di salute del musicista. Ormai era diventato una star, ma solo come direttore d’orchestra. Morì a Vienna nel 1911, all’età di 50 anni. I biglietti del suo funerale andarono a ruba. Nel 1971 il film Morte a Venezia di Luchino Visconti, accompagnato da parti della Sinfonia n.5, scatenò un vera e propria Mahler Renaissance. I massimi compositori delle generazioni successive identificarono in lui il pioniere della nuova musica del Novecento. “Dal punto di vista più strettamente psicologico, il pubblico del nostre tempo ha riconosciuto in Mahler, più che in ogni altro compositore, il narratore dell’angoscia, della solitudine e di quel senso di sradicamento esistenziale che è alla base dell’identità problematica dell’uomo contemporaneo”. (Gastón Fournier-Facio, Il mio tempo verrà). La capanna è oggi un piccolo museo, aperto da maggio a ottobre, in cui risuona, complessa ed emozionante, la musica di Gustav Mahler, che si diffonde nella foresta di Maiernigg. Le composizioni dei suoi ultimi anni sono legate alla bellissima Alma. Lui la chiamava affettuosamente Almscheri. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.313 di Itinerari e Luoghi – Agosto/Settembre 2023, all’interno del reportage Le