Il giallo delle ossa di Dante

EMILIA ROMAGNA, RAVENNA Se tanto travagliata fu la vita del Poeta, in perenne peregrinare da una corte all’altra, non fu da meno la sorte delle sue spoglie, custodite, tra una serafica penombra, all’interno di un tempietto neoclassico accanto alla Chiesa di San Francesco, ove si tennero i funerali, a seguito della sua morte avvenuta il 13 settembre 1321. Nel 1519 i furbi frati francescani, cui Dante era devoto, praticarono un foro nella parete del sarcofago al fine di sottrarle ai fiorentini, giunti a Ravenna per trafugarle.  Da quel momento le spoglie non trovarono pace: per più di quattro secoli i frati le nascosero in posti diversi per sottrarle ai pericoli, fino a perdere memoria della loro collocazione, scoperta per caso durante dei lavori.  Furono riposte nell’attuale sacello solo dopo la Grande Guerra mentre, dalla scomparsa del Poeta, pellegrini e visitatori continuarono a rendere omaggio alla sua tomba, ignari del fatto che fosse vuota. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.293 di Itinerari e Luoghi – Agosto/Settembre 2021, all’interno del reportage sul Cammino di Dante Un viaggio per rivedere le stelle, in collaborazione con Ravenna Incoming e Lonely Planet Italia che, nel Best in Travel 2021, ha selezionato Le Vie di Dante fra le migliori proposte di viaggio dell’anno. Ringrazio il Direttore Responsabile Daniele Cafieri, il Direttore Enrico Caracciolo, il Caporedattore Gianluca Salcioli e la Redazione di Itinerari e Luoghi Editoriale C&C, Cristina Oddone di EDT.

Il conte István Széchenyi e il Ponte delle Catene

UNGHERIA, BUDAPEST Era appena morto suo padre, doveva andare al funerale e un tempo funesto impediva di attraversare il Danubio.  Così arrivò in ritardo alla funzione ma, nel mentre, si mise in testa un’idea: costruire un ponte stabile che sostituisse quello di chiatte, smantellato nel periodo invernale a causa delle inondazioni del fiume.  Non fu velocissimo, ma nel giro di vent’anni il ponte era fatto! Il conte István Széchenyi (1791 – 1860), ossessionato dalla modernizzazione, aveva infatti affidato il progetto all’inglese William Tierney Clark che, in realtà, si era limitato a riproporre la versione più grande di quello già progettato sul Tamigi nella cittadina di Marlow.  La supervisione dei lavori era stata assegnata all’ingegnere scozzese Adam Clark, mentre i singoli elementi di ghisa erano stati forgiati in Inghilterra.  Al momento della sua inaugurazione, il 21 novembre 1849, il ponte, con i suoi 380 metri, era il più lungo d’Europa ed era considerato una delle meraviglie ingegneristiche del mondo moderno.  Battezzato con il nome del conte, è sempre stato conosciuto come Ponte delle Catene, poiché simile a una grande collana con le maglie di catene che ha unito in modo permanente le due sponde, quindi l’entroterra rurale alla civiltà europea, costituendo un incredibile incentivo per lo sviluppo economico del Paese.  La struttura, fatta saltare in aria dai tedeschi (1945) nel tentativo di fermare l’avanzata dell’Armata rossa, fu ricostruita in soli quattro anni, in tempo per il centenario dell’inaugurazione. Il successo del ponte non portò tuttavia la gloria al suo ideatore: il conte István Széchenyi, causa un esaurimento nervoso, fu rinchiuso in un sanatorio e si suicidò.  Si tolse la vita anche lo scultore che realizzò i due leoni in pietra alla base dei pilasti – secondo la leggenda – quando si accorse di aver dimenticato di scolpirne la lingua.  La cattiva sorte risparmiò invece l’ingegnere Adam Clark, che si sistemò felicemente a Budapest con una moglie ungherese. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.305 di Itinerari e Luoghi – Novembre 2022 all’interno del reportage Se il Danubio potesse parlare, In collaborazione con B&B Hotels

San Benedetto da Norcia e il Sacro Speco di Subiaco

San Benedetto da Norcia e il Sacro Speco di Subiaco

LAZIO Col motto ora et labora San Benedetto da Norcia aveva nobilitato il lavoro manuale, prima di allora riservato agli schiavi.  Ma la Regola era dura. Forse troppo.  E alcuni giovani monaci avevano provato ad avvelenarlo. Il santo, però, si era salvato grazie ai miracoli rappresentati negli affreschi della scuola senese che rivestono le pareti della cappella superiore dell’Abbazia di Subiaco, il primo monastero da lui fondato, aggrappato a una parete rocciosa del Monte Taleo.  In una grotta sottostante, il Sacro Speco, il giovanissimo Benedetto, sul finire del secolo V, aveva vissuto da eremita per tre anni, sopravvivendo grazie ai viveri che il monaco Romano gli calava mediante un cestello e maturando quella spiritualità che lo portò a fondare le prime comunità monastiche lungo la Valle dell’Aniene, da cui si sarebbe sviluppato il monachesimo occidentale.  Monaci colti e guerrieri dominavano la valle e i manoscritti, da loro copiati a mano, viaggiavano tra un monastero e l’altro lungo la Via di San Benedetto, su cui si diffuse la cultura prima dell’avvento delle Università e della stampa.  Nell’abbazia si conserva la prima e la più fedele raffigurazione di San Francesco, ritratto senza aureola né stigmate, poiché ancora in vita, e realizzata durante il suo soggiorno nel 1223. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.308 di Itinerari e Luoghi – Marzo 2023, all’interno del reportage L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE in collaborazione con Tivoli Gran Tour e Viral Passport Leggi il reportage completo su Tivoli e la Valle dell’Aniene L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE Ringrazio Il Direttore Responsabile Daniele Cafieri, la editor Giulia Viganò, il grafico Roberto De Natale e la Redazione di Itinerari e Luoghi Editoriale C&C. Renato Chioccia di Tivoli Gran Tour La guida Leandro Teodori Stefano Acquaviva e Damiano Falzaroni di Viral Passport Leggi anche Villa d’Este e il giardino delle meraviglie L’imperatore Adriano e la stella di Antinoo Tivoli, la città che ha illuminato Roma L’Angolino di Mirko Da Anticoli Corrado a Montmartre Eric Hebborn. Storia di un falsario Mannaggia la pupazza! I segreti di Valle Cadevella Il pizzutello di Tivoli Dall’Archeochef Gabriella Cinelli

Andrea Camilleri e i luoghi del Commissario Montalbano

SICILIA, PROVINCIA DI RAGUSA Vigata è una città immaginaria, ma quando Andrea Camilleri ha iniziato a scrivere i romanzi dedicati a Montalbano, li pensava ambientati a Porto Empedocle, il suo paese natale, e in altri paesi vicini.  Nel momento in cui però Vigata è diventata reale grazie alla serie tv, i luoghi di Montalbano hanno preso vita nella provincia di Ragusa e precisamente a Ibla, Scicli, Ispica, Santa Croce Camerina, Modica e Vittoria.  In quelle località, situate in un’area ristretta, il regista e lo scenografo hanno infatti trovato tutti gli elementi che cercavano: la bellezza, la luce (soprattutto quella di aprile e maggio), la campagna e il mare.  Essendo inoltre le città molto simili tra loro, la troupe poteva decidere di spostarsi per le riprese da un posto all’altro, senza che lo spettatore se ne rendesse conto.  Lo stesso Camilleri ha ammesso che, vedendo la fiction, è rimasto influenzato dai luoghi scelti e anche dall’attore protagonista, Luca Zingaretti, molto diverso da quello descritto nei suoi romanzi. È possibile soggiornare nella casa sul mare del Commissario Montalbano al prezzo di euro 150 circa a notte.  Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.314 di Itinerari e Luoghi – Ottobre 2023, all’interno del reportage Torneranno le farfalle, in collaborazione con Viral Passport e Regione Siciliana Leggi anche “La Madonna delle Milizie e il Commissariato di Vigata”

La casa di Marlurita

ABRUZZO, PACENTRO Era rimasta sola e non si era mai sposata.  I suoi fratelli erano emigrati negli Stati Uniti e Maria Loreta Pacella, detta Marlurita, si era sistemata in due piccole stanze messe a disposizione da una ricca famiglia di Pacentro, in cambio del lavoro nelle loro terre. Per guadagnarsi da vivere raggiungeva i terreni aridi della Majella attraverso un sentiero di dieci chilometri che percorreva a piedi, fino a 1500 metri di quota.  Lì spietrava la terra, liberandola dalle pietre che si caricava sulla testa fino a Pacentro, dove poteva rivenderle a chi costruiva i terrazzamenti e le capanne in pietra a secco. Una vita dura quella di Marlurita e molto povera, come la sua casa, rimasta tuttora intatta. Erano gli anni Settanta, ma la donna non aveva acqua, né elettricità e si scaldava con l’asino e il camino.  Teneva sotto il letto una piccola bara, pronta per quel giorno che, prima o poi, sarebbe arrivato. Non senza sorprese.  Sì, perché Marlurita, conosciuta in tutto il paese per la sua capacità di togliere il malocchio e di guarire il mal di denti, utilizzando strani oggetti metallici, erbe medicinali, candele e formule magiche, pare avesse esalato l’ultimo respiro e il vicinato aveva vegliato su di lei per giorni. La donna però si era risvegliata e questa sua morte apparente ne aveva accresciuto la fama.  Oggi la sua casa, nascosta tra gli stretti vicoli di Pacentro, rimane un luogo della memoria: un’autentica testimonianza del modo di vivere di tanti anni fa. Molti figli degli emigrati vanno in paese per visitarla, forse per toccare con mano quella povertà che aveva spinto i loro antenati ad andarsene da lì.  Per far conoscere la vita di un tempo, le scuole vi portano i bambini: quelli che la donna accudiva nei ritagli di tempo, quando le sue mani non reggevano la zappa o le pietre. Lei è seduta accanto al camino, riprodotta in misura naturale appena varcato all’ingresso.  Chi entra ignaro di questo particolare sobbalza per lo spavento: Marlurita, anche da miglior vita, non smette di stupire …! Visite guidate Marilisa Rubino, Centro informazioni di Pacentro, tel. 0864.41304. pacentro@parcomaiella.it.  Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.300 di Itinerari e Luoghi – Maggio 2022, all’interno del reportage IL CAMMINO GRANDE DI CELESTINO, In collaborazione con il Parco Majella

Peter Blix e il vascello volante

NORVEGIA, SOGNEFJORD, Vikøyri Un vascello vichingo naviga sospeso nella piccola navata di Hove Kyrkje, sopra la tomba di Peter Blix, come a volerlo accompagnare nel suo viaggio ultraterreno, protetto dalle spesse mura in pietra da lui stesso salvate.  Il nome del Signor Blix compare anche su una lapide commemorativa accanto al Blix Hotell di Vikøyri, l’ex Hopstock Hotel, in cui Blix aveva una camera riservata durante i  suoi ultimi anni.  Nel 1880 l’architetto Peter Andres Blix acquistò Hove Kyrkje e Hopperstad Stavkyrkje, le due chiese altomedievali del villaggio, destinate alla demolizione, e le restaurò di tasca propria.  Grazie a lui possiamo ammirare una delle più antiche chiese a doghe di legno della Norvegia, tra le 28 ancora esistenti. La Hopperstad Stavkyrkje, datata al 1130 circa, spicca davanti al mare coi suoi esterni di legno scuro e con i suoi tetti spigolosi ornati da draghi e da intarsi ispirati a motivi vichinghi.  Le eccellenti tecniche costruttive dei temuti navigatori e le loro tradizioni di intaglio, utilizzate nella costruzione delle imbarcazioni, furono applicate anche alle stavkyrkje, erette probabilmente in luoghi sacri a quei popoli, le cui pratiche di culto si svolgevano all’aperto.  Tra le due chiese salvate da Blix, in mezzo al verde acceso delle praterie, un grande albero fa ombra alla cima di una collina, Moahaugane, dove sono state rinvenute delle tombe. In quel luogo di pace sulle rive del Sognefjord riposano gli eroi vichinghi, i leggendari guerrieri del Nord. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.314 di Itinerari e Luoghi – Ottobre 2023, all’interno del reportage MAGICI FIORDI, in collaborazione con Visit Norway

Vespasiano Gonzaga Colonna e Sabbioneta, la città ideale

LOMBARDIA, SABBIONETA “Esiste una stella che appare una volta ogni settant’anni e rende confusa la volta celeste, inducendo in errore i capitani delle navi”. Un antico testo ebraico descrive così la cometa di Halley, la più brillante tra quelle periodiche del disco diffuso.  Meglio che sotto un ducale baldacchino di raso: Vespasiano Gonzaga Colonna nacque all’alba del 6 dicembre 1531, anno in cui quella stella irradiò il firmamento con la sua luce folgorante. E proprio attraverso la luce quella data sarebbe rimasta impressa, sopravvivendo alla fine della sua dinastia: la casata dei Gonzaga, al centro della storia e della cultura italiana ed europea per quasi quattro secoli.  Vespasiano faceva parte di un ramo cadetto che si spartiva le terre tra Po e Oglio. Di sangue però era anche un Colonna e nelle sue vene scorreva il mito della “città eterna”.  In giro tra le corti d’Europa dall’età di 14 anni, per dare vita alla sua città ideale scelse un piccolo borgo, dove il nonno aveva fatto edificare un castello, demolito nel 1789: Sabbioneta (da sabbia neta, pulita dalle inondazioni). In 35 anni la trasformò nella “Novella Roma”, oggi Patrimonio Mondiale, assieme a Mantova. La città ideale Un impianto all’antica fu creato con la cinta poligonale, dei bastioni pentagonali agli angoli e due porte monumentali per l’accesso. Al suo interno si dislocavano i palazzi legati alla vita di corte e alle funzioni del potere: Palazzo Ducale (sede di rappresentanza, residenza e amministrazione), il castello (fortificazione), Palazzo Giardino (luogo di svago e delizie), con l’adiacente  Galleria degli Antichi, il Teatro e otto edifici religiosi (di cui quattro ancora esistenti). Una città orientata al suo giorno di nascita: all’alba del 6 dicembre 1531, la distanza tra i punti cardinali e i due assi – cardo e decumano – corrisponde alla distanza tra il sole e l’orizzonte. Ogni anno, il 16 dicembre (per uno scarto di dieci giorni tra il calendario gregoriano e giuliano), tra le 8 e le 8:20, la luce invade la Galleria degli Antenati, al centro di Palazzo Ducale, percorrendo la volta affrescata e illuminando Apollo, raffigurato sul carro del sole con un cartiglio in mano che reca la scritta: “Più veloce della fama riempirò gli antipodi”. Gli amori e gli onori “La città ideale non fu che la sintesi della sua esistenza. Egli infatti nei 59 anni della sua vita diede ben altro di sé: generale, architetto, diplomatico, mecenate, collezionista, non perdette mai la fiducia di re Filippo II di Spagna […] Benché signore di un territorio limitato, ottenne in Europa elevati incarichi, tanto da figurare tra i 50 cavalieri del Toson d’Oro, l’ordine cui il Re Cattolico ascriveva i più distinti signori dei suoi immensi domini”. La penna è di Luca Sarzi Amadè, nel suo libro Il duca di Sabbioneta. Guerre e amori di un europeo errante. Uomo al confine tra realtà e leggenda (su di lui pende il sospetto di avere fatto eliminare la prima consorte per adulterio), ebbe tre mogli di sangue blu, ma solo la seconda gli diede dei figli. Quindicenne, partorì due volte in uno stesso anno: prima due gemelle, di cui sopravvisse solo Isabella, unica erede di Vespasiano, e un figlio che morì adolescente. La donna, di salute già cagionevole, si spense poco dopo, a causa di quei parti ravvicinati. Il signore di Sabbioneta cercò quindi l’erede maschio con la terza moglie, ma era ormai sterile. Affetto da sifilide dall’età di 19 anni, dovette sottoporsi a un intervento di trapanazione al cranio per alleviare le emicranie che lo perseguitavano; un’operazione eseguita dal suo cerusico barbiere e che gli consentì di vivere altri 13 anni. Nei suoi sonetti decantava una “dama bionda”, ma il suo cuore batteva per un gioiello di 27 grammi di oro zecchino, ricevuto da Filippo II: il Toson d’Oro, un collare con un pendente che raffigurava una pelle di ariete appesa. La massima onorificenza dell’epoca, conferita a chi si era distinto nella fedeltà al servizio della Corona. La Galleria degli Antichi Un viaggio mentale nell’antichità sotto un soffitto celeste: passeggiando nel “Corridor Grande” il duca immaginava di essere tra i personaggi dell’antica Roma. 27 arcate, che riprendono la struttura degli acquedotti romani, sorreggono una galleria all’italiana, nata come luogo di magnificenza (differente dalle gallerie alla francese, ideate per collegare gli edifici). Terza in Italia per lunghezza, dopo la Galleria delle Carte Geografiche in Vaticano e quella degli Uffizi a Firenze, nei suoi 97 metri racchiudeva una delle collezioni più ricche d’Europa. Sotto la dominazione austriaca, la galleria fu smantellata persino nei suoi infissi, rimanendone priva fino al 1950, fatto che causò lo sbiadimento del soffitto. Le opere d’arte furono trasferite a Mantova. Oggi i marmi sono esposti nella Galleria della Mostra in Palazzo Ducale e in Palazzo San Sebastiano – Museo MACA. Il Teatro all’Antica Al centro della loggia, sotto un finto cielo, che dava l’impressione di essere all’aperto come nei teatri di epoca classica, Vespasiano sedeva come “nuovo imperatore” tra i Cesari dipinti. Commissionato a Vincenzo Scamozzi, allievo del Palladio, nel 1587, il teatro, a scena fissa, è strutturato secondo la concezione antica, ma con degli elementi innovativi, come i camerini per gli artisti, ed è il primo teatro stabile d’Europa, inserito cioè in un edificio autonomo appositamente costruito. È uno spazio autocelebrativo che rivela però anche una velata malinconia, esternata da un’iscrizione che corre sulle facciate esterne “Roma quanta fuit ipsa ruina docet” (Quanto grande fu Roma, lo insegnano le sue stesse rovine): Vespasiano, senza eredi maschi, sa che la città di Sabbioneta – nuova Roma – andrà a decadere. Sedette nella loggia teatrale solo durante il carnevale e la Pasqua del 1590, poiché un anno dopo morì. Il mausoleo di Vespasiano “Ho sepolto il mio signore la notte senza pompa nella Incoronata con il Tosone al collo”. Don Ennio Asinari, l’allora parroco di Sabbioneta, dopo anni di ricerche aveva trovato la conferma di dove fossero le spoglie del duca: una cronaca manoscritta del castellano di Vespasiano, rinvenuta nella Biblioteca Palatina di Parma, ne indicava la precisa ubicazione.

San Celestino, il deserto nella Montagna Madre

MAJELLA “Mi ha sempre colpito un fenomeno della natura. Dal carbonio può venire fuori il carbone o il diamante. Se il carbonio si lascia attraversare dal calore, ecco allora il diamante che meraviglia per la sua bellezza. Se rifiuta il calore, ecco il carbone che sporca e serve solo per esser bruciato”. (Angelo Spina, Riflessioni su San Pietro Celestino). 113 miracoli in vita; molti altri quelli riconosciuti in seguito. Pietro Angelerio (1209-1296), “Colui che per guardare il cielo abbandona la terra”, come scrive Petrarca nel De Vita Solitaria. Eppure Pietro questa terra l’aveva percorsa, “scalzo e cibato di erbe”, mosso da una forza interiore, alla ricerca di quella verità che, quando pervade, trasforma. Dal Molise era giunto in Abruzzo a Castel di Sangro, poi sul monte Porrara e sul Morrone, ma il suo deserto silenzioso, dove nulla può attecchire se non Dio, l’aveva trovato nella dura e arcana bellezza della Majella, la Montagna Madre degli Abruzzesi, in quei posti inaccessibili tanto familiari al suo spirito ascetico, abbarbicati negli anfratti rocciosi o, dagli stessi anfratti trasudati. Pietro amava la vita solitaria, ma non era estraneo al mondo: incontrava pastori e regnanti e la fama di sant’uomo che lo accompagnava si era sparsa al tal punto che molti giovani volevano essere suoi seguaci. Così nacquero i cenobi, dove si viveva in comune, come nell’Abbazia di S. Spirito a Majella. “Accompagno nell’eremo pellegrini e turisti; alcuni mi dicono di non essere credenti ma, quando entrano in chiesa, si siedono e ascoltano, non so cosa. Forse qualcuno, inconsapevolmente, viene alla ricerca di quell’oltre che potrebbe essere Dio oppure no. Nella Majella gli eremiti cercavano il deserto, come S.Antonio Abate, per potersi avvicinarsi al divino attraverso un percorso di solitudine, sofferenza e penitenza.  Questi luoghi parlano allo spirito e le persone che li visitano mi dicono di sentirsi arricchiti, non solo per aver ammirato la grandiosità del paesaggio, ma da un punto di vista interiore. Non è un caso che sotto gli eremi siano stati trovati resti di edifici di culto pagani o cristiani antichissimi. Addirittura sotto quello di S.Bartolomeo in Legio, gli archeologi hanno scoperto un sito paleolitico di lavorazione della selce. “Sentiamo una forte energia qui”, mi dicono alcuni visitatori; gli inglesi la chiamano health”. Seguo Daniele Palumbo, guida ambientale escursionistica, attraverso i vari edifici dell’Eremo di S.Spirito a Majella, avvolto da una maestosa faggeta nella località di Roccamorice, col tempo diventato un’abbazia a cui facevano capo diversi monasteri, chiese e nuclei eremitici. Pietro si era stanziato in una grotta sottostante verso il 1245 con due altri monaci, fondando una comunità religiosa annessa all’ordine dei benedettini e che avrebbe preso in seguito il nome di Celestiniani. Come per tanti uomini del Medioevo, la sua fu una vita fatta di lunghi spostamenti a piedi, tra strade impraticabili e infestate da briganti, peregrinando per le grotte della Majella, dal Molise a Napoli, a Roma e a Lione, per la via Francigena, quando nel 1273 raggiunse il Concilio per impedire la soppressione dell’ordine da lui fondato. L’anno successivo si trasferì nell’Eremo di S.Bartolomeo, poi a S.Giovanni all’Orfento e, infine, a S.Onofrio al Morrone, abbandonando per sempre la Majella. Il papa del gran rifiuto Siamo nel III canto dell’Inferno e Dante scorge “l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto”. Non cita il nome dell’anima dannata, ma gli studiosi riconoscono in tal figura macchiata d’ignavia l’eremita Pietro da Morrone. Era ormai vecchio. Desiderava solo ritrarsi in solitudine, ma i messi papali lo raggiunsero nella grotta di S.Onofrio e gli comunicarono di essere stato eletto papa: “Videro attraverso l’apertura della finestra un uomo vecchio, attonito ed esitante, per così grande novità, con la barba incolta, pallido in volto e nelle gote portava i segni della macerazione e del digiuno, con le palpebre gonfie e negli occhi neri un velo di pianto, e una rozza tonaca, ma il volto incuteva rispetto. Infatti la dimora e l’aspetto, la veste e il gesto lo mostravano beato; i messaggeri, a capo scoperto, caddero in ginocchio e lui pure si prostrò a terra” (J. Stefaneschi, Opus Metricum, II,5). Pietro guardò il Crocifisso e, dopo aver a lungo pregato, accettò e partì da Sulmona per L’Aquila a dorso di un asino, scortato da Carlo D’Angiò e dal suo corteo reale, per essere incoronato papa con il nome di Celestino V, nella Basilica di S.Maria di Collemaggio, da lui fatta costruire. Era il 29 agosto 1294. Il suo primo atto papale in quella città fu quello di indire una grande Perdonanza, l’indulgenza plenaria di tutti i peccati: il primo vero Giubileo della storia (www.perdonanza-celestiniana.it). Dopo solo quattro mesi, “al fine di recuperare la pace e le consolazioni del precedente vivere”, Pietro rinunciò al pontificato per ritornare nella sua grotta, ma il nuovo papa Bonifacio VIII glielo impedì. Così raggiunse il mare per imbarcarsi verso oriente. Fu catturato a Vieste e imprigionato nella fortezza di Fumone, dove morì Quel giorno era accanto a lui Fra Tommaso da Sulmona: ci racconta che, mentre Pietro recitava i salmi, una croce si illuminò su una parete vicina e, insieme all’uomo, si spense. Dopo 17 anni Pietro fu proclamato santo.  Le sue reliquie sono oggi custodite nella Basilica di S.Maria di Collemaggio a L’Aquila.  Durante il viaggio di ritorno da Lione (1273), il santo si era fermato proprio in quel punto a dormire, all’interno di una piccola cappella dedicata all’Assunta. Nella notte gli era apparsa in sogno la Madonna: gli aveva chiesto di costruire in quel luogo una grande chiesa.  Edifici di culto fondati da Celestino V Basilica di S.Maria di Collemaggio, L’ Aquila; Eremo di S.Onofrio al Morrone, Sulmona; Eremo di S.Spirito a Majella, Roccamorice; Eremo di S.Onofrio, Serramonacesca; Eremo di S.Bartolomeo in Legio, Roccamorice; Eremo della Madonna dell’Altare, Palena; Eremo di S.Giovanni all’Orfento, Caramanico Terme.  Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.300 di Itinerari e Luoghi – Maggio 2022, all’interno del reportage IL CAMMINO GRANDE DI CELESTINO, In collaborazione con il Parco Majella Leggi il Reportage IL CAMMINO GRANDE DI CELESTINO

Ferrara, città metafisica

EMILIA ROMAGNA, FERRARA La “deserta bellezza di Ferrara” che ispirò D’Annunzio nei suoi versi Le città del silenzio, immerse in profonde riflessioni il pittore Giorgio De Chirico, giunto nella città nel 1915, durante il servizio militare in seguito allo scoppio del primo conflitto mondiale. Giorgio De Chirico e la città del silenzio La guerra e i suoi massacri sono esperienze che svuotano l’essere umano, fino a farlo quasi impazzire. Il pittore fu infatti ricoverato presso l’ospedale per malati di nevrosi di guerra e proprio lì conobbe gli artisti  Carlo Carrà, Savinio e De Pisis.  Dopo quegli incontri iniziò a chiamare la sua pittura “metafisica”.  Furono proprio i quadri ferraresi, vere e proprie icone della modernità, a esercitare una profonda influenza sia sulla coeva arte italiana, sia su movimenti internazionali. “Commovente fino alle lacrime” nelle parole di René Magritte, la pittura di De Chirico fu travolta da un’ondata di emozioni di fronte a quella silenziosa cittadina che iniziò a raffigurare negli sfondi delle sue tele, in un mondo irreale popolato di meraviglie. La geometria ordinata della conformazione urbanistica formatasi nel Rinascimento diventa il palcoscenico su cui recitano personaggi muti e senza volto.  La guerra svuota l’anima.  Gli enigmi che percorrono l’esistenza prendono forma attraverso atmosfere sospese e pervase di inquietudine. Nella sua opera più nota, Le muse inquietanti (1918, olio su tela, cm 97 x 66. Milano, collezione privata), vero e proprio manifesto della pittura metafisica, il Castello Estense diventa lo sfondo di manichini fragili, inermi, incerti, attraverso i quali l’artista vuole devitalizzare la realtà: certe esperienze lasciano come traccia solo delle forme vuote.  Ecco allora che nell’arte si fa largo la follia. Le muse, figure mitologiche che ispiravano gli artisti, diventano nell’opera “inquietanti” perché devono indicare quella strada che va oltre le apparenze, devono farci dialogare con il mistero.  La cittadina estense diviene quindi la metafora del mondo.  Le muse sono guardiane di uno scrigno che contiene i misteri dell’universo, sfuggevoli, incomprensibili.  De Chirico non scelse Ferrara per eleggerla a capitale della metafisica, ma fu piuttosto la città stessa fonte di profonde suggestioni che contribuirono a rendere metafisico il significato senza tempo della sua opera.  Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.288 di Itinerari e Luoghi – Marzo 2021, all’interno del reportage FERRARA IN BICICLETTA. ARTE, NATURA E LIBERTÀ, In collaborazione con B&B Hotels. Foto di copertina ©Scilla Nascimbene Leggi il reportage: FERRARA IN BICICLETTA. ARTE, NATURA E LIBERTÀ

Karol Wojtyla e il Santuario della Mentorella

LAZIO, GUADAGNOLO “Sono venuto a cantare il Magnificat […] tra queste montagne, dietro le orme di Maria. Questo è un luogo in cui l’uomo si apre di fronte a Dio […] e mi ha aiutato molto a pregare. E perciò anche oggi ho desiderato venire qui, perché la preghiera, che esprime il rapporto dell’uomo con Dio vivo, è anche il primo compito e quasi il primo annuncio del Papa”.  Il messaggio di Karol Wojtyla dal Santuario della Mentorella, il 29 ottobre 1978, in occasione della sua prima uscita da Roma dopo essere stato eletto pontefice. Davanti a lui ventimila persone, soprattutto giovani e scout, e un imponente scenario di monti e vallate che preannunciano l’orizzonte romano: un posto molto caro a Wojtyla che già altre volte era salito a piedi per raccogliersi in preghiera.  Siamo nel piccolo borgo di Guadagnolo, il centro abitato più alto del Lazio, il cui nome deriverebbe dai piccoli guadagni che locandieri e osti ricavavano dai pellegrini in visita alla Mentorella.  L’edificio, costruito nel XII secolo in cima a uno sperone roccioso che domina la Valle del Giovenzano, è uno dei più antichi luoghi di culto mariano in Europa. Fu edificato nel punto in cui, secondo la tradizione, sarebbe avvenuta la conversione di Sant’Eustachio e avrebbe vissuto per due anni San Benedetto, rifugiatosi in una stretta grotta sottostante.  La chiesa custodisce una preziosa Madonna lignea duecentesca che sormonta l’altare maggiore e nel santuario è rimasta intatta la stanza in cui soggiornava Papa Giovanni Paolo II, ritratto in una statua bronzea all’ingresso, mentre con il suo pacifico sorriso benedice i pellegrini.(www.santuariodellamentorella.jimdo.com). Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n. n.302 di Itinerari e Luoghi – Luglio 2022, all’interno del reportage DESIDERI NELLE SCATOLE DI LATTA, in collaborazione con Viral Passport e Tivoli Gran Tour

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