Cala Fuili

Cala Fuili, Golfo di Orosei, Dorgali, Barbagia, Sardegna.

GOLFO DI OROSEI, DORGALI, SARDEGNA Una lunga scalinata scende tra il calcare e la macchia mediterranea fino a Cala Fuili, una piccola insenatura del Golfo di Orosei, nel territorio di Dorgali. Circa duecento gradini separano la strada dalla spiaggia, tra oleandri, pareti rocciose e un mare che passa dal turchese al blu. Per secoli raggiungere questa costa dall’interno significava percorrere gli antichi sentieri attraverso i rilievi. Pochi chilometri più a nord di Cala Fuili si trova Cala Gonone, il borgo marino di Dorgali. Il 7 febbraio 1860 venne inaugurata la prima galleria attraverso il monte Bardia, che rese più agevoli i collegamenti tra Dorgali e il mare. Alla fine dell’Ottocento, per trascorrere l’estate sulla costa si arrivava dai paesi dell’interno con carri, cavalli e buoi. Le giornate trascorrevano tra bagni, passeggiate, soste ai tavolini dei caffè ed escursioni in barca verso le grotte. La più frequentata era quella del Bue Marino, dove allora si poteva ancora incontrare la foca monaca. Per gli amanti del trekking, da Cala Fuili parte il sentiero costiero che conduce a Cala Luna. Il percorso può essere fatto anche in una sola direzione, rientrando poi via mare verso Cala Gonone. Testo e foto ©Scilla Nascimbene In collaborazione con My Export Manager Potrebbero interessarti anche: NORA, TREMILA ANNI DAVANTI AL MARE PUNTA SU BARDONI MULAG, IL MUSEO DELLA LAGUNA DI SANTA GILLA MUMA, IL MUSEO DEL MARE E DEI MAESTRI D’ASCIA BARESSA, TRA MANDORLI E MEMORIE CONTADINE BARADILI. IL COMUNE PIÙ PICCOLO DELLA SARDEGNA CANTINA CONTINI CABRAS DUE PASSI AD ALGHERO

Punta Su Bardoni

Rocce e mare. Punta Su Bardoni, territorio di Cabras, Sinis, Sardegna.

Tra rocce policrome, macchia mediterranea e mare turchese, Punta Su Bardoni conserva anche tracce del passato: cave costiere e una sepoltura risalente al Bronzo Finale o alla Prima Età del Ferro.

Le piscine di Su Pallosu

Le piscine naturali di Su Pallosu, nel territorio di San Vero Milis, nel Sinis settentrionale, tra acqua turchese, monoliti e piattaforme rocciose modellate dall’erosione.

Macchie di giada, turchese e acquamarina tra monoliti e rocce modellate dall’erosione. Le piscine di Su Pallosu custodiscono anche le tracce di oltre duemila anni di storia e commerci nel Mediterraneo. 

MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia

Barca tradizionale – MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia – Sant’Antioco, Sulcis, Sardegna

SULCIS, SARDEGNA La barca che esisteva già nell’albero Si racconta che Michelangelo vedesse già le proprie figure dentro il blocco di marmo. Scolpire significava liberarle dalla materia. A Sant’Antioco, i maestri d’ascia facevano qualcosa di sorprendentemente simile: entravano nel bosco cercando la barca che già esisteva nell’albero. Sceglievano tronchi che avessero già le curvature necessarie alla costruzione dello scafo, perché il taglio potesse seguire l’andamento naturale delle fibre del legno. Per decenni i maestri d’ascia costruirono e ripararono le imbarcazioni destinate alla pesca e alla navigazione lungo le coste della Sardegna. Conoscevano le essenze del legno, le loro caratteristiche e sapevano già quale posto avrebbe occupato ogni pezzo nella geometria dello scafo. Il punto di partenza era un modello in scala: da quello prendeva forma l’imbarcazione, pezzo dopo pezzo. Chiglia, prua, poppa e coste formavano l’ossatura; poi arrivava il fasciame a rivestire lo scafo. E l’attrezzo che dava il nome al mestiere era proprio l’ascia, con cui il legno veniva sagomato. A Sant’Antioco i cantieri dei maestri d’ascia esistono ancora, poco lontano dal luogo che oggi ne conserva la memoria: il MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia. La laguna di Sant’Antioco: barche, saline e fenicotteri Dal cantiere, le barche scendevano nelle acque della laguna. Un ambiente di oltre 650 ettari, profondo in media appena 50 centimetri, dove la pesca ha accompagnato per generazioni la vita di Sant’Antioco. Cefali, seppie e polpi popolano queste acque. Nelle acque basse della laguna navigavano anche is cius, le tipiche imbarcazioni antiochensi utilizzate per la pesca. Barche dal fondo piatto, costruite proprio dai maestri d’ascia, realizzate ancora oggi a Sant’Antioco in piccoli cantieri a conduzione familiare. Le Saline di Santa Caterina sono tuttora attive e nelle loro acque si alimentano i fenicotteri, mentre la laguna ospita una vegetazione adattata all’elevata salinità e numerose specie di uccelli. Pinna nobilis e bisso, la seta del mare Sul fondo vive la Pinna nobilis, il grande mollusco bivalve che a Sant’Antioco chiamano naccara. Un tempo veniva raccolta anche per ricavarne il bisso. Dalla barca i pescatori utilizzavano sa manu de ferru, un’asta lunga sei o sette metri terminante con una sorta di staffa: agganciavano la conchiglia, imprimevano una rotazione e la estraevano dal fondale. D’estate i ragazzi si tuffavano invece per prenderla con le mani, proteggendosi dai bordi taglienti con un tovagliolo. La Pinna nobilis produce il bisso, un fascio di filamenti sottilissimi con cui si ancora al fondale. Una volta raccolti, puliti, filati e tessuti, quei filamenti diventavano un tessuto prezioso dai caratteristici riflessi metallici, vicini al rame. Oggi la Pinna nobilis è una specie protetta e il bisso non può più essere prelevato dal mare. Novecento “code” per una sottoveste di bisso All’inizio del Novecento la lavorazione del bisso era ancora molto diffusa a Sant’Antioco. Nel 1914 il fotografo ed editore fiorentino Vittorio Alinari visitò l’isola durante un viaggio in Sardegna e contò circa duecento telai. Rimase colpito dalla lavorazione del bisso e annotò che per confezionare una sola sottoveste occorrevano almeno novecento “code”, i fasci di filamenti prodotti dalla Pinna nobilis. Italo Diana, il maestro del bisso di Sant’Antioco In quegli stessi anni, a Sant’Antioco, Italo Diana imparava a filare e a tessere dalle donne della famiglia che lo avevano cresciuto. Nato nel 1890 e rimasto orfano di madre a otto anni, crebbe in una famiglia composta soprattutto da donne e furono proprio loro a insegnargli a filare, tessere e preparare i materiali per il telaio. Negli anni Venti aprì una scuola con laboratorio, dove le ragazze lavoravano cotone, lana, lino e orbace, ma i manufatti più preziosi nascevano dal bisso. La materia prima arrivava direttamente dalla laguna. Diana pagava i pescatori perché gli procurassero le Pinnae intere, ne estraeva i bioccoli di bisso e restituiva le nacchere, che potevano essere vendute o consumate. Nel laboratorio le ragazze lavoravano a gruppi di tre o quattro, alternandosi alla filatura e alla tessitura, mentre Emma, sorella di Italo, si occupava dell’organizzazione della scuola. Da quei telai uscirono bisacce, gilet e capi d’abbigliamento, ma anche lavori destinati molto lontano da Sant’Antioco: un saio per una statua di San Francesco ad Assisi, una mantella per la principessa Mafalda di Savoia e un arazzo che impegnò Italo Diana e Assunta Cabras per circa tre anni. L’arazzo era destinato a Benito Mussolini, in occasione della sua visita nel Sulcis per la fondazione di Carbonia nel 1938. Al centro erano stati tessuti la scritta W IL DUCE e il fascio littorio. L’opera, però, non fu mai consegnata e Diana intervenne sul tessuto, coprendo la scritta con nuovi motivi decorativi. L’anno successivo i telai della scuola furono requisiti per produrre l’orbace destinato alle divise. Con l’inizio della guerra la scuola chiuse e Diana fu richiamato alle armi, ma la lavorazione del bisso continuò attraverso le donne che erano state sue allieve. Chiara Vigo e il filo del bisso Tra le custodi di questa antica tradizione, Chiara Vigo lavora tuttora la fibra prelevata dalla Pinna nobilis, senza uccidere l’animale. Nel suo laboratorio di Sant’Antioco fila la “seta del mare” e trasmette la conoscenza di questa tradizione del Sulcis. Museo del Bisso – Chiara Vigo📍 Viale Regina Margherita 168, Sant’Antiocoℹ️ Visite su appuntamento🌐 chiaravigo.it La memoria arrivata dalle case di Sant’Antioco La collezione del MuMA continua a crescere grazie alle famiglie di Sant’Antioco. Dal 2015 sono stati gli stessi abitanti a consegnare al museo oggetti e testimonianze appartenuti ai propri familiari. I polipetti di Marisa e il legame con la terra In un angolo del MuMA ci sono anche piccoli polpi all’uncinetto. Li realizza Marisa e sono diventati il simbolo di GEA Ambiente e Turismo, la cooperativa che gestisce il MuMA, il CEAS e la struttura ricettiva che li ospita. La loro storia arriva dagli ospedali pediatrici: polipetti simili vengono collocati nelle culle dei bambini prematuri perché i tentacoli, ricordando il cordone ombelicale, avrebbero per loro una funzione rassicurante. GEA ha scelto quell’immagine come simbolo del legame con la propria terra. MuMA: informazioni per la visita MuMA – Museo del Mare e dei

MuLag, il Museo della Laguna di Santa Gilla

MuLag, Museo della Laguna di Santa Gilla a Capoterra, Sardegna

CAPOTERRA, CITTÀ METROPOLITANA DI CAGLIARI, SARDEGNA A Capoterra, pochi chilometri da Cagliari, dove sorge il MuLag, un tempo passavano i treni. Casa Spadaccino, che oggi ospita il Museo della Laguna di Santa Gilla, nacque infatti nel 1873 come stazione di una ferrovia mineraria. Da qui transitavano i vagoni carichi di ferro e magnetite estratti nelle montagne di Capoterra e diretti verso la costa, fino a Su Loi, dove il minerale veniva depositato in attesa di essere imbarcato. Nel 1875 la miniera chiuse e quella stazione divenne il centro di una grande azienda agricola. Intorno c’erano greggi, orti, vigneti, oliveti, mandorleti e agrumeti; magazzini, cantine, officine e locali per la lavorazione dei prodotti. Quel paesaggio agricolo è in gran parte scomparso. Ne rimane traccia in alcuni toponimi, come La Vigna e Torre degli Ulivi e la stessa Casa Spadaccino continua a essere chiamata, dagli anziani di Capoterra, Sa Stazioni, la stazione. La sosta di Sant’Efisio Prima della costruzione della cappella dedicata a Sant’Efisio, Casa Spadaccino era una delle tappe della processione diretta da Cagliari a Nora. Il carro con la statua del Santo entrava nel cortile e nel loggiato veniva allestito un altare, davanti al quale i fedeli si fermavano a pregare. Oggi, ogni 1° maggio, la processione continua a fare sosta a Su Loi, nella vicina chiesetta di Sant’Efisio. La Laguna di Santa Gilla, tra acqua dolce e mare La Laguna di Santa Gilla si estende alle porte di Cagliari. In questo territorio, l’acqua dolce portata dai corsi d’acqua incontra quella salata del mare. Terre basse, specchi d’acqua e piccoli isolotti formano una delle principali zone umide della Sardegna, frequentata da più di duecento specie di uccelli. Santa Gilla, una zona umida protetta Santa Gilla è una zona umida di rilevanza internazionale, inserita nella Rete Natura 2000 e tutelata dalla Convenzione di Ramsar, l’accordo internazionale nato per proteggere le zone umide e i loro ecosistemi. Per secoli la laguna è stata luogo di pesca e di lavoro. Lungo le sue rive sono cresciuti centri abitati e insediamenti industriali. Il MuLag – Museo della Laguna di Santa Gilla racconta proprio questo rapporto tra uomo e natura. Una delle sale si chiama “Storie”: sono quelle dei pescatori, dei salinieri, degli agricoltori, degli ingegneri e delle famiglie che hanno abitato e trasformato Santa Gilla. Le saline Una delle trasformazioni più importanti del paesaggio della laguna è legata alla produzione del sale. Dall’inizio del Novecento, le acque dolci che ristagnavano nelle zone paludose furono canalizzate e parte dell’area trasformata in vasche per le saline. Quell’intervento contribuì anche alla conservazione della zona umida, creando ambienti nei quali trovano spazio specie capaci di vivere in condizioni di salinità molto elevate. La salicornia, per esempio, cresce dove molte altre piante non riuscirebbero a sopravvivere: vive – racconta la guida del MuLag – dove una rosa o un geranio non potrebbero esistere. Il rosa, dall’alga al fenicottero Nelle vasche a maggiore concentrazione salina vive un’alga microscopica, la Dunaliella salina. Se ne nutre un minuscolo crostaceo, l’Artemia salina, che a sua volta entra nella dieta dei fenicotteri. I pigmenti compiono così un piccolo viaggio attraverso la catena alimentare: alga → crostaceo → fenicottero. Il rosa delle loro piume comincia da lì.  La danza dei fenicotteri Durante il periodo riproduttivo, il corteggiamento dei fenicotteri diventa una danza collettiva. Con il collo teso fanno oscillare ritmicamente la testa da una parte all’altra, nel movimento chiamato “testa a bandiera”; poi spalancano le ali nel “saluto d’ala”, mostrando per pochi istanti i colori del piumaggio. Infine arriva la “marcia”: il gruppo avanza compatto, cambia improvvisamente direzione, si ricompone e riparte. Maschi e femmine danzano insieme, si osservano e, in quella coreografia, si scelgono. MuLag – Museo della Laguna di Santa Gilla 📍 MuLag – Museo della Laguna di Santa Gilla – Capoterra — Piazza Sant’Efisio Martire, 09012 Capoterra (CA)📞 +39 346 214 0608✉️ info@mulag.it🌐 www.mulag.it Visite su prenotazione. Durata indicativa: circa 1 ora e 30 minuti. Testo e foto ©Scilla Nascimbene In collaborazione con My Export Manager Potrebbero interessarti anche: MUMA, IL MUSEO DEL MARE E DEI MAESTRI D’ASCIA LE PISCINE DI SU PALLOSU PUNTA SU BARDONI NORA, TREMILA ANNI DAVANTI AL MARE BARESSA, TRA MANDORLI E MEMORIE CONTADINE BARADILI. IL COMUNE PIù PICCOLO DELLA SARDEGNA CANTINA CONTINI CABRAS DUE PASSI AD ALGHERO

L’oasi di Ksar Ghilane

Oasi di Ksar Ghilane, Tunisia

Tra le rocce e le distese sabbiose, le palme di Ksar Ghilane segnano l’ingresso dell’oasi. Alimentata da sorgenti termali naturali, rappresenta da secoli uno dei punti di vita e di approvvigionamento più importanti del Sahara tunisino, lungo le antiche rotte carovaniere che attraversavano il deserto. La presenza dell’acqua ha reso possibile la nascita di un paesaggio sorprendente: una fascia verde di palme e coltivazioni circondata da dune e territori aridi. Le oasi, del resto, non sono soltanto sorgenti naturali, ma il risultato di un lavoro umano antichissimo, costruito nei secoli per rendere possibile la vita ai margini del Sahara attraverso sistemi agricoli, canali e coltivazioni adattate al clima. Oggi Ksar Ghilane conserva la sua funzione storica di luogo di passaggio e di sosta. Attorno all’oasi convivono campi tendati, piste percorse dai fuoristrada e carovane di dromedari, in un territorio dove la presenza dell’acqua continua a determinare il rapporto tra uomo e deserto. Deglet nour, le “dita di luce” Viene chiamata “dita di luce” la deglet nour, una delle varietà più diffuse della Phoenix dactylifera, la palma da dattero coltivata nelle oasi del Maghreb. Il nome deriva dal colore dorato e quasi traslucido dei suoi frutti, considerati tra i più pregiati del Nord Africa. La coltivazione richiede ancora molto lavoro manuale: tra primavera ed estate gli agricoltori impollinano le palme femmina arrampicandosi fino alla cima degli alberi, mentre tra autunno e inverno avviene la raccolta dei grandi grappoli di datteri. Per proteggerli dalla polvere del deserto e dai parassiti, i frutti vengono spesso avvolti in sacchi durante la maturazione. Nelle oasi ogni parte della palma viene utilizzata: il tronco e le foglie servono per costruire recinzioni, tetti, porte e piccoli arredi. La palma da dattero resta ancora oggi una delle risorse più importanti della vita sahariana tunisina. La rosa del deserto Nel sud della Tunisia, tra le distese di sabbia e le pianure salate ai margini del Sahara, si trovano strani fiori di pietra. I nomadi li chiamano “rose del deserto”: aggregati di cristalli di gesso nati lentamente dall’acqua e dall’evaporazione. La loro forma ricorda i petali di una rosa: lamine sottili color ocra, beige o arancio che si aprono in rosette irregolari. Questo aspetto nasce in ambienti aridi dove il sottosuolo contiene gesso e sali minerali. L’acqua freatica o le rare piogge sciolgono il solfato di calcio; poi, risalendo lentamente verso la superficie, evaporano sotto il sole. Cristallo dopo cristallo, il gesso cresce inglobando sabbia e formando queste strutture minerali. Verso Ksar Ghilane incontriamo un pastore che attraversa il deserto con il suo gregge di pecore. Tra le dune compare un cavallo bianco coi crini mossi dal vento. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Tratto dal reportage sul viaggio in Tunisia: LINEE DI SABBIA. Per leggere l’intero reportage, clicca qui. Potrebbero interessarti anche: LE CASE TROGLODITE DI MATMATA, TUNISIA IL FORTINO DI TISAVAR L’ANFITEATRO ROMANO DI EL DJEM LA CHECHIA: IL CAPPELLO TUNISINO

Nei castagneti dei Monti Prenestini con Gino Ponzo

Nei castagneti dei Monti Prenestini con Gino Ponzo

Nei castagneti dei Monti Prenestini Gino Ponzo porta avanti il lavoro di trasformazione della Mosciarella, seguendo un processo lungo e interamente artigianale. «Prima le castagne erano conosciute. Si vendevano a Roma, nei castelli, si vendevano a etti. La gente passava, le comprava e se le mangiava. Adesso non c’è più questa abitudine. Adesso per venderle bisogna trasformarle». Così parte il racconto di Gino Ponzo, castanicoltore di Capranica Prenestina. La Mosciarella dei Monti Prenestini La Mosciarella dei Monti Prenestini, già citata da Catone nel De agri cultura, è una castagna dal particolare sapore dolce, per secoli alla base del sostentamento alimentare degli abitanti di Capranica. Si ottiene attraverso un processo di essiccazione all’interno di casette in muratura disseminate nei castagneti.  L’attività di raccolta e lavorazione delle castagne è oggi portata avanti da un piccolo gruppo di abitanti che si occupa della promozione di questo prodotto locale.  I castagneti dei Monti Prenestni I castagneti dei Monti Prenestini sono un’area naturalistica protetta, dichiarata Monumento Naturale, caratterizzata dalla presenza di castagni secolari che da secoli segnano il paesaggio intorno a Capranica Prenestina. Un patrimonio ambientale che è anche agricolo e culturale. La preparazione del bosco Il lavoro nei castagneti inizia all’inizio di settembre, quando il bosco va preparato alla raccolta. Il sottobosco viene tagliato, rastrellato e ripulito. La raccolta autunnale La raccolta avviene in autunno. Le castagne vengono portate nelle casette di essiccazione, che ancora oggi fanno parte del processo produttivo. Qui comincia la fase più lunga e delicata del lavoro. L’essiccazione nelle casette Quaranta giorni di fuoco e attenzione Le castagne restano nell’essiccatoio per circa quaranta giorni, accanto al fuoco, che viene rifatto quattro volte al giorno. Il combustibile è la spolla: le bucce delle castagne essiccate l’anno precedente, utilizzate per mantenere un calore costante e affumicare lentamente. Dalla trebbiatura alla vendita Selezione, imbustamento, trasformazione Terminata l’essiccazione, verso la fine di novembre, le castagne vengono trebbiate: una macchina separa il frutto dalla buccia secca, poi vengono scelte e imbustate. Nei mesi della produzione il lavoro è costante: due persone sono presenti ogni giorno, tre durante la raccolta. «L’unico che non piglia la retribuzione sono io, perché sono il padrone» dice Gino, sorridendo. Perché oggi è necessario trasformare La Mosciarella dei Monti Prenestini è Presidio Slow Food, ma il riconoscimento non basta da solo a rendere sostenibile il lavoro. Oggi il problema principale resta la mancanza di conoscenza. Per questo, per riuscire a venderle, è necessario trasformarle. I prodotti della Mosciarella Dalla Mosciarella nascono: Prodotti che richiedono ulteriori passaggi, collaborazioni con laboratori e pastifici, investimenti. È l’unico modo per dare valore a un prodotto che, venduto tal quale, faticherebbe a trovare mercato. «Noi vendiamo le castagne a 20 euro al chilo, per poter rientrare – continua – e non è che andiamo a guadagnare chissà che cosa, perché il costo è elevatissimo e i mesi di lavoro sono tanti». I castagneti di famiglia Quei castagneti gli sono stati lasciati da suo padre. La cura del bosco, delle casette di essiccazione e dell’intero processo produttivo fa parte delle sue radici. Oggi produrre la Mosciarella richiede pazienza, fatica e mesi di lavoro. Ma smettere significherebbe lasciare andare i castagneti della sua famiglia. E Gino sceglie di continuare. La Mosciarella in cucina 📍 Agromnia Società Agricola S.R.L. 📌 IndirizzoVia di Guadagnolo, Strada Capranica00030 Guadagnolo (RM) 📞 Telefono324 8437089 🌐 Sito webhttps://agromniagricola.it Testo e foto © Scilla Nascimbene in collaborazione con Terre di Otium Per guardare il video dell’intervista a Gino Ponzo su instagram clicca qui, su Facebook clicca qui. Potrebbero interessarti anche: Il reportage sui borghi dei Monti Prenestini, Tiburtini, e della Valle del Giovenzano: DESIDERI NELLE SCATOLE DI LATTA Il reportage sul Museo Archeologico di Palestrina e sul Tempio della Fortuna Primigenia: PRAENESTE. LA CITTÀ DI FORTUNA Il reportage sulla Triade Capitolina e sui ritrovamenti di Montecelio: LA TERRA DEGLI DÈI Il reportage su Tivoli e la Valle dell’Aniene: L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE

A casa delle bufale felici

Bufale felici

TORRE LUPARA, CAMPANIA Vicino alla città di Capua, tra querce da sughero e alberi di pepe rosa, la famiglia Iemma alleva le sue bufale in armonia con la natura.Siamo a Torre Lupara, una piccola contrada di Pastorano, circondata dalla pianura dell’agro campano, una terra che i Romani chiamavano Felix (fertile), per la sua generosa ricchezza agricola. Un edificio color terracotta mantiene ai suoi lati quattro torri aggettanti su cui, nel Settecento, ci si appostava per difendere il territorio dai briganti armati di lupara.Fu questo il luogo che Ugo Iemma scelse dopo un viaggio difficile attraverso campagne sconvolte dalla guerra. Ugo Iemma e il suo concetto di felicità L’arrivo a Torre Lupara Alto, di bell’aspetto, con occhi verdi, Ugo Iemma era originario di Salerno e allevava cavalli persiani per la monarchia dell’epoca.Nel 1945 arrivò a Torre Lupara in sella a uno dei suoi cavalli e decise di creare un’azienda fondata su un concetto semplice e rivoluzionario: la felicità delle persone e degli animali. Le villette, i dipendenti e la visione sociale Fece costruire villette a due piani con giardino e orto, assegnandole in comodato ai dipendenti.Acquistò centinaia di ettari di terra per coltivare il foraggio, convinto che il benessere delle persone e l’alimentazione delle bufale avrebbero generato un latte migliore.Nella sua visione, la felicità sarebbe tornata anche nella mozzarella. Lo spirito innovatore della famiglia Iemma Innovazioni nel dopoguerra Nel 1960 Ugo acquistò la prima mungitrice automatica al mondo per le bufale.Dieci anni dopo, in collaborazione con un’industria belga, sviluppò soluzioni tecniche che furono poi adottate anche nell’allevamento bovino. Anni Ottanta e miglioramento genetico Negli anni Ottanta fu allestito a Torre Lupara il primo laboratorio di fecondazione artificiale al mondo dedicato alla bufala, accelerando il miglioramento genetico per via paterna.Parallelamente vennero introdotte nuove metodologie nell’alimentazione, attrezzature moderne e pratiche agricole attente all’ambiente e al benessere animale. L’Azienda Casearia Torre Lupara La tradizione Oggi i tre figli di Ugo — Giuseppe, Alfredo e Cesare — guidano l’azienda mantenendo la stessa filosofia del padre.Le bufale vivono in un ambiente sereno: dispongono di enormi piscine dove immergersi ogni giorno, necessarie perché l’animale è carente di ghiandole sudoripare.Sono allevate con ritmi riproduttivi non intensivi, così da vivere meglio e più a lungo. Uno scuolabus accompagna ogni mattina i figli dei dipendenti alle scuole del territorio. Le famiglie vivono ancora nelle villette costruite da Ugo nel dopoguerra. La produzione Il caseificio produce circa ottomila chili di mozzarella al giorno.L’ottanta per cento viene congelato, trasportato via mare e venduto in tutto il mondo a un prezzo competitivo: il prodotto frozen ha una scadenza di due anni.La mozzarella fresca, certificata come mozzarella di bufala campana DOP, viene distribuita invece nella grande distribuzione. L’accoglienza Manuela, moglie di Cesare Iemma, accoglie i visitatori e li guida attraverso la realtà dell’azienda, dentro un paesaggio agricolo di grande armonia. Mozzarella Experience La filiera raccontata dall’interno Mozzarella Experience è un percorso immersivo che attraversa una delle filiere più rappresentative della Campania: agricoltura, bufale e produzione casearia.Manuela racconta la storia dell’azienda, le tecniche antiche dei casari e l’attenzione verso l’impronta ambientale. Il latte di bufala Spiega le qualità del latte di bufala, ricco di grassi e proteine — quasi il doppio rispetto al latte vaccino — e fondamentale per ottenere una mozzarella dalla consistenza unica. L’esperienza pratica Durante il percorso, gli ospiti possono: Nutrire un vitellino Dare il latte con il biberon ai piccoli dell’allevamento. Fare la mozzarella con le proprie mani Seguiti dai casari, i visitatori modellano la mozzarella partendo dalla pasta filata. Degustare i prodotti Assaggiare mozzarella, ricotta e un gelato considerato da molti una vera sorpresa. È un’immersione nei ritmi e nei gesti di un antico stile di vita rurale, sereno e autentico. Come prenotare Per prenotare una visita al caseificio e partecipare alla Mozzarella Experience, è sufficiente compilare il modulo presente sul sito ufficiale:https://mozzarellaexperience.it/Sarete ricontattati da Manuela, che vi accoglierà tra le sue “bufale felici”. Testo e foto © Scilla Nascimbene

Bertucce del Marocco. Parco di Ifrane

Sotto le stelle del Sahara

Le bertucce del Medio Atlante: i primati autoctoni del Marocco Una scimmia che si arrampica sugli alberi non è propriamente quello che ci si aspetta di vedere in Marocco. Ma, oltre a falchi, cinghiali e mufloni, i monti del Medio Atlante sono l’habitat di una specie di primati: le bertucce (Macacus sylvanus). Anche se vengono comunemente chiamati “macachi”, queste scimmie sono solo lontani parenti dei macachi che vivono del Sud Est asiatico. Nel Parco di Ifrane, nel cuore del Medio Atlante, si trova una numerosa comunità di bertucce, che corrispondono a un quarto dell’intera popolazione mondiale. Le bertucce (Macacus sylvanus) si nutrono di frutti, foglie e insetti e sono abili arrampicatori, adattandosi perfettamente all’ambiente montano. Si distinguono per il loro comportamento sociale complesso. Minacce e conservazione Nonostante gli sforzi di conservazione, le bertucce continuano a fronteggiare diverse minacce. La loro sopravvivenza dipende da programmi di tutela e dalla sensibilizzazione della popolazione locale. Curiosità: le bertucce di Gibilterra e la leggenda inglese Un gruppo di bertucce simili a quelle del Marocco si trova nel territorio inglese di Gibilterra, custodite da un vero e proprio “ufficiale addetto alle scimmie”. Una leggenda locale narra che il dominio inglese durerà fino a quando sulla rocca ci sarà una scimmia.  Testo, foto e video © Scilla Nascimbene Leggi i reportage completi sul Marocco: MAROCCO OFF ROAD, ATTRAVERSO LE VASTITÀ SOTTO LE STELLE DEL SAHARA

Brisighella. Il paese dei birocciai

EMILIA ROMAGNA, BRISIGHELLA Non ha l’aria di una metropoli, ma vanta una delle prime sopraelevate della storia.  Brisighella, piccolo borgo termale tra Faenza e Firenze, sorta ai piedi di tre speroni rocciosi su cui oggi spiccano la Rocca Manfrediana, la Torre dell’Orologio e il Santuario del Monticino, era nota nei tempi antichi per la qualità traslucida del suo gesso, la selenite o pietra di luna, utilizzata da greci e romani per realizzare le finestre, dalle quali filtrava una luce simile a quella della luna (in greco seléne). Il paese, sviluppatosi dalla fine del 1200, si trovava lungo l’antico itinerario romano che univa Faenza a Firenze passando per il centro abitato attraverso la Via degli Asini, un porticato sopraelevato i cui piani terra erano occupati dalle stalle dei birocciai, i carrettieri che trasportavano con gli asini il gesso di Brisighella verso le due direzioni e che avevano l’abitudine di avvertire del loro arrivo i familiari all’interno delle case facendo schioccare la frusta.  Tradizione di poca grazia, ma da cui nacque una musica detta degli Sciucarè, cioè degli schioccatori, suonata ancor oggi durante le feste popolari.  Il gesso, però, era prezioso anche per la sua proprietà di mitigare il clima, favorendo la coltivazione dell’ulivo fin dall’antichità, come testimoniato dal ritrovamento di un frantoio risalente al II secolo nell’attigua località di Pieve del Thò.  Oggi Brisighella è famosa per la produzione un olio extravergine D.O.P., proveniente da tre varietà di olive autoctone; il più pregiato porta il nome di Brisighello. Come si assaggia l’olio –  Prendere il bicchiere con l’olio coprendolo con una mano per scaldarlo, in modo che esso rilasci tutti gli aromi. Annusare e mettere un paio di gocce di olio sulla lingua. Aspirare coi i denti stretti perché raggiunga tutte le parti della bocca (strippaggio). (Terre di Brisighella, Piazzetta Porta Gabolo, 8, Brisighella, tel. 0546.80131, olio extravergine D.O.P., vini e prodotti tipici, www.brisighello.net)  Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.293 di Itinerari e Luoghi – Agosto/Settembre 2021, all’interno del reportage sul Cammino di Dante Un viaggio per rivedere le stelle, in collaborazione con Ravenna Incoming e Lonely Planet Italia che, nel Best in Travel 2021, ha selezionato Le Vie di Dante fra le migliori proposte di viaggio dell’anno. Ringrazio il Direttore Responsabile Daniele Cafieri, il Direttore Enrico Caracciolo, il Caporedattore Gianluca Salcioli e la Redazione di Itinerari e Luoghi Editoriale C&C, Cristina Oddone di EDT.

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