Il segreto nascosto sotto una collina di pietre

Monte d'Accodi, Sassari

MONTE D’ACCODDI E SASSARI A quattro metri di profondità, Ercole Contu era convinto che la risposta fosse ancora sotto i suoi piedi. Ma le pareti di quel pozzo, formate da pietre rimaste immobili per migliaia di anni, rischiavano di crollargli addosso. L’archeologo fu costretto a risalire, deciso a trovare una soluzione per tornare a scavare. Nei suoi appunti continuava a ripetere che lì sotto doveva esserci ancora qualcosa. Una collina di pietre. Così era apparso Monte d’Accoddi quando Ercole Contu era arrivato nella pianura della Nurra, a pochi chilometri da Sassari, all’inizio degli anni Cinquanta. Molti ritenevano che quel cumulo potesse nascondere i resti di un nuraghe. Il santuario preistorico Contu cominciò a scavare e dalla collina emerse tutt’altro: un grande santuario preistorico, con una monumentale rampa d’accesso, un imponente menhir, due grandi lastre di pietra destinate ai rituali e i resti di un antico villaggio dell’Età del Rame. Era una scoperta straordinaria. Eppure, più Contu osservava quel monumento, più era convinto che quel santuario custodisse ancora un segreto. Fu per questo che aprì un pozzo di scavo al centro della piattaforma e raggiunse i quattro metri di profondità. Risalì, con l’intenzione di proseguire le ricerche. Ma i finanziamenti finirono e Contu non tornò mai più in quel pozzo. Il segreto, venti centimetri più in basso Nel 1979 la nuova campagna di scavo fu affidata all’Università di Genova, guidata dall’archeologo Santo Tinè. Tinè studiò gli appunti lasciati da Contu e, grazie a nuove tecniche, riuscì a mettere in sicurezza il pozzo e a riprendere la discesa. La risposta che Contu aveva cercato per anni si trovava appena venti centimetri oltre il punto in cui era stato costretto a fermarsi. Sotto il piano di calpestio emersero i resti di un santuario ancora più antico, rimasto nascosto per millenni all’interno del monumento. Il Tempio Rosso, colore del sacro Gli archeologi lo chiamarono Tempio Rosso, per il colore dell’intonaco che ne rivestiva le pareti. L’intonaco era realizzato con argilla ricca di minerali di ferro, che gli conferivano la caratteristica colorazione dell’ocra rossa, lo stesso pigmento utilizzato anche nelle domus de janas, le tombe preistoriche scavate nella roccia.  Per le popolazioni preistoriche il rosso apparteneva al linguaggio del sacro: richiamava il sangue e rappresentava la vita, la morte, il sacrificio e la rigenerazione. L’enigma del menhir Il grande menhir scoperto da Ercole Contu custodiva un enigma. Alto circa quattro metri e mezzo, era stato ritrovato disteso sul terreno, accanto al santuario. Normalmente un menhir veniva infisso in una fossa e stabilizzato con pietre poste tutt’intorno. Quando crollava per cause naturali o veniva abbattuto, il basamento tendeva a rompersi e le pietre di sostegno si disperdevano. A Monte d’Accoddi, invece, il monolite conservava il basamento integro. Proprio questo particolare ha portato gli archeologi a ritenere che il menhir fosse stato estratto volontariamente e deposto. Sono state avanzate diverse ipotesi. Una collega la rimozione del menhir alla costruzione del Tempio Rosso, quasi a segnare il passaggio da un culto a un altro, forse a seguito di un evento eccezionale, come un lungo periodo di siccità. Le lastre sacrificali e il culto della Dea Madre Accanto al monolite sono state trovate due grandi lastre di pietra, interpretate dagli archeologi come altari sacrificali, sui quali venivano sacrificati gli animali durante le cerimonie religiose celebrate nel santuario. Una delle lastre presenta alcune cavità naturali che, secondo gli studiosi, potevano rappresentare simbolicamente la bocca della Dea Madre, pronta a ricevere il sangue del sacrificio. Terminate le offerte, la comunità partecipava ai pasti rituali: la carne dell’animale veniva consumata, mentre le ossa erano deposte nelle fosse votive. Proprio le ossa dei suini rinvenute in queste fosse hanno fornito uno degli indizi più preziosi per ricostruire la storia di Monte d’Accoddi. Le analisi al radiocarbonio le hanno datate intorno al 4500 a.C., testimoniando una frequentazione molto antica dell’area. Il culto della Dea Madre era legato alla fertilità, alla terra e alla forza generatrice della natura. In questa lettura anche il grande menhir assume un significato simbolico: la sua forma è stata interpretata come un simbolo maschile, legato alla fecondazione della terra. L’incontro tra il principio maschile e quello femminile richiamerebbe così quello tra il cielo e la terra, la pioggia e il suolo da cui nasce la vita. Un unicum nel Mediterraneo occidentale per la sua architettura Monte d’Accoddi non ha confronti nel Mediterraneo occidentale. A renderlo unico è soprattutto la sua architettura: una grande terrazza tronco-piramidale raggiunta da una lunga rampa che conduce alla sommità del santuario, dove doveva sorgere una struttura destinata alle cerimonie religiose. Prima dei nuraghi I santuari di Monte d’Accoddi precedono di molti secoli la civiltà nuragica. La tecnica costruttiva ciclopica e a secco, con grandi blocchi di pietra, richiama quella utilizzata successivamente nei nuraghi, mostrando come questo modo di costruire fosse presente in Sardegna già in epoca precedente. Frequentato dal Neolitico all’Età del Bronzo La storia di Monte d’Accoddi attraversa un arco di tempo lunghissimo. Il sito conobbe diverse fasi e continuò a essere frequentato dal Neolitico fino all’inizio dell’Età del Bronzo. Dalla sommità lo sguardo spazia fino a Capo Caccia, dominando gran parte della pianura della Nurra. Questa vasta regione del nord-ovest della Sardegna si estende tra il golfo di Alghero e quello dell’Asinara e comprende gran parte del territorio comunale di Sassari. Visitare Monte d’Accoddi 📍 Strada Vicinale Monte d’Accoddi 4, Sassari🌐 montedaccoddi.cultura.gov.it☎️ +39 079 2008072 Il santuario è visitabile con biglietto d’ingresso e visite guidate. Per orari aggiornati, tariffe e prenotazioni è consigliabile consultare il sito ufficiale. Due passi a Sassari Sassari ha origini medievali. Nella prima metà del Duecento la città venne circondata da una cinta muraria, scandita da trentasei torri e quattro porte. Di quelle mura oggi rimane ben poco, così come del castello aragonese che sorgeva nell’attuale Piazza Castello. Alla fine dell’Ottocento Sassari cominciò a espandersi oltre l’antica cinta muraria. Gran parte delle fortificazioni venne abbattuta e fuori dal perimetro medievale prese forma la nuova città ottocentesca. Piazza d’Italia, il Salotto di Sassari Piazza d’Italia nacque al di fuori dell’antico

Porto Torres, da colonia romana a capitale di un regno

Colonne romane nell’area archeologica di Turris Libisonis a Porto Torres

Duemila anni fa Porto Torres si chiamava Turris Libisonis. Era una colonia romana affacciata sul Golfo dell’Asinara e il suo porto la collegava alle grandi rotte del Mediterraneo. Nel Medioevo, la città divenne capitale del Giudicato di Torres. Di queste due grandi stagioni restano oggi le vestigia di Turris Libisonis e la Basilica di San Gavino, la più grande chiesa romanica della Sardegna. Il mio nome è Caius Vehilius Rufus «Il mio nome è Caius Vehilius Rufus. Vissi a Turris Libisonis intorno al 100 d.C. Ero un liberto». A parlare è un uomo vissuto quasi duemila anni fa. O almeno così ha scelto di farlo parlare il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano di Porto Torres, attraverso il racconto che accompagna la sua urna cineraria. Caius era stato uno schiavo e aveva conquistato la libertà. Alla fine della sua vita volle che le sue ceneri fossero custodite in un’urna di marmo realizzata a Roma, «per mostrare a tutti quanto fossi diventato importante». Sul coperchio dell’urna Caius volle delle maschere teatrali. «Perché la vita per me è proprio come uno spettacolo!», scrive il museo prestando voce alla sua storia. Caius Vehilius Rufus viveva a Turris Libisonis quando la colonia stava attraversando una delle sue stagioni più prospere. Porto Torres, antico crocevia del Mediterraneo “Turris Libisonis” era l’unica colonia romana in Sardegna (“autem una quae vocatur ad Turrem Libisonis” Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia”, III, 7,85). Il suo porto, affacciato sulle grandi rotte del Mediterraneo, contribuì a trasformare la colonia in uno dei principali centri della Sardegna in epoca romana. Da qui passavano navi, merci e uomini provenienti dalla Penisola Iberica, dalla Gallia, dall’Africa e dalla penisola italiana. Le ipotesi sul fondatore La città venne fondata probabilmente tra il 46 e il 41 a.C. da Giulio Cesare o dal figlio adottivo Ottaviano Augusto. Secondo le fonti, Cesare rimase bloccato per circa un mese nei porti della Sardegna a causa delle tempeste. Durante quel soggiorno avrebbe conosciuto la fertilità del territorio e la posizione strategica del Golfo dell’Asinara. Le ipotesi sull’origine del nome Il nome è composto da due elementi: “Turris”, che potrebbe far riferimento alla presenza di un nuraghe presso la foce del fiume Mannu, e “Libisonis”, da riconnettere forse alla denominazione antica del Nord Africa (Libya), regione che ha avuto fin dall’età preistorica continui rapporti con la Sardegna. Una città aperta a diverse culture Il porto era il cuore economico della colonia, ma anche il luogo dove ogni giorno si incontravano mercanti, marinai, funzionari imperiali e viaggiatori provenienti da ogni parte del Mediterraneo. Gli altari dedicati alle divinità egizie, le iscrizioni provenienti da Ostia, i mosaici realizzati da artigiani romani e le anfore giunte dall’Africa e dalla Penisola Iberica raccontano una città aperta al mondo e a culture diverse. Le grandi opere pubbliche Dall’acquedotto al bacino portuale La prosperità della colonia si rifletteva nelle sue grandi opere pubbliche. Un acquedotto lungo circa trenta chilometri riforniva la città d’acqua, mentre il porto continuava ad ampliarsi per sostenere traffici sempre più intensi. Nato alla foce del Rio Mannu, in un tratto naturalmente riparato, tra il II e il III secolo d.C. fu trasformato in un vero bacino portuale nell’area dell’attuale Darsena. Il vento Aquilonis: la diga a difesa del porto Sotto l’impero di Settimio Severo o di Caracalla (200 d.C) venne costruita una diga per proteggere le navi dall’Aquilonis, il vento grecale, che ancora oggi mette in difficoltà la navigazione. La ricchezza della colonia: edifici pubblici e dimore private La prosperità del porto trasformò profondamente Turris Libisonis. La colonia si arricchì di edifici pubblici, eleganti dimore private e di uno dei più vasti complessi termali della Sardegna romana. La memoria di Turris Libisonis Il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano Oggi la memoria di Turris Libisonis vive grazie agli scavi archeologici e ai reperti conservati nel Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano. Tra le rovine riemerge il volto della colonia romana: le Terme Centrali, la Domus di Orfeo, le strade lastricate percorse dai carri, le tabernae dove si vendevano prodotti artigianali e alimentari e gli edifici che un tempo si affacciavano sul porto. Le Terme Centrali Le Terme Centrali, costruite intorno al 300 d.C., rappresentavano uno dei più grandi complessi termali della Sardegna romana. Per secoli la tradizione popolare le identificò con il Palazzo di Re Barbaro, il governatore che, secondo la leggenda, fece martirizzare Gavino, Proto e Gianuario. Il percorso termale iniziava nel frigidarium, l’ampia sala dedicata ai bagni in acqua fredda, con due grandi vasche rivestite di marmo e decorate da raffinati mosaici policromi. Da qui si passava al tepidarium, ambiente di transizione con acqua tiepida, e infine ai calidaria, destinati ai bagni caldi e alle saune. Il cuore dell’impianto era il praefurnium, un grande forno alimentato a legna che produceva l’aria calda necessaria a riscaldare gli ambienti. Attraverso il sistema dell’hypocaustum, l’aria circolava sotto i pavimenti, sostenuti da centinaia di piccoli pilastrini in laterizio chiamati suspensurae, e risaliva lungo le pareti attraverso speciali mattoni, mantenendo le sale a una temperatura costante di circa 30 °C. Un vano coperto da una volta a botte, noto con il nome di criptoportico, datato al I-II sec. d.C., accoglieva i frequentatori delle terme per passeggiate, incontri o esercizi ginnici. La Domus di Orfeo Sotto il portico d’ingresso delle terme gli archeologi hanno riportato alla luce una domus costruita intorno alla metà del III secolo d.C., appartenuta a un ricchissimo cittadino romano. La fontana trilobata La casa era organizzata attorno a un cortile con fontana e presentava ambienti decorati da affreschi e preziosi mosaici policromi. Tra questi spicca una fontana trilobata decorata da un mosaico che raffigura diciotto specie di pesci e molluschi, mentre in un altro ambiente compare il mosaico delle Tre Grazie, antiche divinità simbolo della gioia di vivere e della fertilità della natura. Il mosaico di Orfeo Il capolavoro della domus si trova nel triclinio, la sala destinata ai banchetti. Al centro del pavimento Orfeo (da cui la domus prende il nome) suona la lira circondato da nove animali che, secondo il mito, si

L’anfiteatro di El Djem

Anfiteatro di El Djem. Tunisia

TUNISIA «Un formidabile gioiello di pietra cesellata». Lo storico e archeologo francese Charles Saumagne descriveva così l’anfiteatro di El Djem osservando i suoi tre ordini di arcate e le proporzioni armoniose della facciata. Ancora oggi la forza della struttura convive con una sorprendente leggerezza fatta di ritmo geometrico e vuoti monumentali. La patina dorata delle pietre cambia sotto il sole tunisino, trasformando l’anfiteatro in una straordinaria architettura capace di unire potenza ed eleganza. Per capire perché un edificio di questa scala sorga nell’interno della Tunisia bisogna tornare all’antica Thysdrus, il nome romano di El Djem. Tra il II e il III secolo d.C. la città divenne uno dei centri più ricchi dell’Africa romana grazie soprattutto al commercio dell’olio, nonostante i limiti imposti dal paesaggio. Il territorio era povero d’acqua, esposto a lunghi periodi di siccità e apparentemente poco adatto alla nascita di una grande città monumentale. Gli archeologi parlano infatti di una vera “sfida al determinismo geografico”.L’anfiteatro nasce dentro questa volontà di affermazione. Prima della struttura attuale ne esistevano altre due, più piccole e più semplici. Poi l’élite di Thysdrus volle dotare la città di un edificio capace di rivaleggiare con quelli delle grandi capitali imperiali. Per dimensioni, concezione architettonica e capacità, El Djem entrò infatti tra i più grandi anfiteatri del mondo romano, collocandosi dopo Roma e Capua e davanti ad Arles e Nîmes. La costruzione africana venne realizzata più tardi rispetto a quella di Roma. Gli architetti poterono così perfezionare percorsi interni, distribuzione del pubblico e organizzazione degli spazi, trasformando El Djem in una macchina teatrale sofisticata e perfettamente organizzata. Corridoi concentrici, ingressi assiali, scale di collegamento, gallerie e accessi separati permettevano di governare il movimento di decine di migliaia di persone. La distribuzione del pubblico seguiva una gerarchia rigidissima: vicino al podio prendevano posto i personaggi più importanti della città, mentre il resto della popolazione occupava progressivamente le zone superiori. Il velarium, il grande tendaggio che proteggeva gli spettatori dal sole tunisino, era sostenuto da una complessa rete di pali, corde e ancoraggi fissati sulla sommità. Sotto l’arena si sviluppava invece un mondo invisibile fatto di celle, passaggi tecnici e ambienti destinati agli animali e agli spettacoli. Il podio, alto oltre tre metri, era rivestito di marmo e decorato con intonaci dipinti. Accanto ai percorsi principali si aprivano piccole stanze ornate di mosaici e nicchie decorative, mentre persino alcuni ambienti di servizio conservavano pavimentazioni musive, dettaglio rarissimo in edifici destinati ai giochi gladiatori. Anche la scelta dei materiali racconta il prestigio della città. Interamente costruito in pietra da taglio, senza il largo uso del mattone tipico degli anfiteatri italiani, El Djem sviluppò un carattere architettonico profondamente africano. Gli architetti utilizzarono persino un modulo punico invece dell’unità di misura romana tradizionale, reinterpretando il modello imperiale secondo materiali, tecniche e sensibilità locali. Gli spettacoli occupavano un ruolo centrale nella vita della città, e proprio qui emerge una delle differenze più interessanti rispetto al mondo romano italico. A Thysdrus le venationes, le celebri cacce con animali feroci, sembrano aver avuto un successo persino superiore ai combattimenti gladiatori tradizionali. La popolazione africana nutriva una fascinazione particolare per gli animali selvaggi e per la caccia. Alcuni studiosi collegano questa fascinazione anche alla diffusione del culto di Dioniso nell’Africa romana, divinità associata non solo al vino ma anche al dominio simbolico sulle belve feroci. I mosaici rinvenuti nelle ville della città restituiscono ancora oggi tutta la forza di questo immaginario. Tigri, leoni, pantere, cinghiali e zebù compaiono in scene di caccia e combattimento costruite con una violenza narrativa sorprendente. Canalizzazioni e cisterne raccoglievano l’acqua piovana attraverso un sofisticato sistema di recupero idrico. Il monumento, alto circa 36 metri, appartiene inoltre ai pochissimi anfiteatri del mondo romano ad aver conservato quasi integralmente i suoi tre livelli di gallerie e arcate. Con il passare dei secoli cambiò funzione: divenne fortezza, rifugio e luogo di resistenza. Arabi, Bizantini, bey tunisini e Francesi attraversarono queste mura lasciando ferite ancora visibili sulle facciate. L’anfiteatro di El Djem restituisce il momento in cui il mondo romano incontrò l’Africa e da quell’incontro nacque una città capace di trasformare i modelli imperiali in qualcosa di completamente proprio: una monumentalità africana costruita con la ricchezza dell’olio, la pietra del territorio e l’ambizione di una delle città più potenti dell’Africa romana. Nell’ombra dell’anfiteatro, tra il beige polveroso della luce e della pietra, una donna cammina curva nel silenzio, quasi assorbita dai blocchi antichi, mentre la trama del suo mantello sembra confodersi con la loro geometria. Testo e foto © Scilla Nascimbene Tratto dal reportage sul viaggio in Tunisia: LINEE DI SABBIA. Per leggere l’intero reportage, clicca qui. Potrebbero interessarti anche Il reportage sulla Triade Capitolina e sui culti domestici rinvenuti negli scavi dell’antico Lazio: LA TERRA DEGLI DEI (per leggere il reportage clicca qui) Il reportage sull’antica città di Praeneste, capitale di eleganza e spiritualità, con il santuario della Fortuna Primigenia (per vedere il reportage clicca qui) Il reportage sull’imperatore Adriano, su Tivoli e la Valle dell’Aniene: L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE (per vedere il reportage clicca qui) LE CASE TROGLODITE DI MATMATA, TUNISIA IL FORTINO DI TISAVAR

Poli, i Conti e Innocenzo XIII: storia di un feudo e di un papa

Poli

MONTI PRENESTINI, LAZIO Un esercito avanza compatto tra le colline.I cavalieri, chiusi nelle armature, montano cavalli fieri e robusti.Le lance si incrociano, ma le bandiere restano alte, ben visibili. È la battaglia del Metauro, in cui muore Asdrubale.Un evento che segna la fine di un progetto di potere. La scena è affrescata su una parete del Salone dei Ricevimenti di Palazzo Conti. Siamo sui Monti Prenestini, a Poli, antico castrum arroccato su una massa tufacea, «al cui centro svetta un alto campanile, come un albero maestro di una nave in rotta verso ovest». Il Salone dei Ricevimenti e il linguaggio del potere Oriente e Occidente negli affreschi Nel Salone dei Ricevimenti, tutte le scene d’armi raccontano lo stesso tema: lo scontro tra Oriente e Occidente.Non come memoria del passato, ma come dichiarazione simbolica di potere. La famiglia Conti e la Chiesa di Roma Attraverso queste immagini, la famiglia Conti — grande casata feudale legata da secoli ai vertici dell’esercito pontificio e alla difesa della Chiesa di Roma — afferma la propria appartenenza a un ordine che guarda oltre i confini del feudo, verso una dimensione universale. I Conti di Segni e il destino di Poli A rendere Poli un luogo centrale non è la sua dimensione, ma la storia della famiglia che lo governò. Da qui passarono idee, uomini e decisioni che cambiarono Roma e la Chiesa. I Conti di Segni furono signori del feudo di Poli, Guadagnolo e delle loro pertinenze dal 1208 al 1808, per sei secoli consecutivi. Due papi, una stessa visione Innocenzo III Da questa famiglia uscirono due papi, appartenenti a epoche diverse ma uniti da una stessa visione del potere della Chiesa. Il primo fu Innocenzo III, eletto nel 1198, uno dei pontificati più forti del Medioevo. Con lui la Chiesa di Roma affermò il proprio ruolo universale, ponendosi come autorità politica oltre che spirituale e favorendo nuovi movimenti religiosi, come quello francescano. Innocenzo XIII Il secondo fu Innocenzo XIII, eletto nel 1721. In lui quella visione si tradusse in diplomazia, opere e trasformazioni urbane, lasciando un segno concreto nella Roma moderna. La cappella privata e il sogno di Innocenzo III Quella visione di Chiesa universale, a Palazzo Conti, prende forma nelle immagini. Nella cappella privata, adiacente al Salone dei Ricevimenti, gli affreschi raffigurano il celebre sogno di Innocenzo III: San Francesco sostiene la Chiesa sul punto di crollare. L’iscrizione latina Sopra l’ingresso della cappella compare una scritta in latino:«LOTHARIUS COMES HAEC MAIORUM EXEMPLA SECUTUSUT SUA PONTIFICES GENS IMITETUR AVOS». Tradotta: «Il conte Lotario, seguendo gli esempi degli antenati, affinché la sua stirpe imiti gli avi pontefici». La profezia di Lotario Un papa nascerà in quelle stanze Il riferimento è a Lotario II Conti, vissuto nella seconda metà del Cinquecento. Quelle parole sono un auspicio dinastico: l’invito a guardare agli antenati pontifici come modello e orizzonte per la famiglia. È in questo senso che Sergio Giubilei parla di profezia nel volume Innocenzo XIII, papa di Poli. La profezia di Lotario (Susil Edizioni, 2022): non una previsione consapevole, ma una frase che acquista significato solo col tempo, quando la storia sembra rispondere a quell’auspicio. In queste stanze nascerà davvero un papa. Innocenzo XIII e il governo della città Il pontefice delle pagnotte Quando Michelangelo Conti diventa papa con il nome di Innocenzo XIII (1721), il suo pontificato rivela subito un tratto umano e concreto. All’indomani dell’elezione si fece portare una pagnotta da ogni fornaio di Roma per verificarne peso, qualità e prezzo, con l’obiettivo di impedire speculazioni a danno dei più poveri. Da qui l’appellativo con cui passò alla storia: il Pontefice delle Pagnotte. Riforme e opere  A quell’attenzione per la vita quotidiana si affianca uno sguardo altrettanto saldo sull’istituzione. Innocenzo XIII introduce il gioco del lotto per rimpinguare le casse statali allora in difficoltà e interviene sul tema degli affitti, decretando una forma di equo canone per contenerne gli squilibri. Sul piano internazionale rafforza i rapporti con le grandi potenze cristiane e fonda le Università di Caracas e dell’Avana. Roma, il paesaggio e i Conti Sotto il suo pontificato prende avvio il progetto della scalinata di Trinità dei Monti, pensata per collegare il colle all’asse di via Condotti e rendere leggibile uno snodo centrale della città. Sarà il suo successore a portare a termine l’intervento, destinato a diventare uno dei luoghi di aggregazione più riconoscibili di Roma. Poco distante, un altro palazzo della famiglia Conti entra nel paesaggio simbolico della città.Il Palazzo Conti, oggi noto come Palazzo Poli, apparteneva alla casata. Quando nel Settecento prese forma la Fontana di Trevi, parte della dimora venne inglobata nella nuova scenografia: i Conti persero alcune finestre, ma il palazzo divenne lo sfondo di uno dei luoghi più celebri al mondo. Non meno nota è la Torre dei Conti, prima abitazione romana della famiglia Conti, posta accanto ai Mercati Traianei e commissionata da papa Innocenzo III. Il cuore accanto alla Madonna della Mentorella I papi della famiglia Conti contribuirono a rendere grande la Chiesa di Roma nel mondo. Molte di quelle visioni, di quelle decisioni e di quelle scelte presero forma a Poli, piccolo feudo dei Monti Prenestini, divenuto nel tempo uno snodo silenzioso di potere politico e religioso. Nonostante la visione cosmopolita dei membri della casata, il legame con le proprie radici rimase indissolubile, come testimonia la vicenda di Innocenzo XIII. Nelle sue ultime volontà dispose che il suo cuore fosse deposto nel santuario della Madonna della Mentorella, a Guadagnolo, allora parte del feudo dei Conti, accanto al simulacro della Vergine davanti al quale, da bambino, andava a pregare. Il suo potere aveva attraversato continenti e oceani. Il suo cuore riposa lì. Lettura consigliata Sergio Giubilei e Beatrice Giubilei, Innocenzo XIII Papa di Poli. La profezia di Lotario. Susil Edizioni. Testo e foto © Scilla Nascimbene in collaborazione con Terre di Otium Ringrazio il sociologo Sergio Giubilei Renato Chioccia, Barbara Putzolu, Chiara Perini e Fabio Petrucci di Terre di Otium Per approfondire il territorio Per scoprire itinerari, eventi culturali ed esperienze nei borghi dell’area tiburtina, della Valle dell’Aniene,

Praeneste. La città di Fortuna

Fortuna Primigenia

PALESTRINA, LAZIO Un bambino bendato viene calato nel pozzo.Con le mani cerca una tavoletta di legno.Fuori, qualcuno attende in silenzio. Così, a Praeneste, nell’antico Lazio, si interrogava la Fortuna Primigenia.La risposta era affidata alle Sortes, due tavolette di legno con un messaggio inciso: il verdetto della dea. Ce lo racconta Cicerone (De Divinatione, 44 a.C.), con ironia e distacco:«Chi di noi uomini eruditi ricorrerebbe alle Sortes?È pressappoco lo stesso che giocare ai dadi:cose nelle quali vale l’azzardo e il caso». Eppure, per molti resta la convinzione che il futuro dipenda da un destino guidato dal caso.Come scriverà secoli dopo Federico II di Prussia, nell’Anti-Machiavel (1734),«tra tutti gli dèi pagani, Fortuna e Azzardo sono gli unici a essere sopravvissuti». Oggi Praeneste è Palestrina, arroccata sui Monti Prenestini.Conserva il suo santuario colossale:un teatro del sacro con una storia millenaria.Memoria non solo di un culto, ma di una città ricchissima e cosmopolita,una piccola capitale di eleganza e spiritualità. La città di Fortuna. Chi era Fortuna? Fortuna era presente nella vita dei Romani, nei proverbi e negli autori latini: Tra le divinità italiche era una delle più diffuse e popolari. Lo storico Daniele Miano, nel libro La dea Fortuna (Carocci, 2018), spiega che il suo culto era complesso: a lei venivano attribuiti poteri e significati diversi, dal caso alla fecondità, dalla protezione politica alla sorte individuale. Per questo si rivolgevano a lei persone di ogni rango: re, aristocratici, filosofi, commercianti, madri, liberti e schiavi.Tutti uguali al cospetto della sorte. A distinguersi era il luogo del culto. Uno su tutti. «Non ho mai visto una Fortuna più fortunata di quella di Praeneste» Scriveva il filosofo Carneade di Cirene, dopo la visita del 155 a.C. (Cicerone, De divinatione). Origini di Praeneste: una città tra Oriente e Occidente Praeneste ha origini nel Neolitico. La sua posizione, sulle alture che dominano la Valle del Sacco, tra il mare e l’interno del Lazio, si trovava sulle rotte che collegavano l’Etruria, Roma e il Mediterraneo orientale. Già tra il VII e il VI secolo a.C., in città arrivavano avori, oggetti egizi, ceramiche pregiate, gioielli provenienti da terre lontane. A parlarne sono le necropoli: tombe ricche di manufatti esotici, testimonianza di una comunità cosmopolita e aperta agli scambi. Praeneste era un ponte tra Oriente e Occidente, molto prima di diventare celebre per il suo santuario. Il Santuario della Fortuna Primigenia La grande ricchezza arrivò nel II secolo a.C, quando Praeneste, entrata nell’orbita di Roma assieme a Tibur (l’odierna Tivoli), conobbe un periodo di grande splendore legato soprattutto al commercio degli schiavi. Nelle agorà degli Italici a Delo, in Grecia, i prenestini e i tiburtini facevano affari d’oro. Questo alimentò una competizione fra le due città, che cercarono di superarsi monumentalizzando il culto delle rispettive divinità tutelari: Furono costruiti i due grandi santuari, esempi di architettura ellenistica, ispirati ai grandi complessi sacri greci, costruiti su terrazzamenti artificiali che si sviluppano in altezza. Il percorso ascensionale, dal basso verso l’alto, era parte integrante dell’esperienza sacra: salire equivaleva ad avvicinarsi alla divinità. Il santuario di Fortuna a Praeneste è considerato uno dei complessi sacri più imponenti dell’Italia antica. L’origine del culto Il culto della Fortuna Primigenia ha origini antichissime e precede la costruzione del santuario. Cicerone racconta che nacque da una leggenda. “Devi recarti sul monte e scavare”. Ogni notte le stesse voci lo perseguitavano nel sogno. Era diventata un’ossessione. Numerio stava per impazzire.  Finché, un giorno salì su quel monte, il Monte Ginestro, dove un’ulivo aveva trasudato miele. Così gli avevano detto le voci. Numerio iniziò a scavare e trovò due tavolette di quercia incise con parole misteriose. Con il legno dell’ulivo “miracoloso” costruì una cassetta, vi ripose le tavolette e le depose in un pozzo.  Secondo la tradizione, il santuario sarebbe sorto attorno a quel pozzo, tuttora visibile. Lui era Numerio Suffustio, nobile prenestino, vissuto molti molti anni fa.  Forse solo nelle leggende.  Le Sortes: la voce della dea Le tavolette nel pozzo erano le famose Sortes praenestine. Solo un bambino prescelto poteva toccarle. Veniva bendato e calato nel pozzo, mentre le donne aspettavano sedute su una panca, chiedendo protezione per la maternità. Il bambino estraeva una tavoletta: sopra era scritto il responso della dea, interpretato dai sacerdoti. Accanto al pozzo rimane quella panca di pietra. Lì si trovava una statua della Fortuna Primigenia che teneva in braccio Giove, Giunone e i bambini, simbolo della potenza generatrice e del destino che governa la nascita. La testa della statua, rinvenuta nel pozzo durante gli scavi, è conservata nel Museo Archeologico di Palestrina. Un doppio culto A Praeneste, il culto di Fortuna Primigenia aveva un duplice aspetto: – materno, connesso alla nascita e alla fertilità – affidato alle Sortes;– oracolare, legato al destino e alla divinazione – affidato a sacerdoti o patres. Chi si recava al santuario seguiva due diversi percorsi rituali, a seconda del motivo della visita: la ricerca di un responso dell’oracolo o la richiesta di protezione per la maternità. Intorno al complesso sacro esistevano officine e botteghe che producevano ex voto, statuine e immagini sacre: una vera e propria produzione in serie. L’atmosfera doveva ricordare quella dei moderni santuari: un luogo di fede, ma anche di artigianato, scambi e ritualità quotidiana. Gli scavi hanno portato alla luce un lungo tratto della strada romana lastricato in basalto che collegava Praeneste a Roma: lì passavano i mercanti, i viaggiatori e i fedeli diretti al santuario. Un reperto che restituisce la percezione di una città viva. Praeneste romana: tragedia e splendore La guerra civile e la strage di Silla La storia di Praeneste si intreccia drammaticamente con la guerra civile tra Mario e Silla (I secolo a.C.).Praeneste si schierò con Mario, il capo della fazione popolare, che fu sconfitta. La vendetta fu spietata. Silla fece uccidere tutti gli uomini delle famiglie più illustri. La classe dirigente originaria di Praeneste venne così cancellata. Nelle necropoli prenestine, infatti, i nomi delle antiche famiglie scompaiono improvvisamente e vengono sostituiti da nuovi nomi: sono quelli dei veterani di Silla, che ricevettero in premio le terre e le

La terra degli dèi

CAMPAGNA ROMANA E SABINA, LAZIO Nella Campagna Romana, dove Montecelio domina le colline tufacee, il paesaggio conserva la memoria dei culti domestici e rurali dedicati alle divinità che vegliavano sulla casa, sui campi e sulla continuità della vita: tracce di un mondo che negli dèi cercava un rifugio contro l’incertezza del potere terreno e una speranza di rinascita.È una terra da cui la storia continua ad affiorare. La stessa che, nel 1992, riportò alla luce la Triade Capitolina: prova che il sacro, nei borghi del Lazio antico, non è mai del tutto scomparso.Il viaggio prosegue verso la Sabina e tra i suoi “annosi ulivi”, sulle pendici ventilate dei Monti Lucretili, dove la raccolta segue ancora i gesti di un tempo e il paesaggio conserva intatto il suo ritmo lento. Quella notte nella Tenuta dell’Inviolata “Apparve prima una testa, al centro”. Nel silenzio della Tenuta dell’Inviolata, tra i filari di rovi e la polvere di Guidonia Montecelio, un gruppo di tombaroli stava scavando, quando qualcosa resistette ai colpi.Era l’estate del 1992. La terra restituì tre volti. “Una testa virile con una cascata di riccioli fluenti, una barba maestosa che incorniciava un volto severo e imponente, poi un’altra, coperta da un elmo corinzio che sovrastava il volto duro, eppure delicato, di una vergine guerriera. Da ultimo apparvero le fattezze solenni, regali e al tempo stesso soavi, di una sposa divina, assisa a fianco agli altri personaggi.”— Valerio Massimo Manfredi, Gli dèi dell’Impero. Erano Giove, Minerva e Giunone: la Triade Capitolina, simbolo supremo della religione di Stato di Roma. I tombaroli capirono immediatamente il valore della scoperta. Nel giro di poche ore, il gruppo marmoreo lasciò la Tenuta dell’Inviolata, diretta verso la Svizzera, dove un collezionista privato era pronto ad acquistarlo per una somma enorme.Secondo alcune ricostruzioni, oltre cinque miliardi di lire. Ma l’euforia non durò a lungo. Nel marzo del 1993, due membri della banda — convinti di non aver ricevuto la loro parte — minacciarono di rivolgersi ai Carabinieri. Le prime informazioni raggiunsero così il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale. Da quel momento prese avvio un’indagine leggendaria. Intercettazioni, interrogatori, pedinamenti: i sospetti si accumulavano e la pressione diventava insostenibile. Fu allora che un intermediario anonimo contattò gli investigatori annunciando la restituzione della Triade. Nel 1994 il gruppo marmoreo venne recuperato e riportato in Italia. La banda fu condannata. Si era così conclusa l’Operazione Giunone. Dopo il restauro e un’esposizione alle Terme di Diocleziano, la Triade Capitolina trovò dimora definitiva nel Museo Civico Archeologico “Rodolfo Lanciani” di Montecelio. La Triade Capitolina Un unicum dell’arte romana La Triade Capitolina di Montecelio è scolpita in marmo lunense — il pregiato marmo bianco estratto nelle cave di Luni, presso l’attuale Carrara — e misura circa un metro e venti di lunghezza per ottanta centimetri d’altezza. Il gruppo raffigura Giove, Giunone e Minerva, le tre massime divinità dell’Olimpo romano, sedute su un trono cerimoniale e incoronate da piccole Vittorie alate — acefale — poggiate sulla spalliera. Giove, Giunone e Minerva sullo stesso trono, simbolo di unità divina e politica Il modello si ispira al culto della Triade Capitolina del Campidoglio, dove Giove, Giunone e Minerva erano venerati insieme ma in statue distinte. A Montecelio, invece, le tre divinità condividono un unico trono, fuse in una sola composizione: un unicum nella plastica romana, simbolo dell’armonia tra la sfera divina e quella terrena, dell’unità religiosa e politica dell’Impero. Al centro è Giove, a dorso nudo, con il mantello che si ripiega sulla spalla sinistra. La testa, coronata da foglie di quercia, mostra una barba e una capigliatura voluminose, dai lunghi riccioli: espressione del potere divino secondo la classica iconografia greca e romana. Nella mano destra regge il fascio di fulmini, nella sinistra, oggi mancante, doveva impugnare lo scettro. Ai piedi, l’aquila dalle ali spiegate, simbolo sacro della divinità. Alla sua sinistra siede la sposa Giunone, incoronata di petali di rosa e contrassegnata dal pavone nell’atto di fare la ruota — simbolo di regalità e rinascita. Indossa un chitone, la veste lunga e leggera dell’abbigliamento greco-romano, stretta sotto il seno e coperta da un mantello che le scende con pieghe regolari. La statua è priva di entrambe le braccia, ma si ipotizza che, nella mano destra, reggesse una patera, la coppa sacra usata per le offerte rituali di vino o profumo agli dèi, mentre nella sinistra lo scettro. Sull’altro lato si trova Minerva, dea guerriera e della sapienza. Porta un elmo corinzio e un chitone fissato da fibule, che lasciava libere le braccia per il combattimento. Si pensa che, nella mano sinistra – mancante – reggesse la lancia, appoggiandola sulla spalla, e con la destra sollevasse l’elmo sul capo, come veniva raffigurata in segno di pace. Ai suoi piedi, la civetta, è il simbolo notturno della conoscenza. Nonostante la raffinatezza del gruppo, l’opera non fu mai del tutto completata: i piedi di Minerva risultano appena sbozzati, il pavone di Giunone privo di piume, il trono solo abbozzato. Il restauro moderno ha rivelato inoltre tracce di colore. La scultura, pur incompiuta, fu esposta per secoli, come dimostrano le antiche riparazioni visibili. Gli studiosi datano l’opera al tardo periodo antonino (160–190 d.C.) o ai primi decenni del III secolo, riconoscendo nel modellato dei volti e nei panneggi lo stile dei grandi atelier dell’Urbe. La villa il sacello della Triade Il culto domestico e la quiete dell’otium Il gruppo scultoreo fu rinvenuto all’interno di una villa romana nella parte più fertile dell’ager Tiburtinus, tra le vie Tiburtina e Nomentana, lungo l’antico tracciato della via Tiburtino-Cornicolana.Costruita in età tardo repubblicana e ampliata tra il I e il II secolo d.C., era una residenza di otium: luogo di riposo e contemplazione, dove l’aristocrazia romana si ritirava per dedicarsi alla filosofia e ai piaceri della campagna.Davanti al criptoportico — una galleria voltata che fungeva da passeggiata coperta e terrazza panoramica — sorgeva il sacello che custodiva le statue di Giove, Giunone e Minerva. L’eredità dei Silani e l’ombra di Commodo Gli studiosi collegano il complesso alla gens Servilia, antica famiglia senatoria dell’Africa Proconsolare, il cui

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