San Gregorio da Sassola e il Castello Brancaccio: storia di un borgo dei Monti Prenestini

Il profilo di San Gregorio da Sassola Una strada si arrampica tra gli ulivi e il tufo dorato, poi s’infila in un vallone stretto, quasi una fenditura nella montagna. È qui che appare San Gregorio da Sassola, con le sue case sovrapposte come scaglie di pietra e il castello che le stringe, saldo, sulla cresta dello sperone tufaceo. Avvicinandosi, il borgo rivela una stratificazione di storie, poteri e architetture che vanno ben oltre le sue dimensioni. Il Castello Brancaccio: dalla rocca medievale alla residenza nobiliare Il castello – oggi noto come Castello Brancaccio – nasce nel X secolo come rocca fortificata, presidio strategico tra le valli dei Monti Prenestini e la campagna tiburtina. Nel corso dei secoli cambia volto e funzione, passando di mano tra alcune delle più potenti famiglie della storia laziale: Colonna, Orsini, Barberini, Pio di Savoia, fino ai principi Brancaccio, che ne promossero importanti restauri nell’Ottocento. Intorno alla fortezza si sono stratificati racconti e tradizioni popolari, come quello di passaggi sotterranei utilizzati durante gli assedi: narrazioni che contribuiscono al fascino del luogo, anche quando restano sospese tra memoria orale e storia. Le sale affrescate e l’intervento di Federico Zuccari Il momento di massimo splendore del castello coincide con l’intervento dei Pio di Savoia. Al piano nobile furono realizzati cicli decorativi manieristi attribuiti a Federico Zuccari, uno dei protagonisti dell’arte del secondo Cinquecento.Figure mitologiche, allegorie e simboli si alternano sulle pareti, restituendo l’immagine di una residenza nobiliare pensata non solo per difendersi, ma per rappresentare prestigio e cultura. Un borgo disegnato in due tempi: Medioevo e Seicento San Gregorio da Sassola presenta un impianto urbano singolare: due rami abitativi che si aprono ai lati del castello e si ricongiungono attorno ad esso. Dopo la peste del 1656, il cardinale Carlo Pio di Savoia promosse l’ampliamento del borgo, dando origine al Borgo Pio, riconoscibile per l’assetto più regolare e seicentesco.In pochi metri convivono così il Medioevo compatto delle case addossate e la razionalità dell’espansione barocca, in un dialogo urbanistico raro nel Lazio. Un luogo che conserva il silenzio Oggi San Gregorio da Sassola resta un centro piccolo e raccolto, dove le mura medievali, i portali in tufo e le fontane seicentesche si inseriscono in un paesaggio ancora integro. Il castello, di proprietà comunale, è visitabile su appuntamento ed è utilizzato anche per eventi, mentre il borgo continua a vivere nel ritmo lento di chi lo attraversa, affacciandosi sulla valle dell’Aniene. Per approfondire il territorio Per scoprire itinerari, eventi culturali ed esperienze nei borghi dell’area tiburtina, della Valle dell’Aniene, della Campagna Romana e della Sabina, visita il sito:🌐 Terre di Otium – DMO del territorio Un progetto dedicato alla valorizzazione dei paesaggi, dei borghi minori e dell’eredità culturale che ruota intorno a Tivoli e al Lazio antico. Testo e foto © Scilla Nascimbene Reportage realizzato durante il viaggio stampa organizzato da Terre di Otium – Ottobre 2025 Ringrazio Renato Chioccia, Barbara Putzolu, Chiara Perini e Fabio Petrucci di Terre di Otium e tutti i miei fantastici compagni! Potrebbero interessarti anche: Il reportage sulla Triade Capitolina e sui ritrovamenti di Montecelio: LA TERRA DEGLI DÈI Il reportage sui borghi dei Monti Prenestini, Tiburtini, e della Valle del Giovenzano: DESIDERI NELLE SCATOLE DI LATTA Il reportage su Tivoli e la Valle dell’Aniene: L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE
San Mauro Forte: borgo lucano tra campanacci e calanchi

Un paese che si rivela a chi lo guarda con occhi pazienti San Mauro Forte, arroccato su una collina tra ulivi e calanchi, è un borgo di pietra rivolto verso il cielo. Dedicato a San Mauro Abate, si stringe intorno alla sua torre medievale, simbolo di resistenza e memoria. L’aggettivo “Forte” ricorda la tenacia con cui la comunità seppe difendersi dagli assalti dei briganti e affrontare le difficoltà della storia.«Quando stai per arrivare in un paese del Sud, un poco si allontana. Forse è timidezza» scrive Franco Arminio. È così anche per San Mauro: si lascia scoprire solo da chi ha la pazienza di salire, percorrere i vicoli stretti e ascoltare un silenzio che non pesa, ma accompagna. I campanacci, fragore d’inverno Ogni gennaio, le strade di San Mauro Forte si riempiono di un suono arcaico: quello dei Campanacci, grandi campane di ferro portate a spalla dai giovani del paese. È un rito apotropaico che scaccia il male e propizia il raccolto, ma anche una festa di comunità. Il fragore che rompe il silenzio invernale è un atto collettivo: la memoria diventa carne, il passato entra nel presente. In questo rito si avverte la verità dei versi di Scotellaro: la vita contadina che sa trasformare la fatica in canto. La torre normanna Alta e solitaria, simbolo medievale di San Mauro Forte, la Torre Normanna è ciò che rimane dell’antico castello smantellato nel XVI secolo. La torre risale all’XI–XII secolo, epoca normanna, quando i feudatari costruirono rocche e fortificazioni per consolidare il controllo sul territorio lucano. Era parte di un castello fortificato, probabilmente eretto su resti di strutture longobarde o bizantine. La sua sala ottagonale, un tempo kemenate, era il cuore della vita interna: dotata di camino, latrina e persino di un pozzo, era coperta da una volta a ombrello traforata al centro per lasciar passare fumo e luce. In quello spazio, spartano ma ingegnoso, i soldati trovavano rifugio e calore. Col tempo, la rocca perse la funzione militare e venne inglobata nei palazzi nobiliari che sorsero intorno, divenendo punto di riferimento urbano e simbolo identitario.Oggi la torre non è più baluardo militare, ma custode silenziosa di una comunità che continua a riconoscersi nella sua ombra. Il Crepuscolo dei Nani Tra mille anni, quando nuove popolazioni della Terra – o di altri pianeti – troveranno i resti della nostra civiltà, cosa penseranno di noi? Da questa riflessione è nata l’installazione Il Crepuscolo dei Nani (Zwergen Dämmerung – Extinction Chapter One), ideata da Max Papeschi. L’opera, inaugurata il 4 agosto 2025 a San Mauro Forte, ha presidiato la Torre Normanna fino a settembre 2025: un picchetto d’onore surreale che ha dialogato con il baluardo medievale, rinnovandone lo spirito di guardia. Venticinque dei 52 nani-soldati che compongono l’opera, costituiscono la prima parte di un ciclo che porta il visitatore a confrontarsi con il declino della civiltà contemporanea. L’artista immagina che i celebri guerrieri di terracotta di Xi’an vengano ritrovati da una razza aliena dopo l’estinzione dell’umanità e ricostruiti con le teste di comuni nani da giardino: un esercito ironico e perturbante, che rovescia i simboli del potere in caricatura domestica. È un’allegoria del presente, un cortocircuito visivo che invita a riflettere sulla fragilità della nostra civiltà, tra intelligenza artificiale, crisi culturale e spopolamento. Il Crepuscolo dei Nani è una riflessione allegorica sul declino e sull’appiattimento culturale, ma anche un invito a guardare con occhi alieni e distaccati la nostra epoca, con le sue contraddizioni e la sua inquietudine. Le tracce della memoria: chiese e palazzi Se la torre racconta la forza militare e la resistenza del borgo, le chiese e i palazzi testimoniano invece la sua vita religiosa e civile. Passeggiando tra i vicoli di San Mauro Forte, si incontrano edifici che intrecciano fede, memoria e stratificazione sociale. La chiesa madre di Santa Maria Assunta La chiesa di Santa Maria Assunta, edificata dal 1553 sulle rovine del Palazzo Feudale, conserva le tracce dell’antica struttura nei muri inglobati nella facciata. Fu danneggiata dal terremoto del 1857, ricostruita con un impianto a tre navate e decorata da stucchi. Nella cripta, restaurata dopo il sisma del 1980, è custodito un affresco di San Mauro Abate, patrono del paese. La Chiesa dell’Annunziata (o del Monastero) Nella parte alta di San Mauro Forte sorge la Chiesa della SS. Annunziata, conosciuta anche come Chiesa del Monastero per la presenza, un tempo, di un convento femminile. Al suo interno è custodito un piccolo gioiello d’arte mediterranea: il Cristo alla Colonna di Angelo Bizamano, pittore cretese del XVI secolo. Nella tavola, Gesù è raffigurato con tratti delicati, il volto ben tornito e i capelli ondulati che scendono sulle spalle. Non è un Cristo sofferente, ma un’immagine di intensa umanità, capace di trasmettere vicinanza e compassione più che dolore. È l’unica opera firmata dall’artista nell’Italia meridionale, testimonianza preziosa dell’influsso della scuola pittorica cretese, ponte tra Oriente e Rinascimento. Palazzo Arcieri Un elegante loggiato si apre sulla valle, mentre stucchi voluttuosi incorniciano gli affreschi dei soffitti. Ai piani inferiori, invece, le umide celle carcerarie raccontano sottovoce storie di tumulti e brigantaggio. Nel cuore del centro storico, il Palazzo Arcieri fu costruito alla fine del Settecento da Gaetano Arcieri: un tempo scrigno di opere d’arte, quasi tutte perdute, nel 1809 venne devastato dai briganti che incendiarono l’archivio comunale. Tra le sue stanze passò anche Cesare Malpica, viaggiatore del Gran Tour ottocentesco, che nel suo itinerario in Lucania seppe cogliere la durezza dei paesaggi e la dignità delle comunità lucane. Oggi quell’edificio, un tempo segno di potere e poi sede municipale, è diventato luogo di memoria e cultura. Ospita il Museo multimediale In Viaggio in Basilicata, che rievoca proprio il percorso narrato da Malpica, e il Museo della Civiltà Contadina, dove riaffiorano i gesti e gli strumenti di un mondo scomparso. Le masserie e i calanchi Attorno a San Mauro Forte il paesaggio cambia volto. Le colline coltivate si interrompono all’improvviso e lasciano spazio ai calanchi, formazioni di argilla nate dall’erosione millenaria delle piogge su terreni privi di vegetazione. Crinali appuntiti, fenditure profonde e
I Sassi di Matera

Un paesaggio che si apre come l’Inferno di Dante I Sassi di Matera, un tempo “vergogna d’Italia”, oggi patrimonio UNESCO, raccontano la lunga storia dell’uomo che ha saputo trasformare la roccia in dimora, rifugio e memoria. Un viaggio tra le case-grotta, le chiese rupestri e le voci di una città che da millenni resiste e si rinnova. Il deserto visionario di Carlo Levi “Quando uscii dalla stazione e mi guardai intorno, cercai invano con gli occhi la città. La città non c’era. Ero su una specie di altopiano deserto. In questo deserto sorgevano, sparsi qua e là, otto o dieci grandi palazzi di marmo. Mi misi finalmente a cercare la città… arrivai a una strada, che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case, e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera… La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune. Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi. Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l’Inferno di Dante.” Così Carlo Levi descrive Matera, nel suo celebre romanzo del 1945, Cristo si è fermato a Eboli. I Sassi. Dal degrado alla rinascita I Sassi, due distretti noti come Sasso Caveoso e Sasso Barisano, sono costituiti da abitazioni scavate direttamente nella pietra calcarenite della Murgia materana. In questi insediamenti l’uomo ha abitato dall’età del Bronzo, sviluppando un sistema stratificato, servito da cisterne, cunicoli e canali per la raccolta dell’acqua. La nostra guida, Marisa Loperfido, ci spiega che la presenza umana in quest’area risale però a tempi ancora più remoti: già nel Paleolitico la Murgia era frequentata, e i primi segni di insediamento stabile e di scavo della roccia si datano a circa 7.000 anni fa, nel Neolitico.Fin dall’inizio, l’uomo seppe adattarsi a un ambiente povero di risorse, sfruttando le cavità naturali e la duttilità della pietra per ricavare dimore, ricoveri e cisterne. Questo legame antico ha plasmato un vero e proprio paesaggio culturale: il risultato dell’opera congiunta della natura e dell’ingegno umano, dove la morfologia del territorio e la pietra tenera della Murgia hanno favorito la nascita e la diffusione dell’habitat rupestre. La “vergogna d’Italia” Nel XIX e fino alla metà del XX secolo, i Sassi subirono un forte degrado: alta densità abitativa, scarsa igiene, convivenza con animali e malattie endemiche portarono a soprannominarli “vergogna d’Italia”. Lo sfollamento Negli anni ’50, grazie anche al libro Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, questa situazione drammatica venne messa in luce. Nel 1952 venne emanata la Legge Colombo per il risanamento, che portò allo sfollamento della popolazione dai Sassi fino al 1965. Il recupero e il riconoscimento internazionale Nel 1990 l’area fu riconosciuta come zona protetta con l’istituzione del Parco della Murgia.Tre anni dopo, nel 1993, sia il Parco che i Sassi di Matera furono dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, a testimonianza del loro valore universale e della straordinaria continuità di vita che essi raccontano A partire dagli anni ’80, iniziò un processo di recupero urbanistico e edilizio, culminato con l’iscrizione dei Sassi e del Parco delle Chiese Rupestri tra i patrimoni dell’umanità UNESCO nel 1993. Matera Capitale Europea della Cultura 2019 La città vive oggi una rinascita culturale ed economica. È stata Capitale Europea della Cultura nel 2019. I Sassi ospitano musei, gallerie, ristoranti, boutique e hotel di charme ricavati nelle grotte, con un perfetto connubio tra antico e moderno. Matera ha anche fatto da set per capolavori come La Passione di Cristo di Mel Gibson, Il Vangelo secondo Matteo, e più recentemente No Time to Die. La città stratificata nei secoli Le parti della città appartengono a epoche diverse. I Sassi. Matera popolare e rupestre, antichissima. Sasso Caveoso e Sasso Barisano sono i quartieri più iconici. Furono abitati senza interruzione dall’età del Bronzo fino agli anni ’50 del Novecento. La Civita. Matera medievale e nobile È il quartiere sorto sul promontorio centrale che divide i due Sassi. Centro politico e religioso fin dal Medioevo: al suo apice svetta la cattedrale. Qui risiedevano i ceti nobiliari e le famiglie più influenti, in palazzi con corti interne, logge e stemmi scolpiti. Il Piano. Matera rinascimentale, barocca e moderna Si estende sopra i Sassi e la Civita, verso l’altopiano. A partire dal XV-XVI secolo, con l’espansione urbanistica, nacquero qui piazze, conventi e palazzi signorili. È la zona che accoglie oggi la Matera ottocentesca e moderna, con i grandi assi urbani, il Palazzo Lanfranchi, piazza Vittorio Veneto e gli eleganti corsi cittadini. Il “Piano” segnava il passaggio dalla città rupestre a una città di pietra costruita in elevato, secondo modelli architettonici più ampi e ariosi. La Gravina di Matera Grotte, eremi e antiche chiese di pietra Il nucleo antico della città si sviluppa sulla scarpata del crepaccio che taglia in due la valle, noto come Gravina di Matera, dove un incredibile complesso di grotte si aggrappa alla montagna. Molte furono abitate dagli eremiti. Si conservano la Chiesa di San Pietro Barisano (in alto), dell’XI secolo, in gran parte scavata nella montagna, e la Chiesa di Sant’Agostino (in basso) della fine del XVI secolo, edificata su una cripta rupestre del XI. Le chiese rupestri Arte e spiritualità. Tra Bizantini e Medioevo Sono quasi 130 le chiese rupestri censite, molte con affreschi, altari e sculture. Sono in parte scavate, in parte completate da strutture murarie o ipogee e risalgono alla civiltà monastica greco-bizantina fra l’VIII e ilXIII secolo. Alcune di esse ospitano importanti esposizioni d’arte contemporanea, soprattutto nella stagione estiva. Per le visite alle Chiese Rupestri tel. 328/43.6444.00, associazionepatrimoniorupestre@gmail.com. La cattedrale Esempio di romanico pugliese La cattedrale, intitolata ai protettori Sant’Eustachio e la Madonna della Bruna, domina il paesaggio di Matera dalla cima del colle della Civita, il punto più alto tra i due Sassi. L’edificio è un pregevole esempio di romanico pugliese (XIII secolo). La facciata, in pietra locale, è scandita dal grande rosone centrale a 16 raggi e dal portale sormontato da una lunetta scolpita a bassorilievo con l’immagine della Madonna
Brisighella. Il paese dei birocciai

EMILIA ROMAGNA, BRISIGHELLA Non ha l’aria di una metropoli, ma vanta una delle prime sopraelevate della storia. Brisighella, piccolo borgo termale tra Faenza e Firenze, sorta ai piedi di tre speroni rocciosi su cui oggi spiccano la Rocca Manfrediana, la Torre dell’Orologio e il Santuario del Monticino, era nota nei tempi antichi per la qualità traslucida del suo gesso, la selenite o pietra di luna, utilizzata da greci e romani per realizzare le finestre, dalle quali filtrava una luce simile a quella della luna (in greco seléne). Il paese, sviluppatosi dalla fine del 1200, si trovava lungo l’antico itinerario romano che univa Faenza a Firenze passando per il centro abitato attraverso la Via degli Asini, un porticato sopraelevato i cui piani terra erano occupati dalle stalle dei birocciai, i carrettieri che trasportavano con gli asini il gesso di Brisighella verso le due direzioni e che avevano l’abitudine di avvertire del loro arrivo i familiari all’interno delle case facendo schioccare la frusta. Tradizione di poca grazia, ma da cui nacque una musica detta degli Sciucarè, cioè degli schioccatori, suonata ancor oggi durante le feste popolari. Il gesso, però, era prezioso anche per la sua proprietà di mitigare il clima, favorendo la coltivazione dell’ulivo fin dall’antichità, come testimoniato dal ritrovamento di un frantoio risalente al II secolo nell’attigua località di Pieve del Thò. Oggi Brisighella è famosa per la produzione un olio extravergine D.O.P., proveniente da tre varietà di olive autoctone; il più pregiato porta il nome di Brisighello. Come si assaggia l’olio – Prendere il bicchiere con l’olio coprendolo con una mano per scaldarlo, in modo che esso rilasci tutti gli aromi. Annusare e mettere un paio di gocce di olio sulla lingua. Aspirare coi i denti stretti perché raggiunga tutte le parti della bocca (strippaggio). (Terre di Brisighella, Piazzetta Porta Gabolo, 8, Brisighella, tel. 0546.80131, olio extravergine D.O.P., vini e prodotti tipici, www.brisighello.net) Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.293 di Itinerari e Luoghi – Agosto/Settembre 2021, all’interno del reportage sul Cammino di Dante Un viaggio per rivedere le stelle, in collaborazione con Ravenna Incoming e Lonely Planet Italia che, nel Best in Travel 2021, ha selezionato Le Vie di Dante fra le migliori proposte di viaggio dell’anno. Ringrazio il Direttore Responsabile Daniele Cafieri, il Direttore Enrico Caracciolo, il Caporedattore Gianluca Salcioli e la Redazione di Itinerari e Luoghi Editoriale C&C, Cristina Oddone di EDT.
Pedalando nella costellazione di Ercole

EMILIA ROMAGNA, FERRARA Il duca Ercole I doveva essere un uomo ambizioso: grazie a lui possiamo pedalare nel bel mezzo di una costellazione senza indossare la tuta da astronauta. Proviamo a sovrapporre la costellazione di Ercole alla mappa di Ferrara e rimarremo letteralmente sorpresi nel notare la perfetta corrispondenza tra la posizione dei monumenti estensi e quella delle stelle della geometria celeste. Ciò non è un caso, ma un preciso disegno ideato da Pellegrino Prisciani, un dotto astrologo chiamato dal duca assieme all’architetto Biagio Rossetti per il progetto dell’Addizione Erculea: un ampliamento verso nord per inglobare gli antichi borghi fuori dalle mura, ma soprattutto un disegno urbano che rimanesse impresso sull’architettura della città, come segno perpetuo del potere estense. Snodo principale era il Quadrivio degli Angeli: un incrocio tra due assi viari, di cui uno in linea con il Castello. In quell’esatta posizione il Prisciani aveva identificato il massimo splendore del sole, allo zenit durante il solsizio d’estate, e il Rossetti aveva ideato un modo per dare perennità a quella luce, progettando un grande contenitore di raggi solari, il Palazzo dei Diamanti: un edificio ricoperto da una corazza argentea di bugne di pietra bianca a forma di diamante, orientate in modo diverso per riflettere al meglio la luce. Pare addirittura che il duca Ercole avesse fatto nascondere un diamante della sua corona in un cuneo della facciata. I putti del vicino Palazzo Prosperi-Sacrati, affacciati con le gambe a penzoloni sotto il balcone d’ingresso, stanno ancora scommettendo sotto quale bugno si trovi quel “dannato diamante”. Avrebbe di certo voluto chiamarlo così il povero capomastro, ma gli fu tagliata la lingua e poi venne anche accecato. Almeno il duca riuscì a rasserenarsi, senza essere più tormentato dall’idea che quell’uomo, l’unico oltre a lui a conoscerne la posizione, glielo potesse rubare. In effetti l’ubicazione di quella pietra si dice fosse stata calcolata in modo tale da concentrare straordinarie energie telluriche, motivo per cui, all’interno dell’edificio, i più illustri dotti del tempo si riunivano in intense sedute di astrologia e alchimia. Un balcone angolare invita a osservare il palazzo lateralmente, in linea con la prospettiva dei viali, mezzo di cui si servì il Rossetti per unificare gli antichi borghi medievali alla parte rinascimentale, attraverso assi viari portanti, uniti da incroci di rappresentanza, su cui si affacciavano i grandi palazzi signorili, con vasti spazi dedicati a parchi, giardini e ampie piazze, come quella Ariostea, in cui l’ultima domenica di maggio, si tiene il Palio Ferrarese, detto anche “della Pace”, uno dei più antichi d’Europa, dal 1259. Al centro della piazza, di forma ovale, una colonna sostiene la statua di Ludovico Ariosto, che a Ferrara scrisse l’Orlando Furioso. Questa impostazione urbana, grazie alla quale Ferrara fu definita “la prima città moderna d’Europa”, prevedeva: a nord la parte rinascimentale, compresa tra le mura settentrionali e il Corso della Giovecca. A sud la parte medievale, dal Corso della Giovecca fino al tratto murario meridionale. Al centro il Castello Estense, simbolo della città. Tutt’intorno le mura monumentali, oggi patrimonio dell’umanità. La Repubblica Fiorentina aveva mandato il grande Michelangelo nella città di Ferrara per studiare i baluardi orientali di quella cinta muraria che, dotata di torrioni, cannoniere, porte e passaggi, costituiva nel Cinquecento il miglior sistema difensivo in Italia. Gli Estensi, abili strateghi militari, erano però anche amanti della cultura e della bella vita: Ferrara ai loro tempi era la capitale del teatro, della musica, della danza, dei banchetti e delle parate militari. All’interno delle mura i duchi avevano fatto realizzare giardini, terme e luoghi di svago e il fossato veniva inondato per diventare teatro di veri propri tornei militari con enormi zattere. Un modo per esaltare la loro magnificenza e per riposarsi dagli impegni del governo, motivo per cui fecero costruire le cosiddette “delizie”, residenze principesche, isolate nella campagna lungo il Delta del Po, anch’esse sotto la tutela dell’Unesco. Al tempo del duca Lionello, Ferrara era un centro della cultura umanista che ruotava intorno allo studiolo di Belfiore, non più esistente, mentre un’altra delizia era stata scelta dal duca Borso d’Este come rifugio dalla noiosa vita quotidiana: il Palazzo Schifanoia, fatto erigere alla fine del Trecento per “schivar la noia”. La dimora custodisce nel Salone dei Mesi un ciclo di affreschi quattrocenteschi dei grandi maestri dell’“Officina Ferrarase”: un viaggio nel tempo tra cortigiani, putti, paesaggi fantastici e divinità pagane, avvolti da misteriosi simboli legati all’alchimia che rimangono tuttora incompresi. Nessuno è mai riuscito a decifrare nemmeno la simbologia che ruota intorno alla Cattedrale, risalente al 1135 e dedicata a San Giorgio, patrono della città, al ventesimo posto – coi suoi 118 metri di lunghezza – nella lista delle chiese più lunghe al mondo (come riportato sul pavimento della Basilica di San Pietro a Roma, prima con i suoi 186, 36 metri). Ricorrenti geometrie ritmano la facciata, le cui decorazioni riproducono il giardino dell’Eden, tramutando l’intero edificio in un gigantesco albero della vita, mentre le colonnine poste sul lato destro, custodiscono un simbolismo alchemico che è tutt’ora oggetto di studio. Sono opera dei Maestri Comacini, famosi per la loro tendenza a lasciare messaggi nascosti nelle loro sculture. Un’arte sacra tanto ammaliante quanto misteriosa, in una città legata alle stelle e ricca di storie insolite, celate sotto l’ombra dei suoi monumenti e anche nel buio dei suoi sotterranei. In quelli del vicino Conservatorio Musicale “Frescobaldi” è ancora possibile visitare la cella dove fu rinchiuso Torquato Tasso, che a Ferrara scrisse La Gerusalemme Liberata. Tormentato da squilibri mentali, diede in escandescenze durante una cerimonia ducale e il Duca Alfonso II d’Este lo fece imprigionare per ben sette anni. A pochi passi da lì, riecheggiano nomi di personaggi illustri che diedero prestigio all’Università, una delle più antiche d’Italia, fondata nel 1391 per volere di Nicolò II d’Este. Vi si laurearono personalità di spicco, tra cui Ludovico Ariosto in Legge, Nicolò Copernico in Diritto Canonico e, in Teologia, Girolamo Savonarola, raffigurato nell’atto di predicare, con un’espressione pressoché inquietante, in una statua accanto al Castello Estense. Il religioso, appartenente all’ordine dei domenicani, inveiva contro
La Lubiana di Plečnik

SLOVENIA, LUBIANA Plečnik disegnava per sé sedie scomode. Il suo letto era corto e stretto per dormire poco e avere sempre una spinta al lavoro. Era schivo e abitudinario, ma di visioni aperte e avveniristiche e il suo progetto, divenuto patrimonio Unesco, è la base dell’anima verde e sostenibile della città. Un’atmosfera rilassante, lenta e tranquilla: Lubiana, capitale della Repubblica Slovena sin dall’indipendenza (1991), vive sul lungofiume, tra ponti, piazze e strade che pulsano al ritmo della cultura e delle note di musiche alpine, suonate da ambulanti solitari vestiti in abiti tirolesi, memoria di sei secoli di Austria. Ma nel 1921, anno in cui l’architetto lubianese Jože Plečnik (1872-1957), è richiamato nella sua terra natale, dopo essersi distinto a Vienna e a Praga sotto l’ala di Otto Wagner, Lubiana era da poco libera dalla dominazione austriaca. Plečnik torna con una missione precisa: dare una nuova identità estetico-architettonica a quella città, luogo di passaggio fin dai tempi antichi, ma rimasta nell’anonimato poiché sempre appartenuta ad altri. Plečnic gioca con l’architettura costruendo il Triplice ponte, punto di accesso al centro, con cui crea un’appendice al borgo del municipio e restituisce a Piazza Prešeren il ruolo storico e simbolico che aveva sempre avuto per la città: quello di accoglienza. Progetta un nuovo asse urbanistico: la strada dell’acqua. Il fiume Ljubljanica, in tempi antichi punto strategico ove si pagava il dazio, diventa il fulcro della vita cittadina. Plečnic ricicla i materiali, adattando il patrimonio storico-culturale a un contesto di attualità, orientato al contatto umano, al dialogo, all’incontro e alla convivenza con la natura, facendo convivere la storia degli sloveni – un popolo di contadini – con la cultura, su cui essi si appoggiano con l’intenzione di uscire dall’anonimato. Nel Mercato Centrale alloggia panettieri, fruttivendoli e macellai all’interno di nicchie sormontate da colonne ed elementi classici, che ripropone nella Biblioteca Nazionale Universitaria: una struttura di grande solidità, la cui sala di lettura, circondata a 360 gradi da vetri, rappresenta l’ascesa dalle tenebre dell’ignoranza ai lumi della scienza. Testo Scilla Nascimbene Foto ©Scilla Nascimbene e ©Feel Slovenia Pubblicato sul n.307 di Itinerari e Luoghi – Febbraio 2023, all’interno del reportage ANIME VERDI in collaborazione con B&B Hotel Italia e B&B Hotel Slovenia
Nördlingen, all’interno di un cratere

GERMANIA, BAVIERA All’apparenza potrebbe sembrare un angolo della Baviera simile a tanti altri, invece Nördlingen ha una particolarità più unica che rara: la città sorge all’interno di un cratere formatosi in seguito all’impatto di un meteorite precipitato sulla Terra quindici milioni di anni fa. Una conformazione che si nota solo se la si osserva dall’alto. Nella lista dei Geoparchi mondiali Unesco, il Geoparco del cratere Ries è stato un importante campo d’addestramento per le missioni spaziali: gli astronauti americani si sono addestrati per le missioni Apollo, familiarizzando con le formazioni rocciose dei crateri da impatto. Nel museo del cratere Ries della città sono conservati numerosi campioni di rocce provenienti dal Ries e un campione di roccia lunare donato dagli astronauti dell’Apollo 16, come ringraziamento per l’ospitalità durante i giorni di addestramento effettuato a Nördlingen. Il museo illustra inoltre le conseguenze dell’impatto che sono tuttora riconoscibili, attraverso un affascinante percorso espositivo. (RiesKraterMuseum, Eugene-Shoemaker-Platz 1, www.rieskrater-museum.de). Testo e foto © Scilla Nascimbene Foto copertina ©RomanticStrasse Pubblicato sul n. 316 di Itinerari e Luoghi – Dicembre 2023, all’interno del reportage PRIGIONIERO DI UN SOGNO
Tivoli. La città che ha illuminato Roma

LAZIO, TIVOLI Sono passati oltre 130 anni da quel primato mondiale: l’accensione della prima lampadina grazie alla corrente elettrica alternata lanciata a distanza. Fino ad allora, l’energia elettrica continua, prodotta con il carbone, poteva essere inviata solo in un raggio di poche centinaia di metri. Sul podio è Tivoli con la centrale dell’Acquoria, che il 4 luglio 1892 ha illuminato Roma, sua storica nemica, sorta 450 anni dopo rispetto all’antica Tibur, le cui origini risalgono al 1215 a.C. L’acqua è da sempre la sua ricchezza grazie al fiume Aniene, artefice dell’omonima valle, detta “degli imperatori”, poiché la scelsero come luogo ideale per le loro ville dell’otium, dove ritrovare la pace dell’anima, e per le importanti infrastrutture di cui, già dal IV secolo a.C., era dotata: le strade – tra cui la Tiburtina Valeria che la collegava alla capitale – e gli acquedotti, quattro degli undici che alimentavano Roma di acqua potabile. Fu proprio a seguito delle devastazioni causate dalle piene dell’Aniene che, nel 1826 papa Gregorio XVI commissionò la deviazione del fiume sotto il Monte Catillo attraverso due grandi cunicoli, detti gregoriani, generando la grande cascata di Tivoli, alta più di cento metri, grazie alla quale la città fu la prima in Italia ad avere la luce elettrica per uso civico nel 1886. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.308 di Itinerari e Luoghi – Marzo 2023, all’interno del reportage L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE in collaborazione con Tivoli Gran Tour e Viral Passport
Il quartiere di Chiafura e la “montagna del purgatorio”

SICILIA, SCICLI “Eravamo nell’ultimo angolo della Sicilia, ancora un po’ di campagna, carrubi, mandorle, villette estive di baroni, poi il mare, mare africano. […] Che cosa dovevo vedere a Scicli? E cosa invece ho visto? E’ presto detto. Le caverne […] da lontano non si nota nulla, ma salendo per sentieri che sono letticciuoli di torrenti, sopra le ultime casupole di pietra della cittadina, si sale una specie di montagna del purgatorio, con i gironi uno sull’altro, forati dai buchi delle porte delle caverne saracene, dove la gente ha messo un letto, delle immagini sacre, o dei cartelloni di film alle pareti di sassi, e lì vive, ammassata, qualche volta col mulo. […] Da lassù in alto potei vedere tutta Scicli. Come un vecchio giocattolo, sul calcare, la città di uno scolorito ex voto”. Era il 1959, quando Pier Paolo Pasolini, considerato uno dei più grandi intellettuali del Novecento, giunse a Scicli. Era arrivato da giornalista a visitare le caverne di Chiafura, dove si viveva in condizioni quasi primitive. La caratteristica conformazione del territorio con la presenza di cave e grotte carsiche, favorì la nascita di numerosi insediamenti rupestri già tra l’età del rame e l’età del bronzo antico, come dimostrano i ritrovamenti della Grotta Maggiore. In località Chiafura, dove alla fine del Settecento risiedevano stabilmente duemila persone, circa un quinto della popolazione di Scicli, le grotte – ventilate e asciutte per la loro posizione favorevole – furono abitate fino alla metà degli anni Cinquanta. La gente viveva senza acqua corrente, con le porte aperte, riunita in comunità completamente indipendenti e in condizioni troglodite. Nel 1959, il Partito Comunista Italiano, che ai tempi amministrava la città iblea, chiamò un gruppo di intellettuali e giornalisti, tra cui Pier Paolo Pasolini e il pittore e politico Renato Guttuso, per far visita agli “aggrottati”. A seguito delle pubblicazioni in cui i giornalisti riportarono le loro indignate impressioni, quell’arcaico insediamento rupestre divenne per gli sciclitani un luogo di vergogna e ne fu ordinato lo sfollamento. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.314 di Itinerari e Luoghi – Ottobre 2023, all’interno del reportage Torneranno le farfalle, in collaborazione con Viral Passport e Regione Siciliana
Gangi e le case a 1 euro

SICILIA, MADONIE Potrebbe sembrare uno specchietto per le allodole, ma con l’idea di regalare, o quasi, le abitazioni diroccate del paese, il sindaco di Gangi Giuseppe Ferrarello ha fatto tredici! Non subito. “Mi vuole levare la casa!” inveivano inizialmente i proprietari. Erano 586 le case abbandonate censite nel 2009; alcune con problemi strutturali, altre ereditate da parenti che non si parlavano e nemmeno avevano avviato la successione o appartenenti a gente emigrata da anni; altre erano le antiche paglialore, dove in passato convivevano animali e pastori. Dopo l’esempio dei primi quindici cittadini che vendettero la propria casa a poche migliaia di euro, dal 2011 prese piede quel meccanismo che, ponendo l’obbligo ai nuovi acquirenti di ristrutturare entro cinque anni, portò a una rivalutazione del borgo e a una crescita del turismo, passando dai trenta posti letto disponibili in paese nel 2007 ai seicento odierni, tra B&B, agriturismi e hotel. “Se si chiede a un abitante di Gangi quanto disti il mare, risponde che è lontanissimo” esclama il sindaco sorridendo. “Quando dico agli stranieri che si trova a cinquanta minuti di auto, mi rispondono che siamo sul mare!”. Sono tanti i turisti, anche non italiani, che hanno investito in paese, dando lavoro alle attività locali. Il comune stesso ha lavorato molto per promuovere la cultura e il turismo, tracciando nuovi percorsi naturalistici, geologici e culturali – anche accessibili ai non vedenti – e riunendo i commercianti del centro storico nel circuito “I negozi di Gangi”. Nella lista dei Borghi più belli d’Italia, Gangi offre 48 chiese ricche di opere d’arte, tra cui la Chiesa Madre e pregevoli palazzi nobiliari, come il settecentesco Palazzo Bongiorno, sede di rappresentanza del comune. Gangi è il centro geografico esatto della Sicilia, in cui si incrociano sette vie storiche, tra cui la Via Francigena e la via del grano degli antichi Romani, ma da cui prendono il via anche nuovi camminamenti, come quello che unisce gli antichi bevai, cioè gli abbeveratoi per gli animali presenti agli ingressi delle abitazioni, percorsi di nordic walking tracciati nel centro del paese o itinerari da affrontare sulle due ruote con il supporto necessario fornito dagli enti locali. Il comune è certificato per il turismo cinese e americano, con percorsi in lingua e ogni quarantacinque giorni organizza un evento nazionale o internazionale, partendo da alcune manifestazioni popolari già esistenti, come la Sagra della spiga nella seconda domenica di agosto, o Vivere in Assisi a fine settembre – inizio ottobre, in cui si rievoca la vita di San Francesco, o ancora Il presepe vivente, un evento che ha raggiunto il podio dei tra i 3 presepi viventi più importanti d’Europa. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.314 di Itinerari e Luoghi – Ottobre 2023, all’interno del reportage Torneranno le farfalle, in collaborazione con Viral Passport e Regione Siciliana Leggi anche A fossa di parrini