Giovanni Zandonella Maiucco. La via crucis di Località Bezzetti

LOMBARDIA, VOLTA MANTOVANA Una goccia cade increspando la superficie dell’acqua e quelle parole, dipinte sul fondo della vasca, appaiono tremule e poco chiare. La campana ha appena finito di battere i rintocchi per annunciare il mezzodì, con quasi venti minuti di ritardo. “La campana suona al mezzogiorno del luogo, quando il sole è esattamente al meridiano” mi dice Giovanni. Mi sporgo, avvicinandomi al fondo della vasca fino a leggere la scritta: Il tuo volto Signore io cerco. “Le verità sono spesso nascoste” mi spiega Giovanni “dobbiamo usare il pensiero per andare in profondità. La goccia che cade e increspa l’acqua rappresenta la speranza che non muore mai”. Quell’intimo oratorio campestre, in località Bezzetti, a Volta Mantovana, è un luogo di forte devozione e il vescovo di Mantova che lo aveva benedetto nell’anno giubilare, monsignor Egidio Caporello, si recava spesso a pregare per ritrovare se stesso. Lo aveva confidato a Giovanni: l’architetto Giovanni Zandonella Maiucco, che quella piccola chiesa, dedicata alla Madonna del Carmine, l’ha progettata e costruita con l’aiuto e l’entusiasmo di tutti gli abitanti del borgo. Giovanni è convinto che l’architettura non siano i muri, ma lo spazio che questi raccolgono e, in quello spazio, attraverso la luce e il silenzio, ci si avvicini all’Altissimo. Tutto è nato dalla spontaneità della gente, nel 1996, quando una comunità rurale, fatta dagli ultimi contadini che avevano vissuto quella terra da sempre, ha deciso di costruire un oratorio nuovo. La chiesa e il campanile sono disegnati nel rispetto di una rigida geometria, partendo dal ritmo ternario. Accanto, un cipresso, che si innalza nella sua verticalità, è una delle piante del “Giardino dell’Eden”, un progetto che prevede la messa a dimora di tutti gli alberi citati nella Bibbia, affiancati dai brani in cui vengono menzionati. Sotto il cipresso trova riparo un’edicola della Via Crucis, disegnata da Giovanni e che sviluppa le sue forme dal cubito ebraico: la croce, il lumino e uno spazio per nascondere e scambiarsi le cose, come facevano i suoi nonni, che si scrivevano le lettere d’amore e le mettevano in un buco di un gelso. Al centro, una bellissima formella, realizzata da un abitante del posto. “Era andato in pensione”, mi racconta Giovanni “di mestiere faceva il meccanico e il collaudatore di marmitte. Durante una messa, gli avevo confidato che mi sarebbe piaciuto trovare un artista per realizzare le formelle, ma la comunità non aveva più fondi. Lui non mi ha detto nulla e un giorno mi ha portato le quattordici formelle della Via Crucis che aveva scolpito per noi”. Accanto a ogni edicola, oltre all’albero e ai fiori spontanei, un masso erratico racconta la storia geologica del territorio: una zona morenica, in cui le glaciazioni hanno determinato il trasporto di grandi massi provenienti dall’area trentina, dal veronese e dal bresciano. Il masso serve al pellegrino per sedersi e per mangiare, in ogni stagione, i frutti del Giardino dell’Eden e degli alberi da frutta che sono stati piantati. Le iniziative del Giardino dell’Eden e della Via Crucis rimangono chiuse nei confini di quella piccola frazione, finché Giovanni decide di scrivere un libro per raccontare tutto quello che i “Cittadini Comunità Bezzetti” avevano realizzato: Una Via Crucis nel Cammino di fede e solidarietà, con un’introduzione redatta dal vescovo, alcune preghiere e i commenti delle stazioni, scritte da quattordici preti di paese. Ed ecco che un giorno arriva l’idea di realizzare la quindicesima stazione, quella della Resurrezione. Per commentarla all’interno del libro era necessaria una persona autorevole. “Telefono al mio amico prete” mi racconta Giovanni. “Dove sei?” chiede all’amico. “Sono a Gerusalemme” gli risponde. “A Gerusalemme? Senti, fai scrivere il commento della Resurrezione a qualche prelato di lì!”. La richiesta, inizialmente non accolta come una buona idea, viene poi riportata al segretario del patriarca. Dopo due mesi, a Corte Bezzetti, arriva con tanto di sigillo, l’intervento scritto del patriarca di Gerusalemme da inserire nel libro, unitamente ai commenti degli altri preti. La comunità è incredula e commossa. Come segno di ringraziamento, Giovanni pensa di regalare al patriarca una formella uguale a quella della quindicesima stazione. Poi decide di inviargli l’originale: “Il giorno di Pasqua, quando le donne sono andate al sepolcro, lo hanno trovato aperto e Cristo non c’era” mi spiega Giovanni. “Quando la gente passerà di qui e si fermerà davanti alla quindicesima stazione, la troverà vuota”. Il patriarca scrive nel suo commento: “È un Mistero che la nostra mente non può comprendere né spiegare. Può essere solo accolto e custodito nel cuore, con fiducia e amore”. Oggi la formella di Corte Bezzetti che rappresenta la Resurrezione è appesa fuori dal patriarcato di Gerusalemme, collegando così due mondi: quello calpestato da Cristo e l’altro, che ne ripercorre la memoria. “Noi vediamo solo ciò che sappiamo” conclude Giovanni “pertanto chi passa da questi luoghi vedrà ciò che sa. Per tutto il resto deve affrontare l’impervio percorso della ricerca”. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.n.309 di Itinerari e Luoghi – Aprile 2023, all’interno del reportage IL CAMMINO DI FEDE E SOLIDARIETÀ, in collaborazione con Colline Moreniche del Garda
I maggiordomi delle malghe

AUSTRIA, CARINZIA, TURRACHER HÖHE Christian amava indossare l’abito blu e i mocassini italiani, perfetti con la sua la 24 ore: era un manager di una banca di Klagenfurt. “Il mio lavoro era molto impostato” racconta “Tutto seguiva una check-list; oggi invece se piove devo cambiare programma”. Christian Weinländer, tuttora impeccabile in abiti tradizionali, inizia a raccontarmi in che modo è finito a Turracher Höhe, uno splendido altopiano al confine tra la Carinzia e la Stiria, costellato da tre laghi alpini, all’interno del Parco della Biosfera Unesco dei Monti Nockberge, una catena montuosa che raggiunge i 2441 m di altezza e la cui particolarità è quella di avere le cime rotonde coperte di erba, habitat di animali e piante endemiche, sopravvissute all’ultima era glaciale, che risparmiò quei monti dal gelo. “Un giorno la banca è fallita” riprende “la situazione è diventata insostenibile e mi sono licenziato. Poi ho trovato un annuncio sul giornale: “È quello che fa per me!” mi sono detto. Questo lavoro lo facciamo solo io ed Elmar a Turracher Höhe. Spesso, vedendoci insieme e in abiti tipici, ci scambiano per musicisti e ci chiedono dove suoniamo!”. Christian sorride; lui ed Elmar Ebner sono i maggiordomi delle malghe, esperte guide naturalistiche molto attente ai particolari e al benessere degli ospiti, ai quali riservano piccole sorprese, come dei veri maggiordomi. “In questi posti tranquilli e incontaminati le persone si rilassano e trascorriamo insieme delle belle giornate; quando attraversiamo a piedi nudi la torbiera, molti mi dicono che sembra di camminare sulle nuvole”. Gli chiedo quale sia la sua escursione preferita: “La gita all’alba sul lago”, risponde; “io ed Elmar prepariamo la colazione mentre il sole si alza e si specchia sull’acqua. Ogni alba è diversa ed è sempre un momento molto intenso. In banca guadagnavo di più” conclude Christian “ma qui mi sento più ricco”. (Programma “Maggiordomo delle malghe” prenotazioni: www.almbutler.at). Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.301 di Itinerari e Luoghi – Giugno 2022, all’interno del reportage IL MAGGIORDOMO DELLE MALGHE, in collaborazione con l’Ente della Carinzia Foto di copertina ©Scilla Nascimbene
Hermine. Tiroler Bio Alpakas Seefeld

AUSTRIA, TIROLO, SEEFELD “Tieni questa coperta e siediti sulla collina. Verranno loro da te”. Un po’ di relax in mezzo al verde è proprio quello che ci vuole dopo una mattinata in giro per malghe, mucche e sentieri nella vallata di Gaistal. Scelgo il mio angolo di prato e mi sdraio sulla coperta. È chiara e molto morbida. È fatta con la lana delle docili bestiole della fattoria. Sono sull’altopiano di Seefeld, a 20 km da Innsbruck, ma sembra di essere in mezzo alle Ande, con tutti quegli alpaca intorno a me. Mi accomodo, con un immenso desiderio di gustarmi la pace di quel posto e quei meravigliosi animali che pascolano. C’è qualcuno, però, che ha deciso di “assaggiarmi”. È un incantevole, piccolo batuffolo bianco, arrivato in compagnia di un suo simile. Vuole fare la mia conoscenza e inizia a morsicarmi delicatamente le guance con le labbra. E il naso… ma non lo molla più! Poi si fissa sui miei capelli, li prende in bocca e li mastica.“Me li starà mangiando?” mi chiedo. A dire il vero non l’ho capito e, mentre cerco in tutti i modi di sottrarre i miei capelli dalla sua bocca ruminante, vedo arrivare dalla fattoria una signora con un biberon in mano. “Lei è Hermine!” mi dice, riferendosi a quel cucciolo che mi stava divorando i capelli. “Ha solo un mese!” continua. “Tieni il biberon: è l’ora del latte”. Incredula e felice come una bambina, prendo quel caldo biberon tra le mani e, all’istante, Hermine lascia i miei capelli e inizia a succhiare. “Allora è una femminuccia!” penso tra me e me, mentre con tutta calma, la guardo, la accarezzo e la annuso. Profuma di latte e di cucciolo, fa mille versetti e sembra avere la voracità di chi ha intenzione di far fuori il biberon fino all’ultima goccia. Invece no. A un certo punto Hermine smette di succhiare, mi scambia per la sua “coperta” e, con una dolcezza indescrivibile, si addormenta sulle mie gambe. Ci ha divise un acquazzone, un gelido scroscio d’acqua che mi ha costretta a cercare riparo nello shop della fattoria. Lì ho comprato un cuscino, lungo e stretto. È morbido. Profuma di alpaca. Quando lo annuso, mi emoziona e mi ricorda Hermine. Da fine maggio a fine ottobre, la fattoria Tiroler Bio Alpakas di Seefeld organizza tour privati o escursioni di gruppo tra boschi, prati e malghe dell’altopiano, accompagnati dalle mansuete bestiole, con tanto di picnic tirolese. Grazie al loro carattere paziente e affettuoso, gli alpaca vengono impiegati sempre più spesso per scopi di pet therapy: una pratica terapeutica “dolce” che sfrutta i benefici dell’interazione tra l’uomo e gli animali da compagnia e che sembra avere sorprendenti effetti positivi sulla salute e sulla psiche umana. Per info www.bioalpakas.at. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.311 di Itinerari e Luoghi – Giugno 2023, all’interno del reportage ALPACA THERAPY, in collaborazione con Region Seefeld e Tirol. Foto di copertina ©Scilla Nascimbene
Elena Becquet. La lavorazione delle calze alla tedesca

VALLE D’AOSTA, ANTAGNOD “Fino al 1600 qui ad Antagnod avevamo le pecore che venivano a pascolare negli alpeggi più alti. La loro lana era il prodotto più usato per gli abiti e nel gregge di pecore bianche ne era sempre presente anche una nera, per poter mescolare i fili e aver il grigio come colore naturale”. Elena non si distrae mentre racconta: le sue mani sembrano essere un tutt’uno con quei 5 ferri con cui mi mostra come venivano realizzate le calze in Val d’Ayas a quei tempi, spiegandomi che la peculiarità stava nella lavorazione in tondo, tramite un gioco di ferri tipico dello stile tedesco: un’eredità delle tradizione del popolo Walser. “Si usano 4 ferri più uno, tenendo il filo sulla mano sinistra invece che sulla destra: le signore di Vienna le lavoravano così”. La realizzazione delle calze non era un vero e proprio mestiere, ma una consuetudine delle donne che le facevano per tutta la famiglia, di diversi tipi – quello lungo e il garodin (a mezza gamba) – e con disegni prevalentemente geometrici per gli uomini, più traforati per le donne. Per fare una calza di una misura 39 – 40 ci vogliono 20 giorni lavorando 4 ore al giorno. Oggi vengono infatti confezionate principalmente su ordinazione e poi vendute all’interno di un packaging realizzato con dei fondi europei, tramite i quali è stato finanziato anche un corso per insegnare alle donne a lavorare le calze come allora. Un modo per trasmettere un sapere d’altri tempi. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.306 di Itinerari e Luoghi – Dicembre 2022/ Gennaio 2023, all’interno del reportage CHIUDI GLI OCCHI E SOFFIA, in collaborazione con Monterosa Ski e Open Mind Consulting.
Arianna Di Paolo e i segreti di Valle Cadevella

LAZIO, ARSOLI Calendula, rosa canina, fiori d’arancio, avena e vaniglia: ecco alcuni ingredienti dei profumatissimi saponi di Arianna Di Paolo che, con il fratello Mariano, conduce l’azienda agricola tramandata dai nonni, nel comune di Arsoli. “Io uso l’olio di oliva, ma mia nonna Margherita utilizzava il lardo del maiale per fare il sapone. Mia nonna mi ha insegnato a raccogliere le erbe spontanee, a conoscere i lavori della terra e a fare il pane: i segreti di Valle Cadevella li ho imparati tutti da lei. Io e Mariano abbiamo mantenuto quello che ci è stato trasmesso dai nonni e organizziamo attività di fattoria didattica con i bambini per tramandare le nostre tradizioni. Nell’orto produciamo ortaggi biologici e olio extra vergine di oliva. Realizziamo anche del piccolo artigianato come cesti, taglieri e porta saponi con la radica di ulivo, borse di pelle e tessuto confezionate con materiali di recupero; venerdì facciamo pane, dolci e pizza. Nonno Mariano ci ha invece trasmesso la passione per le mucche e per i cavalli da tiro pesante, una razza protetta di cavalli agricoli italiani. Vieni, ti porto a vederne uno!”. Seguo Arianna attraverso l’uliveto e mi accorgo che una grossa pecora mi osserva da lontano. Non si avvicina. Sembra seria e per niente contenta della mia presenza. Ho scoperto solo in seguito che si trattava di un montone con un brutto carattere: meno male che non si è mosso da lì…! Soc. Agr. Valle Cadevella, Piazza S.Angelo 1, Camerata Nuova, tel. 324.9578250. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.308 di Itinerari e Luoghi – Marzo 2023, all’interno del reportage L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE in collaborazione con Tivoli Gran Tour e Viral Passport
Christian Tschurtschenthaler e le renne della Croda Rossa

TRENTINO ALTO ADIGE, DOLOMITI DI SESTO Kelly ha il pelo scuro color del bosco e le corna calde e vellutate. Le sento pulsare tra le mani. “È perché stanno stanno ancora crescendo” mi dice Christian. Kelly è una delle cinque renne che vivono sui Prati di Croda Rossa, detta anche Cima Dieci. L’idea di far arrivare le nordiche bestiole sulle Dolomiti di Sesto risale a una ventina d’anni fa. Tutto partì da Christian Tschurtschenthaler che, all’epoca, organizzava viaggi in motoslitta, mostrando ai turisti le bellezze di quel paradiso montano. Ma quanto rumore quella motoslitta! E che puzza di carburante! Serviva un mezzo in armonia con la natura. Così chiese ai bambini quale fossero, secondo loro, gli animali più adatti a trainare una slitta. Il 92% rispose: “Le renne”. E renne furono! Arrivarono a fine novembre 2003, dopo un viaggio di tre settimane, da Vuotso: un piccolo paese di cinquecento contadini e cinquemila renne, in Finlandia, 300 km oltre il Circolo Polare Artico. I nuovi ospiti erano due bellissime femmine e il maschio Rudolf che, a Natale, già trainava la slitta. Rudolf divenne una vera star per i bambini in visita alla Croda Rossa, ma nel 2014 scappò, cacciato da un giovane maschio, diventato il nuovo capo branco. Christian mi mostra il suo maestoso palco e mi spiega che ogni anno le renne perdono le corna e che quelle che ricrescono sono più grandi. I maschi lasciano cadere il palco a dicembre – gennaio. Le femmine, invece, tengono le corna fino alla primavera, quando partoriscono, proprio per difendersi dai maschi durante la gestazione. La stagione dell’amore è in autunno e la gestazione dura da 180 fino a 270 giorni. Ciò dipende dalle condizioni meteorologiche: le femmine partoriscono quando sentono arrivare la primavera e le temperature si alzano. I cuccioli sono bianchi come la neve; hanno le zampe lunghe e la testa piccola e dopo un’ora di vita si reggono in piedi. Gli adulti hanno il manto chiaro nella stagione fredda. Il pelo invernale è molto lungo e protegge fino a -47°, mentre quello estivo è scuro e più corto. Anche le corna sono coperte dal pelo finché sono in crescita, cioè fino alla metà di agosto. Poi il pelo sparisce e rimane solo l’osso. Il cibo preferito dalle renne sono i licheni e, d’estate, i funghi, soprattutto quelli velenosi. Nella stagione estiva le renne della Croda Rossa rimangono nel recinto, accanto alla stazione a monte degli impianti di risalita, ma in inverno sono libere sulle piste da sci. Grazie agli zoccoli che si aprono in due, non affondano nelle neve fresca e vagano placide fra i boschi. Anche durante la notte, ma solo se c’è la luna piena. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.312 di ITINERARI E LUOGHI – Luglio 2023, all’interno del reportage Più vicini al cielo Foto di copertina ©Scilla Nascimbene
Sara Galterio. La bottega delle belle statuine

ABRUZZO, PACENTRO “Ho sempre amato dipingere e, appena ho terminato i miei studi all’Istituto d’arte specializzandomi come orafa, ho aperto un laboratorio a Pacentro”. Siamo nella bottega di Sara Galterio, di fronte a un panorama della città che, a dir poco, incanta, così come Sara era rimasta incantata davanti alle statuine di Peppino Avolio. “Peppino era un artista di fine Ottocento che affrescava i soffitti delle case più nobili del centro; aveva una bottega in paese dove realizzava le statuine dei presepi e insegnava ai bambini a dipingere. Un giorno venni a sapere che una nipote aveva messo in vendita gli stampi di gesso ereditati da nonno Peppino e feci la follia! Erano sparsi in una cantina umida da 70 anni e, una volta acquistati, sono riuscita a ricomporli grazie a un censimento borbonico dei costumi del circondario, trovato in un archivio, in cui erano raffigurati gli stessi vestiti riprodotti negli stampi. È stato un inizio, perché col tempo ho cambiato genere e ho cominciato a realizzare stemmi di natura araldica e bassorilievi in terracotta con soggetti della Pacentro che non esiste più, basandomi su cartoline e quadri antichi. Ho anche decorato la parete dei bagni pubblici, raffigurando in grandezza naturale la scena della “fonte delle zitelle”, un’antica fontana del paese dove si recavano a prendere l’acqua le ragazze in cerca di marito, sperando in un incontro fortunato: una giovane donna è alla fonte e un tizio le manda il pizzino col messaggio d’amore tramite un bambino ma, dalla finestra, interviene la mamma: “Lascia perdere fima!(lascia perdere mia figlia!)”. Forse non era esattamente quello il pretendente tanto desiderato…! (La bottega delle belle statuine. Manufatti di terracotta. Via D.Alighieri 87, Pacentro, tel. 333/4628138). TTesto e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.300 di Itinerari e Luoghi – Maggio 2022, all’interno del reportage IL CAMMINO GRANDE DI CELESTINO, In collaborazione con il Parco Majella
Li Tsacolé, i sabot della Val d’Ayas.

VALLE D’AOSTA, ANTAGNOD Li Tsacolé sono le tipiche calzature di legno dell’Alta Val d’Ayas. “Ad Ayas ci sono sempre stati dei sabotier” mi spiega Michel Becquet, mentre intaglia un paio di sabot nella sua bottega ad Antagnod. “Agli inizi del Novecento ce n’erano circa 250: una persona per famiglia faceva i sabot, perché erano le uniche scarpe usate; le calzature di cuoio erano indossate solo in occasione delle cerimonie. Il mestiere del sabotier consentiva di lavorare anche durante i mesi invernali, periodo in cui le attività agricole non potevano essere svolte”. Nel mentre, Michel mi indica la foresta di fronte: il Bosco Nero, una parte della vallata che rimane all’ombra, favorendo la crescita del pino cembro, detto anche cirmolo. “Il suo legno mantiene i piedi caldi e asciutti perché assorbe l’umidità; è un isolante ed, essendo piuttosto resinoso, è anche idrorepellente. Fino agli anni Sessanta, durante l’inverno, nella valle rimanevano solo le donne che accudivano le mucche, mentre gli uomini andavano in Piemonte per fare i sabot. Lì non avevano il cirmolo e utilizzavano il legno di pioppo che assorbe l’acqua e, per tenere il piede asciutto, realizzavano gli zoccoli più larghi all’interno per poter mettere la paglia”. Michel mi mostra il modello da uomo e quello da donna e mi spiega che sono necessarie più di 3 ore per realizzare un paio di sabot: per la sgrossatura si usano alcuni macchinari, ma la finitura è fatta a mano con diversi strumenti da taglio. “Questi sono sabot “da montagna”, pensati per camminare in salita e in discesa, infatti sono fondi all’interno, per non far scivolare il piede, e con il tallone corto e arcuato. Gli zoccoli olandesi, invece, sono “da pianura” e hanno il tallone lungo e piatto”. Ad Antagnod erano rimasti solo due anziani sabotier e, per valorizzare quest’arte antica, sei ragazzi del paese hanno deciso di imparare da loro il mestiere, costituendo la cooperativa “Li Tsacolé d’Ayas”. Nella bottega di via Chanoux 10 è possibile assistere alla realizzazione delle calzature e farsene fare un paio ad hoc. Li Tsacolé d’Ayas, Route Chanoux 10, Antagnod, tel. 328.3662905 (Michel): i sabot della Val d’Ayas, sabots_ayas@yahoo.it. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.306 di Itinerari e Luoghi – Dicembre 2022/ Gennaio 2023, all’interno del reportage CHIUDI GLI OCCHI E SOFFIA, in collaborazione con Monterosa Ski e Open Mind Consulting. Leggi il reportage completo sulla Val d’Ayas: CHIUDI GLI OCCHI E SOFFIA
Intervista impossibile a Madama Margherita

LAZIO, CASTEL MADAMA Arriva la Madama! Vi siete mai chiesti da dove provenga quest’espressione usata per indicare il sopraggiungere delle forze dell’ordine? Ce lo spiegano Marina Monaco e Lucrezia Corbot al Castello Orsini di Castel Madama, durante la loro “intervista impossibile a Madama Margherita”, un colloquio immaginario dal fascino teatrale, basato su fatti realmente accaduti. Protagonista: Emanuela Colasanti nelle vesti dell’illustre Margherita d’Austria, detta “Madama”, figlia dell’imperatore Carlo d’Asburgo e sempre accompagnata da un lungo corteo di guardie a sua difesa, da cui la frase “arriva la Madama!”. Fu l’unica donna ad aver avuto il privilegio di sposarsi nella Cappella Sistina, purtroppo, a suo dire, con l’uomo sbagliato, Ottavio Farnese, e in mezzo ai ponteggi di Michelangelo! Da Margherita prendono il nome due fastosi edifici romani:Villa Madama, sua residenza di campagna, e Palazzo Madama, ove abitava, oggi sede del Senato, ereditati dal primo marito, Alessandro Medici, insieme al castrum Sacti Angeli che, in suo onore, fu chiamato Castel Madama. Il piccolo borgo, arroccato sui Monti Tiburtini, conserva nel suo territorio i resti di quattro acquedotti romani, tra cui il maestoso Anio Novus, ed è famoso per il carnevale castellano e per il palio Madama Margherita. Questa festa, ricorrente nel mese di luglio, rievoca l’arrivo della Madama nel borgo (1538) tramite balli, giostre, banchetti e sfilate in abiti rinascimentali. Ad altra epoca si lega invece l’attuale aspetto di Castello Orsini, restaurato da un vero e proprio archistar dell’Ottocento: Oreste Vulpiani, ingegnere idraulico, viaggiatore e collezionista d’arte. Il Vulpiani, durante i lavori di remise en forme della fortezza medievale – ove risiedeva dalla nascita e che, in seguito, donò alla popolazione di Castel Madama – si costruì una sala da bagno di tutto rispetto e, mentre i suoi inservienti erano costretti a gettare i propri escrementi da una finestrella che dava sulla campagna, per le fisiche necessità egli stava comodamente seduto su un vaso cinese di ceramica bianca e blu, potendo poi decidere di passare al bidet o alla vasca, da cui fuoriusciva l’acqua calda, grazie a un ingegnoso scaldabagno a legna. Un ultimo curioso aneddoto: alla fine dell’“intervista impossibile”, quando Marina e Lucrezia chiesero a Madama Margherita se fosse realmente venuta nel loro borgo, la donna affondò nei ricordi. Tanti, ricchi di particolari e di emozioni. Poi però le sopraggiunse il dubbio che fosse tutto frutto di un sogno… Non sappiamo quindi se la nobildonna visitò o meno Castel Madama ma, visti gli anni trascorsi, per quest’amnesia non possiamo proprio farle una colpa… Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n. n.302 di Itinerari e Luoghi – Luglio 2022, all’interno del reportage DESIDERI NELLE SCATOLE DI LATTA, in collaborazione con Viral Passport e Tivoli Gran Tour Leggi il reportage completo sui Monti Prenestini e la Valle del Giovenzano: DESIDERI NELLE SCATOLE DI LATTA
Le sculture di Andrea Haider, Seefeld

AUSTRIA, TIROLO, SEEFELD Una sfida e un fascino al tempo stesso: per Andrea l’arte è quasi un potere e la sua ambizione è quella di realizzare un artigianato tradizionale, elaborandolo attraverso il suo gusto contemporaneo e la sua raffinata libertà artistica. Andrea Haider vive e lavora a Oberperfuss, un villaggio alle pendici delle montagne, a 20 km da Innsbruck. L’uomo e il paesaggio sono i protagonisti della sue creazioni, sia nelle piccole opere d’arte che nelle sculture di grandi dimensioni. Profili fluenti si accostano a spigolose geometrie e diventano un tutt’uno nei capolavori astratti, nate dai suoi disegni o dalle volontà dei clienti. A volte è proprio la materia stessa a ispirarla: i profumati ceppi di legno di cembro e di tiglio che la scultrice trasforma con la sua versatile creatività, giocando sulle forme, sui colori e sulle dorature. Andrea insegna l’arte dell’intaglio ed espone le sue opere sia in Austria che Oltralpe. Per conoscerla e ammirare le sue sculture, fate visita al suo negozio in Klosterstraße 295, nel centro pedonale di Seefeld (www.andrea-haider.com). Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.311 di Itinerari e Luoghi – Giugno 2023, all’interno del reportage ALPACA THERAPY, in collaborazione con Region Seefeld e Tirol. Foto di copertina ©Scilla Nascimbene