Elidia Pisu. Ascoltare con gli occhi

A tredici anni Elidia Pisu incontrò a scuola Chiara, una ragazza sorda. Guardando le mani dell’interprete che traduceva per lei le lezioni decise che un giorno avrebbe fatto lo stesso lavoro. Da Baressa a Cagliari, Venezia e Ravenna, fino al ritorno nel suo paese della Marmilla: la storia di una vocazione nata sui banchi di scuola.

I Vezo del Madagascar: coloro che lottano contro il mare

Vezo Madagascar. Coloro che lottano contro il mare

Giovane donna Vezo, isola di Grande Mitsio, arcipelago delle Mitsio, Madagascar. Sul volto, il masonjoany, una pasta tradizionale utilizzata come cosmetico e protezione dal sole. Si ottiene sfregando il legno dell’albero di masonjoany su una pietra con un po’ d’acqua, fino a ottenere una pasta da applicare sulla pelle. Coloro che lottano contro il mare I Vezo sono pescatori seminomadi delle coste del Madagascar. «Coloro che lottano contro il mare». È così che si definiscono. Il nome Vezo viene ricondotto al verbo “pagaiare”. Rita Astuti, antropologa della London School of Economics, che ha vissuto a lungo tra loro e ha dedicato loro People of the Sea. Identity and Descent among the Vezo of Madagascar, racconta che erano gli stessi Vezo a spiegarle il proprio nome attraverso il gesto del remo: quando più persone pagaiano insieme sulla stessa piroga, una scandisce il ritmo: «ve-zo! ve-zo!» Essere Vezo è un modo di fare Per Astuti, essere Vezo è un’attività, un way of doing, un modo di fare. Sanno nuotare, costruire piroghe, navigare, pescare, mangiare e vendere il pesce, ma anche camminare sulla sabbia soffice senza perdere il fiato. Portano sul corpo «i segni dell’essere Vezo». Quando lei stessa nuotò nell’oceano, le dissero: «Sei Vezo.» Quando imparò a mangiare il pesce mettendo in bocca insieme carne, pelle e lische, inghiottendo carne e pelle e sputando le lische, le dissero che era «davvero Vezo». E le spiegarono: se vai a pescare ogni giorno, lotti con il mare e sai pagaiare una piroga, allora sei Vezo. Perché essere Vezo è quello che hai imparato a fare. Si può diventare Vezo. E si può smettere di esserlo. Una persona che lascia la costa, si trasferisce nell’interno e cambia modo di vivere cessa di essere Vezo e diventa Masikoro. La piroga, il re e il peso del passato I re sakalava che governavano quella regione del Madagascar consideravano i Vezo propri sudditi. Il re arrivava sulla costa per riscuotere tributi — tartarughe marine e pesci particolarmente pregiati — e per chiedere chi fossero i loro antenati e da dove venissero. Pagare il tributo significava riconoscersi suoi sudditi. Rispondere alle domande sugli antenati significava entrare nella storia e nella genealogia del regno. I Vezo non volevano essere interrogati. Quando arrivava il re, prendevano la piroga e andavano in mare. I Vezo non volevano spiegare chi erano attraverso il loro passato. Perché essere Vezo è quello che sai fare, quello che fai. Prendere la piroga non significa scappare. Significa rifiutare che il passato stabilisca una volta per tutte chi sei e quello che puoi fare. Testo e foto ©Scilla Nascimbene

Sguardo di giovane donna

Marocco off road. Attraverso le vastità. AF TRAVEL FIRENZE

SIDI ALI, MAROCCO Eravamo quasi arrivati al villaggio di Sidi Ali, in una zona molto arida, dove le crepe lacerano la terra che, provata dalla siccità, si spacca in disegni reticolati. Su quella strada, fino al 2007, alzavano la polvere gli equipaggi della Parigi Dakar, il famoso rally che attraversava mondi africani. Non avevamo ancora raggiunto il villaggio, quindi eravamo in mezzo al nulla. Ma, nelle zone desertiche del Marocco, dal nulla appare sempre qualcuno. Spesso i bambini: chi con i dromedari, chi con il somarello carico di erba. Stavolta dal nulla sono comparse due giovani donne. Ci siamo fermati. Avevamo in macchina le maddalene, delle brioscine morbide che la nostra guida Aly aveva comprato proprio per regalare ai bambini. Quindi ci siamo fermati per dar loro le maddalene. Le hanno prese con molta delicatezza, con quella grazia femminile che ritrovo nelle espressioni delle Madonne, ritratte nel corso del tempo da tanti pittori, famosi o anonimi. Una delle due giovani mi ha colpita. Non so perché. Aveva uno sguardo sicuro. Sicuro di cosa poi? Che sicurezze poteva avere in quel posto in mezzo al nulla? Lei appariva, invece, molto posata e sicura di sé, come se quel mondo fosse esattamente tutto ciò che le serviva per essere felice della vita. Volevo scattarle una foto, ma non l’avrei mai fatto senza chiederle il permesso. – ” Posso farti una foto? ” – Mi ha detto subito di sì. La fotocamera era già pronta perché, durante quei viaggi, si scatta in fretta, molto spesso dal finestrino, così come viene. E a volte viene pure bene. Le ho sorriso in segno di ringraziamento e le ho scattato una foto. La sua amica, dietro di lei, si è coperta gli occhi temendo che le rubassi l’anima, come sostengono antiche credenze locali. Lei invece mi ha guardata fissa. Fissa negli occhi. Fissa con uno sguardo che mi ha spiazzata. Con quello sguardo sicuro di sé. Lo stesso del suo modo di essere che da subito mi aveva colpita. Mi ha guardata con uno sguardo magnetico, quasi volesse dire: “A me l’anima non la ruba nessuno”. Amo questa foto. La forza che, con quello sguardo, mi trasmette quella giovane donna. Mi piace chiamarla così, perché in lei non vedo nulla di una ragazzina. Amo questa foto perché mi ricorda che noi donne abbiamo dentro una forza grandiosa, avvolta da veli di delicata grazia. Noi le abbiamo dato una maddalena. Quella che Aly aveva, con tanta dolcezza, comprato proprio per i bambini. Per regalare i sorrisi. Lei però non era una bambina. Ma una giovane donna. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Storia tratta dal Reportage MAROCCO OFF ROAD. ATTRAVERSO LE VASTITÀ, realizzato durante il viaggio AF TRAVEL FIRENZE e SAHARA DESERT TRAVEL Leggi il Reportage completo sul viaggio in Marocco tra deserti, montagne e città: MAROCCO OFF ROAD. ATTRAVERSO LE VASTITÀ.

Marisa, nonno Paolino e il cane viaggiatore

ABRUZZO, DECONTRA “Questa la devi assaggiare, è una croccantella di pane di solina, facilissima da preparare: erbette, un pizzico di curcuma e dei pomodorini; il piano b per fare un buon aperitivo!”.  Marisa, sembra di conoscerla da sempre. Il suo sorriso, il suo calore e la sua energia fanno sentire a casa chiunque entri nell’Agriturismo Pietrantica di Decontra, che gestisce col marito Camillo. A suo dire, però, non è un posto per tutti.  “Una volta è arrivato un signore con la tv portatile per vedere la partita, ma qui non c’è l’antenna! Un’altra, vedo scendere dalla macchina una ragazza con i pantaloni stretti e i tacchi a spillo: “Siamo in una landa desolata!”, diceva al marito. Ma chi me li ha mandati questi?  Tocca fare le dieci spigolature (suggerimenti)! Così una sera, dopo un bicchiere di vino, abbiamo scritto i dieci buoni motivi per NON andare da Marisa!”.  Intanto, tra una risata e l’altra, assaggio la prima croccantella, ancora calda.  “La solina è un grano antico che cresce fino a 1500 metri nei terreni aridi e ghiaiosi della Majella; non vuole coltivarla più nessuno, perché ha una resa bassissima, ma ha un sacco di proprietà ed è diventato presidio slow food. I terreni qui a Decontra sono piccoli e impervi e la seminiamo a spaglio, lanciando i semi con un gesto che ci ha insegnato Nonno Paolino, il papà di Camillo”.  Per un attimo il sorriso di Marisa si smorza.  “Mi sembra di vederlo seduto qui o sotto quell’albero. Da quando ci ha lasciati mi manca tantissimo e mi devo ancora abituare.  Lui non era mai arrabbiato e io, invece, ero spesso nervosa e, quando cercava di rasserenarmi, iniziava la frase sempre così: “Purtroppo, fortunatamente…”. Era il suo modo per farmi capire di stare tranquilla e andare avanti, nonostante tutto, perché, in fondo, eravamo fortunati per tante cose”.  Nonno Paolino aveva una serenità che dipendeva dal suo stato mentale, dall’arte del fare, del fare con le sue mani e dalla capacità di sentirsi in un posto soltanto e di esserci completamente. “Se fai il pane” diceva “fai solo il pane, non pensare ad altro!”.  Il contrario della nostra quotidianità, dove tutti corrono e vogliono essere sempre da qualche altra parte.  “Tieni questo libro”, mi dice “ parla di Nonno Paolino e raccoglie le sue poesie” (I miei sogni sono stati tutti sulla Majella. Paolo Sanelli. Edizioni Menabò).  Marisa mi spiega che tanti anni fa la montagna era vista come una grossa sofferenza ed è odiata dagli anziani del paese, perché vi hanno passato la gioventù, quindi l’età più bella, trasportando la legna con l’asino e svolgendo lavori pesanti.  Nonno Paolino, invece, raccontava la sua vita come una susseguirsi di sorprese che lui chiamava “gioielli” e che arrivavano a ogni stagione: le rondini che tornavano nei vecchi nidi all’interno della sua casa, i canti degli asini, il richiamo delle quaglie, le aquile che volavano basse sulle sue greggi.  L’alba che gli diceva di alzarsi per mungere le mucche. Il tramonto che arrivava per potersi riposare.  “Un’estate sono venuti da noi degli amici” riprende Marisa, “e lui ha voluto portarli a dormire in montagna. Quindi li abbiamo ospitati, o meglio, li abbiamo ospitati a dormire in montagna, sotto le stelle. E, una volta tornati, hanno detto ai loro genitori che era stata l’esperienza più bella della loro vita.  Nonno Paolino diceva che quando dormi in montagna, nel silenzio, apri gli occhi e vedi le stelle, è una cosa meravigliosa.  Aveva vissuto tre mesi in Inghilterra per lavorare, ma lì, a suo dire, pioveva tutti i giorni e si mangiava malissimo. Così era tornato a Decontra, con il suo gregge di pecore.  E, proprio dall’Inghilterra, dopo che uscì il libro su di lui, arrivò un giornalista che lo voleva intervistare, ma Nonno Paolino non parlava inglese e il giornalista non capiva l’italiano.  “Vedi”, mi disse il nonno, “gli animali tra loro si intendono e noi non riusciamo a comunicare””.  A un tratto mi vedo spuntare da sotto il tavolo un cagnetto scodinzolante. “Questo è Lucky! Ha 15 anni e accompagna i turisti all’eremo di San Giovanni.  La Majella è la montagna sacra degli abruzzesi, ci sono circa quaranta eremi. Nonno Paolino mi raccontava che, ai tempi dei suoi nonni, i monaci che vivevano negli eremi erano ben voluti dalla popolazione e quando c’era una persona anziana in famiglia si portava da loro che se ne prendevano cura. Spesso ci si recava negli eremi per prendere il petìro, un unguento preparato con grasso ed erbe che veniva applicato per curare i dolori. Oppure ci si andava per consiglio: mo’ si va dagli avvocati, prima “per consiglio” si andava dai monaci, portando una pagnotta di pane o un pezzo di formaggio!”. E mentre mi parla dei monaci, del petìro e di Nonno Paolino, lancia una croccantella a Lucky, che la prende al volo, e inizia a raccontarmi che durante un inverno è sparito per tre mesi ed è tornato in primavera tutto contento, col pelo lucido, una targhetta al collo con scritto “Plug” e un numero di telefono.  Marisa chiama e viene a sapere che dei ragazzi avevano trovato il cane sul Blockhaus, si erano affezionati e l’avevano tenuto con loro.  Così per quattro anni, ogni inverno, Lucky era andato sul Blockhaus per raggiungere i ragazzi che lavoravano sulle piste da sci. “Plug è qui!” le dicevano al telefono. In primavera il cane tornava a Decontra e Marisa li chiamava: “Lucky è qui!”.  Finché un giorno quei ragazzi si sono trasferiti al nord. Ma Lucky, giunto l’inverno, è andato a cercarli sul Blockhaus. Vagava smarrito, perché non riusciva a trovarli e delle persone che lavoravano sugli impianti lo hanno riconosciuto; Marisa e Camillo sono stati avvertiti e sono andati a riprenderlo. “Da quel giorno, Lucky non è partito più. Forse ha capito che non avrebbe mai più trovato quei ragazzi ad aspettarlo.  O forse è diventato vecchio e rimane qui” conclude Marisa. “Non è più un cane viaggiatore”.  Purtroppo, fortunatamente… Agriturismo Pietrantica, Decontra di

Lucia Zanotti. Il Museo della sposa

LOMBARDIA, CASTIGLIONE DELLE STIVIERE Broccati di seta, pizzi di Bruges, ricami con fili dorati, manciate di diamanti, veli con mimose e fiori ricamati a mano: il Museo della Sposa è una galleria d’arte moderna del costume di fama internazionale, in cui sono esposti abiti contemporanei che hanno sfilato sulle passerelle del mondo, mostrando l’eccellenza del Made in Italy e testimoniando il lavoro che più di cento donne hanno svolto in un trentennio. Inaugurato nel 2018 da Kathleen Kennedy Townsend a Castiglione delle Stiviere, il museo è il coronamento della carriera di Lucia Zanotti Kissing come Direttrice Artistica di Atelier Aimée.  “L’abito da sposa è un sogno: non è soggetto alla moda: ogni sposa ha il “suo” abito e il proprio stile”. Seguo Lucia Zanotti attraverso il museo: mille metri quadri con trecento manichini disposti su passerelle, che rappresentano alcuni momenti delle sfilate realizzate in Italia e nel mondo. “Io ero la direttrice creativa dell’atelier; avevo quattro stiliste e dieci modelliste; eravamo in centocinquanta. Ho sempre avuto il desiderio di fare un museo, per questo conservavo alcuni abiti di ogni sfilata. Ho allestito il museo per rappresentare il lavoro delle mie collaboratrici donne, quasi tutte madri e mogli che facevano tanti sacrifici per venire a lavorare da noi; senza di loro non avremmo potuto realizzare tutto questo”. Sessanta sfilate con più di cento abiti ciascuna.  Tremila i modelli creati che hanno vestito più di trecentomila spose, tra cui quattro nipoti di Robert Kennedy. “Ogni abito esposto ha la sua storia. Questo è quello di Kathleen Kennedy che lo ha donato al museo. Kathleen é la prima degli undici figli di Robert Kennedy. Si trovava a Venezia, ospite a un matrimonio in cui la sposa indossava un nostro abito. Mi ha detto che aveva quattro figlie e che quando si sarebbero sposate avrebbero scelto un mio modello. Kathleen aveva studiato arte a Firenze: capiva il segno italiano di un abito. Cinque anni dopo, la prima figlia è andata nel nostro atelier di New York in Park Avenue e ha preso, in bianco, quell’abito qui fotografato in azzurro, che poi ha regalato al museo. Siamo stati invitati al matrimonio a Washington, nella sede femminile del Partito Democratico e la mattina dopo eravamo nella casa di Robert Kennedy come ospiti per il brunch della domenica. Nel giro di dieci anni ho vestito tutte le sue quattro figlie. Io vengo dalla moda, dove tutto sembra effimero; invece c’è tanta ricerca e io stessa ho sempre studiato i grandi sarti. Vengo dal mondo del colore e per le mie collezioni sono sempre partita da un colore, anche se poi l’abito era venduto più spesso in bianco seta”.  Ed ecco le acque marine e i turchesi per i matrimoni sul mare, il glicine, i verdi, o gli abiti cosparsi da manciate di diamanti con la forma degli anelli di fidanzamento; la grotta degli ori con gli abiti delle spose arabe. Modelli ispirati all’alta moda, alla Primavera del Botticelli, a Boldini, pittore della Belle Époque, e a personaggi famosi, come Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, la regina Maria Antonietta, la Principessa Sissi, Lady Diana. Ai gioielli di Bulgari, che negli abiti diventano ricami. “Ogni sei mesi dovevo inventarmi qualcosa di nuovo e superare sempre me stessa e quello che avevo già fatto”. Il museo è uno spazio multi-didattico visitato da tante scuole di ogni ordine e grado tra cui quelle di moda, poiché frutto di oltre trent’anni di lavoro e di sdifettamento, in cui ogni abito veniva sempre migliorato: studentesse, sarte e modelliste possono ammirare le tecniche ricercate di disegno, modellismo e sartoria. È anche un racconto del dietro le quinte delle sfilate e dei servizi fotografici e vi sono esposte numerose gigantografie realizzate da fotografi illustri. Nel museo sono conservate quaranta copertine delle sessanta pubblicate nel mondo con gli abiti di Lucia Zanotti e l’unica collezione al mondo di 80 Barbie vestite con abiti da sposa confezionati con tessuti e ricami preziosi. Nel salone dedicato alle sfilate degli abiti in bianco e nero, vengono proiettati dieci minuti di cinema con filmati che raccontano i matrimoni delle principesse e dei Kennedy, mentre Lucia offre dei confetti.  Ci si siede, si guarda e si sogna. Museo della sposa, Via Zanardelli 18, Castiglione delle Stiviere (MN), tel. 348.3116950, www.museodellasposa.it, solo su prenotazione.  Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.n.309 di Itinerari e Luoghi – Aprile 2023, all’interno del reportage IL CAMMINO DI FEDE E SOLIDARIETÀ, in collaborazione con Colline Moreniche del Garda

Mauro Savin. Il costruttore di suoni

VALLE D’AOSTA, CHALLAND-SAINT-VICTOR “Scrive Claude Lévi-Strauss che il mito non è una storiella che si racconta […] ma è per l’uomo la stoffa stessa dello stare al mondo, un orizzonte di riferimento così tanto presente nella vita di tutti, che alla fine non lo si riconosce più. E infatti Lévi-Strauss diceva ai suoi studenti: andate proprio dove non vi aspettate di trovare nulla. Là troverete il mito”. Nel suo libro Campanacci d’Italia Giovanni Mocchi spiega che è forse questo il motivo per cui, nella nostra cultura, in pochi hanno saputo cogliere il valore materiale e morale della campana che, coi suoi rintocchi, accompagna la vita di tutti i giorni, i momenti di festa e di pericolo, fino all’ultimo saluto.  Esiste un legame profondo tra l’uomo e questo strumento e per i pastori scegliere i campani è quasi un rito: significa comporre la sinfonia che li accompagnerà nella solitudine dei giorni e delle notti al pascolo.  È la ricerca del suono che hanno nel cuore, udito fin dall’infanzia, come la voce dei familiari. “Se regali una campana a una persona, è come se regalassi un pezzo di te, perché ognuno sceglie quella che emette un suono in armonia con se stesso”.  Sono nella frazione Isollaz di Challand-Saint-Victor, nel laboratorio di Mauro Savin, fabbro, artista, concertista, compositore, annoverato tra i migliori organettisti italiani.  L’unico costruttore di campani in tutta la Val d’Aosta. “Penso che il fabbro sia il capostipite di una vallata, perché ognuna ha un timbro di suono legato a chi ha costruito i campani”. È stato il padre a insegnargli l’arte di lavorare il ferro, mentre il nonno, primo fisarmonicista professionista della Valle d’Aosta, gli ha trasmesso una grande eredità musicale: molti dei suoi brani sono entrati, infatti, a far parte del patrimonio tradizionale della regione. Già i suo avi erano forgiatori di campani, ma quelli di Mauro Savin hanno una caratteristica unica: il loro suono non è casuale, ma è il frutto di una affinata ricerca sonora eseguita con i diapason. I modelli che realizza riproducono i progressivi quarti di tono della scala musicale: i capi al pascolo diventano così interpreti di singolari armonie.  “Quando i pastori vengono ad acquistare i campani, ne propongo alcuni con timbri calibrati tra loro: sentirli suonare insieme è per me qualcosa di magico. A volte impiegano ore per sceglierli e ne ascoltano anche 500: sono come musicisti che ben conoscono la sonorità della loro mandria, proprio perché l’hanno scelta e la distinguono da quella delle altre.”  Mauro mi spiega che i campani, utili per allontanare le vipere grazie alle loro vibrazioni, consentono ai pastori non solo di rintracciare i capi a distanza, ma anche di capire come stanno o cosa stanno facendo. Ogni bovino ha infatti un proprio modo di battere il campano che il pastore conosce bene.  Anche gli animali lo usano per attirare la sua attenzione e addirittura per comunicare tra loro stessi: se viene cambiato il campanaccio a una mucca, questa non è più riconosciuta dalla mandria e cominciano le battaglie per ristabilire la gerarchia.  Mauro mi fa ascoltare i diversi timbri delle note: alcuni, ovattati e afoni, sono detti “maschili” e vengono scelti per gli animali con una forte personalità; agli individui con un carattere più mite vengono invece abbinati i timbri “femminili”, più morbidi e cristallini.  I suoi campani sono numerati e il codice viene riportato su un registro assieme al nome dell’acquirente e alla sua destinazione. Sono montati su collari da lui realizzati, decorati con intrecci di cuoio e impreziositi con borchie e sculture di ottone, secondo la tradizione valdostana.  “Impiego circa 12 ore per realizzarne uno e dalle 3 alle 5 ore per finire il collare. Quando ne costruisco di nuovi, vado da una mandria e li faccio suonare. Tutte le mucche arrivano e pian piano mi fanno capire quale campano preferiscono perché iniziano a leccarlo: ho anche fatto dei filmati!” Mauro espone i suoi capolavori alla fiera millenaria di S.Orso. Ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui un premio speciale della Regione Valle d’Aosta per la ricerca storica.  Insegna a suonare la fisarmonica, ma anche anche l’arte di lavorare il ferro. Accorda la durezza del metallo con l’armonia del suono.  Mentre mi parla, comprendo che ama ogni suo pezzo forgiato. “Io adoro faticare. La sera quando vado a dormire devo essere stanco. Ripenso alle persone che ho incontrato durante il giorno, a quelle che ho sentito. E mi sento sereno. Per me questa è la cosa più bella in assoluto”. Sabofer di Mauro Savin, Frazione Isollaz 8, Challand-Saint-Victor, tel. 335.690476,  www.maurosavin.it, https://sites.google.com/site/saboferfaberferrarius. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.306 di Itinerari e Luoghi – Dicembre 2022/ Gennaio 2023, all’interno del reportage CHIUDI GLI OCCHI E SOFFIA, in collaborazione con Monterosa Ski e Open Mind Consulting.

Horst Ragusch. L’ultimo guardiano della torre

AUSTRIA, CARINZIA, KLAGENFURT Della signora Helene rimane una foto all’interno della torre campanaria e i grandi numeri romani di ferro battuto che la donna esponeva a 45 metri di altezza per indicare la temperatura.  Nel capoluogo della Carinzia, i cittadini, per decidere quanto coprirsi prima di uscire di casa, davano infatti un’occhiata al campanile della chiesa di Sant’Egidio. Così dal 1923 al 1966, epoca in cui nella torre viveva e lavorava l’ultimo guardiano: la signora Helene Reichelt. Quando salì per la prima volta i 225 gradini della stretta scala a chiocciola, con un figlioletto in braccio per giunta, la signora pensò di aver commesso uno sbaglio accettando quel lavoro.  Sin dal Medioevo, infatti, il guardiano della torre aveva il compito di dare l’allarme in caso di incendi o pericoli imminenti, ma tale professione era stata sempre mal pagata e poco stimata. Helene però sapeva il fatto suo: divorziò dal marito, che passò a miglior vita una settimana dopo, e crebbe da sola 6 figli nella piccola stanza all’interno del campanile, senza acqua corrente, né bagno. Ogni giorno scendeva i 225 scalini per buttare gli escrementi di tutta la famiglia e andare a prendere acqua, cibo, legna e il necessario, che issava dalla cima del campanile tramite un secchio legato a una corda. In condizioni di vento e intemperie, doveva trasportare tutto in spalla. E se contiamo i 225 scalini, saliti una volta al giorno per 43 anni, possiamo stimare che la signora Helene, in 20.000 salite, si sia arrampicata su 9 milioni scalini, pari a 101 scalate sul monte Everest partendo dal livello del mare! Non solo: a dispetto del marito analfabeta, Helen amava talmente leggere che, a volte, si dimenticava di cucinare.  Trasmise però questa passione ai figli che, nonostante venissero scherniti dai compagni di scuola poiché vivevano senza wc né acqua, terminarono gli studi e, addirittura, Hmma, l’ultimogenita, ottenne la cattedra di Fisica Atomica all’Università di Vienna alla fine degli anni Sessanta, senza alcuna borsa di studio. Oggi è Horst Ragusch, guida turistica di Klagenfurt e guardiano notturno della città, a raccontarci la storia di Helene e a custodire il campanile della chiesa di Sant’Egidio, costruito nel 1709 e per un secolo al secondo posto degli edifici più alti dell’Austria, coi suoi 91 metri. A fargli compagnia, una coppia di gheppi che, ogni anno, a marzo, arriva dalle vicine montagne e nidifica sulla sommità della torre.  Nel silenzio di un angolo indisturbato, quasi dimenticato, sui tetti rossi di Klagenfurt. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.313 di Itinerari e Luoghi – Agosto/Settembre 2023, all’interno del reportage Le sinfonie del lago, in collaborazione con l’Ente del Turismo della Carinzia e Visit Klagenfurt

Giovanna Barbato. Tisane d’Autore

VALLE D’AOSTA, CHAMPOLUC “Ricordo un grande campo e distese di erbe selvatiche e mia nonna che si chinava a raccoglierle, scegliendole con attenzione. Mia nonna si chiamava Giovanna, come me. Era una curatrice: le persone venivano anche da lontano per farsi curare con le erbe e io ero orgogliosa di lei. Mi spiegava i rimedi che conosceva e mi raccontava le storie dei fiori.  Oggi sono io a raccontarle e a raccontarmi attraverso di loro nelle mie Tisane d’Autore”. Giovanna Barbato, 61 anni, titolare dell’erboristeria “Le Village” nel cuore di Champoluc, inizia a parlami della sua vita, in particolare di un periodo davvero buio che l’ha segnata profondamente, durante il quale, per ritrovare la serenità, ha scelto di isolarsi, cercando rifugio nella natura, intraprendendo“un cammino fatto di emozioni, verso l’ignoto”. Doveva tacere. E ha iniziato a parlare attraverso le tisane. Così sono nate Tisane d’Autore®. “Ho dovuto salvare i miei figli”, riprende Giovanna, “come il cardellino raffigurato sulla scatola della tisana Il gioco del vento. È un infuso energizzante, a base di zenzero e curcuma, ma anche di zucca e carota, di cui va ghiotto il piccolo uccello, ritratto mentre cerca di mettere in salvo il suo nido dal vento e ha bisogno di energia. Le erbe mi riportano a quando, da piccola, andavo con mia nonna a cercare qualche foglia per una medicazione o per preparare un infuso. Col tempo le ho studiate e ho imparato a raccoglierle. Ho scoperto le loro storie e ho trasformato questa mia passione in un’esperienza emotiva per il benessere dell’anima. Desidero che il profumo e il gusto delle mie tisane trasportino chi le beve in un mondo magico dove rifugiarsi, coccolarsi e amarsi”. Giovanna ha racchiuso natura e storie, realtà e sogni in una scatola, disegnata da giovani artisti. Al suo interno, accanto alla tisana, una poesia: parla di fiori, di emozioni, di lei. “Ora sono leggera. Sono aria nuova. Ti racconto di chi vuole essere nuvola per respirare il cielo. Chiudi gli occhi e soffia”.  (Tratto dalla Tisana d’Autore Il respiro del cielo di Giovanna Barbato). Le Village, Route Ramey 72, Champoluc, tel. 349.6062883: Tisane d’Autore di Giovanna Barbato, distillati a Km 0, prodotti di erboristeria, www.levillagechampoluc.it, www.tisanedautore.com. Guardo il cielo, grandi nuvole nere oscurano il sole, i primi raggi caldi della primavera si nascondono. La tristezza offusca la bellezza di una giovane donna, il suo sorriso si rinchiude come un fiore al calar della notte.   Lacrime versate trasformate in gocce dorate, le stesse che, con un raggio di sole, regalano al cielo un arcobaleno.   Un arcobaleno di fiori gialli. Tratto dalla Tisana d’Autore “Nuvole dorate” di Giovanna Barbato, a base di calendula. I suoi fiori gialli si aprono all’alba per chiudersi al tramonto, come dispiaciuti per la scomparsa del sole. Nel linguaggio dei fiori, la calendula è infatti simbolo del dolore. Se al mattino i suoi fiori non si aprono, è presagio di pioggia. Ma, dopo il temporale, quelle stesse gocce d’acqua rimaste nell’atmosfera o posate sui suoi petali, come lacrime versate, possono trasformarsi, con un raggio di sole, in un arcobaleno.  Un arcobaleno di fiori gialli. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.306 di Itinerari e Luoghi – Dicembre 2022/ Gennaio 2023, all’interno del reportage CHIUDI GLI OCCHI E SOFFIA, in collaborazione con Monterosa Ski e Open Mind Consulting.

Valentina e Simone. Belin House

VALLE D’AOSTA, EXTREPIERAZ Salendo la strada regionale che da Verrès percorre la Val d’Ayas, in località Extrepieraz l’occhio viene catturato da un’esplosione di colori: sono le simpaticissime casette degli uccellini esposte fuori dal negozio Belin House di Valentina Mahmoud e Simone Favre.  “Tutto è nato durante il lock down”, mi racconta Valentina, “io avevo una scuola di danza e mio marito Simone, falegname e guida naturalistica, lavorava per Hôtellerie di Mascognaz. Ci siamo trovati senza lavoro. L’idea è nata per caso da Simone: lui è amante degli uccelli… e vorrebbe le ali!”. Eccolo uscire dal piccolo laboratorio di falegnameria collegato al negozio. Valentina e Simone hanno due sorrisi raggianti, quelli di chi ha realizzato un piccolo sogno. Durante il lock down, infatti, Simone ha costruito una casetta per uccellini, ha pubblicato la foto su instagram, ottenendo un successo inaspettato! “Ci sono arrivate tantissime richieste da persone che la volevano acquistare, quindi abbiamo iniziato a vendere le casette on line”, continua Valentina. “Poi ci siamo detti: “perché non riprendere il vecchio lavoro da falegname?” Così abbiamo aperto questo negozio in cui vendiamo le nostre creazioni di legno e stoffa, i cuscini, gli gnomi e accessori per la casa, alcuni realizzati da altri artigiani. E, visto che io sono di Genova, abbiamo deciso di chiamarlo Belin House!”.  Acquistando una casetta da Simone e Valentina, si riceve in omaggio il primo uccellino: è di carta ed è quello del buon auspicio, con l’augurio che arrivino quelli veri! Belin House, Rue Extrepieraz 108, Brusson, Fraz. Extrepieraz, Valentina 347.0073483 e Simone 347.5891923: casette per uccellini, complementi d’arredo, falegnameria su misura, www.belinhousehandmade.com. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n.306 di Itinerari e Luoghi – Dicembre 2022/ Gennaio 2023, all’interno del reportage CHIUDI GLI OCCHI E SOFFIA, in collaborazione con Monterosa Ski e Open Mind Consulting.

Marina De La Penne. La Casa delle Antiche Scatole di Latta

LAZIO, GERANO La chiamano la donna dei desideri. Custodisce sogni. In tante scatole di latta. “Quando ero piccola, vicino a casa c’era un negozio che vendeva tutto, in maniera sfusa, e ogni cosa era contenuta in una scatola di latta. Per merenda andavo sempre a comprare una doppia spalmata di crema al cioccolato, che la signora prendeva da una bellissima scatola e mi metteva sul pane”.  Lei è Marina De La Penne, una donna davvero affascinante, come la storia racchiusa in tutte le sue scatole, più di 1500.  “Erano gli anni ’70, quando un amico mi portò a trovare sua nonna Eloisa: vicino alla macchina da cucire, aveva una scatola Saiwa piena di lenzuola. Si accorse che mi piaceva tantissimo, la svuotò e me la regalò. Da quel momento iniziai a cercare scatole di latta per mercatini, negozi e cantine, soprattutto quelle che contenevano prodotti alimentari, realizzate in Italia tra la fine dell’Ottocento e il 1950. Ho pensato poi di catalogarle e di condividerle poiché, tramite le litografie, ripercorrono un secolo di cambiamenti storici, di gusto e di stile del nostro paese. E’ nata così, a Gerano, La Casa delle Antiche Scatole di Latta: l’unico museo italiano nel suo genere che, nel 2020, ha compiuto 20 anni.  Le scatole di latta venivano usate per contenere tutto ciò che teme l’umido (biscotti, polveri da sparo, sementi); erano preziose e molto curate, ma anche costose ed erano cedute ai negozianti dietro il pagamento di una cauzione; per questo nel dopoguerra furono sostituite da quelle di cartone, leggere ed economiche, che potevano essere buttate.  Ogni tanto ne trovo una davanti all’uscio che mi viene regalata da qualcuno.  Tutte queste scatole, passate di casa in casa, per me hanno una loro vita, sono pezzi di storia. Seguono il destino delle piccole cose”.  E, mostrandomele, ne apre una. Trova un bigliettino e sorride. “Questo è un gioco che avevo iniziato a fare coi bambini: ognuno scriveva su un pezzo di carta il suo desiderio e lo metteva in una scatola a scelta.  Adesso queste scatole sono piene di bigliettini; mi hanno anche proposto di fare un libro per raccoglierli tutti… “Voglio stare sempre con Sara e fare il fotografo famoso” scrive Antonio 2020 ”.  Se passate a Gerano, non dimenticatevi di andare da Marina: una scatola attende il vostro desiderio. www.casadellescatole.org Testo e foto ©Scilla Nascimbene Pubblicato sul n. n.302 di Itinerari e Luoghi – Luglio 2022, all’interno del reportage DESIDERI NELLE SCATOLE DI LATTA, in collaborazione con Viral Passport e Tivoli Gran Tour

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