SICILIA, MADONIE E IBLEI
Acropoli barocche e grotte abitate dall’età del rame e case ammonticchiate sulle alture. Terre di aquile reali, di tamburelli, provole e Madonne guerriere. “Un’orgia inaudita di colori” dove l’aria profuma di capperi e di fichi maturi e di gelsomini che si sfaldano al sole.
Torneranno le farfalle
“Ci mandava le cartoline da tutti i posti in cui andava da soldato e una volta mi portò un orologio che desideravo tanto, piccolo piccolo. Un orologio vero, che funzionava!” Parla Giuseppina, una delle sorelle di Calogero Bracco, un partigiano qualunque, come ce n’erano tanti in Sicilia, ma il suo nome è scritto su una lapide, accanto al monumento ai caduti nel centro di Petralia Sottana.
Petralia è un paese tranquillo a mille metri di quota sulla catena delle Madonie, ma in passato era un luogo strategico lungo la strada che da Palermo conduceva a Messina attraverso le montagne e un centro nevralgico del comprensorio, grazie alle sue potenti famiglie nobiliari che avevano un peso anche nella politica nazionale. Il monumento ai caduti fu infatti inaugurato alla presenza del principe Umberto di Savoia, il 21 giugno 1926. Così riporta la scritta che mi indica Pietro Polito, sindaco del paese, sottolineandomi l’importanza di quell’agglomerato montano. “A sfilare a Torino durante la Liberazione c’era il comandante Vincenzo Modica che veniva dalle parti del trapanese. Il suo nome di battaglia era Petralia”, continua il sindaco. “Quel nome gli era stato dato dal suo superiore, Pompeo Colajanni: il leggendario comandante Barbato, in ricordo della sua infanzia, quando i suoi genitori lo portavano negli antichi marcati di questa zona per curare la pertosse”.
“Era di mattina presto presto che era ancora buio e non era ancora giorno. E mio fratello partì. Poi non l’ho visto più”. È Rita Bracco che racconta davanti alla telecamera, durante le riprese di un video-documentario che ripercorre gli ultimi tragici sprazzi di vita di Calogero e il giorno della sua morte. Il 9 luglio 1945.
Calogero era un giovane di 27 anni, nato a Petralia Sottana, in una famiglia talmente numerosa che il padre, a tavola, contava i figli per controllare che ci fossero tutti. La mamma aveva solo la terza elementare, ma il suo modo di raccontare le favole era pieno di poesia. Ogni sera i suoi figli la ascoltavano, tutti insieme.
Quella di riunirsi era sempre stata una loro consuetudine e anche durante i tempi della Guerra, Rita e sua sorella Giuseppina trascorrevano le serate intorno al braciere, recitando il rosario e filando la lana. Avevano amici, cugini e i fidanzati al fronte e comunicavano con loro attraverso delle lettere. Quelle lettere erano tanto attese e le due sorelle avevano notato una coincidenza a dir poco surreale: la sera prima che arrivasse una lettera, entrava nella loro casa una farfalla.“La farfalla ci porta le notizie” avevano iniziato a dirsi.
Anche il loro fratello Calogero era al fronte. Scoppiata la Seconda Guerra Mondiale era stato richiamato alle armi nel diciottesimo reggimento Aqui, dopo aver combattuto in Francia e nei Balcani, ma nel giugno 1944 iniziò la sua vita da partigiano. Si era stabilito in Piemonte, nei pressi di Trinità, distinguendosi per coraggio e audacia nelle sue azioni individuali, anche se a volte girava con “finestra chiusa”, un compagno che aveva perso un occhio e portava la benda.
Ma quel giorno era solo e decise di andare a comprare le sigarette. Se avesse avvistato i fascisti, sarebbe scappato. Non sapeva che era stato tradito. In cambio di un camion. Era l’8 luglio 1944.
“In casa entrò una farfalla. Era bianca. Piccolissima. Mi si appoggiò sulla spalla. In quel momento capì che mio fratello era morto”.
Ma non l’8. L’8 Calogero era stato catturato, però era riuscito a scappare. Per poco, perché i fascisti l’avevano portato a Carrù. E lui non conosceva Carrù. Fu la fine, il giorno seguente, dopo torture indegne di un essere umano. Calogero non parlò. Non tradì i suoi compagni.
Arrivò dalle sorelle una lettera. Era scritta dal parroco di Trinità, Don Bellisio, che annunciava la morte del fratello.
Nel luglio 2015 i paesi di Trinità e Petralia Sottana hanno stretto un gemellaggio, in ricordo di quella giovane vita spesa per la libertà, ripercorrendone la storia in un video-documentario che porta un titolo pieno di poesia, come le favole raccontate dalla quella mamma con la terza elementare: Torneranno le farfalle.
Il sentiero geologico urbano
La terra su cui poggia Petralia Sottana era parte di un mare antichissimo. Fino al periodo Messiniano, circa 7 milioni di anni fa, la Sicilia era infatti sommersa e la zona della Madonie era una grande barriera corallina che si estendeva fino a Rocca di Cefalù. Gli abitanti di quell’antico mare – i coralli, le spugne, i pesci, i molluschi – sono inglobati nella pavimentazione del centro del paese: il primo sentiero geologico urbano d’Europa.
Il corso è stato costruito verso il 1870 utilizzando pietre locali, che gli anziani del paese chiamavano “pietre di lumachella”, riconoscendovi delle sagome simili a quelle delle lumache. Sulla pavimentazione, una serie di borchie di bronzo, realizzate da un artista locale, indica la presenza dei fossili.
Affacciata sui panorami del centro dell’isola che si ammirano dai suoi belvedere fino all’Etna, Petralia Sottana, nell’elenco dei borghi Bandiera Arancione del Touring Club, è uno degli oltre 40 Geositi del Parco Regionale delle Madonie, inserito nella lista dei Geoparchi mondiali UNESCO.
Nel 1937 è stata scoperta una grotta, detta del Vecchiuzzo, in cui sono state rinvenuti reperti neolitici, ora custoditi in parte nel museo civico locale intitolato ad Antonio Collisani e in parte Museo Salinas di Palermo. I vasi sono di diversa natura e stile, in un numero talmente elevato da far avanzare agli studiosi due diverse ipotesi: la presenza di una fabbrica o di un santuario all’interno di una grande parete rocciosa.
Il territorio ha attirato l’uomo fin dai tempi preistorici per la sua grande ricchezza di acqua, roccia calcarea e argilla, elementi preziosi ma responsabili di rovinose frane avvenute durante i secoli e che hanno rimodellato il paesaggio sia della parte bassa del paese, sia di quella più alta: Petralia Sottana e Petralia Soprana, due paesi distinti e rivali almeno dalla metà del Duecento.
È invece attuale il concetto di Madonie. Fino a non molto tempo fa, la zona era classificata come una propaggine dei Nebrodi, una catena montuosa che si estende fino alla provincia di Messina. Il toponimo di Madonie è stato adottato per estensione da quello di una contrada della zona – Madunia – che ha dato il nome al territorio. Il Parco Naturale Regionale delle Madonie, che comprende quindici comuni della città metropolitana di Palermo, spazia dai litorali ai monti e protegge specie vegetali endemiche in via di estinzione e una grande varietà di uccelli e animali in un territorio ristretto. Le sue aree si prestano alla pratica di diverse attività e sport legati alla natura, dall’escursionismo al birdwatching, dalla pesca alle arrampicate, allo sci.
Il sentiero dell’aquila reale e i carnai
Da Petralia Sottana, percorrendo la SP54, si raggiunge dopo 11 km il parcheggio di Piano Farina (1360 metri slm). Da lì parte il sentiero dell’aquila reale (1,5 km, 2 ore, dislivello 37, facile), facilmente individuabile grazie alla segnaletica. Si prosegue a piedi seguendo i cartelli informativi posti dall’Ente Parco delle Madonie. Il sentiero conduce al marcato di Piano Farina, un antico ricovero dove il pastore Giacinto tiene viva la tradizione casearia locale assieme al figlio.
Dal marcato si raggiunge la sommità dell’altura fino allo strapiombo: il panorama spazia sul vallone Canna, sulle isole Eolie a nord e sull’Etna a est, mentre a ovest svettano le cime del Monte Ferro e del Monte Mufara. In quelle alture nidificano le quattro coppie di aquila reale presenti nel Parco delle Madonie. A Piano Farina è stato inoltre realizzato un carnaio per invogliare la frequentazione dei grifoni del vicino Parco dei Nebrodi, dove sono stati reintrodotti. Questi avvoltoi, dall’apertura alare che raggiunge i tre metri, sono scomparsi dall’isola negli anni Sessanta, sterminati dai bocconi avvelenati destinati alle volpi. L’Ente Parco delle Madonie ha avviato un progetto di reintroduzione, realizzando due stazioni di alimentazione artificiali detti carnai, dove vengono collocati scarti di macellazione e carcasse animali. La superficie di ogni carnaio è di oltre mezzo ettaro ed è delimitata da una recinzione per impedire l’accesso agli altri animali.
Gangi e le case a 1 euro
Potrebbe sembrare uno specchietto per le allodole, ma con l’idea di regalare, o quasi, le abitazioni diroccate del paese, il sindaco di Gangi Giuseppe Ferrarello ha fatto tredici! Non subito.
“Mi vuole levare la casa!” inveivano inizialmente i proprietari. Erano 586 le case abbandonate censite nel 2009; alcune con problemi strutturali, altre ereditate da parenti che non si parlavano e nemmeno avevano avviato la successione o appartenenti a gente emigrata da anni; altre erano le antiche paglialore, dove in passato convivevano animali e pastori.
Dopo l’esempio dei primi quindici cittadini che vendettero la propria casa a poche migliaia di euro, dal 2011 prese piede quel meccanismo che, ponendo l’obbligo ai nuovi acquirenti di ristrutturare entro cinque anni, portò a una rivalutazione del borgo e a una crescita del turismo, passando dai trenta posti letto disponibili in paese nel 2007 ai seicento odierni, tra B&B, agriturismi e hotel. “Se si chiede a un abitante di Gangi quanto disti il mare, risponde che è lontanissimo” esclama il sindaco sorridendo. “Quando dico agli stranieri che si trova a cinquanta minuti di auto, mi rispondono che siamo sul mare!”. Sono tanti i turisti, anche non italiani, che hanno investito in paese, dando lavoro alle attività locali.
Il comune stesso ha lavorato molto per promuovere la cultura e il turismo, tracciando nuovi percorsi naturalistici, geologici e culturali – anche accessibili ai non vedenti – e riunendo i commercianti del centro storico nel circuito “I negozi di Gangi”. Nella lista dei Borghi più belli d’Italia, Gangi offre 48 chiese ricche di opere d’arte, tra cui la Chiesa Madre e pregevoli palazzi nobiliari, come il settecentesco Palazzo Bongiorno, sede di rappresentanza del comune.
Gangi è il centro geografico esatto della Sicilia, in cui si incrociano sette vie storiche, tra cui la Via Francigena e la via del grano degli antichi Romani, ma da cui prendono il via anche nuovi camminamenti, come quello che unisce gli antichi bevai, cioè gli abbeveratoi per gli animali presenti agli ingressi delle abitazioni, percorsi di nordic walking tracciati nel centro del paese o itinerari da affrontare sulle due ruote con il supporto necessario fornito dagli enti locali. Il comune è certificato per il turismo cinese e americano, con percorsi in lingua e ogni quarantacinque giorni organizza un evento nazionale o internazionale, partendo da alcune manifestazioni popolari già esistenti, come la Sagra della spiga nella seconda domenica di agosto, o Vivere in Assisi a fine settembre – inizio ottobre, in cui si rievoca la vita di San Francesco, o ancora Il presepe vivente, un evento che ha raggiunto il podio dei tra i 3 presepi viventi più importanti d’Europa.
A fossa di parrini
La luce entra dalle finestre rivolte sul Belvedere e illumina a giorno le 64 mummie dei religiosi attivi a Gangi tra il 1728 e il 1871. I preti si affiancano in posizione eretta nelle nicchie; gli arcipreti sono distesi nelle casse di vetro. Un vero e proprio cimitero con tanto di altare in cui veniva celebrata la messa in onore dei defunti, contrassegnati dal loro nome, dalle date di nascita e di morte e accompagnati da un sonetto che ne riassumeva la vita, il più delle volte scritto – per tempo – dai diretti interessati.
Nella cripta della Chiesa Madre di Gangi (XIV secolo), detta “a fossa di parrini” traspare una venerazione della morte più che della vita, laddove la morte era vista come un atto di gloria, una liberazione e un ritorno a Dio: persino le mura dei colatoi erano affrescate.
Il metodo di “conservazione” seguiva un procedimento particolare: quello dell’essiccazione.
I corpi venivano aperti, svuotati nel colatoio adiacente la cripta e lavati con l’aceto per tenere lontano gli insetti e i rapaci, essiccati al sole e riempiti di calce viva, che permetteva alla struttura esanime di reggersi in piedi.
La testa seguiva un procedimento a sé: era staccata, svuotata e presa come calco per realizzare una maschera facciale di cera che coprisse il volto e restituisse al defunto una bella presenza agli occhi dei visitatori.
Una mummia appare meglio conservata rispetto alle altre, grazie all’utilizzo dell’arsenico, in grado di conservare più a lungo, ma certamente più costoso della calce. Solo i più abbienti potevano infatti permettersi il trattamento dell’imbalsamazione: ai meno fortunati erano riservate le fosse comuni.
Ma Gangi di famiglie nobili ne aveva viste passare tante e la chiesa madre nasconde ben 26 cripte collegate tra loro, dove sono conservate le tombe gentilizie dei membri della borghesia, i cui abiti, riccamente decorati con veli e pizzi, palesano mode settecentesche e ottocentesche.
L’ultima mummia è del 1878; poco dopo furono istituti i cimiteri.
Modica, tra dammusu e barocco siciliano
Oggi fa parte della Provincia di Ragusa, ma Modica è stata per lungo tempo uno dei feudi più potenti del mezzogiorno e capitale fino al XIX secolo di un’antica contea che aveva la sua sede nel Castello dei Conti – di cui rimane la Torre dell’orologio.
La città sorge tra due torrenti, su un altopiano solcato da profondi canyon dette cave, nel territorio dei Monti Iblei.
Ha origini neolitiche e molte abitazioni della parte vecchia chiamate dammusu, sono l’estensione delle antiche grotte abitate fin dall’epoca preistorica. Il tessuto urbano è costituito da casette, viuzze e lunghe scale, avviluppato intorno allo sperone della collina del Pizzo.
Il suo centro storico, ricostruito a seguito del devastante terremoto del 1693, costituisce uno degli esempi più significativi di architettura tardo barocca e per i suoi capolavori Modica è stata inclusa nel 2002 nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO assieme ad altre sette località della Val di Noto.
La città ha due chiese madri: il Duomo di San Pietro e il Duomo di San Giorgio, contraddistinte una rivalità tale che, durante la processione, quando la statua di San Giorgio viene portata nella parte bassa, nella cattedrale di San Pietro vengono chiusi i portoni e gli abitanti di Modica Bassa spengono addirittura le luci delle loro case!
Il Duomo di San Giorgio è uno dei monumenti simbolo del barocco siciliano ed è il risultato della ricostruzione sei-settecentesca, avvenuta in seguito ai disastrosi terremoti che colpirono tutta la Val di Noto e che portarono gli architetti a ricostruire le chiese seguendo criteri antisismici, abolendo i campanili, sostituiti dalle facciate torre, riedificate con forme concave e convesse, per avere più punti di appoggio. Dal Duomo di San Giorgio si raggiunge la parte bassa della città attraverso una scalinata monumentale affiancata da un giardino pensile su più livelli, detto Orto del Piombo.
L’ospedale dei disonesti
Prima della scoperta della penicillina (1895), la sifilide non perdonava i peccatori della carne e li portava a morte certa dopo atroci agonie. A Modica, però, quella malattia, trovò del filo da torcere. Scendendo dal Duomo di San Giorgio lungo la Via Posterla, poco più in basso rispetto alla casa natale di Salvatore Quasimodo, una targa ricorda Tommaso Campailla (1668 – 1740) “filosofo, poeta e scienziato insigne”. In quell’abitazione, oggi casa museo, il Campailla trascorse praticamente tutti i suoi giorni, tranne un breve periodo in gioventù. Dotato di un’intelligenza straordinaria, studiava da autodidatta, poiché non amava stare in mezzo alla gente, ma quando assistette al terremoto del 1693, fu pervaso dall’euforia. Eccitato dal fatto che la terra si fosse mossa, iniziò a studiare i movimenti tellurici, anche provocando, in aperta campagna, delle esplosioni, che i poveri modicani, già devastati dalle disastrose scosse, erano costretti a sopportare. Fu uomo di lettere e filosofia, fisica e astronomia. Scriveva poesie e le mandava ai potenti d’Europa. La sua fama si diffuse in Italia e all’estero, tanto da essere invitato, nel 1713, all’incoronazione a Re di Sicilia del Duca Vittorio Amedeo II di Savoia. Un invito che non accettò, come la proposta della cattedra all’Università di Padova. Il filosofo George Berkeley, desideroso di conoscerlo, durante un suo viaggio in Italia dovette a recarsi a Modica, poiché il Campailla non si muoveva da lì. Viveva segregato in casa, si faceva passare il cibo attraverso una cesta e trascorreva le sue giornate in compagnia di insetti essiccati, animali sezionati, veleni di serpenti e pelli appese al muro. La sua abitazione – in cui la gente potè entrare solo quando Campailla morì – era in una condizione di totale sporcizia. Eppure, quando quell’uomo era costretto a uscire dalla sua casa, per non appoggiare i piedi per terra, si faceva trasportare su una portantina. Un genio, senza alcun codice sociale e di salute cagionevole, fatto che lo indusse ad approfondire gli studi di medicina per potersi curare. Si distinse anche in quel campo, inventando delle botti (dette poi “botti del Campailla”) per la cura della sifilide, considerata il male del secolo e che colpiva soprattutto i ceti alti. La botte era una stufa con all’interno uno sgabello sul quale il paziente veniva fatto sedere. La cura consisteva nel versare, in un braciere che si trovava all’interno, una dose di cinabro da cui, per sublimazione, esalavano dei vapori di mercurio. L’aggiunta di incenso all’interno della botte consentiva ai pazienti di respirare per circa dieci o venti minuti, a seconda dalla gravità, la miscela di mercurio e incenso, ottenendo guarigioni a volte anche definitive, che all’epoca venivano considerate quasi miracolose.
Campailla fece aprire un ospedale a Modica bassa riservato ai malati di sifilide. Per distinguere le due strutture, i modicani iniziarono a chiamare l’ospedale già esistente “degli onesti” e quello del Campailla “dei disonesti”, poiché la sifilide era trasmessa sessualmente tramite promiscuità.
I risultati delle cure erano talmente soddisfacenti che Modica acquisì notorietà in tutta Europa proprio per le botti del Campailla, che oggi si possono vedere durante un percorso museale all’interno dell’antico ospedale.
Campailla morì di ictus a 72 anni nella sua casa. Negli anni successivi le sue botti furono imitate sia in Italia che all’estero, ma con scarsi risultati.
La chiesa rupestre di San Nicolò inferiore
Una grande mandorla contornata di bianco e rosso racchiude il Cristo Pantocratore seduto sul trono e circondato dagli angeli, al centro del catino absidale. La delicatezza cromatica degli affreschi, in perfetto stile bizantino, impregna di misticismo la piccola chiesa, considerata la più antica di Modica. La cappella rupestre è stata scavata nel banco calcareo tra l’XI ed il XII secolo e fu scoperta nel 1987 all’interno di una grotta utilizzata come garage, nel centro storico (via Grimaldi 89, ex via Mercato). Un intervento di restauro del 2022 ha restituito la primitiva cromia ai cicli pittorici (XI, XIII e XVI) che costituiscono un unicum nella Sicilia medievale e una serie di lavori di scavo ha rivelato l’esistenza di tombe a livello del pavimento, ancora in gran parte inesplorate.
Il cibo degli dei
Dai loro balconi, forgiati dal gusto barocco, le nobildonne modicane del Settecento si affacciavano sorseggiando una tazza di cioccolata: una sorta di status symbol dell’epoca, poiché solo i benestanti potevano permettersi quell’esotico alimento.
Il cioccolato era arrivato a Modica attraverso gli Spagnoli nel Cinquecento, prima che nel resto della Sicilia, essendo la contea dominata da famiglie imparentate con il re di Spagna.
Le sue origini risalgono agli Aztechi, che offrivano la sostanza agli dei durante i rituali, in forma di bevanda amara a cui veniva aggiunto del peperoncino come eccitante che favoriva, secondo i sacerdoti, la comunicazione con l’aldilà. La leggenda narra che un cardinale spagnolo, dopo aver assaggiato l’amarissima bevanda e trovandola ripugnante, ordinò che venisse aggiunto dello zucchero. Nacque così il cioccolato.
Per poter ottenere velocemente una tazza di cioccolata calda, i “cicolateri” di Modica, documentati dal 1746, creavano delle placche composte da quattro quadrati che i domestici delle famiglie nobili scioglievano in acqua e amido di mais.
Oggi a Modica si produce il cioccolato seguendo l’antico processo di lavorazione utilizzato dalle popolazioni azteche.
Il Cioccolato di Modica IGP contiene un minimo di 50% di cacao ed è quindi fondente. L’impasto si ottiene lavorando la pasta amara di cacao e lo zucchero, senza l’aggiunta di burro di cacao e di additivi (grassi vegetali, latte, lecitina di soia); le diverse varianti di gusti prevedono negli ingredienti spezie e frutta secca tipica del territorio siciliano.
La tipica lavorazione “a freddo” (35 – 40 C°) evita lo scioglimento dei cristalli di zucchero e conferisce al prodotto una granulosità percepibile al palato unica al mondo.
Tale lavorazione e l’assenza di additivi permette di non alterare le caratteristiche del cacao.
Ecco perché assaporare il Cioccolato di Modica IGP consente di beneficiare delle straordinarie proprietà di questo alimento e di capire perché viene chiamato da secoli “il cibo degli dei”.
Nella gastronomia locale è protagonista dei ravioli al cioccolato, di secondi piatti a base di carne e di dolci come le impanatigghie modicane.
Le Teste di Moro
Sono vasi ornamentali di ceramica dipinti a mano che raffigurano la testa di un uomo con un turbante e quella di una donna che indossa una corona, riccamente decorati con gioielli, fiori e agrumi.
Le Teste di Moro, emblema dell’arte siciliana, sono frutto di una leggenda che narra una storia d’amore non proprio a lieto fine.
La leggenda racconta di una bellissima fanciulla che viveva nel quartiere arabo di Palermo, intorno all’anno Mille, e trascorreva le giornate curando le sue piante, quando dal balcone vide passare un Moro.
I due si innamorarono, ma ben presto la giovane scoprì che il suo amato era in partenza per l’Oriente, dove aveva moglie e figli. Accecata dall’ira e dalla gelosia, nel cuore della notte la ragazza uccise il Moro mentre stava dormendo. Gli tagliò la testa e ne fece un vaso dove piantò del basilico (pianta regale, simbolo dell’amore e della passione) che, grazie alle sue lacrime, crebbe talmente rigoglioso da attirare l’attenzione dei vicini di casa. Credendo si trattasse di un vaso di terracotta, i vicini si recarono da un ceramista per farsene realizzare uno ad hoc. Nacque così la tradizione dei vasi con le fattezze delle teste di Moro, diventati splendidi complementi d’arredo tipici dell’arte siciliana.
La ricchezza delle loro decorazioni e i colori brillanti che li contraddistinguono hanno ispirato anche l’alta moda e gli stilisti Dolce & Gabbana nel 2014 li hanno resi protagonisti di una sorprendente collezione.
Scicli, la Madonna della Milizie e il Commissariato di Vigata
“E la Madonna a cavallo era solo lì. Io ero bambino, no? E la vidi sopra il cavallo impennato che pestava i saraceni, una Madonna così diversa dalle altre. Mi dicono che non esistono Madonne a cavallo… Ma io mi ricordo che a quella fiera c’erano banchi e banchi di piccole Madonne a cavallo…”
(Elio Vittorini, Il garofano rosso).
Ha i capelli lunghi e neri, donati da una donna come ex voto. È in sella a un cavallo bianco e protegge gli abitanti di Scicli. La Madonna delle Milizie, il cui simulacro ottocentesco è custodito nella Chiesa di San Ignazio, avrebbe liberato, secondo la leggenda, la città dal dominio saraceno. Si narra che nell’anno 1091, i Normanni sconfissero gli Arabi proprio grazie all’intercessione della Vergine che, arrivata dal cielo in sella a un cavallo bianco, accecò con la sua luce i musulmani, che iniziarono ad ammazzarsi tra loro. A Scicli quella battaglia è ricordata ogni anno con la Festa della Modonna delle Milizie, l’ultimo sabato di maggio.
Città di pietra, cesellata da mani sapienti, Scicli è risorta dopo il terremoto del 1693 come perla del barocco. “La via Mormino Penna, per la ricca presenza di edifici del Settecento, e il Palazzo Beneventano rappresentano un capolavoro del genio creativo umano dell’età tardo barocca”: questa è una delle motivazioni per cui l’Unesco ha inserito Scicli tra le città della Val di Noto nella lista dei Patrimoni dell’Umanità. Importanti edifici religiosi svettano con le loro facciate concave e convesse, come la Chiesa di San Giovanni Evangelista e la Chiesa di San Bartolomeo, mentre il complesso monastico di Santa Maria della Croce sormonta il centro storico dalla cima di un monte. Oltre che come gioiello barocco, Scicli è conosciuta per le diverse fiction girate tra le sue vie. Al primo piano del Palazzo Municipale, l’ufficio di rappresentanza del sindaco, arredato coi mobili settecenteschi della famiglia Spadaro e impreziosito da un grande arazzo che raffigura il salvataggio di Mosè, è il famoso ufficio del Commissariato di Vigata della serie televisiva Il commissario Montalbano.
Scicli si estende su una larga pianura incastonata all’interno di tre strette valli dette cave. Le sue origini risalgono, con ogni probabilità, al periodo siculo, oltre tremila anni fa, e il toponimo, secondo alcuni studiosi, deriverebbe da Šiclis, uno degli appellativi utilizzati per indicare i Siculi, i famosi popoli del mare.
Il quartiere di Chiafura e la “montagna del purgatorio”
“Eravamo nell’ultimo angolo della Sicilia, ancora un po’ di campagna, carrubi, mandorle, villette estive di baroni, poi il mare, mare africano. […] Che cosa dovevo vedere a Scicli? E cosa invece ho visto? E’ presto detto. Le caverne […] da lontano non si nota nulla, ma salendo per sentieri che sono letticciuoli di torrenti, sopra le ultime casupole di pietra della cittadina, si sale una specie di montagna del purgatorio, con i gironi uno sull’altro, forati dai buchi delle porte delle caverne saracene, dove la gente ha messo un letto, delle immagini sacre, o dei cartelloni di film alle pareti di sassi, e lì vive, ammassata, qualche volta col mulo. […] Da lassù in alto potei vedere tutta Scicli. Come un vecchio giocattolo, sul calcare, la città di uno scolorito ex voto”. Era il 1959, quando Pier Paolo Pasolini, considerato uno dei più grandi intellettuali del Novecento, giunse a Scicli. Era arrivato da giornalista a visitare le caverne di Chiafura, dove si viveva in condizioni quasi primitive.
La caratteristica conformazione del territorio con la presenza di cave e grotte carsiche, favorì la nascita di numerosi insediamenti rupestri già tra l’età del rame e l’età del bronzo antico, come dimostrano i ritrovamenti della Grotta Maggiore. In località Chiafura, dove alla fine del Settecento risiedevano stabilmente duemila persone, circa un quinto della popolazione di Scicli, le grotte – ventilate e asciutte per la loro posizione favorevole – furono abitate fino alla metà degli anni Cinquanta. La gente viveva senza acqua corrente, con le porte aperte, riunita in comunità completamente indipendenti e in condizioni troglodite.
Nel 1959, il Partito Comunista Italiano, che ai tempi amministrava la città iblea, chiamò un gruppo di intellettuali e giornalisti, tra cui Pier Paolo Pasolini e il pittore e politico Renato Guttuso, per far visita agli “aggrottati”.
A seguito delle pubblicazioni in cui i giornalisti riportarono le loro indignate impressioni, quell’arcaico insediamento rupestre divenne per gli sciclitani un luogo di vergogna e ne fu ordinato lo sfollamento.
Ragusa e la “provincia inventata”
“Raùsa è provincia e Muòrica sta mincia” (Ragusa è provincia e Modica rimane con un pugno di mosche): con questo motto i ragusani deridevano gli abitanti di Modica che, dalla loro, non potevano nemmeno controbattere.
A dire il vero Modica, sede di una potente e antica contea, di cui Ragusa faceva parte, aveva tutte le carte in regola per essere eletta provincia.
Ma Ragusa aveva dalla sua importanti gerarchi fascisti e così, nel 1927, il Governo Mussolini la dichiarò nuova provincia. A detta di molti, fu una provincia inventata.
Ragusa, fino a quel momento divisa in Ragusa Ibla e Ragusa Superiore, venne unita in una sola città, pur rimanendo con due anime. Oggi i suoi ottanta mila abitanti vivono principalmente nella parte nuova e sul litorale, cioè a Ragusa Superiore e a Marina di Ragusa, mentre la parte storica, in cui si conservano i monumenti di pregio, si trova a Ibla.
La fama di Ragusa vide i suoi arbori dal 1999, quando la Rai iniziò a mandare in onda la serie tv Il Commissario Montalbano, le cui scene erano girate nella sua provincia.
Nel 2002 la città, con altre 7 località tardo barocche della Val di Noto, fu inoltre dichiarata Patrimonio dell’Umanità. Tutto ciò fece acquisire al territorio una notorietà mai conosciuta e favorì lo sviluppo del turismo.
Ibla, tra nobili e patroni
Ragusa Ibla, o semplicemente Ibla, è il cuore antico della città, ricostruito in stile tardo barocco dopo il terremoto del 1693. Ibla contiene oltre cinquanta chiese e numerosi palazzi nobiliari e vanta ben 14 dei 18 monumenti ragusani iscritti nel patrimonio dell’umanità.
Sul centro svetta il Duomo di San Giorgio, posto come su un podio, in cima a una monumentale scalinata. La sua posizione a tre quarti, ideata dall’archistar dell’epoca Rosario Gagliardi, consente di ammirarne sia la facciata che la cupola dalla piazza e crea con quest’ultima una continuità visiva. La fabbrica della chiesa è settecentesca, mentre la cupola, in stile neoclassico, fu realizzata nel 1820 dal capomastro ragusano Carmelo Cultraro che, per non rimanere nell’anonimato, incise la sua firma sopra le colonne di sostegno. Al suo interno, sobrio seppur barocco, è custodita la statua di San Giorgio, compatrono della città assieme a San Giuseppe.
Alla fine della piazza, sul lato opposto al Duomo, due leoni reggono lo stemma che sormonta l’ingresso del Circolo di Conversazione, nato nel 1830 come ritrovo dei nobili e riservato esclusivamente agli uomini. Le donne furono ammesse nel 1970. Le sette sale interne conservano gli arredi originali (visite guidate fino alle ore 16).
Il Palazzo Arezzo di Donnafugata, una delle residenze più imponenti della città, divenuta nella seconda metà dell’Ottocento sede di rappresentanza del Barone Corrado Arezzo, nasconde al suo interno un piccolo teatro all’italiana con 99 posti, aperto al pubblico.
Da visitare: la Chiesa di San Giuseppe, l’Antico Portale di San Giorgio e il Giardino Ibleo, parte di una villa ottocentesca e posto su uno sperone di roccia che si affaccia sulla vallata dell’Irminio. Accanto al giardino si trovano scavi archeologici.
“Bisogna essere intelligenti per venire a Ibla, una certa qualità d’animo, il gusto per i tufi silenziosi e ardenti, i vicoli ciechi, le persiane sigillate su uno sguardo nero che spia” .
(Gesualdo Bufalino)
I luoghi del Commissario Montalbano
Vigata è una città immaginaria, ma quando Andrea Camilleri ha iniziato a scrivere i romanzi dedicati a Montalbano, li pensava ambientati a Porto Empedocle, il suo paese natale, e in altri paesi vicini. Nel momento in cui però Vigata è diventata reale grazie alla serie tv, i luoghi di Montalbano hanno preso vita nella provincia di Ragusa e precisamente a Ibla, Scicli, Ispica, Santa Croce Camerina, Modica e Vittoria. In quelle località, situate in un’area ristretta, il regista e lo scenografo hanno infatti trovato tutti gli elementi che cercavano: la bellezza, la luce (soprattutto quella di aprile e maggio), la campagna e il mare. Essendo inoltre le città molto simili tra loro, la troupe poteva decidere di spostarsi per le riprese da un posto all’altro, senza che lo spettatore se ne rendesse conto.
Lo stesso Camilleri ha ammesso che, vedendo la fiction, è rimasto influenzato dai luoghi scelti e anche dall’attore protagonista, Luca Zingaretti, molto diverso da quello descritto nei suoi romanzi.
È possibile soggiornare nella casa sul mare del Commissario Montalbano al prezzo di euro 150 circa a notte.
Il castello di Donnafugata
Un loggiato in gotico veneziano ricama l’elegante facciata del castello nella località di Donnafugata, a 15 km da Ragusa, nella campagna dei Monti Iblei: un territorio chiamato per secoli “la contea di Modica”, fondata nel 1296 sotto la dominazione araba.
Il castello, oggi di proprietà del comune, si estende su una superficie di oltre 2500 mq con 122 stanze che incantano per lusso, arredi, dipinti e oggettistica, pur trattandosi di una residenza estiva. Nell’Ottocento la famiglia Arezzo De Spucces aveva infatti trasformato un’antica masseria in una sfarzosa dimora di villeggiatura.
Il candido marmo delle statue neoclassiche contrasta con la nera pietra asfaltica della grande scalinata che conduce al piano nobile, dove un enfilade di stanze e saloni si vestono di boiserie e fantasiosi dipinti a trompe-l’œil, custodendo preziosi mobili, intarsiati in stile boulle in ottone e tartaruga.
La luce entra dalla grandi finestre – mai affacciate sul giardino per mantenere un aristocratico distacco dalla campagna – mentre, mimetizzati nelle tappezzerie, si nascondono accessi segreti verso l’interno dell’edificio.
La consueta separazione dell’epoca tra i due sessi prevedeva un salottino dedicato agli uomini – in cui questi si riunivano a porte chiuse durante i lunghi tornei a carte – e una più ampia sala dedicata alle donne, dove le signore si sedevano in ordine di età di fronte al caminetto.
Si distinguono per opulenza: la sala della musica, quella degli stemmi, la biblioteca e la sala del biliardo – attività imprescindibile nell’alta società del XIX secolo – ma soprattutto il salone degli specchi, dove stucchi dorati ed enormi specchi riflettono la luce e la fanno rimbalzare sul lampadario in cristallo di Boemia, in un gioco bagliori che creava una situazione perfetta per balli e ricevimenti. Non a caso la stanza ospita un pezzo unico, databile tra il 1815 e il 1820: uno dei pochi fortepiani tuttora esistenti del viennese Conrad Graf, considerato il miglior costruttore di fortepiani del suo tempo, i cui strumenti furono suonati da illustri musicisti come Beethoven, Schubert e Chopin.
La donna “fujuta” – Quello del rapimento di Bianca di Navarra è una leggenda che anima le stanze del castello, legandosi anacronisticamente al toponimo Donnafugata, cioè “donna fuggita”. Secondo alcuni studiosi, il toponimo deriverebbe dalla lingua araba, che battezzò una sorgente che sgorgava nei pressi della residenza Ayn As Jafaiat (Fonte della Salute), in siciliano Ronnafuata.
La leggenda invece racconta che, morto re Martino nel 1409, il Regno di Sicilia venne affidato alla moglie, la regina Bianca di Navarra. Fra le molte attenzioni, Bianca attirò quelle del conte di Modica che la rapì e la rinchiuse in una torre della dimora, sperando di convincerla a sposarlo, per diventare re di Sicilia. Ma Bianca riuscì a fuggire, facendo perdere le sue tracce.
Il parco – Una scalinata di rappresentanza congiunge il terrazzo del castello al parco: uno dei pochi giardini storici di pregio tuttora esistenti in Sicilia, con oltre 1500 specie vegetali e alcuni alberi monumentali. Fu il barone Corrado Arezzo, conoscitore di botanica e amante delle piante esotiche, a dare avvio alla sua sistemazione, progettando un giardino all’inglese, un giardino alla francese e un’area rustica, destinata un tempo a orto-frutteto, a piante aromatiche e all’apicoltura.
Attraverso un percorso esoterico evolutivo, il visitatore era portato a perdersi nella natura per ritrovare la sua purezza ancestrale. Le sfingi e i leoni della scalinata, il tempietto, il labirinto, il ninfeo e le grotte erano alcune delle tappe di un affascinante percorso iniziatico o viaggio nell’anima. Il giardino era però anche un teatro della vanità, in cui le bande musicali accompagnavano gli ospiti d’onore che, da quel luogo, potevano inviare delle cartoline speciali: le foglie dei ficus del parco erano utilizzate ufficialmente come vere e proprie cartoline, spedite da Donnafugata.
Non meno particolare era l’impianto del labirinto, simile a quello di Hampton Court Palace, nei pressi di Londra e tuttora esistente. L’insolita forma trapezoidale rende unici al mondo i due labirinti, ma il barone Corrado volle distinguersi e, al posto delle siepi, fece erigere muri ricoperti di rose.
Testo e foto ©Scilla Nascimbene
Reportage pubblicato sul n.314 di Itinerari e Luoghi – Ottobre 2023, in collaborazione con Viral Passport e Regione Siciliana
Ringrazio
il Direttore Responsabile Daniele Cafieri, la editor Giulia Viganò, il grafico Roberto De Natale e la Redazione di Itinerari e Luoghi Editoriale C&C.
Stefano Acquaviva e Damiano Falzaroni di Viral Passport
Marcella Gennuso della Regione Siciliana