La Bottega Sarda di Sassari

Gallinella in ceramica con pulcini, simbolo di fertilità nella tradizione sarda. La Bottega Sarda di Sassari

Una bottega nel cuore di Sassari dove ogni oggetto porta con sé una storia: dalle capre di Maria Lai alle Janas, dagli amuleti alle antiche tradizioni del corredo nuziale. In via Cavour, nel centro di Sassari, c’è una bottega dove gli oggetti arrivano da piccoli laboratori e singoli artigiani sparsi per la Sardegna. A sceglierli è Aurora Puxeddu. Aurora prende gli oggetti uno alla volta e li racconta. «Questo non è il solito artigianato», precisa: sono pezzi selezionati, lavorati a mano da piccoli laboratori o singoli artigiani, spesso unici, dietro i quali ci sono una tecnica, una tradizione o una storia. Le gallinelle e le anfore anulari Ci sono le gallinelle con i pulcini, simbolo di fertilità. Accanto, spiccano con i loro colori le anfore anulari, utilizzate come contenitori per i liquidi preziosi, proprio perché ne contenevano una piccola quantità. La bisaccia di Bonorva Appesa a una parete c’è una grande bisaccia di Bonorva, in provincia di Sassari. È la bisaccia della festa, riccamente decorata, che veniva sistemata sul cavallo in occasione della festa del patrono. Il tappeto delle capre Poi Aurora mi mostra un tappeto e alcuni cuscini: capre bianche sul nero e nere sul bianco, una accanto all’altra. «Queste portano a Maria Lai», racconta. L’artista aveva vissuto a lungo lontano dalla Sardegna e, quando torna a Ulassai, il suo paese, ritrova le montagne e le capre che si arrampicano sui pendii. È quel paesaggio, spiega Aurora, a entrare nei suoi disegni. Il lavoro di Maria Lai passa attraverso gli intrecci di fili, combinati per creare figure e segni. Nel 1981 Maria Lai (1919-2013) inizia a collaborare con le tessitrici della Cooperativa Tessile Su Marmuri di Ulassai. Il primo lavoro nato dalla collaborazione con la cooperativa è proprio il Tappeto delle Capre. Quelle capre vengono ridotte all’essenziale: corna lunghe, il corpo tracciato con poche linee. Il disegno diventa negli anni uno dei simboli di Su Marmuri e della stessa Ulassai e continua a passare dai tappeti ai cuscini e ad altri tessuti. Aurora prende un libro dedicato all’artista e comincia a sfogliarlo. Il titolo è Maria Lai. Donna tessitrice di legami. Mi mostra le pagine, i lavori dell’artista, gli intrecci di fili e quel rapporto con la tessitura che ritorna anche nella storia del Tappeto delle Capre. Tra sacro e profano Su un altro piano della bottega, piccoli oggetti d’argento aprono una storia completamente diversa. La gioielleria tradizionale sarda è ricca di amuleti e, racconta Aurora, talvolta il confine fra religione e magia quasi scompare. Alcuni hanno la forma di minuscole teche apribili. All’interno potevano essere custodite preghiere, formule magiche oppure entrambe. C’era persino chi li faceva benedire. Cambiavano forme e decorazioni, ma la funzione rimaneva la stessa: proteggere chi li portava con sé. Anche la gancera, che oggi può essere indossata come collana, arriva dal vestiario tradizionale. Generalmente realizzata in argento, poteva servire a fermare il corpetto, il grembiule o i lembi del copricapo femminile. Il corredo della sposa La brocca racconta invece il matrimonio. Faceva parte del corredo della sposa, soprattutto nelle zone di Oristano e Cagliari e meno nel Sassarese. Era una tradizione particolarmente presente nell’Ottocento, anche se si è tramandata nel tempo. La sua decorazione era un simbolo della ricchezza della famiglia della sposa, ma il corredo comprendeva anche tessuti, ceramiche e cesti. Le Janas Sugli scaffali di Aurora non mancano le Janas, figure della tradizione sarda, proposte nelle interpretazioni di due diverse botteghe artigiane. Le Janas di Roberta Casu La ceramista Roberta Casu, di Sanluri (La Bottega dell’Arte), le modella in terracotta come piccole figure chiare, con grandi copricapi decorati. Il suo lavoro si ispira alle Janas, le creature che la tradizione popolare ha legato alle domus de janas. Fate secondo alcuni racconti, streghe secondo altri, abitavano nelle rocce e potevano aiutare gli uomini, ma punivano chi si dimostrava avido. La Bottega dell’Arte – Roberta Casu, SanluriSito ufficiale Is Femmineddas La bottega Is Femmineddas le rappresenta invece come piccole figure stilizzate, avvolte in una sorta di mantello con cappuccio, nero, rosso, turchese o di altri colori. Pietra, ferro e terra Ati Artisticu Accanto alle Janas, una piccola casetta decorata con un tralcio di vite e grappoli d’uva è la creazione di Ati Artisticu. Il laboratorio artigiano realizza facciate ispirate alle case dei paesi utilizzando la trachite e inserti d’argento: dei minuscoli frammenti di architettura e vita quotidiana. Ati Artisticu – sito ufficiale Francesca Frau Aurora mi mostra poi i manufatti di Francesca Frau, artigiana di Serrenti, che lavora il ferro battuto portando avanti la tradizione di famiglia. Francesca utilizza tecniche antiche come la forgiatura, la fiammatura e la cesellatura, reinterpretandole anche in forme contemporanee. Francesca Frau – sito ufficiale Andrea Farci Prima di uscire dalla Bottega Sarda, mi fermo a guardare la vetrina. Su un tessuto finemente ricamato, un piatto raffigura la gallinella sarda. È opera di Andrea Farci, artigiano che lavora l’argilla rossa secondo la tecnica del “bianco e cotto”: alcune parti dello smalto bianco vengono eliminate per far riaffiorare il colore naturale della terracotta. Un altro oggetto che porta con sé una storia, scelto con cura da Aurora. Ceramiche Artistiche Farci – sito ufficiale Bottega Sarda – Artigianato sardo 📍 Via Cavour 50, Sassari☎️ 079 235268🌐 artigianatobottegasardasassari.it B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocità, aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilità) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079 700 0664 🌐 www.hotel-bb.com Testo e foto © Scilla Nascimbene Potrebbe interessarti anche: DUE PASSI A SASSARI MONTE D’ACCODDI: IL SANTUARIO PREISTORICO CHE PRECEDE I NURAGHI

MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia

Barca tradizionale – MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia – Sant’Antioco, Sulcis, Sardegna

SULCIS, SARDEGNA La barca che esisteva già nell’albero Si racconta che Michelangelo vedesse già le proprie figure dentro il blocco di marmo. Scolpire significava liberarle dalla materia. A Sant’Antioco, i maestri d’ascia facevano qualcosa di sorprendentemente simile: entravano nel bosco cercando la barca che già esisteva nell’albero. Sceglievano tronchi che avessero già le curvature necessarie alla costruzione dello scafo, perché il taglio potesse seguire l’andamento naturale delle fibre del legno. Per decenni i maestri d’ascia costruirono e ripararono le imbarcazioni destinate alla pesca e alla navigazione lungo le coste della Sardegna. Conoscevano le essenze del legno, le loro caratteristiche e sapevano già quale posto avrebbe occupato ogni pezzo nella geometria dello scafo. Il punto di partenza era un modello in scala: da quello prendeva forma l’imbarcazione, pezzo dopo pezzo. Chiglia, prua, poppa e coste formavano l’ossatura; poi arrivava il fasciame a rivestire lo scafo. E l’attrezzo che dava il nome al mestiere era proprio l’ascia, con cui il legno veniva sagomato. A Sant’Antioco i cantieri dei maestri d’ascia esistono ancora, poco lontano dal luogo che oggi ne conserva la memoria: il MuMA, Museo del Mare e dei Maestri d’Ascia. La laguna di Sant’Antioco: barche, saline e fenicotteri Dal cantiere, le barche scendevano nelle acque della laguna. Un ambiente di oltre 650 ettari, profondo in media appena 50 centimetri, dove la pesca ha accompagnato per generazioni la vita di Sant’Antioco. Cefali, seppie e polpi popolano queste acque. Nelle acque basse della laguna navigavano anche is cius, le tipiche imbarcazioni antiochensi utilizzate per la pesca. Barche dal fondo piatto, costruite proprio dai maestri d’ascia, realizzate ancora oggi a Sant’Antioco in piccoli cantieri a conduzione familiare. Le Saline di Santa Caterina sono tuttora attive e nelle loro acque si alimentano i fenicotteri, mentre la laguna ospita una vegetazione adattata all’elevata salinità e numerose specie di uccelli. Pinna nobilis e bisso, la seta del mare Sul fondo vive la Pinna nobilis, il grande mollusco bivalve che a Sant’Antioco chiamano naccara. Un tempo veniva raccolta anche per ricavarne il bisso. Dalla barca i pescatori utilizzavano sa manu de ferru, un’asta lunga sei o sette metri terminante con una sorta di staffa: agganciavano la conchiglia, imprimevano una rotazione e la estraevano dal fondale. D’estate i ragazzi si tuffavano invece per prenderla con le mani, proteggendosi dai bordi taglienti con un tovagliolo. La Pinna nobilis produce il bisso, un fascio di filamenti sottilissimi con cui si ancora al fondale. Una volta raccolti, puliti, filati e tessuti, quei filamenti diventavano un tessuto prezioso dai caratteristici riflessi metallici, vicini al rame. Oggi la Pinna nobilis è una specie protetta e il bisso non può più essere prelevato dal mare. Novecento “code” per una sottoveste di bisso All’inizio del Novecento la lavorazione del bisso era ancora molto diffusa a Sant’Antioco. Nel 1914 il fotografo ed editore fiorentino Vittorio Alinari visitò l’isola durante un viaggio in Sardegna e contò circa duecento telai. Rimase colpito dalla lavorazione del bisso e annotò che per confezionare una sola sottoveste occorrevano almeno novecento “code”, i fasci di filamenti prodotti dalla Pinna nobilis. Italo Diana, il maestro del bisso di Sant’Antioco In quegli stessi anni, a Sant’Antioco, Italo Diana imparava a filare e a tessere dalle donne della famiglia che lo avevano cresciuto. Nato nel 1890 e rimasto orfano di madre a otto anni, crebbe in una famiglia composta soprattutto da donne e furono proprio loro a insegnargli a filare, tessere e preparare i materiali per il telaio. Negli anni Venti aprì una scuola con laboratorio, dove le ragazze lavoravano cotone, lana, lino e orbace, ma i manufatti più preziosi nascevano dal bisso. La materia prima arrivava direttamente dalla laguna. Diana pagava i pescatori perché gli procurassero le Pinnae intere, ne estraeva i bioccoli di bisso e restituiva le nacchere, che potevano essere vendute o consumate. Nel laboratorio le ragazze lavoravano a gruppi di tre o quattro, alternandosi alla filatura e alla tessitura, mentre Emma, sorella di Italo, si occupava dell’organizzazione della scuola. Da quei telai uscirono bisacce, gilet e capi d’abbigliamento, ma anche lavori destinati molto lontano da Sant’Antioco: un saio per una statua di San Francesco ad Assisi, una mantella per la principessa Mafalda di Savoia e un arazzo che impegnò Italo Diana e Assunta Cabras per circa tre anni. L’arazzo era destinato a Benito Mussolini, in occasione della sua visita nel Sulcis per la fondazione di Carbonia nel 1938. Al centro erano stati tessuti la scritta W IL DUCE e il fascio littorio. L’opera, però, non fu mai consegnata e Diana intervenne sul tessuto, coprendo la scritta con nuovi motivi decorativi. L’anno successivo i telai della scuola furono requisiti per produrre l’orbace destinato alle divise. Con l’inizio della guerra la scuola chiuse e Diana fu richiamato alle armi, ma la lavorazione del bisso continuò attraverso le donne che erano state sue allieve. Chiara Vigo e il filo del bisso Tra le custodi di questa antica tradizione, Chiara Vigo lavora tuttora la fibra prelevata dalla Pinna nobilis, senza uccidere l’animale. Nel suo laboratorio di Sant’Antioco fila la “seta del mare” e trasmette la conoscenza di questa tradizione del Sulcis. Museo del Bisso – Chiara Vigo📍 Viale Regina Margherita 168, Sant’Antiocoℹ️ Visite su appuntamento🌐 chiaravigo.it La memoria arrivata dalle case di Sant’Antioco La collezione del MuMA continua a crescere grazie alle famiglie di Sant’Antioco. Dal 2015 sono stati gli stessi abitanti a consegnare al museo oggetti e testimonianze appartenuti ai propri familiari. I polipetti di Marisa e il legame con la terra In un angolo del MuMA ci sono anche piccoli polpi all’uncinetto. Li realizza Marisa e sono diventati il simbolo di GEA Ambiente e Turismo, la cooperativa che gestisce il MuMA, il CEAS e la struttura ricettiva che li ospita. La loro storia arriva dagli ospedali pediatrici: polipetti simili vengono collocati nelle culle dei bambini prematuri perché i tentacoli, ricordando il cordone ombelicale, avrebbero per loro una funzione rassicurante. GEA ha scelto quell’immagine come simbolo del legame con la propria terra. MuMA: informazioni per la visita MuMA – Museo del Mare e dei

Nora, tremila anni davanti al mare

Torre del Coltellazzo. Nora, Pula, Sardegna.

Sulla costa di Pula, l’antica Nora conserva tracce della città fenicia, punica e romana. Dalla Stele di Nora ai mosaici, dalla Torre del Coltellazzo alla laguna, un viaggio attraverso quasi tremila anni di storia affacciati sul mare.

Turris Libisonis, crocevia del Mediterraneo

Duemila anni fa Porto Torres si chiamava Turris Libisonis. Era una colonia romana affacciata sul Golfo dell’Asinara e il suo porto la collegava alle grandi rotte del Mediterraneo. Il mio nome è Caius Vehilius Rufus «Il mio nome è Caius Vehilius Rufus. Vissi a Turris Libisonis intorno al 100 d.C. Ero un liberto». A parlare è un uomo vissuto quasi duemila anni fa. O almeno così ha scelto di farlo parlare il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano di Porto Torres, attraverso il racconto che accompagna la sua urna cineraria. Caius era stato uno schiavo e aveva conquistato la libertà. Alla fine della sua vita volle che le sue ceneri fossero custodite in un’urna di marmo realizzata a Roma, «per mostrare a tutti quanto fossi diventato importante». Sul coperchio dell’urna Caius volle delle maschere teatrali. «Perché la vita per me è proprio come uno spettacolo!», scrive il museo prestando voce alla sua storia. Caius Vehilius Rufus viveva a Turris Libisonis quando la colonia stava attraversando una delle sue stagioni più prospere. Porto Torres, antico crocevia del Mediterraneo La storia di Caius racconta qualcosa anche della città in cui visse. Turris Libisonis era cresciuta intorno al suo porto, affacciato sulle grandi rotte del Mediterraneo. Da qui passavano navi, merci e uomini provenienti dalla Penisola Iberica, dalla Gallia, dall’Africa e dalla penisola italiana. Il porto contribuì a trasformare la colonia in uno dei principali centri della Sardegna in epoca romana, un luogo di scambio in cui insieme alle merci viaggiavano religioni, culti e culture. Turris Libisonis: l’unica colonia romana della Sardegna “Turris Libisonis” era l’unica colonia romana in Sardegna (“autem una quae vocatur ad Turrem Libisonis” Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia”, III, 7,85). Le ipotesi sul fondatore La città venne fondata probabilmente tra il 46 e il 41 a.C. da Giulio Cesare o dal figlio adottivo Ottaviano Augusto. Secondo le fonti, Cesare rimase bloccato per circa un mese nei porti della Sardegna a causa delle tempeste. Durante quel soggiorno avrebbe conosciuto la fertilità del territorio e la posizione strategica del Golfo dell’Asinara. Proprio allora potrebbe essere nata l’idea di fondare una colonia su questo tratto di costa, realizzata soltanto negli anni successivi. Le ipotesi sull’origine del nome Il nome è composto da due elementi: “Turris”, che potrebbe far riferimento alla presenza di un nuraghe presso la foce del fiume Mannu, e “Libisonis”, da riconnettere forse alla denominazione antica del Nord Africa (Libya), regione che ha avuto fin dall’età preistorica continui rapporti con la Sardegna. Una città aperta a diverse culture Il porto era il cuore economico della colonia, ma anche il luogo dove ogni giorno si incontravano mercanti, marinai, funzionari imperiali e viaggiatori provenienti da ogni parte del Mediterraneo. Gli altari dedicati alle divinità egizie, le iscrizioni provenienti da Ostia, i mosaici realizzati da artigiani romani e le anfore giunte dall’Africa e dalla Penisola Iberica raccontano una città aperta al mondo e a culture diverse. Le grandi opere pubbliche Dall’acquedotto al bacino portuale La prosperità della colonia si rifletteva nelle sue grandi opere pubbliche. Un acquedotto lungo circa trenta chilometri riforniva la città d’acqua, mentre il porto continuava ad ampliarsi per sostenere traffici sempre più intensi. Nato alla foce del Rio Mannu, in un tratto naturalmente riparato, tra il II e il III secolo d.C. fu trasformato in un vero bacino portuale nell’area dell’attuale Darsena. Il vento Aquilonis: la diga a difesa del porto Sotto l’impero di Settimio Severo o di Caracalla (200 d.C) venne costruita una diga per proteggere le navi dall’Aquilonis, il vento grecale, che ancora oggi mette in difficoltà la navigazione. La ricchezza della colonia: edifici pubblici e dimore private La prosperità del porto trasformò profondamente Turris Libisonis. La colonia si arricchì di edifici pubblici, eleganti dimore private e di uno dei più vasti complessi termali della Sardegna romana. La memoria di Turris Libisonis Il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano Oggi la memoria di Turris Libisonis vive grazie agli scavi archeologici e ai reperti conservati nel Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano. Tra le rovine riemerge il volto della colonia romana: le Terme Centrali, la Domus di Orfeo, le strade lastricate percorse dai carri, le tabernae dove si vendevano prodotti artigianali e alimentari e gli edifici che un tempo si affacciavano sul porto. Le Terme Centrali Le Terme Centrali, costruite intorno al 300 d.C., rappresentavano uno dei più grandi complessi termali della Sardegna romana. Per secoli la tradizione popolare le identificò con il Palazzo di Re Barbaro, il governatore che, secondo la leggenda, fece martirizzare Gavino, Proto e Gianuario. Il percorso termale iniziava nel frigidarium, l’ampia sala dedicata ai bagni in acqua fredda, con due grandi vasche rivestite di marmo e decorate da raffinati mosaici policromi. Da qui si passava al tepidarium, ambiente di transizione con acqua tiepida, e infine ai calidaria, destinati ai bagni caldi e alle saune. Il cuore dell’impianto era il praefurnium, un grande forno alimentato a legna che produceva l’aria calda necessaria a riscaldare gli ambienti. Attraverso il sistema dell’hypocaustum, l’aria circolava sotto i pavimenti, sostenuti da centinaia di piccoli pilastrini in laterizio chiamati suspensurae, e risaliva lungo le pareti attraverso speciali mattoni, mantenendo le sale a una temperatura costante di circa 30 °C. Un vano coperto da una volta a botte, noto con il nome di criptoportico, datato al I-II sec. d.C., accoglieva i frequentatori delle terme per passeggiate, incontri o esercizi ginnici. La Domus di Orfeo Sotto il portico d’ingresso delle terme gli archeologi hanno riportato alla luce una domus costruita intorno alla metà del III secolo d.C., appartenuta a un ricchissimo cittadino romano. La fontana trilobata La casa era organizzata attorno a un cortile con fontana e presentava ambienti decorati da affreschi e preziosi mosaici policromi. Tra questi spicca una fontana trilobata decorata da un mosaico che raffigura diciotto specie di pesci e molluschi, mentre in un altro ambiente compare il mosaico delle Tre Grazie, antiche divinità simbolo della gioia di vivere e della fertilità della natura. Il mosaico di Orfeo Il capolavoro della domus si trova nel triclinio, la sala destinata ai

Il Tappeto delle Capre di Maria Lai

Tappeto delle Capre di Maria Lai, tessuto in bianco e nero dalla Cooperativa Tessile Su Marmuri di Ulassai.

A Ulassai, le capre delle montagne diventano segni e intrecci nei tessuti nati dall’incontro tra Maria Lai e le tessitrici della Cooperativa Su Marmuri. Maria Lai e il Tappeto delle capre di Ulassai Corna lunghe, il corpo tracciato con poche linee. Le capre si ripetono sui tappeti e sui cuscini, bianche sul nero, nere sul bianco, una accanto all’altra. Oggi quel disegno è diventato uno dei simboli della Cooperativa Tessile Su Marmuri e della stessa Ulassai. La sua storia comincia nel 1981, quando Maria Lai (1919-2013) inizia a collaborare con le tessitrici della Cooperativa Su Marmuri. È lo stesso anno in cui realizza a Ulassai Legarsi alla montagna, una grande opera collettiva che coinvolge gli abitanti e unisce simbolicamente il paese alla montagna attraverso un lungo nastro di stoffa azzurra. Nello stesso anno, dalla collaborazione con Su Marmuri nasce il Tappeto delle Capre. Dietro quelle piccole figure c’è ancora una volta Ulassai. Dopo aver vissuto a lungo lontano dal paese, Maria Lai torna a Ulassai e ritrova le montagne e le capre che si arrampicano sui pendii. Le osserva e le trasforma in un segno: corna, corpo, poche linee. Una capra dopo l’altra, il paesaggio entra così nella trama del tappeto. Gli intrecci di fili diventano figure e disegni. La collaborazione con Su Marmuri, iniziata nel 1981, prosegue infatti negli anni con numerosi altri motivi, alcuni rimasti inediti. Nella cooperativa i tessuti vengono ancora lavorati al telaio utilizzando materiali naturali – lino, cotone e lana di pecora di produzione locale – e tecniche della tradizione sarda come quella a pibionis, gli “acini d’uva” che creano il caratteristico effetto in rilievo. Accanto ai motivi antichi compaiono disegni contemporanei ispirati alla fauna dell’isola: cinghiali, mufloni e caprette. Ma sono proprio quelle capre dalle lunghe corna ad aver continuato il loro viaggio. Dal primo tappeto sono passate ad altri tessuti e ai cuscini, mantenendo intatto quel profilo essenziale nato dall’incontro tra Maria Lai, le tessitrici e il paesaggio di Ulassai. Un libro dedicato all’artista porta il titolo Maria Lai. Donna tessitrice di legami. Nel Tappeto delle Capre quel titolo trova quasi un’immagine: un filo lega le montagne di Ulassai alle capre, le capre al disegno e il disegno alle mani delle tessitrici che continuano a tramandarlo. B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocità, aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilità) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079 700 0664 🌐 www.hotel-bb.com Testo e foto © Scilla Nascimbene Potrebbero interessarti anche: LA BOTTEGA SARDA DI SASSARI MONTE D’ACCODDI E SASSARI: IL SEGRETO NASCOSTO SOTTO UNA COLLINA DI PIETRE PORTO TORRES: DA COLONIA ROMANA A CAPITALE DI UN REGNO I CULURGIONES LA FREGULA AI FRUTTI DI MARE

Basilica di San Gavino: il capolavoro romanico di Porto Torres

Basilica di San Gavino. Porto Torres. Sardegna

La più grande basilica romanica della Sardegna racconta oltre millecinquecento anni di storia, tra architettura medievale, antiche leggende e devozione popolare. La Basilica di San Gavino: il più grande monumento romanico della Sardegna Ai lati del portale romanico della Basilica di San Gavino, due angeli scolpiti nella pietra sorreggono una torre merlata. È l’antico simbolo di Torres e ricorda il ruolo che la città ebbe nella Sardegna medievale, quando la basilica rappresentava il centro religioso della diocesi turritana. Accanto agli angeli, figure antropomorfe e motivi geometrici a bassorilievo raccontano la maestria degli scalpellini medievali chiamati a decorare quella che sarebbe diventato il più grande monumento romanico della Sardegna. La Basilica dei Santi Gavino, Proto e Gianuario fu costruita nell’XI secolo sul Monte Agellu, sopra un’area già occupata in età paleocristiana da edifici di culto e da una vasta necropoli. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce i resti di almeno due chiese precedenti, databili tra il V e il VII secolo. Il ritrovamento conferma che questo luogo era già un importante centro della comunità cristiana. La leggenda di Comita e la nascita della basilica La tradizione racconta che il giudice Comita, colpito dalla lebbra, sognò il martire Gavino, che gli indicò il Monte Agellu come il luogo dove edificare una grande chiesa dedicata a lui e ai compagni Proto e Gianuario, promettendogli la guarigione. Una seconda apparizione gli avrebbe confermato la scelta del luogo. Comita fece allora arrivare da Pisa undici maestri scalpellini e muratori e ordinò di recuperare a Balai le reliquie dei tre martiri.  L’arrivo di maestranze pisane, protagoniste della diffusione dell’architettura romanica nell’isola, è documentato dalle fonti storiche, che ne confermano il ruolo nella costruzione dell’edificio. Un’architettura unica nel panorama italiano La Basilica di San Gavino rappresenta un esempio unico in Italia di edificio romanico con due absidi contrapposte sui lati corti. Gli ingressi principali si aprono infatti sui lati lunghi, una soluzione architettonica rarissima che la distingue dalla maggior parte delle chiese romaniche europee. Con i suoi 60,65 metri di lunghezza e 19,84 metri di larghezza, San Gavino è il più grande monumento romanico della Sardegna. Venne realizzato con il calcare della Nurra, una pietra chiara che cambia tonalità durante la giornata e che, nelle ultime ore del giorno, si accende di sfumature dorate. Lesene, archetti pensili e strette monofore scandiscono le pareti esterne. Appena oltre l’ingresso, un’acquasantiera marmorea sostenuta dalla figura di una giovane accoglie i fedeli. La morbidezza delle sue forme contrasta con il rigore dell’architettura. L’interno della basilica L’interno è sobrio e diviso in tre navate da colonne marmoree di recupero provenienti dall’antica Turris Libisonis romana e da edifici di età bizantina. I simulacri dei tre martiri Nell’abside opposta all’altare maggiore sono custoditi i simulacri lignei di San Gavino, Proto e Gianuario. Realizzati nei primi decenni del Seicento da una bottega probabilmente napoletana, raffigurano i tre martiri distesi sul letto funebre, con i polsi legati e il segno della decapitazione. Ancora oggi sono al centro della devozione popolare: ogni anno, il 3 maggio, vengono portati in processione fino alla chiesa di Balai vicino, dove rimangono fino alla Pentecoste. La statua equestre di San Gavino Accanto ai simulacri, una statua equestre raffigura San Gavino come un giovane soldato romano e ne richiama il passato militare prima del martirio. L’opera, in legno intagliato, dorato e policromo, venne realizzata nel XVII secolo da una bottega romana. La cripta dei Martiri Sotto la basilica, la cripta dei Martiri custodisce le reliquie dei santi Gavino, Proto e Gianuario. Fu realizzata all’inizio del Seicento, dopo le ricerche promosse nel 1614 dall’arcivescovo Gavino Manca de Cedrelles per ritrovare le spoglie dei tre martiri. Quegli scavi sono considerati tra le prime indagini archeologiche documentate della Sardegna e riportarono alla luce importanti testimonianze delle fasi più antiche del complesso monumentale. La cripta conserva frammenti architettonici, elementi scultorei e piccoli manufatti che raccontano oltre millecinquecento anni di storia del luogo. Visite guidate a Porto Torres Per informazioni e prenotazioni delle visite guidate ai principali luoghi della cultura di Porto Torres è possibile rivolgersi all’Ufficio turistico della Città di Porto Torres. Ufficio turistico: Stazione Marittima/Centro Intermodale, via A. Bassu, 07046 Porto Torres (SS)Visite guidate e laboratori: +39 334 7062913Informazioni turistiche: +39 079 5048008E-mail: info.turistiche@comune.porto-torres.ss.it B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocità, aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilità) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079 700 0664 🌐 www.hotel-bb.com Testo e foto © Scilla Nascimbene Potrebbero interessarti anche: TURRIS LIBISONIS, CROCEVIA DEL MEDITERRANEO MONTE D’ACCODDI: IL SANTUARIO PREISTORICO CHE PRECEDE I NURAGHI LE DOMUS DE JANAS DUE PASSI A SASSARI LA FREGULA AI FRUTTI DI MARE. LA RICETTA DELLO CHEF GIOVANNI MONTE

Monte d’Accoddi, il santuario preistorico che precede i nuraghi

Monte d'Accodi, Sassari

A quattro metri di profondità, Ercole Contu era convinto che la risposta fosse ancora sotto i suoi piedi. Ma le pareti di quel pozzo, formate da pietre rimaste immobili per migliaia di anni, rischiavano di crollargli addosso. L’archeologo fu costretto a risalire, deciso a trovare una soluzione per tornare a scavare. Nei suoi appunti continuava a ripetere che lì sotto doveva esserci ancora qualcosa. Una collina di pietre. Così era apparso Monte d’Accoddi quando Ercole Contu era arrivato nella pianura della Nurra, a pochi chilometri da Sassari, all’inizio degli anni Cinquanta. Molti ritenevano che quel cumulo potesse nascondere i resti di un nuraghe. Il santuario preistorico Contu cominciò a scavare e dalla collina emerse tutt’altro: un grande santuario preistorico, con una monumentale rampa d’accesso, un imponente menhir, due grandi lastre di pietra destinate ai rituali e i resti di un antico villaggio dell’Età del Rame. Era una scoperta straordinaria. Eppure, più Contu osservava quel monumento, più era convinto che quel santuario custodisse ancora un segreto. Fu per questo che aprì un pozzo di scavo al centro della piattaforma e raggiunse i quattro metri di profondità. Risalì, con l’intenzione di proseguire le ricerche. Ma i finanziamenti finirono e Contu non tornò mai più in quel pozzo. Il segreto, venti centimetri più in basso Nel 1979 la nuova campagna di scavo fu affidata all’Università di Genova, guidata dall’archeologo Santo Tinè. Tinè studiò gli appunti lasciati da Contu e, grazie a nuove tecniche, riuscì a mettere in sicurezza il pozzo e a riprendere la discesa. La risposta che Contu aveva cercato per anni si trovava appena venti centimetri oltre il punto in cui era stato costretto a fermarsi. Sotto il piano di calpestio emersero i resti di un santuario ancora più antico, rimasto nascosto per millenni all’interno del monumento. Il Tempio Rosso, colore del sacro Gli archeologi lo chiamarono Tempio Rosso, per il colore dell’intonaco che ne rivestiva le pareti. L’intonaco era realizzato con argilla ricca di minerali di ferro, che gli conferivano la caratteristica colorazione dell’ocra rossa, lo stesso pigmento utilizzato anche nelle domus de janas, le tombe preistoriche scavate nella roccia.  Per le popolazioni preistoriche il rosso apparteneva al linguaggio del sacro: richiamava il sangue e rappresentava la vita, la morte, il sacrificio e la rigenerazione. L’enigma del menhir Il grande menhir scoperto da Ercole Contu custodiva un enigma. Alto circa quattro metri e mezzo, era stato ritrovato disteso sul terreno, accanto al santuario. Normalmente un menhir veniva infisso in una fossa e stabilizzato con pietre poste tutt’intorno. Quando crollava per cause naturali o veniva abbattuto, il basamento tendeva a rompersi e le pietre di sostegno si disperdevano. A Monte d’Accoddi, invece, il monolite conservava il basamento integro. Proprio questo particolare ha portato gli archeologi a ritenere che il menhir fosse stato estratto volontariamente e deposto. Sono state avanzate diverse ipotesi. Una collega la rimozione del menhir alla costruzione del Tempio Rosso, quasi a segnare il passaggio da un culto a un altro, forse a seguito di un evento eccezionale, come un lungo periodo di siccità. Le lastre sacrificali e il culto della Dea Madre Accanto al monolite sono state trovate due grandi lastre di pietra, interpretate dagli archeologi come altari sacrificali, sui quali venivano sacrificati gli animali durante le cerimonie religiose celebrate nel santuario. Una delle lastre presenta alcune cavità naturali che, secondo gli studiosi, potevano rappresentare simbolicamente la bocca della Dea Madre, pronta a ricevere il sangue del sacrificio. Terminate le offerte, la comunità partecipava ai pasti rituali: la carne dell’animale veniva consumata, mentre le ossa erano deposte nelle fosse votive. Proprio le ossa dei suini rinvenute in queste fosse hanno fornito uno degli indizi più preziosi per ricostruire la storia di Monte d’Accoddi. Le analisi al radiocarbonio le hanno datate intorno al 4500 a.C., testimoniando una frequentazione molto antica dell’area. Il culto della Dea Madre era legato alla fertilità, alla terra e alla forza generatrice della natura. In questa lettura anche il grande menhir assume un significato simbolico: la sua forma è stata interpretata come un simbolo maschile, legato alla fecondazione della terra. L’incontro tra il principio maschile e quello femminile richiamerebbe così quello tra il cielo e la terra, la pioggia e il suolo da cui nasce la vita. Un unicum nel Mediterraneo occidentale per la sua architettura Monte d’Accoddi non ha confronti nel Mediterraneo occidentale. A renderlo unico è soprattutto la sua architettura: una grande terrazza tronco-piramidale raggiunta da una lunga rampa che conduce alla sommità del santuario, dove doveva sorgere una struttura destinata alle cerimonie religiose. Prima dei nuraghi I santuari di Monte d’Accoddi precedono di molti secoli la civiltà nuragica. La tecnica costruttiva ciclopica e a secco, con grandi blocchi di pietra, richiama quella utilizzata successivamente nei nuraghi, mostrando come questo modo di costruire fosse presente in Sardegna già in epoca precedente. Frequentato dal Neolitico all’Età del Bronzo La storia di Monte d’Accoddi attraversa un arco di tempo lunghissimo. Il sito conobbe diverse fasi e continuò a essere frequentato dal Neolitico fino all’inizio dell’Età del Bronzo. Dalla sommità lo sguardo spazia ancora oggi fino a Capo Caccia, dominando gran parte della pianura della Nurra. Questa vasta regione del nord-ovest della Sardegna si estende tra il golfo di Alghero e quello dell’Asinara e comprende gran parte del territorio comunale di Sassari. Visitare Monte d’Accoddi 📍 Strada Vicinale Monte d’Accoddi 4, Sassari🌐 montedaccoddi.cultura.gov.it☎️ +39 079 2008072 Il santuario è visitabile con biglietto d’ingresso e visite guidate. Per orari aggiornati, tariffe e prenotazioni è consigliabile consultare il sito ufficiale. B&B HOTEL Sassari Per visitare Sassari, Porto Torres e i principali siti archeologici del nord della Sardegna, il B&B HOTEL Sassari rappresenta un’ottima base di partenza. Situato a pochi minuti dal centro storico e a circa 20 minuti d’auto da Porto Torres, offre camere moderne con bagno privato, Smart TV con Chromecast, Wi-Fi gratuito ad alta velocità, aria condizionata, mini-frigo e cassaforte. Completano i servizi una ricca colazione a buffet, parcheggio (su disponibilità) e camere pet friendly. 📍 Via Padre Zirano 5, 07100 Sassari (SS) 📞 +39 079

Due passi a Sassari

Monumento a Vittorio Emanuele II davanti al Palazzo della Provincia in Piazza d’Italia a Sassari.

Sassari ha origini medievali. Nella prima metà del Duecento la città, nel nord-ovest della Sardegna, venne circondata da una cinta muraria, scandita da trentasei torri e quattro porte. Di quelle mura oggi rimane ben poco, così come del castello aragonese che sorgeva nell’attuale Piazza Castello. Alla fine dell’Ottocento Sassari cominciò a espandersi oltre l’antica cinta muraria. Gran parte delle fortificazioni venne abbattuta e fuori dal perimetro medievale prese forma la nuova città ottocentesca. Cosa vedere a Sassari Piazza d’Italia, il Salotto di Sassari Piazza d’Italia nacque al di fuori dell’antico circuito murario. Da sempre luogo frequentato dai sassaresi e ancora oggi uno dei principali punti di ritrovo della città, è conosciuta come “il Salotto di Sassari”. Sulla piazza si affacciano alcuni dei più importanti palazzi di rappresentanza della città ottocentesca. Al centro, Vittorio Emanuele II guarda Sassari dall’alto del monumento realizzato dallo scultore Giuseppe Sartorio. Quando la statua venne inaugurata, nel 1899, ad assistere alla cerimonia c’erano Umberto I e la regina Margherita. Per accogliere i sovrani, Sassari organizzò una grande sfilata di costumi e cavalieri provenienti da tutta l’isola: quella sfilata è considerata la prima edizione moderna della Cavalcata Sarda, una delle feste popolari più importanti della Sardegna. Tra gli edifici che delimitano la piazza, il Palazzo della Provincia ospita alcune sale di pregio, come la Sala Sciuti, decorata con affreschi che raccontano episodi della storia di Sassari e della Sardegna, e gli appartamenti destinati ad accogliere i sovrani durante le visite ufficiali. Nella stanza della regina si conservano ancora arredi dell’epoca, tra cui un letto in stile neorinascimentale realizzato dai Fratelli Clemente. Di fronte, l’elegante Palazzo Giordano Apostoli, costruito nel 1878 in stile neogotico, presenta interni decorati con affreschi, fregi e stucchi ed è oggi sede di Intesa Sanpaolo. Il castello che non c’è più L’attuale Piazza Castello occupa il luogo dove passava l’antica cinta muraria e dove sorgeva il castello aragonese. La fortezza, edificata nel Trecento per controllare militarmente la città, ribellatasi alla Corona d’Aragona, dal 1564 divenne sede del Tribunale della Santa Inquisizione e, con il passaggio della Sardegna ai Savoia nel 1720, tornò ad avere funzione militare. Il castello venne demolito tra il 1877 e il 1880 e Piazza Castello divenne un luogo di passeggio e di incontro per i sassaresi: le famiglie più agiate vi si ritrovavano e nei giorni di festa suonava la banda. Gli scavi hanno riportato alla luce parte del fossato e il barbacane, una struttura difensiva realizzata tra Quattrocento e Cinquecento con l’introduzione delle armi da fuoco. Lungo questo tratto delle mura si apriva Porta Castello, una delle quattro porte della città medievale. Dalla porta partiva l’asse principale che attraversava Sassari fino a Porta Sant’Antonio, sul lato opposto della cinta muraria: l’attuale Corso Vittorio Emanuele II. Corso Vittorio Emanuele II, l’antica strada delle botteghe Un tempo conosciuto come Platha de Cothinas o Ruga de Cothinas, la “strada di pietra”, il Corso era la principale arteria commerciale di Sassari: sotto i portici delle case si aprivano le botteghe di mercanti e artigiani. Ancora oggi, percorrendo il Corso, tra le facciate e le insegne dei negozi, affiorano le tracce della città antica. Teste leonine e capitelli scolpiti decorano i palazzi signorili, come Casa Farris, al civico 23, un edificio quattrocentocentesco con un portico ad archi ribassati e finestre di gusto gotico-catalano. A raccontare la Sassari di un tempo fu Enrico Costa (1841 – 1909), scrittore sassarese che nei suoi libri descrisse palazzi, strade, mura e torri della città. Le sue pagine conservano così l’immagine di una Sassari che oggi, lungo il Corso, si riconosce ancora nei particolari sopravvissuti tra gli edifici più recenti. Tra questi si incontra il Palazzo di Città, realizzato tra il 1826 e il 1829 su progetto dell’architetto piemontese Giuseppe Cominotti. Per decenni sede delle istituzioni comunali, conserva alcune sale di rappresentanza, tra cui la Sala dei Sindaci e la Sala dell’Intregu, legata a uno dei rituali della Discesa dei Candelieri.  Il 14 agosto, nella Sala dell’Intregu, si svolge la cerimonia tra il sindaco e il Gremio dei Massai; dal balcone del Palazzo il sindaco si affaccia insieme all’obriere per il tradizionale brindisi augurale “a zent’anni”, prima di unirsi alla festa.  Il Palazzo ospita il Teatro Civico, progettato dallo stesso Cominotti sul modello del Teatro Carignano di Torino e inaugurato nel 1829. Verso il Duomo Lasciato Corso Vittorio Emanuele II, il percorso prosegue verso Piazza Santa Caterina, tra portoni, finestre e facciate del centro storico. Sulla piazza si affaccia la chiesa di Santa Caterina, accanto alla Pinacoteca Nazionale di Sassari. La chiesa di Santa Caterina Costruita dai Gesuiti tra il 1579 e il 1609, Santa Caterina è uno dei principali esempi di architettura tardo-rinascimentale di Sassari. La facciata in pietra calcarea, articolata in due ordini, unisce elementi rinascimentali e richiami alla tradizione tardogotica locale. Palazzo Ducale  Poco oltre si incontra Palazzo Ducale, fatto costruire tra il 1775 e il 1804 da don Antonio Manca, marchese di Mores e duca dell’Asinara. Considerato la più importante residenza civile di Sassari, dal 1878 ospita il Municipio.  Da qui le strade tornano a stringersi tra le case del centro storico. Attraverso Vicolo del Campanile si arriva in Piazza Duomo. Il Duomo di San Nicola Tre grandi arcate scandiscono la facciata barocca del Duomo di San Nicola. Al di sopra, colonne, fregi e una ricca decorazione scolpita nella pietra incorniciano le statue di San Gavino, San Proto e San Gianuario, i martiri turritani. Più in alto, San Nicola, patrono di Sassari, veglia sulla città. Le fasi costruttive La facciata, conclusa entro il primo quarto del Settecento, è una delle più ricche espressioni del barocco in Sardegna. La cattedrale è però il risultato di diverse fasi costruttive. Una chiesa dedicata a San Nicola è documentata già nel 1135. Nel Duecento venne costruito un nuovo edificio in forme romanico-pisane, del quale rimane il campanile quadrato, scandito da archetti pensili e bifore. Tra Quattrocento e Cinquecento la chiesa fu ricostruita in forme gotico-catalane, mentre nel 1756 il campanile venne sopraelevato con il corpo ottagonale concluso dalla

La chechia, il cappello tunisino

Chechia, il cappello dei tunisini. Douz. Tunisia

La chechia tunisina è uno dei simboli più riconoscibili dell’artigianato del Paese. Questo morbido copricapo cilindrico si diffuse soprattutto dopo l’arrivo dei mori espulsi dall’Andalusia tra il XV e il XVI secolo. Con loro arrivarono tecniche artigianali e conoscenze che trasformarono la Tunisia in uno dei principali centri di produzione della chechia per tutto il Mediterraneo. La lavorazione richiedeva numerosi passaggi e città specializzate: a Gafsa si filava la lana, a El Alia si cardava, mentre Tunisi diventava il centro della tintura e della rifinitura finale. Ancora oggi alcune botteghe conservano queste lavorazioni manuali tramandate nei secoli. La chechia compare anche nell’arte europea del Rinascimento. Uno degli esempi più celebri è il Ritratto di Musico di Leonardo da Vinci, conservato alla Pinacoteca Ambrosiana. Nel dipinto il giovane ritratto indossa un copricapo rosso molto simile a una chechia tunisina, testimonianza degli intensi scambi culturali e commerciali tra le due sponde del Mediterraneo già nel Quattrocento. Oggi la chechia resta un oggetto profondamente legato all’identità tunisina, anche se le botteghe tradizionali sono sempre meno. E attenzione a non confonderla con il fez marocchino: i tunisini tengono molto alla differenza. Il fez è rigido, tronco-conico e strutturato, mentre la chechia tunisina è morbida, flessibile e completamente diversa nella forma e nella lavorazione. Testo e foto © Scilla Nascimbene Tratto dal reportage sul viaggio in Tunisia: LINEE DI SABBIA. Per leggere l’intero reportage, clicca qui.

Il fortino di Tisavar

Fortino di Tisavar. Tunisia

TUNISIA Tra il vento e le dune del Sahara, il fortino di Tisavar è uno dei pochi esempi di architettura romana nel deserto tunisino. Costruito tra il II e il III secolo d.C., probabilmente sotto l’imperatore Commodo, nei pressi dell’oasi di Ksar Ghilane, faceva parte del Limes Tripolitanus, il sistema difensivo creato da Roma per controllare le rotte carovaniere, sorvegliare il territorio e presidiare i punti d’acqua lungo le vie del deserto. Oggi restano rovine basse e compatte, ma è ancora leggibile la struttura originaria: una pianta rettangolare, mura in pietra adattate all’ambiente desertico e una posizione strategica su un leggero rilievo. Probabilmente il fortino ospitava piccoli contingenti militari incaricati di sorvegliare le piste dirette verso il sud della Tunisia. Per vedere il reel del Fortino di Tisavar suFacebook — clicca quiInstagram — clicca qui Testo e foto © Scilla Nascimbene Tratto dal reportage sul viaggio in Tunisia: LINEE DI SABBIA. Per leggere l’intero reportage, clicca qui. Potrebbero interessarti anche L’ANFITEATRO ROMANO DI EL DJEM, TUNISIA Il reportage sulla Triade Capitolina e sui culti domestici rinvenuti negli scavi dell’antico Lazio: LA TERRA DEGLI DEI (per leggere il reportage clicca qui) Il reportage sull’antica città di Praeneste, capitale di eleganza e spiritualità, con il santuario della Fortuna Primigenia (per vedere il reportage clicca qui) Il reportage sull’imperatore Adriano, su Tivoli e la Valle dell’Aniene: L’ULTIMO ACCAMPAMENTO DEL NOMADE (per vedere il reportage clicca qui) LE CASE TROGLODITE DI MATMATA, TUNISIA (clicca qui)

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