Porto Torres, da colonia romana a capitale di un regno

Duemila anni fa Porto Torres si chiamava Turris Libisonis. Era una colonia romana affacciata sul Golfo dell’Asinara e il suo porto la collegava alle grandi rotte del Mediterraneo. Nel Medioevo, la città divenne capitale del Giudicato di Torres. Di queste due grandi stagioni restano oggi le vestigia di Turris Libisonis e la Basilica di San Gavino, la più grande chiesa romanica della Sardegna. Il mio nome è Caius Vehilius Rufus «Il mio nome è Caius Vehilius Rufus. Vissi a Turris Libisonis intorno al 100 d.C. Ero un liberto». A parlare è un uomo vissuto quasi duemila anni fa. O almeno così ha scelto di farlo parlare il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano di Porto Torres, attraverso il racconto che accompagna la sua urna cineraria. Caius era stato uno schiavo e aveva conquistato la libertà. Alla fine della sua vita volle che le sue ceneri fossero custodite in un’urna di marmo realizzata a Roma, «per mostrare a tutti quanto fossi diventato importante». Sul coperchio dell’urna Caius volle delle maschere teatrali. «Perché la vita per me è proprio come uno spettacolo!», scrive il museo prestando voce alla sua storia. Caius Vehilius Rufus viveva a Turris Libisonis quando la colonia stava attraversando una delle sue stagioni più prospere. Porto Torres, antico crocevia del Mediterraneo “Turris Libisonis” era l’unica colonia romana in Sardegna (“autem una quae vocatur ad Turrem Libisonis” Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia”, III, 7,85). Il suo porto, affacciato sulle grandi rotte del Mediterraneo, contribuì a trasformare la colonia in uno dei principali centri della Sardegna in epoca romana. Da qui passavano navi, merci e uomini provenienti dalla Penisola Iberica, dalla Gallia, dall’Africa e dalla penisola italiana. Le ipotesi sul fondatore La città venne fondata probabilmente tra il 46 e il 41 a.C. da Giulio Cesare o dal figlio adottivo Ottaviano Augusto. Secondo le fonti, Cesare rimase bloccato per circa un mese nei porti della Sardegna a causa delle tempeste. Durante quel soggiorno avrebbe conosciuto la fertilità del territorio e la posizione strategica del Golfo dell’Asinara. Le ipotesi sull’origine del nome Il nome è composto da due elementi: “Turris”, che potrebbe far riferimento alla presenza di un nuraghe presso la foce del fiume Mannu, e “Libisonis”, da riconnettere forse alla denominazione antica del Nord Africa (Libya), regione che ha avuto fin dall’età preistorica continui rapporti con la Sardegna. Una città aperta a diverse culture Il porto era il cuore economico della colonia, ma anche il luogo dove ogni giorno si incontravano mercanti, marinai, funzionari imperiali e viaggiatori provenienti da ogni parte del Mediterraneo. Gli altari dedicati alle divinità egizie, le iscrizioni provenienti da Ostia, i mosaici realizzati da artigiani romani e le anfore giunte dall’Africa e dalla Penisola Iberica raccontano una città aperta al mondo e a culture diverse. Le grandi opere pubbliche Dall’acquedotto al bacino portuale La prosperità della colonia si rifletteva nelle sue grandi opere pubbliche. Un acquedotto lungo circa trenta chilometri riforniva la città d’acqua, mentre il porto continuava ad ampliarsi per sostenere traffici sempre più intensi. Nato alla foce del Rio Mannu, in un tratto naturalmente riparato, tra il II e il III secolo d.C. fu trasformato in un vero bacino portuale nell’area dell’attuale Darsena. Il vento Aquilonis: la diga a difesa del porto Sotto l’impero di Settimio Severo o di Caracalla (200 d.C) venne costruita una diga per proteggere le navi dall’Aquilonis, il vento grecale, che ancora oggi mette in difficoltà la navigazione. La ricchezza della colonia: edifici pubblici e dimore private La prosperità del porto trasformò profondamente Turris Libisonis. La colonia si arricchì di edifici pubblici, eleganti dimore private e di uno dei più vasti complessi termali della Sardegna romana. La memoria di Turris Libisonis Il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano Oggi la memoria di Turris Libisonis vive grazie agli scavi archeologici e ai reperti conservati nel Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano. Tra le rovine riemerge il volto della colonia romana: le Terme Centrali, la Domus di Orfeo, le strade lastricate percorse dai carri, le tabernae dove si vendevano prodotti artigianali e alimentari e gli edifici che un tempo si affacciavano sul porto. Le Terme Centrali Le Terme Centrali, costruite intorno al 300 d.C., rappresentavano uno dei più grandi complessi termali della Sardegna romana. Per secoli la tradizione popolare le identificò con il Palazzo di Re Barbaro, il governatore che, secondo la leggenda, fece martirizzare Gavino, Proto e Gianuario. Il percorso termale iniziava nel frigidarium, l’ampia sala dedicata ai bagni in acqua fredda, con due grandi vasche rivestite di marmo e decorate da raffinati mosaici policromi. Da qui si passava al tepidarium, ambiente di transizione con acqua tiepida, e infine ai calidaria, destinati ai bagni caldi e alle saune. Il cuore dell’impianto era il praefurnium, un grande forno alimentato a legna che produceva l’aria calda necessaria a riscaldare gli ambienti. Attraverso il sistema dell’hypocaustum, l’aria circolava sotto i pavimenti, sostenuti da centinaia di piccoli pilastrini in laterizio chiamati suspensurae, e risaliva lungo le pareti attraverso speciali mattoni, mantenendo le sale a una temperatura costante di circa 30 °C. Un vano coperto da una volta a botte, noto con il nome di criptoportico, datato al I-II sec. d.C., accoglieva i frequentatori delle terme per passeggiate, incontri o esercizi ginnici. La Domus di Orfeo Sotto il portico d’ingresso delle terme gli archeologi hanno riportato alla luce una domus costruita intorno alla metà del III secolo d.C., appartenuta a un ricchissimo cittadino romano. La fontana trilobata La casa era organizzata attorno a un cortile con fontana e presentava ambienti decorati da affreschi e preziosi mosaici policromi. Tra questi spicca una fontana trilobata decorata da un mosaico che raffigura diciotto specie di pesci e molluschi, mentre in un altro ambiente compare il mosaico delle Tre Grazie, antiche divinità simbolo della gioia di vivere e della fertilità della natura. Il mosaico di Orfeo Il capolavoro della domus si trova nel triclinio, la sala destinata ai banchetti. Al centro del pavimento Orfeo (da cui la domus prende il nome) suona la lira circondato da nove animali che, secondo il mito, si
Poli, i Conti e Innocenzo XIII: storia di un feudo e di un papa

MONTI PRENESTINI, LAZIO Un esercito avanza compatto tra le colline.I cavalieri, chiusi nelle armature, montano cavalli fieri e robusti.Le lance si incrociano, ma le bandiere restano alte, ben visibili. È la battaglia del Metauro, in cui muore Asdrubale.Un evento che segna la fine di un progetto di potere. La scena è affrescata su una parete del Salone dei Ricevimenti di Palazzo Conti. Siamo sui Monti Prenestini, a Poli, antico castrum arroccato su una massa tufacea, «al cui centro svetta un alto campanile, come un albero maestro di una nave in rotta verso ovest». Il Salone dei Ricevimenti e il linguaggio del potere Oriente e Occidente negli affreschi Nel Salone dei Ricevimenti, tutte le scene d’armi raccontano lo stesso tema: lo scontro tra Oriente e Occidente.Non come memoria del passato, ma come dichiarazione simbolica di potere. La famiglia Conti e la Chiesa di Roma Attraverso queste immagini, la famiglia Conti — grande casata feudale legata da secoli ai vertici dell’esercito pontificio e alla difesa della Chiesa di Roma — afferma la propria appartenenza a un ordine che guarda oltre i confini del feudo, verso una dimensione universale. I Conti di Segni e il destino di Poli A rendere Poli un luogo centrale non è la sua dimensione, ma la storia della famiglia che lo governò. Da qui passarono idee, uomini e decisioni che cambiarono Roma e la Chiesa. I Conti di Segni furono signori del feudo di Poli, Guadagnolo e delle loro pertinenze dal 1208 al 1808, per sei secoli consecutivi. Due papi, una stessa visione Innocenzo III Da questa famiglia uscirono due papi, appartenenti a epoche diverse ma uniti da una stessa visione del potere della Chiesa. Il primo fu Innocenzo III, eletto nel 1198, uno dei pontificati più forti del Medioevo. Con lui la Chiesa di Roma affermò il proprio ruolo universale, ponendosi come autorità politica oltre che spirituale e favorendo nuovi movimenti religiosi, come quello francescano. Innocenzo XIII Il secondo fu Innocenzo XIII, eletto nel 1721. In lui quella visione si tradusse in diplomazia, opere e trasformazioni urbane, lasciando un segno concreto nella Roma moderna. La cappella privata e il sogno di Innocenzo III Quella visione di Chiesa universale, a Palazzo Conti, prende forma nelle immagini. Nella cappella privata, adiacente al Salone dei Ricevimenti, gli affreschi raffigurano il celebre sogno di Innocenzo III: San Francesco sostiene la Chiesa sul punto di crollare. L’iscrizione latina Sopra l’ingresso della cappella compare una scritta in latino:«LOTHARIUS COMES HAEC MAIORUM EXEMPLA SECUTUSUT SUA PONTIFICES GENS IMITETUR AVOS». Tradotta: «Il conte Lotario, seguendo gli esempi degli antenati, affinché la sua stirpe imiti gli avi pontefici». La profezia di Lotario Un papa nascerà in quelle stanze Il riferimento è a Lotario II Conti, vissuto nella seconda metà del Cinquecento. Quelle parole sono un auspicio dinastico: l’invito a guardare agli antenati pontifici come modello e orizzonte per la famiglia. È in questo senso che Sergio Giubilei parla di profezia nel volume Innocenzo XIII, papa di Poli. La profezia di Lotario (Susil Edizioni, 2022): non una previsione consapevole, ma una frase che acquista significato solo col tempo, quando la storia sembra rispondere a quell’auspicio. In queste stanze nascerà davvero un papa. Innocenzo XIII e il governo della città Il pontefice delle pagnotte Quando Michelangelo Conti diventa papa con il nome di Innocenzo XIII (1721), il suo pontificato rivela subito un tratto umano e concreto. All’indomani dell’elezione si fece portare una pagnotta da ogni fornaio di Roma per verificarne peso, qualità e prezzo, con l’obiettivo di impedire speculazioni a danno dei più poveri. Da qui l’appellativo con cui passò alla storia: il Pontefice delle Pagnotte. Riforme e opere A quell’attenzione per la vita quotidiana si affianca uno sguardo altrettanto saldo sull’istituzione. Innocenzo XIII introduce il gioco del lotto per rimpinguare le casse statali allora in difficoltà e interviene sul tema degli affitti, decretando una forma di equo canone per contenerne gli squilibri. Sul piano internazionale rafforza i rapporti con le grandi potenze cristiane e fonda le Università di Caracas e dell’Avana. Roma, il paesaggio e i Conti Sotto il suo pontificato prende avvio il progetto della scalinata di Trinità dei Monti, pensata per collegare il colle all’asse di via Condotti e rendere leggibile uno snodo centrale della città. Sarà il suo successore a portare a termine l’intervento, destinato a diventare uno dei luoghi di aggregazione più riconoscibili di Roma. Poco distante, un altro palazzo della famiglia Conti entra nel paesaggio simbolico della città.Il Palazzo Conti, oggi noto come Palazzo Poli, apparteneva alla casata. Quando nel Settecento prese forma la Fontana di Trevi, parte della dimora venne inglobata nella nuova scenografia: i Conti persero alcune finestre, ma il palazzo divenne lo sfondo di uno dei luoghi più celebri al mondo. Non meno nota è la Torre dei Conti, prima abitazione romana della famiglia Conti, posta accanto ai Mercati Traianei e commissionata da papa Innocenzo III. Il cuore accanto alla Madonna della Mentorella I papi della famiglia Conti contribuirono a rendere grande la Chiesa di Roma nel mondo. Molte di quelle visioni, di quelle decisioni e di quelle scelte presero forma a Poli, piccolo feudo dei Monti Prenestini, divenuto nel tempo uno snodo silenzioso di potere politico e religioso. Nonostante la visione cosmopolita dei membri della casata, il legame con le proprie radici rimase indissolubile, come testimonia la vicenda di Innocenzo XIII. Nelle sue ultime volontà dispose che il suo cuore fosse deposto nel santuario della Madonna della Mentorella, a Guadagnolo, allora parte del feudo dei Conti, accanto al simulacro della Vergine davanti al quale, da bambino, andava a pregare. Il suo potere aveva attraversato continenti e oceani. Il suo cuore riposa lì. Lettura consigliata Sergio Giubilei e Beatrice Giubilei, Innocenzo XIII Papa di Poli. La profezia di Lotario. Susil Edizioni. Testo e foto © Scilla Nascimbene in collaborazione con Terre di Otium Ringrazio il sociologo Sergio Giubilei Renato Chioccia, Barbara Putzolu, Chiara Perini e Fabio Petrucci di Terre di Otium Per approfondire il territorio Per scoprire itinerari, eventi culturali ed esperienze nei borghi dell’area tiburtina, della Valle dell’Aniene,
Ostinata bellezza. In viaggio tra i borghi lucani

Borghi di pietra e di ostinata bellezza, cattedrali di grotte curve e scure, case bianche e di calcare si aggrappano alla crosta di una terra antica. Tra passati e passaggi. E storie che si sommano alla storia. Lì, dove il vento segna la via dei calanchi, trame di ulivi bordano i pendii, tra finestre aperte su spazi di luce e maioliche che rivestono le cupole di tessere cangianti, complici delle danze del sole. Questo viaggio in Basilicata, da Matera a San Mauro Forte, da Pisticci a Ferrandina fino a Miglionico, è anche il profumo dell’olio, il gusto deciso del caciocavallo, il verde intenso dei pistacchi e il fragore dei campanacci che accompagna l’inverno. È il suono liquido del silenzio, la forza solida della memoria.È il racconto di una comunità che custodisce tradizioni secolari e si rinnova, forte delle sue radici. Così, tra grotte, calanchi, masserie e torri fortificate, i paesi lucani rivelano la loro grandezza vestita di semplicità.La loro bellezza. Calda, come una domenica di settembre su una terrazza a due passi dal cielo. Matera Un paesaggio che si apre come l’Inferno di Dante Il deserto visionario di Carlo Levi “Quando uscii dalla stazione e mi guardai intorno, cercai invano con gli occhi la città. La città non c’era. Ero su una specie di altopiano deserto. In questo deserto sorgevano, sparsi qua e là, otto o dieci grandi palazzi di marmo. Mi misi finalmente a cercare la città… arrivai a una strada, che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case, e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera… La forma di quel burrone era strana; come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune. Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamano Sassi. Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l’Inferno di Dante.” Così Carlo Levi descrive Matera, nel suo celebre romanzo del 1945, Cristo si è fermato a Eboli. I Sassi. Dal degrado alla rinascita I Sassi, due distretti noti come Sasso Caveoso e Sasso Barisano, sono costituiti da abitazioni scavate direttamente nella pietra calcarenite della Murgia materana. In questi insediamenti l’uomo ha abitato dall’età del Bronzo, sviluppando un sistema stratificato, servito da cisterne, cunicoli e canali per la raccolta dell’acqua. La nostra guida, Marisa Loperfido, ci spiega che la presenza umana in quest’area risale però a tempi ancora più remoti: già nel Paleolitico la Murgia era frequentata, e i primi segni di insediamento stabile e di scavo della roccia si datano a circa 7.000 anni fa, nel Neolitico.Fin dall’inizio, l’uomo seppe adattarsi a un ambiente povero di risorse, sfruttando le cavità naturali e la duttilità della pietra per ricavare dimore, ricoveri e cisterne. Questo legame antico ha plasmato un vero e proprio paesaggio culturale: il risultato dell’opera congiunta della natura e dell’ingegno umano, dove la morfologia del territorio e la pietra tenera della Murgia hanno favorito la nascita e la diffusione dell’habitat rupestre. La “vergogna d’Italia” Nel XIX e fino alla metà del XX secolo, i Sassi subirono un forte degrado: alta densità abitativa, scarsa igiene, convivenza con animali e malattie endemiche portarono a soprannominarli “vergogna d’Italia”. Lo sfollamento Negli anni ’50, grazie anche al libro Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, questa situazione drammatica venne messa in luce. Nel 1952 venne emanata la Legge Colombo per il risanamento, che portò allo sfollamento della popolazione dai Sassi fino al 1965. Il recupero e il riconoscimento internazionale Nel 1990 l’area fu riconosciuta come zona protetta con l’istituzione del Parco della Murgia.Tre anni dopo, nel 1993, sia il Parco che i Sassi di Matera furono dichiarati Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, a testimonianza del loro valore universale e della straordinaria continuità di vita che essi raccontano A partire dagli anni ’80, iniziò un processo di recupero urbanistico e edilizio, culminato con l’iscrizione dei Sassi e del Parco delle Chiese Rupestri tra i patrimoni dell’umanità UNESCO nel 1993. Matera Capitale Europea della Cultura 2019 La città vive oggi una rinascita culturale ed economica. È stata Capitale Europea della Cultura nel 2019. I Sassi ospitano musei, gallerie, ristoranti, boutique e hotel di charme ricavati nelle grotte, con un perfetto connubio tra antico e moderno. Matera ha anche fatto da set per capolavori come La Passione di Cristo di Mel Gibson, Il Vangelo secondo Matteo, e più recentemente No Time to Die. La città stratificata nei secoli Le parti della città appartengono a epoche diverse. I Sassi. Matera popolare e rupestre, antichissima. Sasso Caveoso e Sasso Barisano sono i quartieri più iconici. Furono abitati senza interruzione dall’età del Bronzo fino agli anni ’50 del Novecento. La Civita. Matera medievale e nobile È il quartiere sorto sul promontorio centrale che divide i due Sassi. Centro politico e religioso fin dal Medioevo: al suo apice svetta la cattedrale. Qui risiedevano i ceti nobiliari e le famiglie più influenti, in palazzi con corti interne, logge e stemmi scolpiti. Il Piano. Matera rinascimentale, barocca e moderna Si estende sopra i Sassi e la Civita, verso l’altopiano. A partire dal XV-XVI secolo, con l’espansione urbanistica, nacquero qui piazze, conventi e palazzi signorili. È la zona che accoglie oggi la Matera ottocentesca e moderna, con i grandi assi urbani, il Palazzo Lanfranchi, piazza Vittorio Veneto e gli eleganti corsi cittadini. Il “Piano” segnava il passaggio dalla città rupestre a una città di pietra costruita in elevato, secondo modelli architettonici più ampi e ariosi. La Gravina di Matera Grotte, eremi e antiche chiese di pietra Il nucleo antico della città si sviluppa sulla scarpata del crepaccio che taglia in due la valle, noto come Gravina di Matera, dove un incredibile complesso di grotte si aggrappa alla montagna. Molte furono abitate dagli eremiti. Si conservano la Chiesa di San Pietro Barisano (in alto), dell’XI secolo, in gran parte scavata nella montagna, e la Chiesa di Sant’Agostino (in basso) della fine del XVI secolo, edificata su una cripta rupestre del XI. Le chiese rupestri Arte e spiritualità. Tra Bizantini e Medioevo Sono quasi 130 le
Le Voyage à Nantes

PAESI DELLA LOIRA, FRANCIA Uno zoo di macchine monumentali in movimento, ispirato ai mondi immaginari di Jules Verne, misura la sua originalità con architetture d’avanguardia e opere d’arte diffuse, tra palazzi decorati da maschere che evocano il mare e i naviganti, il commercio e l’Africa. Nantes attirò i surrealisti e i registi del Novecento con la luce mutevole del suo estuario, dove oggi si stagliano i Titan, le due grandi gru degli antichi cantieri navali. La città più creativa di Francia è in continua evoluzione attraverso la sua cultura, che poggia su secoli di storia. E i suoi abitanti sono fieri di essere “diversi”, un po’ “à l’ouest”, come si dice a Nantes. All’ovest. Di fatto e di spirito. “Pensate che la cultura costi troppo?” è il motto della città. Porta della Bretagna e antica capitale dei suoi duchi, capoluogo amministrativo dei Paesi della Loira, Nantes è una metropoli effervescente e creativa, che ha sempre stimolato l’immaginazione di artisti e scrittori. “È l’unica città in Francia, assieme a Parigi, dove sento che può accadermi qualcosa di utile”, scriveva il poeta francese André Breton. Nantes ispirò Jules Verne, trasmettendogli i suoi profumi di iodio, attirò i surrealisti e i registi del Novecento, ammaliati dalla sua luce mutevole, data dalla posizione tra il mare e l’estuario e dalla presenza dei venti. Una determinazione artistica costante plasma tuttora la vita dei suoi abitanti e ha portato, nel 2012, alla creazione de Le Voyage à Nantes, una società pubblica locale che promuove il turismo attraverso le attività culturali. Segui la linea verde! In città senza bussola Oltre alle collezioni del Musée d’arts, tra le più ricche di Francia, la città ha un museo a cielo aperto, con più di 120 opere che si accostano ai monumenti storici. La dolce follia degli artisti reinterpreta le piazze, i quartieri, le insegne, le camere d’albergo, lungo un percorso di 22 km, tracciato sul terreno con una linea verde, che unisce i siti di interesse in oltre 70 tappe, dal centro all’oceano, sull’estuario e nei vigneti nantesi: una sorta di filo di Arianna che guida il visitatore per la città, lasciando spazio all’imprevisto…! L’arte del passo di fianco Essere un po’ à l’ouest Al centro di piazza del Bouffay, nome di famiglia più antico di Nantes, una statua si fa notare per la sua originalità. È l’Elogio del passo di fianco in cui Philippe Ramette si ritrae in bilico su un basamento, nell’atto di fare un passo laterale nel vuoto. Un gesto inaspettato, alternativo e controcorrente che per i Nantesi è diventato il simbolo della loro creatività. “Gli abitanti si sentono un po’ à l’ouest (all’ovest)” mi dice la guida Gianni Cudazzo. “Non solo per la posizione della città, nel lato occidentale della Francia, ma soprattutto in senso allegorico: sono fieri di essere “diversi”: à l’ouest, come si dice qui”. Nantes è infatti la città francese più estrosa, ma poggia la sua cultura su secoli di storia. Durante la Rivoluzione Francese, al centro di quella piazza, dove ora si distingue la statua di Ramette, con la scarpa ormai lucida a furia degli sfregamenti da parte dei turisti, c’era una ghigliottina. Sotto la piazza si trovavano le prigioni e i rivoluzionari giustiziati pubblicamente erano talmente numerosi che i Nantesi avevano fatto pitturare di rosso i san pietrini, non sopportando la vista di tanto sangue. “I Nantesi non dimenticano i momenti bui della loro storia, ma hanno voluto moralmente riscattarsi dai secoli infami” continua Gianni. “Per molti tempo, Nantes infatti è stata considerata una città negriera, a causa della tratta degli schiavi”. Antica città portuale Il commercio triangolare L’affaccio sull’estuario del fiume, alla confluenza di Erdre e Sèvre, fu in passato determinante per lo sviluppo della città che, tra Settecento e Ottocento, divenne il primo porto di Francia e il prima porto negriero d’Europa. “Nettuno favoreggia i viaggiatori” era il motto dei Nantesi di quell’epoca, in cui l’economia era legata alla tratta degli schiavi. Potenti famiglie di armatori, soprattutto olandesi, e di mercanti avevano fatto di Nantes un ricco centro del commercio cosiddetto “triangolare”. Nei cantieri navali cittadini venivano costruite le imbarcazioni dirette in Africa, dove gli armatori compravano i prigionieri dei re africani, barattandoli con tessuti stampati, vetro, gioielli e armi. Gli schiavi venivano portati nelle Antille e ceduti in cambio di spezie, zucchero, cacao e caffè, poi rivenduti a Nantes con elevati guadagni. Il Memoriale per l’abolizione della schiavitù, che occupa parte del lungofiume, ripercorre la storia di un passato che non deve ripetersi. Il percorso meditativo si conclude in un passaggio sotterraneo, in cui rumore dell’acqua ricorda quello percepito dagli schiavi, trasportati nelle chiglie delle navi. Duemila targhe commemorative riportano i nomi dei vascelli costruiti a Nantes per il traffico negriero e riprendono delle citazioni di chi ha contribuito all’abolizione della schiavitù. Zona dei ex cantieri navali dove venivano disegnate le chiglie delle imbarcazioni Città natale di Jules Verne Jules Verne è nato a Nantes nel 1828, in una casa affacciata sul Corso dei Cinquanta Ostaggi, nell’Île Feydeau. In città segue gli studi in modo molto svogliato, poiché la sua vocazione era quella dei fare il marinaio. Pare che, durante la sua adolescenza, fosse scappato più volte a Saint Nazaire, cercando di imbarcarsi sui galeoni, tentativi vanificati dalla prontezza del padre, che sapeva dove andarlo a cercare per riportarlo “sulla retta via”. Jules Verne intraprende quindi la carriera paterna, diventando avvocato. Si trasferisce a Parigi, ma lì incontra diversi scrittori che stimolano la sua vocazione per la scrittura. La famille Raton Proprio da Nantes prese ispirazione per il suo primo racconto, del 1887: Le avventure della famiglia Raton. A due passi dalla casa di famiglia, sulle rive dell’Erdre, c’era una merceria il cui nome e motto erano: «nonostante gli invidiosi, il topo gottoso vivrà». All’angolo tra il corso dei Cinquanta Ostaggi e la via de la Barillerie si può ancora vedere l’insegna della bottega Au Rat Goutteux:un topo con la gotta, appoggiato a una stampella mentre spinge un carretto pieno di tessuti.Jules Verne ne ha fatto un