LOMBARDIA E VENETO
Un percorso tra prati e cielo, avvolti dal profumo dei fiori e delle erbe selvatiche, sostando nel silenzio dei piccoli oratori campestri o in basiliche che custodiscono tesori dell’arte.
Tra vigne, torbiere e borghi, torri e castelli, attraverso una natura generosa, come la sua gente che ha dato vita a grandi santi e a un’idea che ha cambiato la storia.
Una goccia cade increspando la superficie dell’acqua e quelle parole, dipinte sul fondo della vasca, appaiono tremule e poco chiare.
La campana ha appena finito di battere i rintocchi per annunciare il mezzodì, con quasi venti minuti di ritardo. “La campana suona al mezzogiorno del luogo, quando il sole è esattamente al meridiano” mi dice Giovanni.
Mi sporgo, avvicinandomi al fondo della vasca fino a leggere la scritta: Il tuo volto Signore io cerco. “Le verità sono spesso nascoste” mi spiega Giovanni “dobbiamo usare il pensiero per andare in profondità. La goccia che cade e increspa l’acqua rappresenta la speranza che non muore mai”.
Quell’intimo oratorio campestre, in località Bezzetti, a Volta Mantovana, è un luogo di forte devozione e il vescovo di Mantova che lo aveva benedetto nell’anno giubilare, monsignor Egidio Caporello, si recava spesso a pregare per ritrovare se stesso. Lo aveva confidato a Giovanni: l’architetto Giovanni Zandonella Maiucco, che quella piccola chiesa, dedicata alla Madonna del Carmine, l’ha progettata e costruita con l’aiuto e l’entusiasmo di tutti gli abitanti del borgo. Giovanni è convinto che l’architettura non siano i muri, ma lo spazio che questi raccolgono e, in quello spazio, attraverso la luce e il silenzio, ci si avvicini all’Altissimo.
Tutto è nato dalla spontaneità della gente, nel 1996, quando una comunità rurale, fatta dagli ultimi contadini che avevano vissuto quella terra da sempre, ha deciso di costruire un oratorio nuovo.
La chiesa e il campanile sono disegnati nel rispetto di una rigida geometria, partendo dal ritmo ternario. Accanto, un cipresso, che si innalza nella sua verticalità, è una delle piante del “Giardino dell’Eden”, un progetto che prevede la messa a dimora di tutti gli alberi citati nella Bibbia, affiancati dai brani in cui vengono menzionati. Sotto il cipresso trova riparo un’edicola della Via Crucis, disegnata da Giovanni e che sviluppa le sue forme dal cubito ebraico: la croce, il lumino e uno spazio per nascondere e scambiarsi le cose, come facevano i suoi nonni, che si scrivevano le lettere d’amore e le mettevano in un buco di un gelso. Al centro, una bellissima formella, realizzata da un abitante del posto.
“Era andato in pensione”, mi racconta Giovanni “di mestiere faceva il meccanico e il collaudatore di marmitte. Durante una messa, gli avevo confidato che mi sarebbe piaciuto trovare un artista per realizzare le formelle, ma la comunità non aveva più fondi. Lui non mi ha detto nulla e un giorno mi ha portato le quattordici formelle della Via Crucis che aveva scolpito per noi”.
Accanto a ogni edicola, oltre all’albero e ai fiori spontanei, un masso erratico racconta la storia geologica del territorio: una zona morenica, in cui le glaciazioni hanno determinato il trasporto di grandi massi provenienti dall’area trentina, dal veronese e dal bresciano. Il masso serve al pellegrino per sedersi e per mangiare, in ogni stagione, i frutti del Giardino dell’Eden e degli alberi da frutta che sono stati piantati.
Le iniziative del Giardino dell’Eden e della Via Crucis rimangono chiuse nei confini di quella piccola frazione, finché Giovanni decide di scrivere un libro per raccontare tutto quello che i “Cittadini Comunità Bezzetti” avevano realizzato: Una Via Crucis nel Cammino di fede e solidarietà, con un’introduzione redatta dal vescovo, alcune preghiere e i commenti delle stazioni, scritte da quattordici preti di paese.
Ed ecco che un giorno arriva l’idea di realizzare la quindicesima stazione, quella della Resurrezione. Per commentarla all’interno del libro era necessaria una persona autorevole. “Telefono al mio amico prete” mi racconta Giovanni. “Dove sei?” chiede all’amico. “Sono a Gerusalemme” gli risponde. “A Gerusalemme? Senti, fai scrivere il commento della Resurrezione a qualche prelato di lì!”. La richiesta, inizialmente non accolta come una buona idea, viene poi riportata al segretario del patriarca.
Dopo due mesi, a Corte Bezzetti, arriva con tanto di sigillo, l’intervento scritto del patriarca di Gerusalemme da inserire nel libro, unitamente ai commenti degli altri preti.
La comunità è incredula e commossa. Come segno di ringraziamento, Giovanni pensa di regalare al patriarca una formella uguale a quella della quindicesima stazione. Poi decide di inviargli l’originale: “Il giorno di Pasqua, quando le donne sono andate al sepolcro, lo hanno trovato aperto e Cristo non c’era” mi spiega Giovanni. “Quando la gente passerà di qui e si fermerà davanti alla quindicesima stazione, la troverà vuota”.
Il patriarca scrive nel suo commento: “È un Mistero che la nostra mente non può comprendere né spiegare. Può essere solo accolto e custodito nel cuore, con fiducia e amore”.
Oggi la formella di Corte Bezzetti che rappresenta la Resurrezione è appesa fuori dal patriarcato di Gerusalemme, collegando così due mondi: quello calpestato da Cristo e l’altro, che ne ripercorre la memoria.
“Noi vediamo solo ciò che sappiamo” conclude Giovanni “pertanto chi passa da questi luoghi vedrà ciò che sa. Per tutto il resto deve affrontare l’impervio percorso della ricerca”.
Sulle orme della fede e dell’umanità
È il 26 settembre 1813. Un tripudio di festa e un accorrere sorprendente di devoti, sbucati da ogni contrada del mantovano, accoglie la Beata Paola, restituita alla sua gente e alle sue colline quando si vendemmia e si raccolgono i frutti della terra.
“Va’ a Monastero di Santa Lucia: là troverai ciò che cerchi, la tua divina Madre e il tuo divino Sposo”. Tutto era iniziato così. Più di trecento anni prima. Da quel richiamo che Paola ripetutamente sentiva dentro di sé.
Era nata nel 1443 in una frazione di Volta Mantovana, da una famiglia benestante molto religiosa e vicina alla corte dei Gonzaga di Mantova. Fu in quella città che Paola entrò, all’età di quindici anni, nel Monastero di Santa Lucia, vestendo l’abito delle clarisse per cinquantasei anni, nella pace che le proveniva dall’aver finalmente trovato ciò che la misteriosa voce le comunicava fin dall’inizio del suo cammino.
Da oltre duecento anni il suo corpo, ancora con alcune parti molli, è custodito nella parrocchiale di Volta Mantovana, nella cappella della Beata Vergine del Rosario, diventata per tutti la Cappella della Beata Paola. “Era una donna modesta nel parlare, piacevole nel conversare e discreta nel consigliare” scrive un suo biografo, riportando una testimonianza dell’epoca. Il convento di Santa Lucia era infatti divenuto famoso nel mantovano proprio per la presenza di quella suora: la gente accorreva per poterle parlare; persino i Gonzaga le facevano visita per chiederle consigli e preghiere. Paola, impegnata anche nella burocrazia del monastero, era soprattutto dedita ai bisognosi e agli infermi. Molti furono guariti per la sua intercessione. Prima e dopo la morte. La sua santità, già nota quando era in vita, non è ancora stata proclamata dalla Chiesa, ma i fenomeni prodigiosi e straordinari testimoniati legati alla Beata Paola sono tanti e a Volta Mantovana la sua venerazione non si è mai spenta.
L’alto mantovano è terra di santi e di tanta umanità: nel momento in cui è stato chiesto aiuto in quella terra, la gente non si è mai risparmiata, nemmeno quando condizioni di salute non lo permettevano. Così era successo a Luigi Gonzaga, nobile di Castiglione delle Stiviere, che aveva abbandonato, contro il volere del padre, i privilegi del potere per servire Dio. Nonostante le sue condizioni fisiche fossero molto compromesse, Luigi non aveva esitato a soccorrere un appestato. Si ammalò senza più guarire ma, come scrive alla madre nella sua ultima lettera “La carità consiste, come dice san Paolo, nel rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e nel piangere con quelli che sono nel pianto […] Perciò, madre illustrissima, desidero che tu e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso”.
Era ancora in vita Marta Tana, nel 1605, quando suo figlio Luigi – oggi patrono mondiale della Gioventù – fu beatificato, a meno di quindici anni dalla morte. Era stata la donna ad avvicinare il giovane Luigi alla fede, chiedendo per lui la grazia e la guarigione quando il figlio era ancora molto piccolo, raccolta in preghiera davanti alla Madonna della Rosa, nell’intima chiesa dell’Eremo della Ghisiola, sulla strada che da Castiglione delle Stiviere conduce a Desenzano. In quest’ultimo borgo, sulle rive del Lago di Garda, Sant’Angela Merici, aveva trascorso la sua vita da laica, dedicandosi a impartire l’istruzione religiosa alle giovani ragazze. Il 25 novembre 1535, Angela scelse ventotto vergini e pose le fondamenta dell’ordine delle Orsoline in una piccola casa a Brescia. Morì il 27 gennaio 1540, quando la Compagnia contava circa centocinquanta figlie. Il suo corpo è sepolto nella chiesa bresciana di Sant’Angela Merici. Fu beatificata nel 1768 e canonizzata nel 1807 da Pio VII. Sant’ Angela è patrona secondaria della Diocesi di Brescia dal 24 gennaio 2010.
Il percorso e il tema del Cammino
Il Cammino di Fede e Solidarietà è un itinerario ad anello di circa 100 km in 12 tappe (da paese a paese), più 70 Km di varianti, percorribili preferibilmente in primavera o in autunno, a piedi o in mountain bike, su strade a bassa percorrenza e sterrate. Il percorso unisce gli 11 comuni membri dell’Associazione Colline Moreniche e i comuni di Lonato, Desenzano e Peschiera del Garda, sotto l’emblema di un unico tema: quello della spiritualità e della solidarietà civile. Il Cammino è pensato per portare il pellegrino e il visitatore all’esperienza diretta della conoscenza dei luoghi di nascita e di vita di tre grandi Santi: San Luigi Gonzaga a Castiglione delle Stiviere, Beata Paola Montaldi a Volta Mantovana e Sant’Angela Merici a Desenzano del Garda.
Il tema principale del cammino, quello religioso, è arricchito dalle bellezze paesaggistiche, artistiche e culturali del territorio.
In queste terre è nata l’idea della Croce Rossa nel 1859, dal suo fondatore Henry Dunant. L’inaugurazione del Cammino si è tenuta il 21 giugno 2022, in occasione dell’anniversario della morte di San Luigi Gonzaga.
La segnaletica si compone di segnali marroni su cui è riportato il logo, che richiama sia la Pietà Rondanini di Michelangelo Buonarroti, sia la statua che raffigura San Luigi Gonzaga che soccorre un appestato di Antonio Carminati.
Tappe: Desenzano – Castiglione – Solferino – Medole – Guidizzolo – Goito – Pozzolo – Volta Mantovana – Cavriana – Monzambano – Ponti sul Mincio – Pozzolengo – Desenzano.
Varianti: Castiglione – Medole/ Goito – Volta Mantovana/ Volta Mantovana – Monzambano/ Goito – La Sacca/ Guidizzolo – Cavriana/ Cavriana – Solferino/ Monzambano – Pozzolengo/ Pozzolengo – Torre di San Martino.
Innesti: Marmirolo – Marengo/ Peschiera – Ponti sul Mincio.
Castiglione delle Stiviere e il patrono mondiale della Gioventù
Nel 1991 Papa Giovanni Paolo II, in visita a Castiglione delle Stiviere, celebrò San Luigi Gonzaga come uno dei santi più amati dal mondo cattolico.
Nella città sono presenti molteplici tracce della sua esistenza, tra cui una stele situata tra le mura del castello che indica il punto esatto in cui il Santo venne alla luce. La Basilica di San Luigi, che si erge nell’omonima piazza, fu eretta tra il 1608 e il 1625 per la volontà del fratello del Santo, Francesco Gonzaga. Ultimata nel 1727, la chiesa custodisce, in una teca dell’altare maggiore, la preziosissima reliquia del suo cranio e, in una cappella laterale, le spoglie delle sue tre nipoti, le fondatrici del Collegio delle Vergini. Un altro monumento correlato a Luigi Gonzaga è il Duomo (riedificato nel 1761), nel quale il futuro Santo ricevette il Battesimo e la Prima Comunione e all’interno del quale è sepolta la madre Marta Tana. A circa 1 km da Castiglione, sulla strada statale che porta a Desenzano del Garda, si trova il Convento di Santa Maria, ex dimora di campagna della famiglia del Santo e rilevante sito archeologico di epoca etrusca e romana. La storia narra che Luigi Gonzaga si ritirò proprio in questo Convento nel 1854, dopo che il padre gli proibì di abbracciare la vita religiosa.
Il Museo Internazionale della Croce Rossa
Il museo è stato allestito nel 1959 a Castiglione delle Stiviere, a testimonianza del fatto che, cento anni prima, proprio in quel luogo, Henry Dunant, diede vita al più importante sodalizio umanitario laico diffuso nel mondo. La Croce Rossa Internazionale, istituita a Ginevra nel 1863, conta 188 Nazioni aderenti e milioni di soci in tutto il mondo.
Ogni anno, nell’ultima settimana di giugno, con una fiaccolata che collega Solferino a Castiglione delle Stiviere, volontari e sostenitori ricordano lo spirito e gli ideali di questa associazione.
Cimeli, strumenti chirurgici, attrezzature sanitarie, divise, mezzi di soccorso, stampe e documenti testimoniano le origini e l’evoluzione di Croce Rossa e i progressi della moderna scienza medica, lo sviluppo e l’organizzazione dei soccorsi e la nascita del Diritto Umanitario Internazionale.
Il Museo conserva l’originale della prima edizione del libro di Henry Dunant Un Souvenir de Solferino. Pubblicato nel 1862, il libro è ancora oggi tra i più tradotti al mondo.
È esposta una delle più importanti collezioni europee di lettighe trainate a mano e a cavallo, databili tra la metà e la fine dell’Ottocento e due fra le più antiche ambulanze d’Italia: una FIAT 507 a 4 cilindri del 1929 e una FIAT 521 a 6 cilindri del 1930.
Un collezione documenta la nascita del Corpo delle Infermiere Volontarie, note in Italia come crocerossine, e il loro fondamentale contributo in tempo di guerra e di pace, poiché artefici delle prime campagne di educazione igienico-sanitaria promosse da Croce Rossa nell’ambito di un programma di prevenzione e assistenza rivolta alla popolazione.
E’ inoltre visitabile la mostra permanente “L’Umanità in guerra”, dedicata alle attività del Comitato Internazionale della Croce Rossa nel mondo e la Campagna Nazionale CRI per l’abolizione delle mine antiuomo.
Il Museo Storico Aloisiano
Le ampie sale al piano nobile del Collegio femminile delle Vergini di Gesù, fondato nel 1608 dalle tre nipoti di S. Luigi Gonzaga a Castiglione delle Stiviere, accolgono il Museo Storico Aloisiano. Cinzia, Olimpia e Gridonia Gonzaga seguono l’esempio dello zio e costituiscono una congregazione di giovani nobildonne che dedicano la loro vita alla preghiera, all’educazione delle ragazze e al soccorso dei poveri. Per accedere al collegio era necessaria una ricca dote di denaro e corredo personale, mobilio e vari suppellettili, che oggi costruiscono il patrimonio del museo.
Sono esposti anche oggetti di notevole valore, come i dieci paramenti confezionati in oro e argento con tessuti del ‘600 e ‘700 e l’“Orologio di San Luigi”, realizzato nel 1567 dalla mano di Jan Valin. Il raffinato cimelio a forma di tempietto rinascimentale, restaurato e funzionante, fu donato alla madre Marta Tana, allora in attesa del suo primogenito.
Pregevole l’arredo del refettorio, opera settecentesca di artigiani locali, e la collezione di stoviglie in peltro, tra le più importanti d’Italia.
Museo della sposa
Broccati di seta, pizzi di Bruges, ricami con fili dorati, manciate di diamanti, veli con mimose e fiori ricamati a mano: il Museo della Sposa è una galleria d’arte moderna del costume di fama internazionale, in cui sono esposti abiti contemporanei che hanno sfilato sulle passerelle del mondo, mostrando l’eccellenza del Made in Italy e testimoniando il lavoro che più di cento donne hanno svolto in un trentennio.
Inaugurato nel 2018 da Kathleen Kennedy Townsend a Castiglione delle Stiviere, il museo è il coronamento della carriera di Lucia Zanotti Kissing come Direttrice Artistica di Atelier Aimée. “L’abito da sposa è un sogno: non è soggetto alla moda: ogni sposa ha il “suo” abito e il proprio stile”. Seguo Lucia Zanotti attraverso il museo: mille metri quadri con trecento manichini disposti su passerelle, che rappresentano alcuni momenti delle sfilate realizzate in Italia e nel mondo. “Io ero la direttrice creativa dell’atelier; avevo quattro stiliste e dieci modelliste; eravamo in centocinquanta. Ho sempre avuto il desiderio di fare un museo, per questo conservavo alcuni abiti di ogni sfilata. Ho allestito il museo per rappresentare il lavoro delle mie collaboratrici donne, quasi tutte madri e mogli che facevano tanti sacrifici per venire a lavorare da noi; senza di loro non avremmo potuto realizzare tutto questo”.
Sessanta sfilate con più di cento abiti ciascuna. Tremila i modelli creati che hanno vestito più di trecentomila spose, tra cui quattro nipoti di Robert Kennedy. “Ogni abito esposto ha la sua storia. Questo è quello di Kathleen Kennedy che lo ha donato al museo. Kathleen é la prima degli undici figli di Robert Kennedy. Si trovava a Venezia, ospite a un matrimonio in cui la sposa indossava un nostro abito. Mi ha detto che aveva quattro figlie e che quando si sarebbero sposate avrebbero scelto un mio modello. Kathleen aveva studiato arte a Firenze: capiva il segno italiano di un abito. Cinque anni dopo, la prima figlia è andata nel nostro atelier di New York in Park Avenue e ha preso, in bianco, quell’abito qui fotografato in azzurro, che poi ha regalato al museo. Siamo stati invitati al matrimonio a Washington, nella sede femminile del Partito Democratico e la mattina dopo eravamo nella casa di Robert Kennedy come ospiti per il brunch della domenica. Nel giro di dieci anni ho vestito tutte le sue quattro figlie.
Io vengo dalla moda, dove tutto sembra effimero; invece c’è tanta ricerca e io stessa ho sempre studiato i grandi sarti. Vengo dal mondo del colore e per le mie collezioni sono sempre partita da un colore, anche se poi l’abito era venduto più spesso in bianco seta”.
Ed ecco le acque marine e i turchesi per i matrimoni sul mare, il glicine, i verdi, o gli abiti cosparsi da manciate di diamanti con la forma degli anelli di fidanzamento; la grotta degli ori con gli abiti delle spose arabe. Modelli ispirati all’alta moda, alla Primavera del Botticelli, a Boldini, pittore della Belle Époque, e a personaggi famosi, come Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, la regina Maria Antonietta, la Principessa Sissi, Lady Diana. Ai gioielli di Bulgari, che negli abiti diventano ricami.
“Ogni sei mesi dovevo inventarmi qualcosa di nuovo e superare sempre me stessa e quello che avevo già fatto”.
Il museo è uno spazio multi-didattico visitato da tante scuole di ogni ordine e grado tra cui quelle di moda, poiché frutto di oltre trent’anni di lavoro e di sdifettamento, in cui ogni abito veniva sempre migliorato: studentesse, sarte e modelliste possono ammirare le tecniche ricercate di disegno, modellismo e sartoria. È anche un racconto del dietro le quinte delle sfilate e dei servizi fotografici e vi sono esposte numerose gigantografie realizzate da fotografi illustri.
Nel museo sono conservate quaranta copertine delle sessanta pubblicate nel mondo con gli abiti di Lucia Zanotti e l’unica collezione al mondo di 80 Barbie vestite con abiti da sposa confezionati con tessuti e ricami preziosi.
Nel salone dedicato alle sfilate degli abiti in bianco e nero, vengono proiettati dieci minuti di cinema con filmati che raccontano i matrimoni delle principesse e dei Kennedy, mentre Lucia offre dei confetti.
Ci si siede, si guarda e si sogna.
Gli uccelli del Parco del Mincio
Il Cammino di fede e solidarietà attraversa, in alcune tappe, le splendide aree naturali del Parco del Mincio, venendo a contatto con la sua straordinaria varietà di uccelli: circa trecento specie tra nidificanti, stanziali, migratrici o di passo, tra cui anatre, oche, cigni, aironi, svassi, folaghe, cormorani, limicoli, gabbiani e strolaghe.
I portali di Medole
Austeri, di matrice lombarda, ma anche decorati con modanature ricercate di gusto rococò.
I portali marmorei sono una peculiarità architettonica del luogo e nel borgo di Medole trovano un particolare risalto per il considerevole numero in rapporto alle dimensioni dell’abitato, per la ricchezza dei particolari, per l’imponenza e la singolarità dei disegni, differenti in ogni esemplare.
Costruiti dal XVII al XIX secolo con il marmo bianco delle vicine cave bresciane e veronesi, i portali medolesi, spesso blasonati, si evidenziano come ornamenti delle sobrie facciate di palazzi, ma soprattutto come manifestazione scultoree degne di un raffinato collezionismo, segno di concorrenzialità tra le stesse famiglie.
La pala del Tiziano
Indubbiamente un regalo di tutto rispetto. Per ringraziare i medolesi, o per acquietarne gli animi, Tiziano aveva regalato una pala, con tanto di cornice dorata e intagliata, da appendere nella chiesa di Santa Maria del Dosso, l’attuale parrocchiale.
Il figlio Pomponio, all’eta di sette anni era stato infatti nominato parroco di quella chiesa, grazie a un beneficio che lo stesso Tiziano aveva chiesto al Duca di Mantova.
Per ben trentaquattro anni il pittore si era intascato le rendite della parrocchiale, ma la cura delle anime era stata affidata a un altro curato, perché Pomponio, non incline alla vita ecclesiastica, a Medole non aveva mai messo piede.
La pala, che domina il coro della Parrocchiale, raffigura l’apparizione del Cristo alla Madre, un avvenimento contemplato in un vangelo apocrifo.
Per quanto riguarda la datazione, si propende a considerarla un’opera della maturità del Tiziano, anche se un curioso particolare potrebbe smentire questa ipotesi. Il primo angioletto a destra sotto l’ogiva, non rappresenta il volto di un putto, uguale a tutti gli altri, ma quello di un ragazzino, forse Pomponio Vecellio. Se questa teoria fosse confermata, il dipinto sarebbe da datare a un’epoca antecedente, verso 1524-25, quando Pomponio aveva circa dieci anni.
Durante il periodo napoleonico, per evitare che fosse trafugata, la tela viene nascosta in una tomba davanti all’altare per circa vent’anni; dopo di che ha bisogno di un restauro. Se ne occupa Paolo Fabris, dell’Accademia di Venezia, il quale però, maschera i danni con l’aggiunta di nuvole – rimosse successivamente – modificando la scena. La tela viene esposta nel 1935 a Venezia per la mostra di Tiziano a Ca’ Pesaro, poi torna alla sua collocazione ma, nella notte tra il 25 e il 26 aprile 1968 viene rubata da tre o quattro ladri di galline che, in assenza dell’impianto di allarme, schiodano con tutta calma la tela, portandosela via su un’automobile “presa in prestito” per la missione. Il dipinto viene ritrovato un mese dopo nelle campagne ferraresi e mandato al Centro di Restauro di Roma.
Nel 1974 l’opera è stata esposta a Mantova per una mostra sui tesori del Gonzaga. Da allora è sul coro della parrocchiale. È l’unica pala del Vecellio rimasta in territorio mantovano.
Il segno del Mantegna
“Medolesi, tristi tristi, rubasanti e spaccacristi e per farla più bella han portato via i santi con la barella”. Così recita un’antica filastrocca inventata dagli abitanti di Castel Goffredo.
In effetti, i medolesi erano andati al convento dell’Annunciata durante la notte, in sordina, a prendersi le statue che, probabilmente già in condizioni non ottimali, dopo essere state trasportate su dei carri, erano arrivate a Medole monche di qualche arto.
Quanto all’appellativo di “rubasanti” però, quelli di Castel Goffredo dovettero ricredersi: il gruppo statuario raffigurante il Compianto, conservato nella Chiesa del convento degli Agostiniani, già dismesso e abbandonato, era dei medolesi. Il Convento dell’Annunciata si trovava sul confine tra i due comuni e ne era nata un’accesa diatriba, ma quelli di Castel Goffredo dovettero rassegnarsi.
Di questo compianto, forse commissionato da una famiglia di Crema, si hanno pochissime notizie. Il gruppo in terracotta dipinta, custodita nella parrocchiale di Medole, è uno degli esempi più straordinari di derivazione da una incisione di Mantegna di un gruppo plastico. L’assegnazione a un plasticatore della stretta cerchia del Andrea Mantegna è ben ravvisabile anche nell’accordo cromatico della policromia che riprende dal pittore padovano gli abbinamenti del rosso e verde acido e del bianco e ocra.
Il luccio in salsa De.Co.
Un piatto tipico della cucina fluviale mantovana che nei paesi di Marmirolo e Rivalta sul Mincio ha ottenuto la denominazione comunale d’origine.
La sua preparazione consiste nel lessare il luccio in acqua con sedano, aglio, cipolla e alloro e mezzo bicchiere di aceto. Terminata la cottura, si versa sul pesce spolpato un condimento preparato a caldo con capperi, prezzemolo, aglio e acciughe (senza sale). Il piatto viene conservato in frigorifero e servito il giorno dopo, accompagnandolo con la polenta.
A Pozzolo sul Mincio, l’8 settembre, ci si ritrova per la “Festa del Luccio in salsa”.
Per promuovere questo piatto, Nicola Fornasari e Stefano Cremonesi hanno realizzato il Luccio in salsa De.Co in vasetto, un progetto che ha partecipato anche a fiere internazionali come FICO a Bologna e Vinitaly a Verona. (punto vendita a Pozzolo sul Mincio www.ristorantelocandavittoria.it).
L’Anello di San Luigi
Una ciambella soffice ricoperta da cialde sottilissime di mandorle croccanti ricoperte da zucchero velato: l’Anello di San Luigi o Anello dei Gonzaga prende il nome dalla forma del colletto che indossava il Santo ed è il dolce tipico di Castiglione delle Stiviere.
LA DISPENSA DELLE COLLINE MORENICHE
Il Grana Padano dei prati stabili
I “pra”, nel dialetto mantovano, sono delle colture tipiche della media pianura mantovana che non vengono mai arate, né fertilizzate, né seminate, diventando così casa di moltissime specie animali che contribuiscono ad aumentare la biodiversità. Da questi prati, detti stabili, viene raccolto il fieno per alimentare le vacche da latte, ingrediente principale del Grana Padano dei prati stabili.
Nel 1966 a Goito, 31 allevatori che allevavano vacche nutrite solo con foraggi di prati stabili permanenti si sono uniti nella Latteria Agricola San Pietro, un caseificio cooperativo che produce Grana Padano DOP. La Latteria San Pietro è impegnata nel sostegno e nella valorizzazione della biodiversità dei prati stabili della valle del Mincio. Rompere un prato stabile significa infatti eliminare un sano alimento per gli animali, che dà al latte un ottimo sapore, ma significa anche perdere tantissima biodiversità, inquinare le falde acquifere e rilasciare nell’aria carbonio: arando un ettaro di prato stabile si libera nell’atmosfera tanta anidride carbonica quanta ne libera un’autovettura di media cilindrata che percorre due milioni di chilometri.
Lo zafferano di Pozzolengo
Lo zafferano puro è una spezia di color rosso vermiglio che si ricava tostando gli stimmi del fiore del Crocus Sativus ed è nota fin dal III millennio a.C., quando veniva coltivata fra il Tigri e l’Eufrate per le sue qualità medicinali, aromatiche e coloranti.
L’Italia vanta lo zafferano migliore del mondo per le sue ottime proprietà chimiche e organolettiche e sulle Colline Moreniche del Garda la sua coltivazione è attestata già dal ‘500.
L’azienda agricola Al Muràs della famiglia Grazioli, ai piedi del castello di Pozzolengo, coltiva lo zafferano in maniera biologica. Dalle analisi dei laboratori è risultato che il loro zafferano è di primissima qualità, grazie al tipo di terreno, alla situazione climatica e alle fasi della produzione che sono interamente manuali.
BLOCK NOTES
DURATA: 12 giorni
QUANDO: in primavera e in autunno
Come arrivare
In auto: da Milano, Venezia o Trento A4 Milano-Venezia, uscita Desenzano del Garda, Sirmione o Peschiera. Provenendo da sud: A22 Brennero Modena, uscita Mantova Nord, poi statale per Goito e Castiglione delle Stiviere. In treno: dalle stazioni di Verona, Peschiera e Desenzano del Garda. In aereo: aeroporti di Verona e Brescia.
Dove dormire
Bed and Breakfast Corte delle Rose, Via Santa Maria delle Rose 2, Castiglione delle Stiviere (MN), tel. 348.9337996, www.cascinacortedellerose.com, la struttura, accogliente e curata nei particolari, è ospitata negli ambienti di un casale del ‘700 ristrutturato, attorniato da un giardino ricco di rose. Agriturismo Bortolino, Strada Volta Mozambano 52, Volta Mantovana (MN) tel. 0376.801564, 340.2526427, www.bortolino.it, tra le mura di un’antica cascina, nel mezzo del Parco del Mincio, camere complete di ogni comfort e curate nei particolari, per rendere gli ospiti partecipi delle tradizioni locali, della tranquillità e dei profumi della campagna.
Dove mangiare
Da Renato, Via Ossario 27, Solferino (MN), tel. 0376.854051, www.darenato.it, la tradizione della cucina tipica mantovana da cinque generazioni. Trattoria Croce Bianca, Via Zanardelli 99, Castiglione delle Stiviere (MN), tel. 0376.630703, trattoriacrocebianca@hotmail.com, cucina tipica mantovana e vegana. Locanda Vittoria, Via Roma 50, Pozzolo sul Mincio (MN), tel. 0376.460058, www.ristorantelocandavittoria.it, luccio in salsa, tortelli di zucca, tortellini di carne bigoli, risotto con i saltarelli.
Acquisti a Km 0
Azienda Agricola Al Muràs, Via Morazzo 3, Pozzolengo (BS), tel. 030.918188, 347.4396281, 329.4130930, 333.7679153, www.zafferanodipozzolengo.it: lo zafferano di Pozzolengo. Pasticceria Gobbi, Piazza San Luigi 16, Castiglione delle Stiviere, tel 0376.638087, www.gobbipasticceria.it: l’anello di San Luigi Gonzaga, prodotti di pasticceria. Latteria San Pietro, Str. Segrada 36, Goito (MN), tel. 0376.607051, www.latteriasanpietro.it: Grana Padano DOP da fieno di prati stabili della valle del Mincio. Fiorpolline, Loc. Rovere 1, Pozzolengo, punto vendita presso mercato di Desenzano, tel. 338.6912610, www.fiorpolline.it, miele, confetture, gelatine, mostarde, composte di verdure, frutta secca, succhi di frutta estratti a vapore. Centro carni Colli Storici, Via Santa Maria 21, Pozzolengo (BS), tel. 030.918524, www.centrocarnicollistorici.it: salame morenico di Pozzolengo, salame allo zafferano purissimo di Pozzolengo, prodotti tipici del territorio. Cantina Colli Morenici Alto Mantovano, Strada Mozambano 75, Ponti sul Mincio (MN), tel. 0376.809753. www.cantinacollimorenici.it, www.consorziolugana.it.: Vino Lugana DOC.
Musei
Museo Internazionale della Croce Rossa, Via Garibaldi 50, Castiglione delle Stiviere (MN), tel. 335.7362661, www.micr.cri.it, visite effettuabili con guida. Museo Storico Aloisiano, Via Perati 8, Castiglione delle Stiviere (MN), tel. 0376.638062, direzionecollegiovergini@virgilio.it , www.scuolacollegiovergini.it/collegio/museo, visitabile su prenotazione.
Museo Risorgimentale di Solferino, La Rocca di Solferino, Museo della Battaglia e Complesso Monumentale di San Martino: www.solferinoesanmartino.it. Museo della sposa, Via Zanardelli 18, Castiglione delle Stiviere (MN), tel. 348.3116950, www.museodellasposa.it, solo su prenotazione.
Noleggio e-bike, tour guidati in bici e attività outdoor
Garda Adventure, tel. 349.6681957, 349.5315989, www.gardaadventure.com.
Garda e-Bike di Alessia Zanzarsi, tel. 333.3375019, www.gardae-bike.com, Garda Cycling Academy, tel. 339.6824560, gcabiketour@gmail.com.
Visite guidate
Castiglione delle Stiviere, Solferino e Volta Mantovana: Laura Dalzini tel. 340.5047369, lauradalzini@alice.it. Parrocchiale di Volta Mantovana: tel. 0376.83024. Medole: Associazione Genius Loci Medole tel. 342.7481408.
Letture consigliate
La via della croce nel Cammino di fede e solidarietà a cura di e Luigi Milani e Giovanni Zandonella Maiucco, Edizioni La Cittadella, (per info: giovanni@zandonella.it). Un raggio spunta dalle colline e si specchia nel lago (libro sulla Beata Paola), disponibile presso info point di Volta Mantovana e nella Parrocchiale.
Approfondimenti e info in rete
Associazione Colline Moreniche del Garda, Via Ossario 20, Solferino (MN), tel.0376.893160, www.collinemoreniche.it.
Testo e foto ©Scilla Nascimbene
Reportage pubblicato sul n.n.309 di Itinerari e Luoghi – Aprile 2023, in collaborazione con Colline Moreniche del Garda
Ringrazio
Il Direttore responsabile Daniele Cafieri, la editor Giulia Viganò, il grafico Roberto De Natale e la redazione di Itinerari e Luoghi Editoriale C&C.
Claudia Morselli, Colline Moreniche del Garda
Giovanni Zandonella Maiucco, Corte Bezzetti
Lucia Zanotti, Museo della Sposa
Donatella Martelli e Cesarino Mezzadrelli, Parrocchiale di Volta Mantovana
Angelo Scof, Associazione Genius Loci Medole
Giuseppe Barrile, Museo Croce Rossa
La Responsabile del Museo Aloisiano
La guida Laura Dalzini
Pierfrancesco, Fiorpolline
Mauro Grazioli, Zafferano di Pozzolengo
La Pasticceria Gobbi, Castiglione delle Stiviere
Leggi anche il Reportage Un souvenir de Solferino