Nobili segni

CAMMINI POPOLARI E PALAZZI DI POTERE NELLE TERRE DEI GONZAGA La dinastia del sole raggiante, immortalata in una camera eterna, trasforma i suoi palazzi in labirinti dorati. Il Rinascimento è musa. Mecenati, uomini di spada e di regno si contendono il dominio nelle terre dei Gonzaga. Ma oltre l’orizzonte delle campagne, chiostri silenti incastonano in verdi geometrie il paradiso giardino, dove operosi monaci ricreano nella pace la perfezione dell’Eden, placando l’arsura dello spirito. “Esiste una stella che appare una volta ogni settant’anni e rende confusa la volta celeste, inducendo in errore i capitani delle navi”. Un antico testo ebraico descrive così la cometa di Halley, la più brillante tra quelle periodiche del disco diffuso. Meglio che sotto un ducale baldacchino di raso: Vespasiano Gonzaga Colonna nacque all’alba del 6 dicembre 1531, anno in cui quella stella irradiò il firmamento con la sua luce folgorante. E proprio attraverso la luce quella data sarebbe rimasta impressa, sopravvivendo alla fine della sua dinastia: la casata dei Gonzaga, al centro della storia e della cultura italiana ed europea per quasi quattro secoli. Vespasiano faceva parte di un ramo cadetto che si spartiva le terre tra Po e Oglio. Di sangue però era anche un Colonna e nelle sue vene scorreva il mito della “città eterna”. In giro tra le corti d’Europa dall’età di 14 anni, per dare vita alla sua città ideale scelse un piccolo borgo, dove il nonno aveva fatto edificare un castello, demolito nel 1789: Sabbioneta (da sabbia neta, pulita dalle inondazioni). In 35 anni la trasformò nella “Novella Roma”, oggi Patrimonio Mondiale, assieme a Mantova. La città ideale Un impianto all’antica fu creato con la cinta poligonale, dei bastioni pentagonali agli angoli e due porte monumentali per l’accesso. Al suo interno si dislocavano i palazzi legati alla vita di corte e alle funzioni del potere: Palazzo Ducale (sede di rappresentanza, residenza e amministrazione), il castello (fortificazione), Palazzo Giardino (luogo di svago e delizie), con l’adiacente Galleria degli Antichi, il Teatro e otto edifici religiosi (di cui quattro ancora esistenti). Una città orientata al suo giorno di nascita: all’alba del 6 dicembre 1531, la distanza tra i punti cardinali e i due assi – cardo e decumano – corrisponde alla distanza tra il sole e l’orizzonte. Ogni anno, il 16 dicembre (per uno scarto di dieci giorni tra il calendario gregoriano e giuliano), tra le 8 e le 8:20, la luce invade la Galleria degli Antenati, al centro di Palazzo Ducale, percorrendo la volta affrescata e illuminando Apollo, raffigurato sul carro del sole con un cartiglio in mano che reca la scritta: “Più veloce della fama riempirò gli antipodi”. Gli amori e gli onori “La città ideale non fu che la sintesi della sua esistenza. Egli infatti nei 59 anni della sua vita diede ben altro di sé: generale, architetto, diplomatico, mecenate, collezionista, non perdette mai la fiducia di re Filippo II di Spagna […] Benché signore di un territorio limitato, ottenne in Europa elevati incarichi, tanto da figurare tra i 50 cavalieri del Toson d’Oro, l’ordine cui il Re Cattolico ascriveva i più distinti signori dei suoi immensi domini”. La penna è di Luca Sarzi Amadè, nel suo libro Il duca di Sabbioneta. Guerre e amori di un europeo errante. Uomo al confine tra realtà e leggenda (su di lui pende il sospetto di avere fatto eliminare la prima consorte per adulterio), ebbe tre mogli di sangue blu, ma solo la seconda gli diede dei figli. Quindicenne, partorì due volte in uno stesso anno: prima due gemelle, di cui sopravvisse solo Isabella, unica erede di Vespasiano, e un figlio che morì adolescente. La donna, di salute già cagionevole, si spense poco dopo, a causa di quei parti ravvicinati. Il signore di Sabbioneta cercò quindi l’erede maschio con la terza moglie, ma era ormai sterile. Affetto da sifilide dall’età di 19 anni, dovette sottoporsi a un intervento di trapanazione al cranio per alleviare le emicranie che lo perseguitavano; un’operazione eseguita dal suo cerusico barbiere e che gli consentì di vivere altri 13 anni. Nei suoi sonetti decantava una “dama bionda”, ma il suo cuore batteva per un gioiello di 27 grammi di oro zecchino, ricevuto da Filippo II: il Toson d’Oro, un collare con un pendente che raffigurava una pelle di ariete appesa. La massima onorificenza dell’epoca, conferita a chi si era distinto nella fedeltà al servizio della Corona. La Galleria degli Antichi Un viaggio mentale nell’antichità sotto un soffitto celeste: passeggiando nel “Corridor Grande” il duca immaginava di essere tra i personaggi dell’antica Roma. 27 arcate, che riprendono la struttura degli acquedotti romani, sorreggono una galleria all’italiana, nata come luogo di magnificenza (differente dalle gallerie alla francese, ideate per collegare gli edifici). Terza in Italia per lunghezza, dopo la Galleria delle Carte Geografiche in Vaticano e quella degli Uffizi a Firenze, nei suoi 97 metri racchiudeva una delle collezioni più ricche d’Europa. Sotto la dominazione austriaca, la galleria fu smantellata persino nei suoi infissi, rimanendone priva fino al 1950, fatto che causò lo sbiadimento del soffitto. Le opere d’arte furono trasferite a Mantova. Oggi i marmi sono esposti nella Galleria della Mostra in Palazzo Ducale e in Palazzo San Sebastiano – Museo MACA. La sinagoga Una volta a vela prende slancio dalle colonne neoclassiche, raffigurando una tenda gonfiata dal vento nel deserto, all’interno della sinagoga di Sabbioneta, edificata nel 1824. La comunità ebraica, presente in città dal 1473 per 500 anni, costituì una potente borghesia, arricchitasi grazie al clima di tolleranza di Vespasiano, che aveva impedito la loro segregazione in un ghetto, integrandoli alla popolazione. Un favore in qualche modo restituito: la Chiesa della Beata Vergine dell’Incoronata, sconsacrata dal 1810 durante la conquista napoleonica, fu riscattata da un proprietario terriero ebreo che la donò alle autorità ecclesiastiche, come testimonia una lapide sotto il porticato d’ingresso della basilica. Il Teatro all’Antica Al centro della loggia, sotto un finto cielo, che dava l’impressione di essere all’aperto come nei teatri di epoca classica, Vespasiano sedeva come “nuovo imperatore” tra i Cesari dipinti. Commissionato
Un viaggio per rivedere le stelle

IL CAMMINO DI DANTE Da Ravenna a Firenze, lungo i sentieri che Dante percorse durante gli anni dell’esilio. Un cammino sulle orme del Poeta e nell’universo del suo pensiero, nella consapevolezza che, solo abbandonando ciò che ci porta verso l’oblio, arriveremo“a riveder le stelle” La poesia di Dante è trapuntata di stelle. La sua Commedia è intrisa di riferimenti ai loro moti e alla loro luminosità. Il suo viaggio ultraterreno si snoda tra luoghi e personaggi, scienza e metafisica, allegorie e misteri divini ma, alla fine di ogni cantica, appare la soave visione del firmamento. “E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno XXXIV, 139). Per Attilio Momigliano (critico letterario, 1883 – 1952) le stelle sono la meta di Dante. La luce dopo il buio. La salvezza dopo l’oblio. Il suo percorso è spirituale. Il suo viaggio è anche il nostro (“nel mezzo del cammin di nostra vita”) e noi oggi lo chiamiamo per nome, anzi, con il suo diminuivo. Lui si chiamava Durante Alighieri, ma per noi è semplicemente Dante: il padre della lingua italiana, il poeta che inventò l’Italia, come scrive Aldo Cazzullo nel suo libro A riveder le stelle (Mondadori). L’Italia è nata dalla cultura e della bellezza, dai libri e dagli affreschi. Dalla grande eredità latina, ma anche dai poeti che vennero dopo di lui, come Boccaccio, che per primo definì la sua Commedia “Divina” e la lesse in pubblico. L’Italia è nata dall’arte e dagli artisti, da quelle volte stellate che prendono forma nelle tessere dei mosaici che ricoprono i soffitti e le pareti dei mausolei della basiliche di Ravenna, città in cui Dante aveva vissuto a lungo, rimanendo incantato dalle splendide superfici blu cobalto tempestate di stelle in cui intravedeva il divino e da cui prese ispirazione per gli ultimi canti del Paradiso: la fine del suo viaggio verso la luce. Oggi possiamo tornare sui suoi passi; non quelli attraverso i tre regni dell’aldilà, ma ripercorrendo i sentieri che condussero“il ghibellin fuggiasco”, durante gli anni dell’esilio, periodo in cui scrisse la sua opera, da Firenze, sua città natale, fino a Ravenna, il suo “ultimo approdo”, dove sono conservate le sue spoglie. Rivedremo luoghi citati nella Commedia, accompagnati dai versi danteschi, esposti a ogni punto di sosta, e dalla suggestione che il Poeta, quasi otto secoli fa, si trovasse a passare da quelle parti. Visiteremo la città dei Da Polenta e di Paolo e Francesca, ma anche antichi eremi avvolti nel silenzio, per un incontro con la nostra interiorità. Come la Divina Commedia, infatti, anche il Cammino di Dante vuole essere un viaggio dentro noi stessi, un percorso sulle orme del Poeta e nell’universo del suo pensiero, nella consapevolezza che, solo abbandonando ciò che ci porta verso l’oblio, arriveremo“a riveder le stelle”. RAVENNA. L’oro e la luce È mattina. I raggi del sole filtrano nelle trifore del catino absidale della Basilica di San Vitale, abbagliando coi riflessi sulle tessere d’oro un Cristo Imperatore imberbe assiso sul globo celeste mentre, dalle pareti sottostanti, l’imperatore Giustiniano e la grande imperatrice Teodora, avvolta da gemme e madreperle, assistono tra un corteo di ancelle e dignitari di corte. Nell’attiguo Mausoleo di Galla Placidia, le strette monofore impediscono al bagliore del giorno di penetrarvi: dentro è una “glauca notte rutilante d’oro”, come D’Annunzio definì Ravenna. Un oro che tanto affascinò anche Gustav Klimt che, dopo due visite in città, iniziò a inondare le sue tele di straordinari manti dorati, o Oscar Wilde, che dedicò a Ravenna una sua poesia e il jazzista Cole Porter, che compose Night and day ispirato dai mosaici del mausoleo. Riverberi di oro e luce vibrano all’interno della Basilica di Sant’ Apollinare Nuovo, diffusi dalle fasce musive laterali, ove si fronteggiano silhouettes di martiri e vergini, iconografie di un’arte paleocristiana e bizantina di cui rimane nel Battistero Neoniano l’edificio battesimale meglio conservato al mondo, con la sua cupola tripartita in fasce girevoli di mosaici, che ci appaiono sorprendenti anche nella piccola Cappella di Sant’Andrea dell’attiguo Museo Arcivescovile, ove un Cristo-guerriero campeggia tra un intreccio di visioni e cromie di un Oriente lontano e l’iscrizione “Aut Lux his nata est aut capta hic libera regnat” (O la luce è nata qui, o, fatta prigioniera, qui libera regna) ci riporta ancora al tema della luce. Il giallo delle ossa di Dante Se tanto travagliata fu la vita del Poeta, in perenne peregrinare da una corte all’altra, non fu da meno la sorte delle sue spoglie, custodite, tra una serafica penombra, all’interno di un tempietto neoclassico accanto alla Chiesa di San Francesco, ove si tennero i funerali, a seguito della sua morte avvenuta il 13 settembre 1321. Nel 1519 i furbi frati francescani, cui Dante era devoto, praticarono un foro nella parete del sarcofago al fine di sottrarle ai fiorentini, giunti a Ravenna per trafugarle. Da quel momento le spoglie non trovarono pace: per più di quattro secoli i frati le nascosero in posti diversi per sottrarle ai pericoli, fino a perdere memoria della loro collocazione, scoperta per caso durante dei lavori. Furono riposte nell’attuale sacello solo dopo la Grande Guerra mentre, dalla scomparsa del Poeta, pellegrini e visitatori continuarono a rendere omaggio alla sua tomba, ignari del fatto che fosse vuota. FAENZA. L’Atene della Romagna Il ranocchio sul medaglione della fontana, accanto alla Cattedrale di Faenza, non doveva esserci. Ma soprattutto non doveva trovarsi all’interno delle tubature il giorno dell’inaugurazione, nel 1621, con tutta la popolazione riunita intorno al primo fonte pubblico del centro città. Immaginiamo l’espressione degli architetti, quando si resero conto che dalla fontana non usciva acqua: tutta colpa di un ranocchio rimasto incastrato nei tubi! Leggenda o verità, oggi l’acqua zampilla con brio, quindi il ranocchietto deve essersi salvato; rimane però quello in bronzo lasciato dalla manovalanza per non svanire nell’anonimato: un piccolo scherzo, un po’ nascosto ma molto famoso, perché pare che accarezzarlo porti fortuna! Una fortuna che certamente ha avuto la città fin dai tempi antichi, grazie alla sua posizione all’incrocio di due importanti vie di comunicazione: un itinerario romano che univa
Il Cammino di fede e solidarietà

LOMBARDIA E VENETO Un percorso tra prati e cielo, avvolti dal profumo dei fiori e delle erbe selvatiche, sostando nel silenzio dei piccoli oratori campestri o in basiliche che custodiscono tesori dell’arte. Tra vigne, torbiere e borghi, torri e castelli, attraverso una natura generosa, come la sua gente che ha dato vita a grandi santi e a un’idea che ha cambiato la storia. Una goccia cade increspando la superficie dell’acqua e quelle parole, dipinte sul fondo della vasca, appaiono tremule e poco chiare. La campana ha appena finito di battere i rintocchi per annunciare il mezzodì, con quasi venti minuti di ritardo. “La campana suona al mezzogiorno del luogo, quando il sole è esattamente al meridiano” mi dice Giovanni. Mi sporgo, avvicinandomi al fondo della vasca fino a leggere la scritta: Il tuo volto Signore io cerco. “Le verità sono spesso nascoste” mi spiega Giovanni “dobbiamo usare il pensiero per andare in profondità. La goccia che cade e increspa l’acqua rappresenta la speranza che non muore mai”. Quell’intimo oratorio campestre, in località Bezzetti, a Volta Mantovana, è un luogo di forte devozione e il vescovo di Mantova che lo aveva benedetto nell’anno giubilare, monsignor Egidio Caporello, si recava spesso a pregare per ritrovare se stesso. Lo aveva confidato a Giovanni: l’architetto Giovanni Zandonella Maiucco, che quella piccola chiesa, dedicata alla Madonna del Carmine, l’ha progettata e costruita con l’aiuto e l’entusiasmo di tutti gli abitanti del borgo. Giovanni è convinto che l’architettura non siano i muri, ma lo spazio che questi raccolgono e, in quello spazio, attraverso la luce e il silenzio, ci si avvicini all’Altissimo. Tutto è nato dalla spontaneità della gente, nel 1996, quando una comunità rurale, fatta dagli ultimi contadini che avevano vissuto quella terra da sempre, ha deciso di costruire un oratorio nuovo. La chiesa e il campanile sono disegnati nel rispetto di una rigida geometria, partendo dal ritmo ternario. Accanto, un cipresso, che si innalza nella sua verticalità, è una delle piante del “Giardino dell’Eden”, un progetto che prevede la messa a dimora di tutti gli alberi citati nella Bibbia, affiancati dai brani in cui vengono menzionati. Sotto il cipresso trova riparo un’edicola della Via Crucis, disegnata da Giovanni e che sviluppa le sue forme dal cubito ebraico: la croce, il lumino e uno spazio per nascondere e scambiarsi le cose, come facevano i suoi nonni, che si scrivevano le lettere d’amore e le mettevano in un buco di un gelso. Al centro, una bellissima formella, realizzata da un abitante del posto. “Era andato in pensione”, mi racconta Giovanni “di mestiere faceva il meccanico e il collaudatore di marmitte. Durante una messa, gli avevo confidato che mi sarebbe piaciuto trovare un artista per realizzare le formelle, ma la comunità non aveva più fondi. Lui non mi ha detto nulla e un giorno mi ha portato le quattordici formelle della Via Crucis che aveva scolpito per noi”. Accanto a ogni edicola, oltre all’albero e ai fiori spontanei, un masso erratico racconta la storia geologica del territorio: una zona morenica, in cui le glaciazioni hanno determinato il trasporto di grandi massi provenienti dall’area trentina, dal veronese e dal bresciano. Il masso serve al pellegrino per sedersi e per mangiare, in ogni stagione, i frutti del Giardino dell’Eden e degli alberi da frutta che sono stati piantati. Le iniziative del Giardino dell’Eden e della Via Crucis rimangono chiuse nei confini di quella piccola frazione, finché Giovanni decide di scrivere un libro per raccontare tutto quello che i “Cittadini Comunità Bezzetti” avevano realizzato: Una Via Crucis nel Cammino di fede e solidarietà, con un’introduzione redatta dal vescovo, alcune preghiere e i commenti delle stazioni, scritte da quattordici preti di paese. Ed ecco che un giorno arriva l’idea di realizzare la quindicesima stazione, quella della Resurrezione. Per commentarla all’interno del libro era necessaria una persona autorevole. “Telefono al mio amico prete” mi racconta Giovanni. “Dove sei?” chiede all’amico. “Sono a Gerusalemme” gli risponde. “A Gerusalemme? Senti, fai scrivere il commento della Resurrezione a qualche prelato di lì!”. La richiesta, inizialmente non accolta come una buona idea, viene poi riportata al segretario del patriarca. Dopo due mesi, a Corte Bezzetti, arriva con tanto di sigillo, l’intervento scritto del patriarca di Gerusalemme da inserire nel libro, unitamente ai commenti degli altri preti. La comunità è incredula e commossa. Come segno di ringraziamento, Giovanni pensa di regalare al patriarca una formella uguale a quella della quindicesima stazione. Poi decide di inviargli l’originale: “Il giorno di Pasqua, quando le donne sono andate al sepolcro, lo hanno trovato aperto e Cristo non c’era” mi spiega Giovanni. “Quando la gente passerà di qui e si fermerà davanti alla quindicesima stazione, la troverà vuota”. Il patriarca scrive nel suo commento: “È un Mistero che la nostra mente non può comprendere né spiegare. Può essere solo accolto e custodito nel cuore, con fiducia e amore”. Oggi la formella di Corte Bezzetti che rappresenta la Resurrezione è appesa fuori dal patriarcato di Gerusalemme, collegando così due mondi: quello calpestato da Cristo e l’altro, che ne ripercorre la memoria. “Noi vediamo solo ciò che sappiamo” conclude Giovanni “pertanto chi passa da questi luoghi vedrà ciò che sa. Per tutto il resto deve affrontare l’impervio percorso della ricerca”. Sulle orme della fede e dell’umanità È il 26 settembre 1813. Un tripudio di festa e un accorrere sorprendente di devoti, sbucati da ogni contrada del mantovano, accoglie la Beata Paola, restituita alla sua gente e alle sue colline quando si vendemmia e si raccolgono i frutti della terra. “Va’ a Monastero di Santa Lucia: là troverai ciò che cerchi, la tua divina Madre e il tuo divino Sposo”. Tutto era iniziato così. Più di trecento anni prima. Da quel richiamo che Paola ripetutamente sentiva dentro di sé. Era nata nel 1443 in una frazione di Volta Mantovana, da una famiglia benestante molto religiosa e vicina alla corte dei Gonzaga di Mantova. Fu in quella città che Paola entrò, all’età di quindici anni, nel Monastero di Santa Lucia, vestendo l’abito delle clarisse
Il Cammino Grande di Celestino

Un cammino sulle orme di Pietro da Morrone, il santo eremita eletto papa con il nome di Celestino V. Da L’Aquila a Ortona percorrendo le vie delle transumanze, visitando gli eremi scavati nelle rocce e annodati alle aspre montagne della Majella e del Morrone, per poi giungere al mare. 270 km attraverso 3 riconoscimenti Unesco, di cui due immateriali, come la ricerca di quella verità che fu l’orizzonte del santo lungo il cammino di tutta la vita. “Mi ha sempre colpito un fenomeno della natura. Dal carbonio può venire fuori il carbone o il diamante. Se il carbonio si lascia attraversare dal calore, ecco allora il diamante che meraviglia per la sua bellezza. Se rifiuta il calore, ecco il carbone che sporca e serve solo per esser bruciato”. (Angelo Spina, Riflessioni su San Pietro Celestino). 113 miracoli in vita; molti altri quelli riconosciuti in seguito. Pietro Angelerio (1209-1296), “Colui che per guardare il cielo abbandona la terra”, come scrive Petrarca nel De Vita Solitaria. Eppure Pietro questa terra l’aveva percorsa, “scalzo e cibato di erbe”, mosso da una forza interiore, alla ricerca di quella verità che, quando pervade, trasforma. Dal Molise era giunto in Abruzzo a Castel di Sangro, poi sul monte Porrara e sul Morrone, ma il suo deserto silenzioso, dove nulla può attecchire se non Dio, l’aveva trovato nella dura e arcana bellezza della Majella, la Montagna Madre degli Abruzzesi, in quei posti inaccessibili tanto familiari al suo spirito ascetico, abbarbicati negli anfratti rocciosi o, dagli stessi anfratti trasudati. Il deserto nella Montagna Madre Pietro amava la vita solitaria, ma non era estraneo al mondo: incontrava pastori e regnanti e la fama di sant’uomo che lo accompagnava si era sparsa al tal punto che molti giovani volevano essere suoi seguaci. Così nacquero i cenobi, dove si viveva in comune, come nell’Abbazia di S. Spirito a Majella. “Accompagno nell’eremo pellegrini e turisti; alcuni mi dicono di non essere credenti ma, quando entrano in chiesa, si siedono e ascoltano, non so cosa. Forse qualcuno, inconsapevolmente, viene alla ricerca di quell’oltre che potrebbe essere Dio oppure no. Nella Majella gli eremiti cercavano il deserto, come S.Antonio Abate, per potersi avvicinarsi al divino attraverso un percorso di solitudine, sofferenza e penitenza. Questi luoghi parlano allo spirito e le persone che li visitano mi dicono di sentirsi arricchiti, non solo per aver ammirato la grandiosità del paesaggio, ma da un punto di vista interiore. Non è un caso che sotto gli eremi siano stati trovati resti di edifici di culto pagani o cristiani antichissimi. Addirittura sotto quello di S.Bartolomeo in Legio, gli archeologi hanno scoperto un sito paleolitico di lavorazione della selce. “Sentiamo una forte energia qui”, mi dicono alcuni visitatori; gli inglesi la chiamano health”. Seguo Daniele Palumbo, guida ambientale escursionistica, attraverso i vari edifici dell’Eremo di S.Spirito a Majella, avvolto da una maestosa faggeta nella località di Roccamorice, col tempo diventato un’abbazia a cui facevano capo diversi monasteri, chiese e nuclei eremitici. Pietro si era stanziato in una grotta sottostante verso il 1245 con due altri monaci, fondando una comunità religiosa annessa all’ordine dei benedettini e che avrebbe preso in seguito il nome di Celestiniani. Come per tanti uomini del Medioevo, la sua fu una vita fatta di lunghi spostamenti a piedi, tra strade impraticabili e infestate da briganti, peregrinando per le grotte della Majella, dal Molise a Napoli, a Roma e a Lione, per la via Francigena, quando nel 1273 raggiunse il Concilio per impedire la soppressione dell’ordine da lui fondato. L’anno successivo si trasferì nell’Eremo di S.Bartolomeo, poi a S.Giovanni all’Orfento e, infine, a S.Onofrio al Morrone, abbandonando per sempre la Majella. Il papa del gran rifiuto Siamo nel III canto dell’Inferno e Dante scorge “l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto”. Non cita il nome dell’anima dannata, ma gli studiosi riconoscono in tal figura macchiata d’ignavia l’eremita Pietro da Morrone. Era ormai vecchio. Desiderava solo ritrarsi in solitudine, ma i messi papali lo raggiunsero nella grotta di S.Onofrio e gli comunicarono di essere stato eletto papa: “Videro attraverso l’apertura della finestra un uomo vecchio, attonito ed esitante, per così grande novità, con la barba incolta, pallido in volto e nelle gote portava i segni della macerazione e del digiuno, con le palpebre gonfie e negli occhi neri un velo di pianto, e una rozza tonaca, ma il volto incuteva rispetto. Infatti la dimora e l’aspetto, la veste e il gesto lo mostravano beato; i messaggeri, a capo scoperto, caddero in ginocchio e lui pure si prostrò a terra” (J. Stefaneschi, Opus Metricum, II,5). Pietro guardò il Crocifisso e, dopo aver a lungo pregato, accettò e partì da Sulmona per L’Aquila a dorso di un asino, scortato da Carlo D’Angiò e dal suo corteo reale, per essere incoronato papa con il nome di Celestino V, nella Basilica di S.Maria di Collemaggio, da lui fatta costruire. Era il 29 agosto 1294. Il suo primo atto papale in quella città fu quello di indire una grande Perdonanza, l’indulgenza plenaria di tutti i peccati: il primo vero Giubileo della storia (www.perdonanza-celestiniana.it). Dopo solo quattro mesi, “al fine di recuperare la pace e le consolazioni del precedente vivere”, Pietro rinunciò al pontificato per ritornare nella sua grotta, ma il nuovo papa Bonifacio VIII glielo impedì. Così raggiunse il mare per imbarcarsi verso oriente. Fu catturato a Vieste e imprigionato nella fortezza di Fumone, dove morì. Quel giorno era accanto a lui Fra Tommaso da Sulmona: ci racconta che, mentre Pietro recitava i salmi, una croce si illuminò su una parete vicina e, insieme all’uomo, si spense. Dopo 17 anni Pietro fu proclamato santo. Le sue reliquie sono oggi custodite nella Basilica di S.Maria di Collemaggio a L’Aquila. Durante il viaggio di ritorno da Lione (1273), il santo si era fermato proprio in quel punto a dormire, all’interno di una piccola cappella dedicata all’Assunta. Nella notte gli era apparsa in sogno la Madonna: gli aveva chiesto di costruire in quel luogo una grande chiesa. Il Cammino di Celestino diventa grande