Maria Barbella: da Ferrandina a Sing Sing, la storia della prima donna condannata alla sedia elettrica

La casa di Maria Barbella, nata qui nel 1868, la prima donna condannata alla sedia elettrica negli Stati Uniti. Ferrandina, Basilicata

Una storia lucana che ha attraversato l’oceano Ferrandina, borgo della Basilicata affacciato sulla valle del Basento, custodisce tra i suoi ricordi una vicenda che ha attraversato l’oceano e ha lasciato un segno nella storia del diritto e della condizione femminile. È la storia di Maria Barbella, nata qui nel 1868, che divenne la prima donna condannata alla sedia elettrica negli Stati Uniti. Dalla Basilicata all’America Come tanti lucani dell’Ottocento, la famiglia Barbella emigrò negli Stati Uniti in cerca di lavoro e dignità. A New York, nel quartiere di Little Italy, Maria lavorava come sarta e contribuiva al sostentamento della famiglia. La sua vita sembrava quella di tante giovani italiane emigrate, segnata dalla fatica quotidiana e dalla necessità di adattarsi a una terra nuova e spesso ostile. Promesse tradite e umiliazioni Maria si legò a Domenico Cataldo, connazionale che le promise il matrimonio. La promessa, però, non fu mantenuta. Al contrario, Maria subì umiliazioni e violenze: Cataldo arrivò persino a costringerla alla prostituzione. La giovane, isolata e disonorata agli occhi della comunità italoamericana, vedeva svanire ogni possibilità di riscatto sociale. Il delitto e la condanna Nel 1895, durante un litigio in un bar di New York, Maria reagì all’ennesimo rifiuto di Domenico Cataldo di sposarla per restituirle l’onore dopo anni di umiliazioni e sfruttamenti. Accecata dalla disperazione, lo colpì alla gola con un rasoio. L’uomo morì poco dopo. Il processo senza difesa Il processo fu rapido e segnato da pregiudizi. Maria non conosceva bene l’inglese e non ebbe un’adeguata difesa legale. La giuria, composta esclusivamente da uomini, la giudicò colpevole di omicidio di primo grado. Fu condannata alla sedia elettrica nella prigione di Sing Sing, diventando la prima donna nella storia americana a ricevere questa sentenza. La mobilitazione e il secondo processo La condanna suscitò scalpore. Catherine Cleary, una donna dell’alta società newyorkese, prese a cuore la sua vicenda e avviò una campagna per salvarla. Anche la stampa cominciò a interessarsi al caso, denunciando le condizioni del processo. Nel secondo processo, gli avvocati dimostrarono che Maria aveva agito sotto la pressione di anni di soprusi, tradimenti e violenze. Il contesto emerse con chiarezza e la giuria la riconobbe colpevole di un delitto d’onore, ridimensionando la responsabilità. Maria ottenne così la grazia ed evitò la sedia elettrica. Una nuova vita nell’ombra Dopo la scarcerazione, Maria Barbella cercò di ricostruirsi una vita. Si sposò, ebbe figli e tornò all’anonimato, portando però con sé il peso di una vicenda che aveva segnato in modo indelebile il suo destino e quello della sua famiglia. Un simbolo della condizione femminile La storia di Maria Barbella è un frammento doloroso della storia delle donne italiane e del fenomeno migratorio dell’Ottocento. Il delitto d’onore in Italia Il contesto in cui maturò il suo gesto è quello del delitto d’onore, che in Italia non fu abolito come attenuante fino al 1981. Il suo caso mette in luce come le donne fossero spesso vittime di un sistema patriarcale che le costringeva a subire violenze e inganni senza possibilità di difesa. Ferrandina e la memoria A Ferrandina resta la memoria di questa donna che da un piccolo borgo lucano arrivò, suo malgrado, sulle prime pagine della cronaca americana. Una via del paese ricorda la sua casa natale, testimone silenziosa di una storia che ha attraversato mari e secoli. Perché raccontarla oggi Raccontare la vicenda di Maria Barbella significa riportare alla luce una pagina dimenticata della storia lucana e italiana, che intreccia emigrazione, condizione femminile e giustizia. È la storia di una donna che da vittima divenne carnefice, ma che nel suo gesto tragico rivelò tutta la durezza di un tempo in cui le donne avevano pochissimi diritti. Testo e foto © Scilla Nascimbene Leggi il reportage OSTINATA BELLEZZA. IN VIAGGIO TRA I BORGHI LUCANI

Nantes, città natale di Jules Verne

Le Voyage à Nantes , Nantes, città natale di Jules Verne

FRANCIA, PAESI DELLA LOIRA Jules Verne è nato a Nantes nel 1828, in una casa affacciata sul Corso dei Cinquanta Ostaggi, nell’Île Feydeau. In città segue gli studi in modo molto svogliato, poiché la sua vocazione era quella dei fare il marinaio. Pare che, durante la sua adolescenza, fosse scappato più volte a Saint Nazaire, cercando di imbarcarsi sui galeoni, tentativi vanificati dalla prontezza del padre, che sapeva dove andarlo a cercare per riportarlo “sulla retta via”. Jules Verne intraprende quindi la carriera paterna, diventando avvocato. Si trasferisce a Parigi, ma lì incontra diversi scrittori che stimolano la sua vocazione per la scrittura. La famille Raton Proprio da Nantes prese ispirazione per il suo primo racconto, del 1887: Le avventure della famiglia Raton. A due passi dalla casa di famiglia, sulle rive dell’Erdre, c’era una merceria il cui nome e motto erano: «nonostante gli invidiosi, il topo gottoso vivrà». All’angolo tra il corso dei Cinquanta Ostaggi e la via de la Barillerie si può ancora vedere l’insegna della bottega Au Rat Goutteux:un topo con la gotta, appoggiato a una stampella mentre spinge un carretto pieno di tessuti.Jules Verne ne ha fatto un personaggio centrale del suo racconto, ambientato in un mondo immaginario e in cui filosofeggia sulla vanità delle ambizioni umane. Le navi di Nantes Ma furono le navi che transitavano a Nantes a ispirare i suoi più grandi capolavori, quelle che da piccolo guardava passare dalla Butte Saint Anne, la collina dell’odierno quartiere Chantenay. Jules Verne immaginava viaggi e mondi lontani. Oggi sulla collina si trovano il Museo Jules Verne e una statua che lo raffigura da bambino mentre, con aria sognante, volge lo sguardo verso il fiume e verso il Capitano Nemo, il suo più famoso eroe, ritratto nel bronzo mentre scruta con il binocolo orizzonti remoti. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Leggi il reportage completo LE VOYAGE À NANTES

Hugo Pratt e l’isola del tesoro

Hugo Pratt e l'isola del tesoro

“L’ho trovata la mia isola del tesoro. L’ho trovata nel mio mondo interiore, nei miei incontri, nel mio lavoro. Trascorrere la vita in un mondo di fantasia, questa è stata la mia isola del tesoro”. Hugo Pratt Hugo Pratt (1927 – 1995), nome d’arte di Ugo Eugenio Prat, è un romanziere e fumettista che ha disegnato le sue storie raccontando il mondo con una linea.  Nasce a Rimini, ma cresce coi nonni a Venezia. Dal nonno, poeta dialettale di origine anglo-francese, Pratt riceve una grande eredità: l’amore per la poesia. Grazie alla nonna inizia a disegnare, coltivando la passione per i fumetti. La nonna, nata in Turchia, lo portava al cinema a vedere i film d’avventura: “Hugo, adesso disegna quello che hai visto”, gli diceva alla fine. A 10 anni Hugo Pratt viene spedito in Abissinia, l’Etiopia dei nostri giorni, dove suo padre Rolando è un ufficiale dell’esercito coloniale italiano. Pratt scopre l’Africa, il fascismo, la guerra, le divise di tanti eserciti, le prime ragazzine, sia bianche che somale ed etiopi. Scopre il deserto, il silenzio. Ma in Africa Pratt perde suo padre, che viene portato in un campo di prigionia da cui non tornerà mai più. Prima di essere arrestato dai soldati inglesi, papà Rolando chiede ai militari di rientrare in casa. Prende un libro, L’isola del tesoro di Stevenson. Lo regala a suo figlio, con questa dedica: “Vedrai che un giorno anche tu troverai la tua isola del tesoro”. Hugo Pratt inizia a viaggiare. Dopo essere stato in Argentina con un gruppo di amici, nel 1967 inventa il personaggio di Corto Maltese, il cui nome significa “svelto di mano”: un marinaio, di fisico asciutto e agile, un non-eroe alla ricerca di avventure, di isole sconosciute, di mappe e tesori nascosti.  La vera avventura di Corto Maltese diventa però il viaggio stesso, le persone che incontra. «Non sono un eroe, mi piace viaggiare e non amo le regole, ma ne rispetto una soltanto, quella di non tradire mai gli amici. Ho cercato tanti tesori senza mai trovarne uno, ma continuerò sempre, potete contarci, ancora un po’ più in là…» (Corto Maltese) Attraverso i suoi personaggi, Hugo Pratt esplora il vasto universo del viaggio fisico e mentale.   Il suo sogno era quello di un mondo senza frontiere, di viaggiare sentendosi libero tra le diverse etnie.  “Aveva ragione mio padre. L’ho trovata la mia isola del tesoro. L’ho trovata nel mio mondo interiore, nei miei incontri, nel mio lavoro. Trascorrere la vita in un mondo di fantasia, questa è stata la mia isola del tesoro”. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Le foto sono state scattate alla mostra “CORTO MALTESE – Sulle rotte dell’avventura”, nelle sale dei Granai di Villa Mimbelli a Livorno, durante il press tour organizzato dalla Fondazione LEM in collaborazione con Open Mind Consulting per Blu Livorno – La Biennale del Mare e dell’acqua. Tutti i diritti riservati. Ringrazio Il Comune di Livorno e gli organizzatori di Blu Livorno – La Biennale del Mare e dell’acqua Gabriele Benucci e Giacomo Niccolini dell’Ufficio Stampa Fondazione LEM Ciro Orazzo di Open Mind Consulting I curatori della mostra “CORTO MALTESE – Sulle rotte dell’avventura” di Villa Mimbelli a Livorno. Fino al 19 ottobre 2025, le sale del Palazzo delle Papesse a Siena ospitano un’ampia mostra di Corto Maltese : “Hugo Pratt, Geografie immaginarie”.

Yves Saint Laurent. Villa Oasis e i Giardini Majorelle

Marocco off road. Attraverso le vastità

MARRAKECH, MAROCCO Tra i banani, i cactus e le canne di bambù che delimitano i sentieri dei giardini, si sentono i canti dei bulbul, piccoli passeri diffusi nelle zone tropicali. Al suo interno, un edificio dalle linee cubiste, plasmate da un gusto moresco, spicca con il suo vivacissimo blu. Il giardino deve il suo nome a Jacques Majorelle (1886 – 1962), un artista francese, figlio del celebre ebanista di Art Nouveau Louis Majorelle. Trasferitosi nella medina di Marrakech, comprò un palmeto appena fuori dalle mura e, negli Anni Trenta, commissionò all’architetto Paul Sinoir la villa. Amante della botanica realizzò, nel corso di quarant’anni, un giardino tropicale con un bacino centrale dove nidificano centinaia di uccelli: un laboratorio botanico con rari esemplari di piante esotiche, ornato con fontane, laghetti, vasi in ceramica, sentieri, pergolati. Nel 1937 l’artista creò il blu Majorelle, un blu oltremare/cobalto al tempo stesso intenso e chiaro, con cui dipinse le pareti della sua villa e tutto il giardino, che aprì al pubblico nel 1947. A seguito di un incidente d’auto, Majorelle tornò a Parigi e il giardino venne abbandonato per molti anni, fino a che fu scoperto da Yves Saint Laurent e dall’industriale francese Pierre Bergé. I due se ne innamorarono, nel 1980 comprarono il giardino e restaurarono la villa, ribattezzandola Villa Oasis, che divenne la loro dimora. Le ceneri di Yves Saint Laurent sono state disperse nel roseto di Villa Oasis. Nel giardino è stato eretto un memoriale in suo onore. Le sale al piano terra della villa ospitano una collezione di opere di Jacques Majorelle e il Museo berbero, in cui si conservano oltre seicento manufatti, raccolti da due milionari francesi tra le comunità berbere marocchine, distribuite tra le montagne del Rif, l’Oceano Atlantico e il Sahara. Oggi il giardino attira più di 600.000 visitatori all’anno. “Ho scoperto Marrakech molto tardi, è stato uno choc straordinario, soprattutto per il colore. A ogni angolo si incontrano gruppi di persone, uomini e donne, che indossano caffettani rosa, blu, verdi, porpora. È sorprendente: sembrano disegnati, ricordano gli schizzi di Delacroix, mentre non sono altro che il frutto dell’improvvisazione della vita. […] Prima di Marrakech, tutto era nero. Questa città mi ha insegnato cosa sono i colori e ho abbracciato la sua luce, i suoi sfacciati contrasti e le sue intense invenzioni. L’audacia da allora riscontrata nel mio lavoro la devo a questo Paese, alle sue armonie potenti, alle sue combinazioni ardite, al fervore della sua creatività. Questa cultura è diventata la mia, ma non mi bastava semplicemente assorbirla. L’ho presa, trasformata e adattata” (Yves Saint Laurent). 📍 Jardin MajorelleRue Yves Saint Laurent – Marrakech🌐 jardinmajorelle.com Consiglio di prenotare on line la visita in anticipo. Testo e foto ©Scilla Nascimbene Storia tratta dal Reportage MAROCCO OFF ROAD. ATTRAVERSO LE VASTITÀ, realizzato durante il viaggio AF TRAVEL FIRENZE e SAHARA DESERT TRAVEL Leggi il Reportage completo sul viaggio in Marocco tra deserti, montagne e città: MAROCCO OFF ROAD. ATTRAVERSO LE VASTITÀ.

La Lubiana di Plečnik

SLOVENIA, LUBIANA Plečnik disegnava per sé sedie scomode. Il suo letto era corto e stretto per dormire poco e avere sempre una spinta al lavoro. Era schivo e abitudinario, ma di visioni aperte e avveniristiche e il suo progetto, divenuto patrimonio Unesco, è la base dell’anima verde e sostenibile della città. Un’atmosfera rilassante, lenta e tranquilla: Lubiana, capitale della Repubblica Slovena sin dall’indipendenza (1991), vive sul lungofiume, tra ponti, piazze e strade che pulsano al ritmo della cultura e delle note di musiche alpine, suonate da ambulanti solitari vestiti in abiti tirolesi, memoria di sei secoli di Austria.  Ma nel 1921, anno in cui l’architetto lubianese Jože Plečnik (1872-1957), è richiamato nella sua terra natale, dopo essersi distinto a Vienna e a Praga sotto l’ala di Otto Wagner, Lubiana era da poco libera dalla dominazione austriaca.  Plečnik torna con una missione precisa: dare una nuova identità estetico-architettonica a quella città, luogo di passaggio fin dai tempi antichi, ma rimasta nell’anonimato poiché sempre appartenuta ad altri.  Plečnic gioca con l’architettura costruendo il Triplice ponte, punto di accesso al centro, con cui crea un’appendice al borgo del municipio e restituisce a Piazza Prešeren il ruolo storico e simbolico che aveva sempre avuto per la città: quello di accoglienza.  Progetta un nuovo asse urbanistico: la strada dell’acqua. Il fiume Ljubljanica, in tempi antichi punto strategico ove si pagava il dazio, diventa il fulcro della vita cittadina.  Plečnic ricicla i materiali, adattando il patrimonio storico-culturale a un contesto di attualità, orientato al contatto umano, al dialogo, all’incontro e alla convivenza con la natura, facendo convivere la storia degli sloveni – un popolo di contadini – con la cultura, su cui essi si appoggiano con l’intenzione di uscire dall’anonimato.  Nel Mercato Centrale alloggia panettieri, fruttivendoli e macellai all’interno di nicchie sormontate da colonne ed elementi classici, che ripropone nella Biblioteca Nazionale Universitaria: una struttura di grande solidità, la cui sala di lettura, circondata a 360 gradi da vetri, rappresenta l’ascesa dalle tenebre dell’ignoranza ai lumi della scienza. Testo Scilla Nascimbene Foto ©Scilla Nascimbene e ©Feel Slovenia Pubblicato sul n.307 di Itinerari e Luoghi – Febbraio 2023, all’interno del reportage ANIME VERDI in collaborazione con B&B Hotel Italia e B&B Hotel Slovenia

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