Sardegna coast to coast

Le piscine naturali di Su Pallosu, nel territorio di San Vero Milis, nel Sinis settentrionale, tra acqua turchese, monoliti e piattaforme rocciose modellate dall’erosione.

Un viaggio coast to coast attraverso la Sardegna, dal mare del Sinis ai piccoli paesi della Marmilla, dalle lagune del Sud al Supramonte e al Golfo di Orosei, fino alla Gallura e ad Alghero. Paesaggi, antichi mestieri, archeologia e incontri raccontano un’isola attraversata da costa a costa.

Il segreto nascosto sotto una collina di pietre

Monte d'Accodi, Sassari

MONTE D’ACCODDI E SASSARI A quattro metri di profondità, Ercole Contu era convinto che la risposta fosse ancora sotto i suoi piedi. Ma le pareti di quel pozzo, formate da pietre rimaste immobili per migliaia di anni, rischiavano di crollargli addosso. L’archeologo fu costretto a risalire, deciso a trovare una soluzione per tornare a scavare. Nei suoi appunti continuava a ripetere che lì sotto doveva esserci ancora qualcosa. Una collina di pietre. Così era apparso Monte d’Accoddi quando Ercole Contu era arrivato nella pianura della Nurra, a pochi chilometri da Sassari, all’inizio degli anni Cinquanta. Molti ritenevano che quel cumulo potesse nascondere i resti di un nuraghe. Il santuario preistorico Contu cominciò a scavare e dalla collina emerse tutt’altro: un grande santuario preistorico, con una monumentale rampa d’accesso, un imponente menhir, due grandi lastre di pietra destinate ai rituali e i resti di un antico villaggio dell’Età del Rame. Era una scoperta straordinaria. Eppure, più Contu osservava quel monumento, più era convinto che quel santuario custodisse ancora un segreto. Fu per questo che aprì un pozzo di scavo al centro della piattaforma e raggiunse i quattro metri di profondità. Risalì, con l’intenzione di proseguire le ricerche. Ma i finanziamenti finirono e Contu non tornò mai più in quel pozzo. Il segreto, venti centimetri più in basso Nel 1979 la nuova campagna di scavo fu affidata all’Università di Genova, guidata dall’archeologo Santo Tinè. Tinè studiò gli appunti lasciati da Contu e, grazie a nuove tecniche, riuscì a mettere in sicurezza il pozzo e a riprendere la discesa. La risposta che Contu aveva cercato per anni si trovava appena venti centimetri oltre il punto in cui era stato costretto a fermarsi. Sotto il piano di calpestio emersero i resti di un santuario ancora più antico, rimasto nascosto per millenni all’interno del monumento. Il Tempio Rosso, colore del sacro Gli archeologi lo chiamarono Tempio Rosso, per il colore dell’intonaco che ne rivestiva le pareti. L’intonaco era realizzato con argilla ricca di minerali di ferro, che gli conferivano la caratteristica colorazione dell’ocra rossa, lo stesso pigmento utilizzato anche nelle domus de janas, le tombe preistoriche scavate nella roccia.  Per le popolazioni preistoriche il rosso apparteneva al linguaggio del sacro: richiamava il sangue e rappresentava la vita, la morte, il sacrificio e la rigenerazione. L’enigma del menhir Il grande menhir scoperto da Ercole Contu custodiva un enigma. Alto circa quattro metri e mezzo, era stato ritrovato disteso sul terreno, accanto al santuario. Normalmente un menhir veniva infisso in una fossa e stabilizzato con pietre poste tutt’intorno. Quando crollava per cause naturali o veniva abbattuto, il basamento tendeva a rompersi e le pietre di sostegno si disperdevano. A Monte d’Accoddi, invece, il monolite conservava il basamento integro. Proprio questo particolare ha portato gli archeologi a ritenere che il menhir fosse stato estratto volontariamente e deposto. Sono state avanzate diverse ipotesi. Una collega la rimozione del menhir alla costruzione del Tempio Rosso, quasi a segnare il passaggio da un culto a un altro, forse a seguito di un evento eccezionale, come un lungo periodo di siccità. Le lastre sacrificali e il culto della Dea Madre Accanto al monolite sono state trovate due grandi lastre di pietra, interpretate dagli archeologi come altari sacrificali, sui quali venivano sacrificati gli animali durante le cerimonie religiose celebrate nel santuario. Una delle lastre presenta alcune cavità naturali che, secondo gli studiosi, potevano rappresentare simbolicamente la bocca della Dea Madre, pronta a ricevere il sangue del sacrificio. Terminate le offerte, la comunità partecipava ai pasti rituali: la carne dell’animale veniva consumata, mentre le ossa erano deposte nelle fosse votive. Proprio le ossa dei suini rinvenute in queste fosse hanno fornito uno degli indizi più preziosi per ricostruire la storia di Monte d’Accoddi. Le analisi al radiocarbonio le hanno datate intorno al 4500 a.C., testimoniando una frequentazione molto antica dell’area. Il culto della Dea Madre era legato alla fertilità, alla terra e alla forza generatrice della natura. In questa lettura anche il grande menhir assume un significato simbolico: la sua forma è stata interpretata come un simbolo maschile, legato alla fecondazione della terra. L’incontro tra il principio maschile e quello femminile richiamerebbe così quello tra il cielo e la terra, la pioggia e il suolo da cui nasce la vita. Un unicum nel Mediterraneo occidentale per la sua architettura Monte d’Accoddi non ha confronti nel Mediterraneo occidentale. A renderlo unico è soprattutto la sua architettura: una grande terrazza tronco-piramidale raggiunta da una lunga rampa che conduce alla sommità del santuario, dove doveva sorgere una struttura destinata alle cerimonie religiose. Prima dei nuraghi I santuari di Monte d’Accoddi precedono di molti secoli la civiltà nuragica. La tecnica costruttiva ciclopica e a secco, con grandi blocchi di pietra, richiama quella utilizzata successivamente nei nuraghi, mostrando come questo modo di costruire fosse presente in Sardegna già in epoca precedente. Frequentato dal Neolitico all’Età del Bronzo La storia di Monte d’Accoddi attraversa un arco di tempo lunghissimo. Il sito conobbe diverse fasi e continuò a essere frequentato dal Neolitico fino all’inizio dell’Età del Bronzo. Dalla sommità lo sguardo spazia fino a Capo Caccia, dominando gran parte della pianura della Nurra. Questa vasta regione del nord-ovest della Sardegna si estende tra il golfo di Alghero e quello dell’Asinara e comprende gran parte del territorio comunale di Sassari. Visitare Monte d’Accoddi 📍 Strada Vicinale Monte d’Accoddi 4, Sassari🌐 montedaccoddi.cultura.gov.it☎️ +39 079 2008072 Il santuario è visitabile con biglietto d’ingresso e visite guidate. Per orari aggiornati, tariffe e prenotazioni è consigliabile consultare il sito ufficiale. Due passi a Sassari Sassari ha origini medievali. Nella prima metà del Duecento la città venne circondata da una cinta muraria, scandita da trentasei torri e quattro porte. Di quelle mura oggi rimane ben poco, così come del castello aragonese che sorgeva nell’attuale Piazza Castello. Alla fine dell’Ottocento Sassari cominciò a espandersi oltre l’antica cinta muraria. Gran parte delle fortificazioni venne abbattuta e fuori dal perimetro medievale prese forma la nuova città ottocentesca. Piazza d’Italia, il Salotto di Sassari Piazza d’Italia nacque al di fuori dell’antico

Porto Torres, da colonia romana a capitale di un regno

Colonne romane nell’area archeologica di Turris Libisonis a Porto Torres

Duemila anni fa Porto Torres si chiamava Turris Libisonis. Era una colonia romana affacciata sul Golfo dell’Asinara e il suo porto la collegava alle grandi rotte del Mediterraneo. Nel Medioevo, la città divenne capitale del Giudicato di Torres. Di queste due grandi stagioni restano oggi le vestigia di Turris Libisonis e la Basilica di San Gavino, la più grande chiesa romanica della Sardegna. Il mio nome è Caius Vehilius Rufus «Il mio nome è Caius Vehilius Rufus. Vissi a Turris Libisonis intorno al 100 d.C. Ero un liberto». A parlare è un uomo vissuto quasi duemila anni fa. O almeno così ha scelto di farlo parlare il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano di Porto Torres, attraverso il racconto che accompagna la sua urna cineraria. Caius era stato uno schiavo e aveva conquistato la libertà. Alla fine della sua vita volle che le sue ceneri fossero custodite in un’urna di marmo realizzata a Roma, «per mostrare a tutti quanto fossi diventato importante». Sul coperchio dell’urna Caius volle delle maschere teatrali. «Perché la vita per me è proprio come uno spettacolo!», scrive il museo prestando voce alla sua storia. Caius Vehilius Rufus viveva a Turris Libisonis quando la colonia stava attraversando una delle sue stagioni più prospere. Porto Torres, antico crocevia del Mediterraneo “Turris Libisonis” era l’unica colonia romana in Sardegna (“autem una quae vocatur ad Turrem Libisonis” Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia”, III, 7,85). Il suo porto, affacciato sulle grandi rotte del Mediterraneo, contribuì a trasformare la colonia in uno dei principali centri della Sardegna in epoca romana. Da qui passavano navi, merci e uomini provenienti dalla Penisola Iberica, dalla Gallia, dall’Africa e dalla penisola italiana. Le ipotesi sul fondatore La città venne fondata probabilmente tra il 46 e il 41 a.C. da Giulio Cesare o dal figlio adottivo Ottaviano Augusto. Secondo le fonti, Cesare rimase bloccato per circa un mese nei porti della Sardegna a causa delle tempeste. Durante quel soggiorno avrebbe conosciuto la fertilità del territorio e la posizione strategica del Golfo dell’Asinara. Le ipotesi sull’origine del nome Il nome è composto da due elementi: “Turris”, che potrebbe far riferimento alla presenza di un nuraghe presso la foce del fiume Mannu, e “Libisonis”, da riconnettere forse alla denominazione antica del Nord Africa (Libya), regione che ha avuto fin dall’età preistorica continui rapporti con la Sardegna. Una città aperta a diverse culture Il porto era il cuore economico della colonia, ma anche il luogo dove ogni giorno si incontravano mercanti, marinai, funzionari imperiali e viaggiatori provenienti da ogni parte del Mediterraneo. Gli altari dedicati alle divinità egizie, le iscrizioni provenienti da Ostia, i mosaici realizzati da artigiani romani e le anfore giunte dall’Africa e dalla Penisola Iberica raccontano una città aperta al mondo e a culture diverse. Le grandi opere pubbliche Dall’acquedotto al bacino portuale La prosperità della colonia si rifletteva nelle sue grandi opere pubbliche. Un acquedotto lungo circa trenta chilometri riforniva la città d’acqua, mentre il porto continuava ad ampliarsi per sostenere traffici sempre più intensi. Nato alla foce del Rio Mannu, in un tratto naturalmente riparato, tra il II e il III secolo d.C. fu trasformato in un vero bacino portuale nell’area dell’attuale Darsena. Il vento Aquilonis: la diga a difesa del porto Sotto l’impero di Settimio Severo o di Caracalla (200 d.C) venne costruita una diga per proteggere le navi dall’Aquilonis, il vento grecale, che ancora oggi mette in difficoltà la navigazione. La ricchezza della colonia: edifici pubblici e dimore private La prosperità del porto trasformò profondamente Turris Libisonis. La colonia si arricchì di edifici pubblici, eleganti dimore private e di uno dei più vasti complessi termali della Sardegna romana. La memoria di Turris Libisonis Il Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano Oggi la memoria di Turris Libisonis vive grazie agli scavi archeologici e ai reperti conservati nel Museo Archeologico Nazionale Antiquarium Turritano. Tra le rovine riemerge il volto della colonia romana: le Terme Centrali, la Domus di Orfeo, le strade lastricate percorse dai carri, le tabernae dove si vendevano prodotti artigianali e alimentari e gli edifici che un tempo si affacciavano sul porto. Le Terme Centrali Le Terme Centrali, costruite intorno al 300 d.C., rappresentavano uno dei più grandi complessi termali della Sardegna romana. Per secoli la tradizione popolare le identificò con il Palazzo di Re Barbaro, il governatore che, secondo la leggenda, fece martirizzare Gavino, Proto e Gianuario. Il percorso termale iniziava nel frigidarium, l’ampia sala dedicata ai bagni in acqua fredda, con due grandi vasche rivestite di marmo e decorate da raffinati mosaici policromi. Da qui si passava al tepidarium, ambiente di transizione con acqua tiepida, e infine ai calidaria, destinati ai bagni caldi e alle saune. Il cuore dell’impianto era il praefurnium, un grande forno alimentato a legna che produceva l’aria calda necessaria a riscaldare gli ambienti. Attraverso il sistema dell’hypocaustum, l’aria circolava sotto i pavimenti, sostenuti da centinaia di piccoli pilastrini in laterizio chiamati suspensurae, e risaliva lungo le pareti attraverso speciali mattoni, mantenendo le sale a una temperatura costante di circa 30 °C. Un vano coperto da una volta a botte, noto con il nome di criptoportico, datato al I-II sec. d.C., accoglieva i frequentatori delle terme per passeggiate, incontri o esercizi ginnici. La Domus di Orfeo Sotto il portico d’ingresso delle terme gli archeologi hanno riportato alla luce una domus costruita intorno alla metà del III secolo d.C., appartenuta a un ricchissimo cittadino romano. La fontana trilobata La casa era organizzata attorno a un cortile con fontana e presentava ambienti decorati da affreschi e preziosi mosaici policromi. Tra questi spicca una fontana trilobata decorata da un mosaico che raffigura diciotto specie di pesci e molluschi, mentre in un altro ambiente compare il mosaico delle Tre Grazie, antiche divinità simbolo della gioia di vivere e della fertilità della natura. Il mosaico di Orfeo Il capolavoro della domus si trova nel triclinio, la sala destinata ai banchetti. Al centro del pavimento Orfeo (da cui la domus prende il nome) suona la lira circondato da nove animali che, secondo il mito, si

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