LOMBARDIA, SABBIONETA
“Esiste una stella che appare una volta ogni settant’anni e rende confusa la volta celeste, inducendo in errore i capitani delle navi”.
Un antico testo ebraico descrive così la cometa di Halley, la più brillante tra quelle periodiche del disco diffuso.
Meglio che sotto un ducale baldacchino di raso: Vespasiano Gonzaga Colonna nacque all’alba del 6 dicembre 1531, anno in cui quella stella irradiò il firmamento con la sua luce folgorante. E proprio attraverso la luce quella data sarebbe rimasta impressa, sopravvivendo alla fine della sua dinastia: la casata dei Gonzaga, al centro della storia e della cultura italiana ed europea per quasi quattro secoli.
Vespasiano faceva parte di un ramo cadetto che si spartiva le terre tra Po e Oglio. Di sangue però era anche un Colonna e nelle sue vene scorreva il mito della “città eterna”.
In giro tra le corti d’Europa dall’età di 14 anni, per dare vita alla sua città ideale scelse un piccolo borgo, dove il nonno aveva fatto edificare un castello, demolito nel 1789: Sabbioneta (da sabbia neta, pulita dalle inondazioni). In 35 anni la trasformò nella “Novella Roma”, oggi Patrimonio Mondiale, assieme a Mantova.
La città ideale
Un impianto all’antica fu creato con la cinta poligonale, dei bastioni pentagonali agli angoli e due porte monumentali per l’accesso. Al suo interno si dislocavano i palazzi legati alla vita di corte e alle funzioni del potere: Palazzo Ducale (sede di rappresentanza, residenza e amministrazione), il castello (fortificazione), Palazzo Giardino (luogo di svago e delizie), con l’adiacente Galleria degli Antichi, il Teatro e otto edifici religiosi (di cui quattro ancora esistenti).
Una città orientata al suo giorno di nascita: all’alba del 6 dicembre 1531, la distanza tra i punti cardinali e i due assi – cardo e decumano – corrisponde alla distanza tra il sole e l’orizzonte. Ogni anno, il 16 dicembre (per uno scarto di dieci giorni tra il calendario gregoriano e giuliano), tra le 8 e le 8:20, la luce invade la Galleria degli Antenati, al centro di Palazzo Ducale, percorrendo la volta affrescata e illuminando Apollo, raffigurato sul carro del sole con un cartiglio in mano che reca la scritta: “Più veloce della fama riempirò gli antipodi”.
Gli amori e gli onori
“La città ideale non fu che la sintesi della sua esistenza. Egli infatti nei 59 anni della sua vita diede ben altro di sé: generale, architetto, diplomatico, mecenate, collezionista, non perdette mai la fiducia di re Filippo II di Spagna […] Benché signore di un territorio limitato, ottenne in Europa elevati incarichi, tanto da figurare tra i 50 cavalieri del Toson d’Oro, l’ordine cui il Re Cattolico ascriveva i più distinti signori dei suoi immensi domini”. La penna è di Luca Sarzi Amadè, nel suo libro Il duca di Sabbioneta. Guerre e amori di un europeo errante.
Uomo al confine tra realtà e leggenda (su di lui pende il sospetto di avere fatto eliminare la prima consorte per adulterio), ebbe tre mogli di sangue blu, ma solo la seconda gli diede dei figli. Quindicenne, partorì due volte in uno stesso anno: prima due gemelle, di cui sopravvisse solo Isabella, unica erede di Vespasiano, e un figlio che morì adolescente. La donna, di salute già cagionevole, si spense poco dopo, a causa di quei parti ravvicinati. Il signore di Sabbioneta cercò quindi l’erede maschio con la terza moglie, ma era ormai sterile. Affetto da sifilide dall’età di 19 anni, dovette sottoporsi a un intervento di trapanazione al cranio per alleviare le emicranie che lo perseguitavano; un’operazione eseguita dal suo cerusico barbiere e che gli consentì di vivere altri 13 anni.
Nei suoi sonetti decantava una “dama bionda”, ma il suo cuore batteva per un gioiello di 27 grammi di oro zecchino, ricevuto da Filippo II: il Toson d’Oro, un collare con un pendente che raffigurava una pelle di ariete appesa. La massima onorificenza dell’epoca, conferita a chi si era distinto nella fedeltà al servizio della Corona.
La Galleria degli Antichi
Un viaggio mentale nell’antichità sotto un soffitto celeste: passeggiando nel “Corridor Grande” il duca immaginava di essere tra i personaggi dell’antica Roma. 27 arcate, che riprendono la struttura degli acquedotti romani, sorreggono una galleria all’italiana, nata come luogo di magnificenza (differente dalle gallerie alla francese, ideate per collegare gli edifici). Terza in Italia per lunghezza, dopo la Galleria delle Carte Geografiche in Vaticano e quella degli Uffizi a Firenze, nei suoi 97 metri racchiudeva una delle collezioni più ricche d’Europa.
Sotto la dominazione austriaca, la galleria fu smantellata persino nei suoi infissi, rimanendone priva fino al 1950, fatto che causò lo sbiadimento del soffitto. Le opere d’arte furono trasferite a Mantova. Oggi i marmi sono esposti nella Galleria della Mostra in Palazzo Ducale e in Palazzo San Sebastiano – Museo MACA.
Il Teatro all’Antica
Al centro della loggia, sotto un finto cielo, che dava l’impressione di essere all’aperto come nei teatri di epoca classica, Vespasiano sedeva come “nuovo imperatore” tra i Cesari dipinti. Commissionato a Vincenzo Scamozzi, allievo del Palladio, nel 1587, il teatro, a scena fissa, è strutturato secondo la concezione antica, ma con degli elementi innovativi, come i camerini per gli artisti, ed è il primo teatro stabile d’Europa, inserito cioè in un edificio autonomo appositamente costruito.
È uno spazio autocelebrativo che rivela però anche una velata malinconia, esternata da un’iscrizione che corre sulle facciate esterne “Roma quanta fuit ipsa ruina docet” (Quanto grande fu Roma, lo insegnano le sue stesse rovine): Vespasiano, senza eredi maschi, sa che la città di Sabbioneta – nuova Roma – andrà a decadere. Sedette nella loggia teatrale solo durante il carnevale e la Pasqua del 1590, poiché un anno dopo morì.
Il mausoleo di Vespasiano
“Ho sepolto il mio signore la notte senza pompa nella Incoronata con il Tosone al collo”. Don Ennio Asinari, l’allora parroco di Sabbioneta, dopo anni di ricerche aveva trovato la conferma di dove fossero le spoglie del duca: una cronaca manoscritta del castellano di Vespasiano, rinvenuta nella Biblioteca Palatina di Parma, ne indicava la precisa ubicazione.
La Chiesa della Beata Vergine Incoronata era stata di fatto commissionata dal duca come luogo del suo mausoleo. Egli aveva fatto arrivare da Roma quattrocento quintali di marmi preziosi e lasciato alla figlia il denaro per metterli in opera. Vi era stata anche collocata, come da sua disposizione, la statua bronzea che lo ritrae nelle vesti di Marco Aurelio, già all’esterno di Palazzo Ducale e opera di Leone Leoni.
Ma, vista la situazione molto compromessa e le tensioni dinastiche, Vespasiano aveva ordinato che la sua sepoltura avvenisse in gran segreto. Forse anche per non farsi trafugare il suo prezioso pendente.
Nel 1988 Don Ennio fece scoperchiare il pavimento della chiesa e, in mezzo al fango della cripta, furono rinvenuti cinque scheletri, di cui uno con la trapanazione al cranio e il famoso gioiello: il Toson d’Oro. Accanto alle spoglie del duca, riposavano quelle della seconda moglie, del figlio maschio, della gemella morta prematuramente e quelle, forse, del nonno.
Dopo la morte di Vespasiano, la figlia si era rifugiata a Napoli e il progetto della chiesa era rimasto interrotto. L’edificio, decorato a quadratura prospettica, fu terminato nel Settecento dai maestri quadraturisti, allievi di Antonio Galli Bibiena, l’autore del Teatro Scientifico di Mantova.
La pianta ottagonale rispecchia la volontà del duca: otto è il numero della resurrezione, della rinascita e dell’infinito.
“I Gonzaga godono di un grado di immortalità che può fare invidia […] In nessun luogo la solitudine era più carica di ricordi dello splendore passato, il silenzio più ricco di echi”.
(Aldous Huxley, Along the Road).
Testo e foto ©Scilla Nascimbene
Pubblicato sul n.310 di Itinerari e Luoghi – Maggio 2023 all’interno el reportage NOBILI SEGNI in collaborazione con Comune di Mantova, Visit Sabbioneta, Comune di Castiglione delle Stiviere.
Leggi il reportage completo su Sabbioneta, Mantova e Castiglione delle Stiviere: NOBILI SEGNI