Un cammino sulle orme di Pietro da Morrone, il santo eremita eletto papa con il nome di Celestino V. Da L’Aquila a Ortona percorrendo le vie delle transumanze, visitando gli eremi scavati nelle rocce e annodati alle aspre montagne della Majella e del Morrone, per poi giungere al mare. 270 km attraverso 3 riconoscimenti Unesco, di cui due immateriali, come la ricerca di quella verità che fu l’orizzonte del santo lungo il cammino di tutta la vita.

“Mi ha sempre colpito un fenomeno della natura. Dal carbonio può venire fuori il carbone o il diamante. Se il carbonio si lascia attraversare dal calore, ecco allora il diamante che meraviglia per la sua bellezza. Se rifiuta il calore, ecco il carbone che sporca e serve solo per esser bruciato”. (Angelo Spina, Riflessioni su San Pietro Celestino).

113 miracoli in vita; molti altri quelli riconosciuti in seguito. Pietro Angelerio (1209-1296), “Colui che per guardare il cielo abbandona la terra”, come scrive Petrarca nel De Vita Solitaria.

Eppure Pietro questa terra l’aveva percorsa, “scalzo e cibato di erbe”, mosso da una forza interiore, alla ricerca di quella verità che, quando pervade, trasforma.

Dal Molise era giunto in Abruzzo a Castel di Sangro, poi sul monte Porrara e sul Morrone, ma il suo deserto silenzioso, dove nulla può attecchire se non Dio, l’aveva trovato nella dura e arcana bellezza della Majella, la Montagna Madre degli Abruzzesi, in quei posti inaccessibili tanto familiari al suo spirito ascetico, abbarbicati negli anfratti rocciosi o, dagli stessi anfratti trasudati. 

Il deserto nella Montagna Madre

Pietro amava la vita solitaria, ma non era estraneo al mondo: incontrava pastori e regnanti e la fama di sant’uomo che lo accompagnava si era sparsa al tal punto che molti giovani volevano essere suoi seguaci.

Così nacquero i cenobi, dove si viveva in comune, come nell’Abbazia di S. Spirito a Majella.

“Accompagno nell’eremo pellegrini e turisti; alcuni mi dicono di non essere credenti ma, quando entrano in chiesa, si siedono e ascoltano, non so cosa.

Forse qualcuno, inconsapevolmente, viene alla ricerca di quell’oltre che potrebbe essere Dio oppure no. Nella Majella gli eremiti cercavano il deserto, come S.Antonio Abate, per potersi avvicinarsi al divino attraverso un percorso di solitudine, sofferenza e penitenza. 

Questi luoghi parlano allo spirito e le persone che li visitano mi dicono di sentirsi arricchiti, non solo per aver ammirato la grandiosità del paesaggio, ma da un punto di vista interiore. Non è un caso che sotto gli eremi siano stati trovati resti di edifici di culto pagani o cristiani antichissimi. Addirittura sotto quello di S.Bartolomeo in Legio, gli archeologi hanno scoperto un sito paleolitico di lavorazione della selce.

“Sentiamo una forte energia qui”, mi dicono alcuni visitatori; gli inglesi la chiamano health”.

Seguo Daniele Palumbo, guida ambientale escursionistica, attraverso i vari edifici dell’Eremo di S.Spirito a Majella, avvolto da una maestosa faggeta nella località di Roccamorice, col tempo diventato un’abbazia a cui facevano capo diversi monasteri, chiese e nuclei eremitici.

Pietro si era stanziato in una grotta sottostante verso il 1245 con due altri monaci, fondando una comunità religiosa annessa all’ordine dei benedettini e che avrebbe preso in seguito il nome di Celestiniani.

Come per tanti uomini del Medioevo, la sua fu una vita fatta di lunghi spostamenti a piedi, tra strade impraticabili e infestate da briganti, peregrinando per le grotte della Majella, dal Molise a Napoli, a Roma e a Lione, per la via Francigena, quando nel 1273 raggiunse il Concilio per impedire la soppressione dell’ordine da lui fondato.

L’anno successivo si trasferì nell’Eremo di S.Bartolomeo, poi a S.Giovanni all’Orfento e, infine, a S.Onofrio al Morrone, abbandonando per sempre la Majella.

Il papa del gran rifiuto

Siamo nel III canto dell’Inferno e Dante scorge “l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto”. Non cita il nome dell’anima dannata, ma gli studiosi riconoscono in tal figura macchiata d’ignavia l’eremita Pietro da Morrone. 

Era ormai vecchio. Desiderava solo ritrarsi in solitudine, ma i messi papali lo raggiunsero nella grotta di S.Onofrio e gli comunicarono di essere stato eletto papa: “Videro attraverso l’apertura della finestra un uomo vecchio, attonito ed esitante, per così grande novità, con la barba incolta, pallido in volto e nelle gote portava i segni della macerazione e del digiuno, con le palpebre gonfie e negli occhi neri un velo di pianto, e una rozza tonaca, ma il volto incuteva rispetto. Infatti la dimora e l’aspetto, la veste e il gesto lo mostravano beato; i messaggeri, a capo scoperto, caddero in ginocchio e lui pure si prostrò a terra” (J. Stefaneschi, Opus Metricum, II,5).

Pietro guardò il Crocifisso e, dopo aver a lungo pregato, accettò e partì da Sulmona per L’Aquila a dorso di un asino, scortato da Carlo D’Angiò e dal suo corteo reale, per essere incoronato papa con il nome di Celestino V, nella Basilica di S.Maria di Collemaggio, da lui fatta costruire.

Era il 29 agosto 1294. Il suo primo atto papale in quella città fu quello di indire una grande Perdonanza, l’indulgenza plenaria di tutti i peccati: il primo vero Giubileo della storia (www.perdonanza-celestiniana.it).

Dopo solo quattro mesi, “al fine di recuperare la pace e le consolazioni del precedente vivere”, Pietro rinunciò al pontificato per ritornare nella sua grotta, ma il nuovo papa Bonifacio VIII glielo impedì.

Così raggiunse il mare per imbarcarsi verso oriente. Fu catturato a Vieste e imprigionato nella fortezza di Fumone, dove morì.

Quel giorno era accanto a lui Fra Tommaso da Sulmona: ci racconta che, mentre Pietro recitava i salmi, una croce si illuminò su una parete vicina e, insieme all’uomo, si spense.

Dopo 17 anni Pietro fu proclamato santo. Le sue reliquie sono oggi custodite nella Basilica di S.Maria di Collemaggio a L’Aquila. 

Durante il viaggio di ritorno da Lione (1273), il santo si era fermato proprio in quel punto a dormire, all’interno di una piccola cappella dedicata all’Assunta. Nella notte gli era apparsa in sogno la Madonna: gli aveva chiesto di costruire in quel luogo una grande chiesa. 

Il Cammino di Celestino diventa grande 

Ripercorrendo i passi di Pietro Angelerio, nel 2018 il Parco Nazionale della Majella ha ideato il Cammino di Celestino, tra i borghi e gli eremi rupestri del parco. Il Cammino volge ora il suo sguardo ad altri luoghi del santo, attraverso il progetto Il Cammino Grande di Celestino, un itinerario di oltre 500 km da Roma a Vieste, che sarà inaugurato per il Giubileo del 2025, già percorribile da L’Aquila a Ortona.

L’itinerario inizia dalla Basilica di Collemaggio a L’Aquila, punto d’incontro delle greggi che partivano per la transumanza. Si raggiunge Sulmona per la valle dell’Aterno o per una variante “alta” lungo il Tratturo Magno, la via principale di transumanza che collegava l’Abruzzo alla Puglia. Salendo verso Prata d’Ansidonia, l’antica dogana ove i pastori pagavano la “fida” per ogni pecora, si costeggia il sito archeologico della città romana di Peltuinum, poi Bominaco, Civitaretenga e Navelli, ricongiungendosi alla Valle dell’Aterno. Raggiunta la Conca Peligna, si prosegue per l’itinerario classico, passando per gli eremi della Majella.

Le tappe degli ultimi tre giorni coincidono con quelle del Cammino di S.Tommaso, fino alla Cattedrale dell’Apostolo a Ortona. L’itinerario tocca i tre riconoscimenti Unesco abruzzesi: Geoparco mondiale della Majella, Perdonanza Celestiniana e Transumanza (Tratturo Magno); questi ultimi Patrimoni Culturali Immateriali.

Una nuova credenziale (Charta peregrini) accompagnerà i viaggiatori che potranno timbrarla presso la ricettività dislocata sul Cammino e presso i centri informazioni, mentre il testimonium finale sarà rilasciato a chi percorrerà l’intero Cammino o a chi concluderà le tappe da L’Aquila a Serramonacesca o da Sulmona a Ortona. 

(Info e tracce gps: www.parcomaiella.it).

   

Lu Sant’Andonie de lu porche    

“Tantissimi abruzzesi si chiamano Antonio” mi dice John Forcone del Parco Majella, “perché noi siamo molto devoti a S.Antonio Abate o d’Egitto, detto de lu porche, poiché raffigurato con un porcellino ai piedi”.

Il santo, protettore degli animali, è festeggiato il 17 gennaio secondo un’antica tradizione: dal giorno successivo all’Epifania fino a quello della festa, un gruppo di persone vestite da frati e angeli va, insieme al diavolo, di casa in casa, rievocando le tentazioni di S.Antonio nel deserto, tra canti che variano a seconda dei paesi.

Chi vuole invitarli a cena, lascia accese le luci fuori dall’uscio e poi fa loro un’offerta, utilizzata per opere di bene. Il tutto servirebbe a cacciare i demoni dalle abitazioni, infatti gli abitanti fanno a gara per invitare il corteo soprattutto la sera prima della festa, quando la questua deve essere molto cospicua, in cambio di pari fortuna! Il 17 gennaio il parroco benedice gli animali davanti alla chiesa. 

“La mia famiglia si tramanda da generazioni un ferro antichissimo” continua John; “ è a forma di cuore con una croce all’interno: il giorno di S.Antonio si marchiavano le mucche con la vernice prima di portarle a far benedire. Così ho chiesto a mio padre: quando muori posso prenderlo, vero? “Tiè, prenditelo subito!”, mi ha risposto papà!”. Perciò il ferro di famiglia ora lo custodisco io!”.

Le capanne in pietra a secco

Biancheggiano come nuvole sparse sulle colline intorno a Roccamorice: le capanne in pietra a secco, chiamate thòlos o pajjarë, sono autentiche testimonianze del paesaggio agro-pastorale majellese e venivano realizzate  dai pastori disponendo le pietre a giri concentrici e creando una struttura autoportante. Erano utilizzate come rifugio e spesso connesse agli stazzi in pietra che servivano a contenere le greggi durante la notte e a facilitare la mungitura.

I confetti di Sulmona

“La nostra fabbrica di confetti, che porta il nome di mio nonno William Di Carlo, è la più antica di Sulmona, dal 1833” racconta il signor Francesco “ma mia nonna veniva da una famiglia di pasticceri di Casa Savoia già dal Settecento e infatti la nostra scatola di latta riporta la “U” di Umberto di Savoia: conserviamo ancora la spilla di brillanti che Re Umberto regalò al mio bisnonno per ringraziarlo di una memorabile torta di marzapane preparata in occasione del suo compleanno”.

La lavorazione artistica dei confetti per cui è famosa Sulmona ha origini nel Quattrocento, a opera delle suore del convento di S.Chiara che erano solite rivestire con sottili fili di seta gli oggetti sacri e, con la stessa arte, iniziarono a creare con i confetti enormi rosari, omaggiati ai grandi ecclesiastici in visita alla città vescovile, legata alla figura di Papa Celestino V. Da questa tradizione derivano i fiori di confetti che sono diventati il simbolo di Sulmona e hanno un significato legato al buon auspicio. Personaggi famosi come Carlo e Diana, i loro figli ed emiri del Qatar li hanno acquistati per i loro festeggiamenti nuziali. Il signor Francesco Di Carlo ricorda che Maradona venne personalmente a sceglierli insieme alla sua promessa sposa. (William Di Carlo, C.so Ovidio, Sulmona, tel. 0864.34944, www.dicarlo.it)

L’antico Pastificio Morrone

“Questo pastificio che appartiene alla mia famiglia è il più antico della zona ed è stato aperto nel 1883, tre anni prima rispetto al famoso De Cecco di Fara San Martino”. Sabrina Tollis inizia così a raccontarci che il suo trisnonno, Eustachio Cappoli, sposò una ragazza del paese e si trasferì a Pacentro dove, grazie anche alla buona acqua e all’ottimo grano, aprì quella piccola attività industriale. A fine Ottocento le macchine, azionate da un asinello, producevano un quintale di pasta al giorno, quantità che passò a 25 quintali all’inizio del secolo successivo, grazie a moderni macchinari acquistati dai figli di Eustachio e azionati dalla corrente elettrica. Fu il figlio Pasquale con la famiglia, a portare avanti l’attività fino al 1949 quando, non essendo più in grado di reggere la concorrenza, fermò le macchine. Sua moglie Angela, la bisnonna di Sabrina, continuò la sola rivendita al piano superiore, dove la pasta veniva venduta sfusa, avvolta nella carta gialla, barattata con altri prodotti della terra. “La mia bisnonna mi raccontava che arrivavano con le carrozze da tutto il circondario per acquistare la pasta da lei” riprende Sabrina, “Anche mia nonna Anna, attuale proprietaria, è stata una bravissima imprenditrice, pur avendo solo la prima elementare! Aveva acquistato questo macchinario per sgranare il granoturco e lo affittava ai proprietari terrieri per velocizzare il processo di sgranatura effettuato a mano. È stata lei a mandare avanti la famiglia, superando entrambe le guerre! Nel 2014, dopo oltre 60 anni dalla chiusura di questi locali abbiamo deciso di trasformare il nostro antico pastificio in un museo”.

(Sito archeologico-industriale Antico Pastificio Morrone, Via S.Francesco 22, Pacentro. Per visite contattare Sabrina Tollis, tel. 340/8548902).

La bottega delle belle statuine

“Ho sempre amato dipingere e, appena ho terminato i miei studi all’Istituto d’arte specializzandomi come orafa, ho aperto un laboratorio a Pacentro”. Siamo nella bottega di Sara Galterio, di fronte a un panorama della città che, a dir poco, incanta, così come Sara era rimasta incantata davanti alle statuine di Peppino Avolio. “Peppino era un artista di fine Ottocento che affrescava i soffitti delle case più nobili del centro; aveva una bottega in paese dove realizzava le statuine dei presepi e insegnava ai bambini a dipingere. Un giorno venni a sapere che una nipote aveva messo in vendita gli stampi di gesso ereditati da nonno Peppino e feci la follia! Erano sparsi in una cantina umida da 70 anni e, una volta acquistati, sono riuscita a ricomporli grazie a un censimento borbonico dei costumi del circondario, trovato in un archivio, in cui erano raffigurati gli stessi vestiti riprodotti negli stampi. È stato un inizio, perché col tempo ho cambiato genere e ho cominciato a realizzare stemmi di natura araldica e bassorilievi in terracotta con soggetti della Pacentro che non esiste più, basandomi su cartoline e quadri antichi. Ho anche decorato la parete dei bagni pubblici, raffigurando in grandezza naturale la scena della “fonte delle zitelle”, un’antica fontana del paese dove si recavano a prendere l’acqua le ragazze in cerca di marito, sperando in un incontro fortunato: una giovane donna è alla fonte e un tizio le manda il pizzino col messaggio d’amore tramite un bambino ma, dalla finestra, interviene la mamma: “Lascia perdere fima!(lascia perdere mia figlia!)”. Forse non era esattamente quello il pretendente tanto desiderato…!

(La bottega delle belle statuine. Manufatti di terracotta. Via D.Alighieri 87, Pacentro, tel. 333/4628138).

La casa di Marlurita

Era rimasta sola e non si era mai sposata. I suoi fratelli erano emigrati negli Stati Uniti e Maria Loreta Pacella, detta Marlurita, si era sistemata in due piccole stanze messe a disposizione da una ricca famiglia di Pacentro, in cambio del lavoro nelle loro terre. Per guadagnarsi da vivere raggiungeva i terreni aridi della Majella attraverso un sentiero di dieci chilometri che percorreva a piedi, fino a 1500 metri di quota. Lì spietrava la terra, liberandola dalle pietre che si caricava sulla testa fino a Pacentro, dove poteva rivenderle a chi costruiva i terrazzamenti e le capanne in pietra a secco. Una vita dura quella di Marlurita e molto povera, come la sua casa, rimasta tuttora intatta. Erano gli anni Settanta, ma la donna non aveva acqua, né elettricità e si scaldava con l’asino e il camino. Teneva sotto il letto una piccola bara, pronta per quel giorno che, prima o poi, sarebbe arrivato. Non senza sorprese. Sì, perché Marlurita, conosciuta in tutto il paese per la sua capacità di togliere il malocchio e di guarire il mal di denti, utilizzando strani oggetti metallici, erbe medicinali, candele e formule magiche, pare avesse esalato l’ultimo respiro e il vicinato aveva vegliato su di lei per giorni. La donna però si era risvegliata e questa sua morte apparente ne aveva accresciuto la fama. Oggi la sua casa, nascosta tra gli stretti vicoli di Pacentro, rimane un luogo della memoria: un’autentica testimonianza del modo di vivere di tanti anni fa. Molti figli degli emigrati vanno in paese per visitarla, forse per toccare con mano quella povertà che aveva spinto i loro antenati ad andarsene da lì. Per far conoscere la vita di un tempo, le scuole vi portano i bambini: quelli che la donna accudiva nei ritagli di tempo, quando le sue mani non reggevano la zappa o le pietre. Lei è seduta accanto al camino, riprodotta in misura naturale appena varcato all’ingresso. Chi entra ignaro di questo particolare sobbalza per lo spavento: Marlurita, anche da miglior vita, non smette di stupire …!

Informazioni utili        

270 Km da L’Aquila a Ortona, da percorrere a piedi da aprile a novembre, in 13 tappe (14 con la variante alta) di media difficoltà (E).

Le tappe

Per la Valle dell’Aterno: L’Aquila – Fontecchio – Castelvecchio Subequo – Raiano – Sulmona (per Corfinio e Pratola Peligna) – Pacentro – Caramanico Terme – Decontra (per la Valle dell’Orfento) – Fonte Tettone – Macchie dei Coco (Roccamorice) – Manoppello – San Martino sulla Marruccina – Crecchio – Ortona. Variante alta: L’ Aquila – Prata d’Ansidonia – Navelli – Acciano (Valle dell’Aterno) – Raiano.

Edifici di culto fondati da Celestino V

Basilica di S.Maria di Collemaggio, L’ Aquila; Eremo di S.Onofrio al Morrone, Sulmona; Eremo di S.Spirito a Majella, Roccamorice; Eremo di S.Onofrio, Serramonacesca; Eremo di S.Bartolomeo in Legio, Roccamorice; Eremo della Madonna dell’Altare, Palena; Eremo di S.Giovanni all’Orfento, Caramanico Terme. 

Centri informazioni del Parco Majella

Caramanico Terme, Via del Vivaio, tel. 085.922343, caramanico@parcomaiella.it; Pacentro, P.zza del Popolo 7, tel. 0864.41304, pacentro@parcomaiella.it; Pretoro, Via Fontepalombo 36, tel. 335.5995995, pretoro@parcomaiella.it;  Roccamorice, Via Ventura, tel. 366.4249866, roccamorice@parcomaiella.it;  Serramonacesca, P.zza del Popolo, tel. 388. 3061433, serramonacesca@parcomaiella.it; Sulmona, C.so Ovidio 165, tel. 333.4722342, sulmona@parcomaiella.it.

Visite guidate

Tutto il Cammino: Paola di Martino, Centro Informazioni di Caramanico Terme, tel. 085.92343, caramanico@parcomaiella.it; Marilisa Rubino, Centro informazioni di Pacentro, tel. 0864.41304. pacentro@parcomaiella.it. L’Aquila, Sulmona, Abbazia di S.Liberatore alla Maiella: Laura Colaprete, tel. 348.7656135, laura.colaprete@alice.it e Barbara Dalla Costa, tel. 339.2615405. Badia Morronese, Sulmona: Ass. D. Munda, tel. 348.5616363. Eremo di S.Onofrio al Morrone tel. 339/2396322 (custode). Eremo di S.Spirito e di S.Bartolomeo in Legio: Daniele Palumbo, tel. 366.4249866, info@riparossa.com, www.riparossa.com. 

Con chi

Parco Nazionale della Maiella, Badia Morronese, Via Badia 28, Sulmona, tel. 0864.25701, promozione@parcomaiella.it, www.parcomaiella.it. 

Itinerari, mappe gps e info in rete

www.parcomaiella.it

Letture consigliate

Riflessioni su San Pietro Celestino di Angelo Spina ed Eulo Tarullo; Bellezza e Spiritualità della Majella di Alberto Di Giovanni.

Un po’ di poesia

Settembre, andiamo. È tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare […] e vanno pel tratturo antico al piano […] Ora lungh’esso il litoral cammina la greggia. Senza mutamento è l’aria. Il sole imbionda sì la viva lana che quasi dalla sabbia non divaria. Isciacquio, calpestio, dolci romori. Ah perché non son io cò miei pastori? (Gabriele D’Annunzio. I Pastori).

Testo e foto ©Scilla Nascimbene

Reportage pubblicato sul n..300 di Itinerari e Luoghi – Maggio 2022 in collaborazione con Parco Majella.

Ringrazio 

Il Direttore Responsabile Daniele Cafieri, il Direttore Enrico Caracciolo, il Caporedattore Gianluca Salcioli e la Redazione di Itinerari e Luoghi Editoriale C&C.

John Forcone del Parco Majella

L’artista Sara Galterio, La bottega delle belle statuine, Pacentro

La guide turistiche Laura Colaprete e Marilisa Rubino

Francesco Di Carlo della confetteria di Sulmona

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