SARDEGNA
“Noi siamo sardi […] Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo, lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto. Siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa canina, del vento, dell’immensità del mare. Siamo una terra antica di lunghi silenzi, di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta. Noi siamo sardi”.
(Grazia Deledda, Premio Nobel per la letteratura 1926).
Le euforbie
Distese di euforbie con le loro appariscenti fioriture ricoprono le coste sarde. Il fusto contiene un lattice bianco che, a contatto con gli occhi, può provocare la cecità anche permanente ed era utilizzato nella pesca di frodo per avvelenare i pesci, buttando in mare i rami tagliati.
L’iperico
L’ iperico è un piccolo arbusto dalle molteplici proprietà terapeutiche, tra cui quelle cicatrizzanti. Con l’olio ricavato da questa pianta veniva realizzato un unguento “miracoloso” per la cura delle ustioni. La ricetta era gelosamente custodita da una famiglia di Nuchis, frazione di Tempio, alla quale si rivolse anche il famoso pilota Niki Lauda in seguito al suo rovinoso incidente.
L’artemisia
La pianta officinale dell’artemisia (da artemes, che in greco significa “curativo”) si trova in Sardegna a bordo delle strade e nei terreni poveri di nutrienti. È chiamata anche falso assenzio. Ne esistono diversi tipi ed è molto presente nella tradizione officinale sarda, in quanto il decotto è fortemente depurativo e digestivo. Soprattutto nel sud dell’isola, l’artemisia era utilizzata dalle donne in caso di ritardi del ciclo mestruale: secondo un’antica credenza sarebbe bastato metterne qualche fogliolina sotto la pianta del piede per stimolare l’arrivo del ciclo nel giro di pochi giorni.
Il lentisco
È una pianta che si è adattata sia sulle coste sarde che ad alte quote. Prima dell’arrivo dell’elettricità, era usata per produrre l’olio con cui si alimentavano le lampade, una consuetudine che risale probabilmente alle culture megalitiche nuragiche. Oggi il lentisco è impiegato principalmente nella cosmetica e nel settore farmaceutico, essendo un ottimo antinfiammatorio e un idratante; gli anziani hanno l’abitudine di masticarlo, per le sue proprietà antibatteriche. Fino un secolo fa, l’olio di lentisco era considerato “l’olio dei poveri”, poiché utilizzato da chi non poteva permettersi quello di oliva. A detta delle nonne, però, le frittelle fritte in quell’olio sono una vera prelibatezza!
L’elicriso
L’olio di elicriso, ottenuto dalla macerazione delle sommità fiorite, è dotato di una potente azione antistaminica, decongestionante e lenitiva. Grazie al suo profumo intenso, l’elicriso era utilizzato per coprire il cattivo odore del pelo bruciato (per essere eliminato), prima della macellazione del maiale o mentre si cucinava il cinghiale alla brace.
Il carrubo
Gli alberi di questa pianta sono stati, in passato, importantissimi per la sopravvivenza nell’isola, poiché dal carrubo si ricavava la farina.
Il frutto del carrubo si chiama carato e contiene dei semi che, una volta essiccati, hanno sempre una dimensione e un peso identico, motivo per cui i Romani li utilizzavano per pesare l’oro.
La palma nana
È l’unica palma della Sardegna considerata autoctona, nonostante sia stata introdotta in tempi remoti. Ha un ciclo di vita molto lungo e in Italia la più vecchia si trova nel giardino botanico di Padova: ha circa 500 anni. Fu piantata nel 1585 ed è conosciuta come “la palma di Goethe”, poiché a fine 1700, lo scrittore tedesco, in visita al giardino botanico, se ne innamorò e tornò più volte ad ammirarla, per trovare ispirazione per le sue opere.
L’agave
Proveniente dal nord e dal centro America, è presente a scopo ornamentale e a ridosso delle vecchie aree militari, poiché fu piantata come deterrente per i paracadutisti nemici, viste le sue estremità spinose.
La pianta impiega circa dieci anni per sviluppare il fusto (4 – 5 m) che nasce dal centro delle foglie e dà origine a una splendida fioritura. Quando i fiori appassiscono, l’agave muore e rimangono i semi, che daranno origine a un nuovo individuo.
Il fico d’india
Anticamente era piantato come recinzione per delimitare i terreni privati; oggi si trova ovunque. Quelle che appaiono come foglie costituiscono in realtà il fusto, che è commestibile. Le foglie del fico d’India sono le sue spine, che hanno subito un’evoluzione, permettendo alla pianta di conservare l’acqua all’interno del fusto.
Lungo la buccia, i frutti del fico d’India presentano una serie di spine quasi invisibili e i turisti ignari, che li raccolgono per mangiarli, incappano in seri guai!
L’eucalipto
La foce del fiume Coghinas era, fino agli anni Quaranta, un’area disabitata poiché paludosa e malarica. Per bonificarla furono introdotte le piante di eucalipto, originarie dell’Australia. Ogni singolo albero di eucalipto assorbe infatti 300 – 400 litri di acqua al giorno, fatto che favorì il drenaggio e la bonifica della zona. Purtroppo, col passare del tempo, le stesse piante sono diventate infestanti, a discapito della vegetazione autoctona.
Testo e foto di ©Scilla Nascimbene
Pubblicato sul n.311 di Itinerari e Luoghi – Giugno 2023, all’interno del reportage AZZURRA E VERDE SOLITUDINE, in collaborazione con Rete Metropolitana Nord Sardegna e Aeroporto di Alghero.
Foto di copertina ©Scilla Nascimbene
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