EMILIA ROMAGNA, FERRARA
Se non fosse stato per quei 25000 ducati chiesti in prestito a Francesco Gonzaga, signore di Mantova, forse oggi il Castello non esisterebbe.
Ma Niccolò II, detto lo Zoppo, a causa di una tremenda gotta che non gli dava pace, era terrorizzato dalla furia del popolo che, ridotto in povertà, era insorto violentemente contro gli Estensi.
Così chiese aiuto al nobile mantovano e, nel tempo record di due anni, dal 1385, si fece costruire un’elegante roccaforte dove dormire sonni tranquilli, inglobando una torre già esistente, detta “dei Leoni”, la cui sommità si raggiunge salendo centoventi gradini dalla “Loggia degli aranci”, una terrazza panoramica adorna con piante di agrumi che donano un tocco mediterraneo alla principesca dimora.
Pittori come Tiziano e Raffaello diedero sfoggio delle loro abilità in sontuose sale affrescate che si susseguono una dopo l’altra ai piani nobili, mentre nelle cucine ducali, coperte dalle antiche volte a botte, tra gli ampi camini e gli scoli dei vecchi acquai che squarciano il pavimento originale, alcune miniature ricordano le spettacolari preparazioni delle tavole imbandite per i banchetti di corte, con un numero strabiliante di portate, servite tra rappresentazioni sceniche e intrattenimenti musicali: sono estratti dei trattati di Cristoforo di Messisbugo, famoso “scalco” della corte estense, abilissimo cuoco, nonché geniale cerimoniere dei fastosi ricevimenti.
Ma quel Castello nasconde dell’altro: storie macabre. Forse fantasmi. Quelli di Ugo e Parisina.
Non erano che due ragazzini, ma Parisina era stata data in sposa al padre di Ugo, Niccolò III d’Este, molto più anziano di loro. I due portarono avanti segretamente il loro amore proibito, ma furono scoperti e rinchiusi nelle prigioni del Castello.
Niccolò fece catturare e uccidere tutte le donne adultere di Ferrara e, alla fine, toccò a loro.
Morirono decapitati sullo stesso ceppo di legno.
Una storia che colpì l’immaginario collettivo e ispirò diversi scrittori e musicisti, tra cui Lord Byron, Gabriele d’Annunzio e Donizetti.
Alcune leggende ferraresi, però, narrano di strani lamenti provenienti dalla cella dei due amanti: sarebbero quelli dei fantasmi di Ugo e Parisina e di tutte le donne uccise a causa loro.
Il Castello cela nelle sue umide segrete un’altra storia che ha dell’incredibile. “Don Giulio aveva due occhi bellissimi” mi dice la guida, mentre mi chino per entrare in una cella. In quella stanza buia e malsana a livello del fossato, dove ogni senso sembra annullarsi nell’oscurità, fu rinchiuso Giulio d’Este, vittima di una congiura politica.
La scintilla fu scatenata da una dama di corte, di cui si era invaghito il fratello di Giulio, Ippolito, il quale, però, era stato rifiutato poiché, a dire della donna, gli occhi di Don Giulio valevano molto più di quanto valesse lui. Dopo una vita passata in prigionia, Giulio fu liberato all’età di 81 anni, per grazia di Alfonso II.
Nonostante avesse trascorso 53 anni rinchiuso in una cella, si dice che fosse perfettamente lucido. Era certamente invecchiato e cieco da un occhio, poiché Ippolito, posseduto dall’ira, prima di farlo imprigionare, aveva ordinato di ucciderlo e accecarlo. Ma Giulio era sopravvissuto all’imboscata, seppur salvando un solo occhio. Sicuramente bellissimo.
“Ferrara: città ricca di storia e di storie, ancora da narrare e da svelare. Magica e affascinante, accolta da una seducente e sottile malia, velata come le sue nebbie. Amata e odiata da artisti, poeti e viaggiatori che attraverso il tempo l’hanno vissuta, respirata, ascoltata”.
(Mirna Bonazza, storica e scrittrice ferrarese)
Testo e foto ©Scilla Nascimbene
Pubblicato sul n.288 di Itinerari e Luoghi – Marzo 2021, all’interno del reportage FERRARA IN BICICLETTA. ARTE, NATURA E LIBERTÀ, In collaborazione con B&B Hotels.
Foto di copertina ©Scilla Nascimbene