LOMBARDIA, MILANO

Nel 1494 Leonardo ricevette una commissione, legata al convento di Santa Maria delle Grazie, luogo caro a Ludovico Il Moro.

Era ormai da tempo alla Corte del Duca e doveva tenere molto a questo dipinto. Il Vasari racconta che in quei quattro anni di lavoro l’artista dipingesse per giorni, dimenticandosi addirittura di mangiare. 

Superò le aspettative il pittore fiorentino, mostrando ancora una volta a Milano quella cosa chiamata prospettiva. 

Ma non era abbastanza: gli sguardi, le espressioni avrebbero dovuto comunicare lo sgomento, lo stupore, l’imbarazzo degli Apostoli intorno a quel Cristo tradito da uno di loro.

GLI ERRORI NELLA SCELTA DELLA TECNICA

Leonardo aveva bisogno di tempo: non scelse la tecnica dell’affresco, ma stese il colore direttamente sull’intonaco asciutto, per poterci così ritornare più volte, curando i dettagli. 

La perfezione del Cristo era però irraggiungibile, per questo lo lasciò incompiuto “non pensando poterle dare quella divinità celeste, che a l’imagine di Cristo si richiede” (Vasari, Le Vite). 

Ma come Giuda tradì Gesù in quella cena, la stesura a secco tradì il suo autore in quel dipinto, deteriorandosi a tal punto che nel 1566, dopo solo 70 anni dalla realizzazione, il Vasari in visita a Milano scrisse “non si scorge più nulla se non una macchia abbagliata”.

Solo le abili mani di esperti restauratori, dopo intensi lavori, hanno restituito quel capolavoro, riconosciuto dall’Unesco patrimonio mondiale dell’umanità, e che oggi la città mostra orgogliosa.

Testo di Scilla Nascimbene

Riproduzione dell’opera vinciana di pubblico dominio.

Tratto dal reportage DA VINCI IN LOMBARDIA realizzato per i 500 anni dalla scomparsa di Leonardo Da Vinci (2 maggio 1519).

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