CALABRIA
Il mare ce li ha restituiti, regalandoci l’emozione di riaverli nella civiltà,
ma nessuno ha mai trovato il corredo della loro storia e ancora oggi gli studiosi di tutto il mondo indagano per far affiorare il mistero che quel mare si è, invece, tenuto per sé.
Il viaggio dei Bronzi di Riace inizia centinaia di anni fa. Non sappiamo quanti chilometri avessero già percorso, né la loro destinazione, ma solo il punto in cui si sono fermati, fino a quel 16 agosto 1972, quando il sub Stefano Mariottini, durante un’immersione a otto metri di profondità e a trecento dalla riva, scorge una spalla spuntare dalla sabbia.
Siamo in un territorio appartenente all’antica Magna Grecia, sulle coste ioniche di Marina di Riace, in un tratto esposto a forti correnti e venti di burrasca.
Fu di certo colpa di una tempesta quel giorno. Era successo anche a Ulisse, nel suo viaggio di ritorno verso Itaca. Ma nessuno ha mai raccontato il terrore di quei marinai, né scritto del veliero che non riuscivano più a governare e che trasportava le due statue. Pesavano troppo, quasi cinque quintali, così, nel tentativo estremo di salvare l’imbarcazione, abbatterono l’albero maestro e calarono i Bronzi in acqua, a pochi metri dalla terraferma. Il fondale non era profondo in quel punto. E sarebbero tornati a prenderli: una pratica all’epoca consueta.
Le enormi statue, però, rimasero lì, tra sabbie e correnti, accanto ai ventotto anelli di piombo che reggevano le vele.
Probabilmente quegli uomini sprofondarono insieme alla loro nave. Ma il relitto non fu mai trovato.
Solo il mare custodisce la verità, come ha custodito per secoli le due statue, fino al giorno in cui hanno finalmente rivisto la luce. Incuranti del passare del tempo, quasi si fossero svegliate da un profondo lungo sonno.
UN ASPETTO “DIVINO”
Osservando i Bronzi rimaniamo affascinati dalla loro bellezza. Sono nudi, alti, di una perfezione quasi irraggiungibile.
Le loro forme prestanti ma armoniose. Il loro atteggiamento deciso ma elegante. Hanno una postura simile, ma uno ha un’attitudine dominante, uno sguardo minaccioso e sembra più giovane: è chiamato “A”. “B” è più remissivo, la sua espressione malinconica. La posizione di braccia e mani indica che reggevano una lancia e uno scudo; i segni sul capo fanno pensare a un elmo. La loro dimensione doveva apparire imponente agli uomini della Grecia di duemilacinquecento anni fa, la cui altezza media (1,65 metri) era di molto inferiore ai due metri raggiunti dalle statue. L’insieme dei particolari e la disposizione incrociata delle figure, detta “chiastica” poiché ricorda la lettera χ dell’alfabeto greco, ha permesso, infatti, agli archeologi di riconoscere due originali greci del V secolo a.C. .
Le statue bronzee a quei tempi erano lucenti, di un colore simile all’oro o al rame, costantemente lucidate con oli e resine per sembrare fuochi accesi. La superficie, ormai ossidata, era policroma, per i diversi metalli utilizzati. Riusciamo ancora a scorgere il rosso nelle labbra e nei capezzoli di rame, il bianco nel marmo dell’unica cornea rimasta nel più anziano; il color avorio in quelle del più giovane, in calcite. La sua bocca socchiusa, come attraversata da un respiro vitale, mostra denti d’argento: particolare unico nella storia dell’arte.
Le perfette proporzioni del corpo rispecchiano l’ideale estetico descritto da Policleto nel suo trattato Canone, da cui deriva l’odierna espressione “canone di bellezza”. Il loro modello ci appare “moderno”. Solo l’organo genitale, di dimensioni ridotte, non corrisponde alla nostra idea di virilità, bensì a quella degli antichi Greci, che consideravano volgare un membro troppo esteso.
CHI, DOVE, QUANDO?
I pochi indizi che abbiamo sui Bronzi riguardano il luogo e la data di nascita e ci arrivano dalle terre rimaste al loro interno, quelle che il bronzista non è riuscito a rimuovere una volta terminato il processo di fusione della statua, e che sono state eliminate dai restauratori perché l’alto contenuto di sali marini le aveva rese corrosive.
Le analisi sui residui organici delle terre di fusione hanno rivelato che “il Giovane” è in realtà più vecchio del “Vecchio” di circa vent’anni e che le terre delle due statue provengono da luoghi diversi. Il Bronzo A, datato al 450 – 460 a.C. verrebbe dalla pianura di Argo. B, risalente al 430 – 420 a. C., sarebbe originario della regione di Atene. Che le statue siano state realizzate in tempi e in luoghi distinti lo suggerisce anche il fatto che il loro bronzo non derivi dallo stesso bagno di fusione. Il braccio destro e l’avambraccio sinistro di B sono, fatto assai raro, un’aggiunta di età romana: ciò significa che, almeno fino al II secolo d.C., le sculture erano esposte in pubblico, fissate su dei piedistalli da cui furono rimosse.
Al momento del loro ritrovamento, infatti, dai piedi spuntavano i “tenoni”, i perni di piombo che servivano ad ancorare i Bronzi ai loro basamenti.
Per quanto riguarda la loro realizzazione, la maggior parte degli studiosi propende per la tesi dei due autori distinti, scartando l’idea di ricondurre le due opere allo stesso artista in fasi diverse della sua carriera.
I possibili nomi sono da ricercare negli scultori di fama immortale attivi ad Atene e Argo nel periodo classico, tra cui Fidia, l’artefice del Partenone.
Ciò che differenzia maggiormente le due figure è lo spirito che le anima, che i Greci chiamavano ethos, l’attitudine; termine che per gli archeologi identifica anche l’iconografia con cui viene rappresentata una divinità, rendendola immediatamente riconoscibile.
Dato che solo dei e eroi erano raffigurati nudi – poiché la nudità aveva un valore etico, rappresentava la bellezza-virtù – e i Bronzi non sono riconoscibili, quindi non effigiano divinità, gli storici dell’arte hanno ipotizzato alcune identificazioni dei personaggi rappresentati in nomi di eroi-guerrieri solo sulla base della letteratura greca rimasta.
IN CERCA DI UN NOME
L’archeologo Paolo Moreno ritiene rappresentino dei personaggi mitologici appartenenti allo stesso gruppo statuario presente nell’agora di Argo, i Sette contro Tebe: la mitica spedizione della città di Argo contro quella di Tebe. In quel caso A sarebbe Tideo, feroce guerriero dell’Etolia, forte della sfrontatezza della sua giovane età, e B Anfiarao, l’indovino di Argo che profetizzò la propria morte sotto le mura di Tebe, il che spiegherebbe il suo atteggiamento riflessivo. L’ultima congettura riconosce nella lieve torsione del volto di A e nel suo digrignare i denti, gesto aggressivo tipico del guerriero che sta per combattere, un indice di interazione con B, come se, pronto alla battaglia, gli stesse parlando con tono minaccioso. L’analisi dei segni sulle statue ha portato l’archeologo tedesco Brinkmann a riconoscere due protagonisti di una scena descritta sul frontone occidentale del Partenone: la guerra tra Atena e Poseidon per il possesso di Atene. A sarebbe Eretteo, il re di Atene, armato alla greca e con l’aria di sfida del vincitore, e B Eumolpo, figlio di Poseidon, con il più leggero armamento trace e l’espressione triste di chi sa che sarà sconfitto. In questo senso, lo studioso interpreta il diverso ethos dei Bronzi in senso narrativo: non il giovane e il vecchio, ma il vincitore e il vinto.
Tali ipotesi sono solo due tra le tante e trovano un riscontro descrittivo in un’opera di Pausania, che nel II secolo d.C. redige una sorta di guida turistica della Grecia. È noto però che lo scrittore abbia estrapolato stralci di opere precedenti, quindi non sappiamo se ciò che descrive derivi da una sua diretta osservazione o dalla riproposizione di un testo di secoli prima.
UN FASCINO ETERNO
I Bronzi di Riace rappresentano la più grande scoperta archeologica dell’era contemporanea. Del periodo greco classico ci sono pervenuti solo frammenti di statue bronzee o copie in marmo e in gesso poiché, dopo la caduta dell’Impero Romano, le sculture in bronzo furono fuse per ricavarne armi, utensili e monete; fatto che rese ancor più preziosi i superstiti e che ha portato nella nostra civiltà una sorta di nostalgia dell’arte greca classica.
Da questo concetto dobbiamo partire per capire la fortuna dei Bronzi di Riace, diventati in poco tempo delle celebrità a livello mondiale: un unicum nella cultura della nostra epoca.
Ancora oggi il Museo Archeologico di Reggio Calabria, dove sono collocati, accoglie numerosi visitatori, come se il mondo non fosse mai sazio di ammirare quell’icona maschile duale, quasi una raffigurazione di un conflitto interno dell’uomo, o quel segreto che si percepisce nei loro occhi e nelle loro labbra; il loro mistero, forse il fascino senza tempo del mondo greco, teatro della mitologia, culla della nostra civiltà e della nostra cultura. I Bronzi di Riace non sono per noi solamente un orgoglio di bellezza, ma i testimoni delle nostre radici in qualsiasi campo del sapere. Ci sono opere d’arte che hanno un fascino eterno. Questo non lo decide il mercato, né un critico e nemmeno il pubblico. Lo decide il destino.
IL GIALLO DEI BRONZI DI RIACE
È il 17 agosto 1972 quando Stefano Mariottini dichiara di aver trovato un “gruppo di statue”: una in posizione supina, con “braccia aperte e la gamba sopravanzante” e un’altra con uno scudo nel braccio sinistro.
Al momento del recupero, effettuato quattro giorni dopo, vengono però ritrovati soltanto i due Bronzi, nessuno dei quali in posizione supina. E il fondale viene esplorato soltanto dodici mesi più tardi.
Il mistero sulla scomparsa di alcuni reperti è confermato dalla testimonianza di una donna che avrebbe notato, durante le operazioni di recupero, alcuni uomini trasportare un pesante scudo e una lancia spezzata in due.
I dubbi si infittiscono nel 2007, quando il giornalista Franco Bruno rivela di aver visto uno scudo e una lancia appartenente ai Bronzi su una foto mostrata da un trafficante di oggetti antichi che gli avrebbe confessato di averli venduti all’estero. Ma le indagini restano senza esito, al pari delle perlustrazioni dei fondali avvenute alla fine del 2007. La tesi di Bruno viene ripresa nei libri del giornalista Giuseppe Braghò, in cui si sostiene che l’allora Soprintendente di Reggio Calabria e Mariottini avrebbero trafugato almeno un bronzo e tutto il corredo, reperti che si troverebbero nei magazzini del Getty Museum di Los Angeles.
Tra tanti dubbi, quel che è certo è che le statue erano provviste di un corredo: nell’avambraccio sinistro di B rimane il bracciale che reggeva lo scudo; i punti in cui i Bronzi impugnavano le lance sono privi di incrostazioni marine; le teste mostrano segni evidenti della presenza di un elmo. Ma di elmo, scudo e lancia non è mai stata trovata traccia. Tantomeno del “terzo Bronzo”.
Testo e foto ©Scilla Nascimbene
Reportage pubblicato sul n.n.304 di Itinerari e Luoghi – Ottobre 2022, in occasione del 50esimo anniversario della scoperta dei Bronzi di Riace.
Ringrazio
il Direttore Responsabile Daniele Cafieri, Direttore Enrico Caracciolo, il caporedattore Gianluca Salcioli, il grafico Gaetano Pignatelli e la Redazione di Itinerari e Luoghi Editoriale C&C.
Lettura consigliata: Alberto Angela, I Bronzi di Riace, Rizzoli.